"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

34 | giugno/luglio 2004

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"Cantami, o Diva, d’Hollywood l’Achille"

Recensione a: Troy, regia di Wolfgang Petersen (USA, 2004)

Lorenzo Bonoldi

La vitalità del mito antico si basa sulla sua malleabilità: l’assenza di un testo sacro e rivelatore alla base della ‘religione’ greca permette infatti l’esistenza di numerose varianti e di molteplici versioni di miti e leggende del mondo classico. Pertanto discrepanze rispetto alla versione omerica del mito di Troia si riscontrano numerose già in tutta la storia della mitografia e della drammaturgia antica. Questo assunto permette di affrontare in maniera serena la visione del film Troy, di Wolfgang Petersen. Come dichiarato nei titoli di coda, infatti, la pellicola è sì ispirata all’Iliade di Omero, ma non ha la pretesa di esserne la versione cinematografica.

Fugati in questo modo tutti i dubbi mossi dall’obiezione "in Omero la storia non è così" è possibile apprezzare alcune scelte del regista. Innanzitutto la ricostruzione di Troia in stile ‘peplum’ anni cinquanta è ricca di interessanti citazioni, a partire dai numerosi kuroi e korai disseminati in vari angoli della città, per arrivare ai rimandi alle sculture cultuali di Nemrut che, pur nello stridore dell’anacronismo, riportano in primo piano la natura di ‘Greci d’Asia’ dei Troiani. All’occhio attento non possono poi sfuggire le riproduzioni dei gioielli del ‘Tesoro di Priamo’ ritrovato da Heinrich Schliemann nel 1872-1873, indossate nel film dalle donne della corte troiana.

Dal punto di vista delle dinamiche della tradizione, la figura più interessante del film è senza dubbio quella di Briseide (Rose Byrne), nella quale si riassumono i caratteri di altre figure della leggenda. In un cast dai pochi ruoli femminili, in cui oltre alla schiava prediletta di Achille figurano soltanto la bellissima Elena (Diane Kruger) e Andromaca (Saffron Burrows), a cui va aggiunta anche Teti (Julie Christie) in una brevissima apparizione iniziale, Briseide funge da personaggio versatile e sincretico, capace di supplire all’assenza di altre importanti figure femminili del mito di Troia.

Così la vediamo come Cassandra, vergine consacrata alla divinità che protegge la città, oggetto di violenza ai piedi della statua divina durante il sacco di Troia e principessa concupita da Agamennone come schiava-amante da portare in trofeo a Micene. Al contempo la si riconosce anche come Polissena, abbracciata ad Achille nel momento in cui, all’interno del sacello di Apollo, la freccia scoccata da Paride trafigge mortalmente il vulnerabile tallone dell’eroe. E proprio in questa scena si riconosce un altro abile gioco messo in scena della regia, tutto basato sullo scarto fra il 'non detto' nel film e il bagaglio culturale dello spettatore: l'episodio della morte di Achille, legata al mito della vulnerabilità del Pelide, non è spiegato all'interno del film ma rimanda a conoscenze dello spettatore che si danno per scontate in quanto 'classiche'.

Anche in mezzo agli errori e alle discrepanze messe in luce da gran parte della critica, ciò che è interessante per la riflessione sulla Tradizione Classica è il fatto che, a secoli di distanza dall’invocazione intonata da Omero all’inizio dell’Iliade, ancora una volta una musa – ­in questo caso la decima ­– continua a cantare le gesta di eroi a cui la fama ha donato l’immortalità tanto agognata.

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