"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

37 | novembre 2004

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Declinazioni della Ninfa

Recensione di: Georges Didi-Huberman, Ninfa moderna, Il Saggiatore, Milano 2004

Daniele Pisani

Ninfa moderna: parrebbe un ossimoro. E invece, proprio dalla messa in discussione del carattere antinomico di ninfa e modernità trae spunto l’omonima opera di Didi-Huberman, uscita in Francia nel 2002 e recentemente tradotta in italiano. Come ci si potrebbe attendere, in apertura del libro stanno Aby Warburg e la sua celebre ninfa. Ma il taglio che l’autore sceglie di dare al tema si dimostra fin da subito tutt’altro che scontato: la ninfa viene definita, in termini apertamente benjaminiani, “eroina impersonale dell’aura”, che in quanto tale “declina con i tempi moderni”.

L’intera vita postuma della ninfa, a partire dalla sua rinascita quattrocentesca, appare a Didi-Huberman come un declino, che risulta particolarmente evidente a patto di isolarne uno dei principali accessori patetici, il panneggio, e di osservarne le progressive metamorfosi. Mano a mano, quello che in un primo momento era un semplice accessorio acquisisce autonomia e, a un certo punto, vita propria. È nel panneggio che si trasferisce il pathos, in “un movimento lentissimo – come un film girato per decine di secoli e che vorremmo accelerare per capirne la logica, un movimento che non smette d’inquietare: è l’inarrestabile caduta della Ninfa, il suo movimento verso il suolo, il suo rovinare al rallentatore”. Una volta acquisita autonomia dalla figura che avvolgeva, il panneggio non solo s’accosta al suolo, ma pure decade. Ed è in questa forma decaduta, declinata, che ricompare nella tana della modernità, la metropoli, sotto forma di cencio.

Delle figure della metropoli, Didi-Huberman ne estrapola infatti una: gli stracci – su cui, a partire dalla metà dell’Ottocento, si appunta lo sguardo di flâneur e fotografi – posti alla bell’e meglio nei canali di scolo delle strade parigine per facilitare il deflusso dell’acqua nei tombini: “L’antico panneggio dei Greci è caduto ammucchiato nel canale di scolo delle grandi città; alcuni fotografi hanno amorevolmente raccolto la sua caduta”.

La prossimità dei cenci alle fogne, in cui finiscono gli scarti della capitale, insieme alla loro stessa natura di rifiuti, li rende idonei a testimoniare e, così, a spalancare interi universi altrimenti inaccessibili – mondi passati ma tuttora prossimi e, a tratti, incombenti. Decrepiti e ormai inutilizzabili, i cenci si ergono così a irriducibili testimonianze del passato, punti nascosti da cui accedervi: “Nell’antica Grecia – affermava Benjamin – venivano indicati i luoghi attraverso i quali si scendeva agli Inferi. Anche la nostra esistenza desta è una regione da cui in punti nascosti si discende agli Inferi, ricca di luoghi per nulla appariscenti ove sfociano i sogni”.

I cenci costituiscono una forma di sopravvivenza della ninfa in virtù della trasmutazione da merci a rifiuti che hanno subito. Come la ninfa, vengono privati del loro carattere auratico e colti nel momento che ne precede la scomparsa (nell’istante della “quasi-fine”). Se l’arte ha a che fare con le sopravvivenze, è pertanto con i cenci che, oggi, anch’essa deve avere a che fare. Le opere d’arte – osserva Didi-Huberman – dovrebbero essere fleurs du mal, alchimie la cui unica materia prima siano gli scarti, impregnati come sono di un passato immemorabile che essi soltanto possono veicolare e, in qualche modo, salvare. E qui l’analisi di Didi-Huberman si fa enunciazione di un compito, riguardante il nostro presente come tutti i compiti: “Far sopravvivere, anacronisticamente, immagini mnemoniche all’attualità immediata del reale storico”.

Nulla, della costruzione storica approntata da Didi-Huberman, è passibile di dimostrazione. Il libro appare tanto suggestivo e illuminante quanto arrischiato e a tratti – intenzionalmente – eccessivo. Di qui certo il rischio di compiere forzature. Ma l’autore ne è consapevole. E, se l’alternativa è di fermarsi a ciò che si può provare, egli accetta la sfida. In fenomeni di sopravvivenza e metamorfosi come quelli osservati, ciò che davvero conta è infatti inverificabile, come inverificabili – e impossibili da stabilire univocamente – sono i percorsi, le genealogie che legano le diverse manifestazioni tra cui viene stabilito un legame. La trasmissione è inaccessibile in virtù della sua sovradeterminazione, sostiene Didi-Huberman. Quello della memoria – sostrato delle sopravvivenze – è un mondo carsico; ogni linea retta tracciata da chi provi a inoltrarvisi altro non è che una finzione.

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