"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

43 | settembre 2005

titolo

Il sogno dell'architetto

Recensione a: Horst Bredekamp, La fabbrica di San Pietro. Il principio della  distruzione produttiva, Einaudi, Torino 2005

Daniele Pisani

Nel 1505, quando viene incaricato da Giulio II di realizzare il suo monumento funebre, Michelangelo pensa di collocarlo nel nuovo coro della basilica di San Pietro, la cui costruzione era stata avviata decenni prima da Niccolò V. Contemporaneamente, il pontefice affida a Bramante l'ultimazione del medesimo coro.

Bramante, tuttavia, non si limita ad adempiere al compito assegnatogli: ambisce a trasformare il proprio incarico in quello di riedificare interamente San Pietro, e con una mossa lucida e spregiudicata riesce a imporre questo suo desiderio. Dopo aver determinato un salto quantitativo e qualitativo dell'intervento rispetto a quanto inizialmente previsto, con la posa della prima pietra egli ottiene un risultato decisivo: imposta la costruzione in maniera tale da determinarne irrevocabilmente il prosieguo lungo la via tracciata. I pilastri della crociera e gli arconi tra di essi che Bramante inizia a edificare sono incompatibili con la basilica paleocristiana, che inizia proprio con le operazioni intraprese da Bramante a venir demolita. Alla morte del papa e dell'architetto, i piloni rimarranno come un invito ineludibile a proseguire lungo la via ormai imboccata: la via della progressiva demolizione non tanto del nuovo coro quanto della fabbrica paleocristiana e dell'edificazione di una nuova, in un'operazione in cui la distruzione della prima costituisce la premessa della costruzione della seconda, e in cui l'inizio della costruzione della seconda implica necessariamente la distruzione della prima. Bramante costringe i posteri a portare a termine quanto da lui intrapreso.

Non che non si levino voci, anche autorevoli, contrarie alla demolizione della vecchia, nobile basilica. Ma l'impostazione planimetrica di Bramante non lascia adito a ripensamento alcuno: o proseguire nella direzione da lui indicata, negando quanto vi si pone come ostacolo (la vecchia fabbrica, in primis), o ripristinare una fabbrica ormai intaccata, traballante e, soprattutto, assai meno allettante di quella lasciata trapelare e fatta immaginare. Tra le due opzioni non vi è scelta. Il sogno di Bramante impone di venir perseguito.

Nel 1546 sarà Michelangelo a riprendere in mano la realizzazione della fabbrica, dopo Raffaello, Peruzzi e Antonio da Sangallo. Come i suoi predecessori, anche Michelangelo inizia i propri interventi operando demolizioni. I propri sogni si impongono a scapito di quelli altrui; nel caso specifico, di quelli del defunto Antonio da Sangallo e di Nanni di Baccio Bigio, che del progetto di Antonio si erge a difensore e a lungo ostacola pervicacemente l'operato di Michelangelo. Nel clima ostile in cui si trova a operare, ogni mossa di Michelangelo, ormai più che settantenne, è determinata dall'intento di difendere il proprio progetto dai suoi avversari attuali, nonché futuri. È in questa ottica che va considerato l'ottenimento, da parte del progetto michelangiolesco, del riconoscimento papale al diritto a "essere osservato e ottemperato in ogni tempo futuro", "acciocché non potesse venire alterato, riconfigurato o modificato"; in tal modo, Michelangelo conduce il papa a ipotecare in un certo senso il futuro, bloccando qualsiasi modifica al proprio progetto nei decenni a venire, imponendolo a sua volta non solo al presente ma al futuro.

Tra i punti fermi Michelangelo assume i piloni di Bramante, quegli stessi che quarant'anni prima, spostando l'interesse di Giulio II dal coro alla chiesa intera, avevano implicato l'accantonamento del progetto della tomba che lo scultore fiorentino avrebbe dovuto erigere per il papa. Ora Michelangelo si attiene alla fabbrica impostata da Bramante, perlomeno nella misura in cui gli risulti utile per sbarazzarsi del partito favorevole alla soluzione sangallesca e per esercitare le necessarie demolizioni. Proprio come Bramante, inoltre, anche Michelangelo – nella scelta della sequenza dei propri interventi – procede in maniera tale, vista la patente impossibilità di portare a ultimazione l'opera nel corso della propria vita, di imporre il proprio disegno al futuro rendendolo irrevocabile, "di maniera" – osserva Vasari – che la fabbrica "non potessi essere mutata mai più da altri".

Tale è la parte forse più sconcertante della vicenda costruttiva della basilica di San Pietro, nella suggestiva ricostruzione offerta da Horst Bredekamp. Nella sua analisi, l'architettura non si trova soltanto presa all'interno di enormi lotte di potere, al centro di una contesa politica. Se così fosse, l'architettura sarebbe soltanto espressione di logiche altre, che ne fanno uso. Inquietante risulta invece, la sua ricostruzione, perché pone l'accento sulla logica del potere che inerisce al fare architettonico stesso, a prescindere dagli intenti dei committenti e, anzi, esercitandosi pure su di essi: "L'arte figurativa – osserva, forse eccedendo, l'autore – non è tanto il riflesso e il sismografo quanto piuttosto il motore di quel mondo che essa apparentemente si limita a nobilitare". Un gioco senza esclusione di colpi: è in questa forma che emerge l'architettura, non come specchio del mondo ma come un laboratorio e un campo d'azione – essa stessa – del potere, in cui l'indissolubile intreccio tra costruzione e distruzione e la distruzione nella sua dimensione "creatrice" costituisce soltanto uno dei "nuclei incandescenti".

temi di ricerca

indici

colophon

archivio