"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

43 | settembre 2005

titolo

Lo Statuario Pubblico dei Veneziani in catalogo

Recensione a: Museo Archeologico Nazionale di Venezia, a cura di Irene Favaretto, Marcella De Paoli, Maria Cristina Dossi, Electa, Milano 2004

Claudia Daniotti

Una manciata di stanze in gran parte affacciate su Piazza San Marco, distribuite intorno a un cortile centrale, strette tra il vasto e celeberrimo Museo Correr e le Sale Monumentali, raccolte e imponenti, dell'antica Libreria Marciana: è qui che sono raccolte centinaia di opere d'arte di grande pregio e valore davanti alle quali, purtroppo, i visitatori che instancabilmente e senza sosta affollano Venezia finiscono spesso per sfilare con passo veloce e sguardo corrivo.

Oggi ingiustamente poco noto e poco frequentato, il Museo Archeologico Nazionale di Venezia costituisce il tesoro d'arte forse più prezioso tra quelli che sono raccolti intorno a Piazza San Marco, perché, nel proprio nucleo originario, fu per secoli, insieme all'Arsenale e alla Basilica di San Marco, uno dei vanti della Serenissima, uno dei luoghi in cui più significativamente si esprimeva e rappresentava il potere della Repubblica, una delle tappe d'obbligo di quel percorso tra le glorie della città in cui ogni illustre personalità, visitatore, diplomatico o straniero di passaggio veniva orgogliosamente condotto.

Nato e allestito negli spazi che occupa tuttora nel corso degli anni venti del Novecento, ordinato da Carlo Anti nelle forme e nella disposizione che sostanzialmente restano quelle attuali, il Museo Archeologico di Venezia trae origine da una straordinaria raccolta di opere d'arte antica (in gran parte statue, teste e busti marmorei provenienti dalla Grecia, dal Mediterraneo orientale, dalle coste adriatiche e da Roma) messa insieme nel corso del Cinquecento da due personaggi di primo piano del mondo della politica e della cultura veneziana, il cardinale Domenico e il nipote Giovanni Grimani, patriarca di Aquileia e fine umanista; raccolta donata alla Serenissima (e quindi resa pubblica) in due momenti successivi, con donazione di Domenico, nel 1523, e lascito testamentario di Giovanni, nel 1587. È intorno a questo nucleo iniziale che fu uno dei primi musei pubblici d'Europa (noto, appunto, come Statuario Pubblico della Serenissima) e che è arrivato a noi praticamente intatto – nonostante le vicende travagliate che ne hanno segnato e accompagnato i trasferimenti nel luogo di conservazione ed esposizione – che per successive donazioni si è giunti alla raccolta attuale: di essa è oggi finalmente disponibile un catalogo, da lungo tempo atteso e promesso, che alla accuratezza scientifica unisce la praticità e l'utilità di una guida alle collezioni.

Ampia e variegata è la galleria di oggetti che il Museo ospita e il catalogo, articolato in sezioni che suddividono gli oggetti secondo la tipologia di appartenenza, raccoglie: dalle opere plastiche di età romana realizzate a partire da modelli greci, alle teste e busti marmorei antichi e 'all'antica' spesso riconoscibili come ritratti, dai rilievi alle iscrizioni, dalle gemme alle vastissime raccolte numismatiche, fino ai bronzi, agli avori, alle ceramiche, senza dimenticare un piccolo ma importante drappello di antichità egiziane e vicino orientali (in gran parte deposito Correr).

Ma la presenza più stupefacente, che rende ben ragione del motivo per cui la raccolta Grimani fu in passato, soprattutto tra Cinque e Settecento, nota e ammirata in tutta Europa, è quella di oltre una ventina di marmi greci, databili tra l'età classica e quella ellenistica: eccezionali perché tra i pochissimi marmi greci originali in un momento storico in cui le poche opere antiche di cui si disponesse erano di fatto di epoca romana (ed era questa, la disponibilità di marmi provenienti dalla Grecia e dal Mediterraneo orientale, in particolare da Creta, la peculiarità quasi esclusiva del collezionismo veneziano nello scenario del collezionismo europeo).

Ricostruita nelle pagine del catalogo, la storia di ogni singolo pezzo (e particolarmente dei marmi più antichi e preziosi, quelli Grimani) si intreccia con le tracce di tutti i secoli che separano quelle opere dai giorni nostri: spesso ritrovate mutile e frammentarie, gran parte delle sculture Grimani subirono, secondo l'uso cinquecentesco, interventi (in parte oggi eliminati) di restauro, integrazione, completamento e, in qualche caso, vera e propria rilettura iconografica. È in questo senso che la raccolta Grimani diventa anche specchio fedele e buon punto di osservazione su questa pratica oggi tanto deprecata ma allora consueta e pressoché sistematica, affidata alle mani di artisti quali Tiziano Aspetti, Tullio Lombardo e Alessandro Vittoria.

Altri e numerosi furono gli artisti – da Tiziano a Veronese, da Tintoretto a Sebastiano Ricci, per non citare che i più noti tra i pittori veneti – che attinsero alla raccolta Grimani, pubblicamente visitabile e quindi assiduamente visitata e attentamente studiata, come a un grande serbatoio e repertorio di modelli. È così che in molte opere d'arte sparse per la città di Venezia o finite nei musei di mezzo mondo possiamo riconoscere un dettaglio, una postura, una fisionomia copiata precisamente e certamente da una statua, un busto una testa dell'Archeologico. Ed è qui, in queste sale, che sono da cercare, appunto, alcune delle opere più celebri, più fortunate, più studiate in età rinascimentale e oltre: le piccole sculture dei Galati, il conturbante gruppo di Leda col cigno, il copiatissimo busto di Vitellio, le figure di amanti dell'Ara Grimani, i quattro putti del Trono di Saturno e poi la lunga galleria di busti di imperatori e personaggi della corte di Roma che annoverano di nuovo tra essi uno splendido busto cinquecentesco di Antinoo, il favorito di Adriano, da poco restituito alle sale espositive.

Un museo, quello veneziano, che è specchio della storia della città, testimone esemplare e precoce della storia del collezionismo veneziano ed europeo e del nascere e del maturare della sensibilità verso l'antico, e che è insieme strumento importante per lo studio della pratica della copia dai modelli antichi e della storia del restauro delle opere d'arte.

Un catalogo, quello del museo veneziano, che – oltre a raccogliere intorno a sé gli studiosi più importanti che da data più o meno lunga hanno legato il proprio nome a queste raccolte – costituisce di fatto, anche per il lettore più accorto e informato, una continua scoperta e riprova di quanto il Museo Archeologico sia un'incredibile miniera di opere preziose per qualità, rarità e importanza documentaria, e, insieme, di quanto questo materiale resti per molta parte ancora da studiare con profitto e meriti, prima di tutto, di essere al meglio valorizzato. Ma ancora prima, di certo, merita di essere avvicinato, visitato e conosciuto con interesse e curiosità.

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