"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

126 | aprile 2015

9788898260713

titolo

La Wunderkammer come strumento di conoscenza

Recensione a The first treatise on museums. Samuel Quiccherberg inscriptiones 1565, Translation by M. A. Meadow, B. Robertson, Introduction by M. A. Meadow, The Getty Research Institute, Los Angeles 2013

Cristiano Guarneri

Come enfaticamente posto in testa al volume, il trattato del bibliotecario fiammingo Samuel Quiccheberg (o Quickelberg) è in genere considerato il più antico trattato noto sul collezionismo e sui musei. Pubblicato nel 1565 a Monaco, dove Quiccheberg prestava servizio presso la corte del duca di Baviera Alberto V del Wittelsbach, il trattato si presentava in origine con il seguente titolo completo: Inscriptiones vel tituli theatri amplissimi, complectentis rerum universitatis singulas materias et imagines eximias, ut idem recte quoq[ue] dici possit: promptuarium artificiosarum miraculosarumq[ue] rerum, ac omnia rari thesauri et pretiosae supellectilis, structurae atque picturae, quae hic simul in theatro conquiri consuluntur, ut eorum frequenti inspectione tractationéque, singularis aliqua rerum cognitio et prudentia admiranda, citò, facile ac tutò comparari passit. Autore Samuele à Quiccheberg belga, Monachii: Ex Officina Adami Berg typographi, Anno M.D.LXV. Le Inscriptiones presentano in maniera sintetica le linee guida necessarie per la costruzione di una Kunst- und Wunderkammer, una collezione che testimoni tutti gli aspetti dei prodotti naturali e degli artefatti umani.

L’edizione del trattato di Quiccheberg pubblicata dal Getty Research Institute, con introduzione di Mark A. Meadow e traduzione dello stesso e Bruce Robertson, entrambi professori presso la University of California, Santa Barbara, più che colmare una lacuna rende certamente più praticabile un testo che, non solo per una questione linguistica, è stato per lungo tempo di difficile accesso. Già ampiamente utilizzato da Julius von Schlosser nel suo pioneristico saggio sul collezionismo enciclopedico (Die Kunst- und Wunderkammern der Spätrenaissance: Ein Beitrag zur Geschichte des Sammelwesens, Leipzig 1908) e ripreso con continuità anche dalla letteratura più recente (Otto Hartig, Elisabeth M. Hajos, Adalgisa Lugli, Lina Bolzoni), le Inscriptiones sono state per lungo tempo avvolte da un’aura misterica. La difficile interpretazione del latino di Quiccheberg, unitamente alla rarità delle copie del trattato reperibili nelle biblioteche hanno contribuito a fare delle Inscriptiones un testo quasi mitico per gli studiosi di collezionismo e storia dei musei. Tuttavia, a partire dagli anni Novanta si è registrato un più intenso e direzionato studio che ha condotto, attraverso i contributi di diversi studiosi (Eva Schulz, Patricia Falguières, Dirk Jansen, Harriet Roth, Mark Meadow, Manuela Kahle, Stephan Brakensiek, Koji Kuwakino), a una conoscenza più approfondita del trattato e del suo autore, puntualmente riassunti da Maedow nella sua introduzione.

Nato ad Anversa nel 1529, Quiccheberg ricevette la prima educazione a Gand ma, in seguito al trasferimento della famiglia a Norimberga, intraprese la carriera universitaria a Basilea. Come giovane brillante fu presto notato dai Fugger ad Augusta, tanto che nel 1550 fu iscritto all’Università di Ingolstadt assieme a Jakob Fugger in qualità di suo tutore. Terminato così il percorso universitario in medicina, nel 1555 Quiccheberg entrò a servizio prima di Anton Fugger, come suo medico personale, e in seguito di Hans Jakob, come bibliotecario e conservatore delle collezioni. Nel contesto della famiglia Fugger, Quiccheberg ebbe l’occasione di sviluppare le idee e le tecniche di catalogazione e ordinamento che confluirono poi nelle Inscriptiones: la biblioteca di oltre 30.000 volumi e la Kunstkammer di Hans Jakob furono il suo primo banco di prova. Visti i contemporanei finanziamenti alle imprese di catalogazione numismatiche di Jacopo Strada e Hubertus Goltzius, è molto probabilmente che i Fugger stessi abbiano incentivato gli studi e le ricerche di Quiccheberg in questa direzione.

In seguito alla bancarotta dei Fugger, Alberto V ne acquistò la biblioteca, le collezioni e probabilmente ingaggiò anche il relativo personale, dato che già dal 1559 Quiccheberg fu stipendiato dal duca. Alla corte di Monaco Quiccheberg pianificò e scrisse diverse opere, tra cui anche le Inscriptiones, redatte tra il 1563 e il 1565. Del testo esiste anche un manoscritto oggi alla Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. lat. 5346) – le cui minime differenze dal testo a stampa vengono puntualmente evidenziate da Meadow e Robertson – portato inizialmente da Leo Quiccheberg, fratello di Samuel, a Venezia in cerca di un altro stampatore o di nuovi mecenati. Nelle Inscriptiones si fa più volte riferimento a una seconda edizione ampliata del trattato della quale tuttavia, a causa della prematura morte dell’autore nel 1567, non si ha alcun riscontro.

Alla luce delle vicende biografiche di Quiccheberg, le Inscriptiones perdono, almeno parzialmente, quel valore di testo teorico e speculativo sulle Kunst- und Wunderkammern che, almeno in certa letteratura, gli era attribuito, per acquisire una dimensione più pratica. Come giustamente porta in luce Meadow, il libro può essere considerato una sorta di compendio delle conoscenze e capacità acquisite da Quiccheberg nel suo continuo lavoro come bibliotecario e conservatore, prima dai Fugger e poi presso Alberto V. Emergono così alcuni aspetti pratici del collezionismo enciclopedico che il trattato suggerisce a eventuali principi e mecenati. Costoro, riconosce l’autore, non sono necessariamente interessati al concetto esoterico di sapere universale propugnato da Giulio Camillo, quanto piuttosto ai risvolti pratici di una collezione e a “oggetti che siano più che altro piacevoli da osservare”. In questo senso, rientra anche la concezione di Wunderkammer avanzata da Quiccheberg: non solo strumento di svago aristocratico ma centro di ricerca attivo al servizio dello stato in diversi settori, culturale, scientifico, militare, economico. Lo scopo di una collezione non è dunque la sua completezza, che è irraggiungibile, ma piuttosto la stimolazione di nuovi studi e l’espansione del sapere.

L’introduzione di Meadow, oltre a fornire il necessario contesto in base alla letteratura esistente, anticipa al lettore la struttura e i contenuti del trattato. Le cinque classi (inscriptiones), con le relative sottoclassi (tituli), sono analizzate nel dettaglio anche grazie al confronto con altre collezioni coeve e a esempi concreti di oggetti provenienti dalla Kunstkammer di Monaco o comunque altre raccolte di area tedesca. La Wunderkammer vera e propria, secondo Quiccheberg, deve essere integrata in un sistema di laboratori, officine e altri spazi espositivi, tra i quali egli descrive la biblioteca, la tipografia, la bottega di falegnameria, la farmacia, la fonderia, la zecca, l’armeria e la cappella. Degno di nota è l’ultimo capitolo del trattato, in cui Quiccheberg elenca numerosi esempi di collezionisti in un’ampia area compresa tra Austria, Baviera e Renania. Oltre a delineare lo spettro di relazioni intessuto da Quiccheberg con principi e collezionisti, questo capitolo costituisce un’importantissima fonte per la storia del collezionismo tedesco nel Cinquecento, soprattutto per quello privato, ancora oggi poco noto.

Il maggiore contributo di Meadow all’interpretazione del testo di Quiccheberg è certamente costituito dal paragrafo dell’introduzione intitolato The Inscriptions as a System. Qui le cinque inscriptiones  sono analizzate come un sistema sequenziale in cui una delle classi possa essere presa a principio di governo per le altre. Il sistema comincia con 1. il fondatore della collezione, considerato come un creatore alla stregua di dio, e gli oggetti ad esso correlati, prosegue con 2. i manufatti creati dall’uomo (artificialia), 3. i reperti naturali (naturalia), 4. gli strumenti matematici o meccanici attraverso i quali la natura è studiata e trasformata in manufatti, infine 5. le rappresentazioni, tipo pitture, mappe e diagrammi, considerate quella forma di sapere prodotta dalla collezione stessa.

Il latino del testo originale di Quiccheberg è spesso di difficile interpretazione poiché, come rileva lo stesso Meadow, egli dovette adattare la lingua antica alla descrizione di un fenomeno nuovo, quello appunto delle Kunst- und Wunderkammern. Proprio per questo spiace constatare che i curatori di questa traduzione inglese non abbiano pensato di porre il testo originale a fronte. Difficile pensare che si tratti di una scelta dettata dalla necessità di contenere le dimensioni del volume, data l’esiguità del testo di Quiccheberg (64 pagine in ottavo). L’intento dichiarato della traduzione, “make the text clearer for modern readers”, ha di fatto obliterato la possibilità di un confronto con il testo originale che invece era stata garantita nella precedente traduzione tedesca a cura di Harriet Roth (Der Anfang der Museumslehre in deutschland: das Traktat “Inscriptiones vel tituli Theatri Amplissimi” von Samuel Quiccheberg, Berlin 2000).

Con buona probabilità, la traduzione di Meadow e Robertson diverrà un testo di riferimento in molti corsi universitari di storia dell’arte, storia della scienza e museum studies, non solo negli Stati Uniti ma su scala internazionale. Se il testo originale latino è stato ritenuto superfluo per il mondo accademico statunitense, a cui è principalmente rivolto il volume, così non sarebbe stato se si fosse pensato anche al potenziale pubblico europeo – e in particolare in Italia – dove è maggiormente diffusa una conoscenza, anche se scolastica, del latino. Per ora, grazie a questa traduzione inglese, anche gli studiosi italiani avranno la possibilità di ottenere un agile accesso al “primo trattato sui musei” ma, per sciogliere i dubbi sui singoli passi o semplicemente per reperire una citazione latina originale, ci si dovrà ancora riferire alle uniche due copie – note a chi scrive – delle Inscriptiones, conservate nelle biblioteche universitarie di Bologna e Pisa.

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