"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

45 | gennaio 2006

titolo

Per una fenomenologia politeista della guerra

Recensione di: James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Milano 2005 

Monica Centanni, Daniela Sacco

Siamo panteisti come naturalisti 
politeisti come poeti e monoteisti nella morale
Johann Wolfgang Goethe, Massime e Riflessioni, n. 807

James Hillman ci mostra come il “politeismo poetico” possa essere esteso anche alla tonalità della riflessione teoretica, e quindi coinvolgere non solo l’esperienza estetica ma anche l’inclinazione etica: si ribadisce così, forse in modo più eloquente rispetto agli scritti più recenti, il contributo importante che il pensiero di Hillman può offrire alla coscienza del nostro tempo. 

Hillman ascrive il motivo dell’interesse per il tema a una particolare inclinazione del suo cielo- astrologico, ma anche etico-caratteriale: il filosofo si riconosce, infatti, come “figlio di Marte” e nel segno di Ares, il dio che secondo la sapienza antica è “padre di tutto quanto esiste” – legge la coloritura polemica del suo proprio approccio nelle relazioni, negli affetti, nelle passioni, e in generale nello stile inquieto che caratterizza il suo stare al mondo. Quanto alla guerra, Hillman provoca il lettore con uno sguardo politicamente, e teoreticamente, scorretto; il filosofo smaschera la finzione prospettica delle guerre ‘giuste’ o ‘necessarie’ (con accenti lucidi e coraggiosi contro l’attuale strategia Usa in Medio Oriente), ma inficia anche, sul piano storiografico, l’ideologia della ‘normalità della pace’, prospettando una visione della guerra atroce ma pur tuttavia oscuramente suggestiva: alla luce rosso-incandescente dello sguardo di Ares – Hillman ci insegna – la guerra non suscita esclusivamente sentimenti di orrore, ma esercita altresì un fascino potente sui suoi attori e sulle sue stesse vittime. 

Ancora una volta il pensiero greco viene chiamato a darci spiegazioni: il mito dell’amore di Ares e di Afrodite (e in particolare la figura della grazia vitale di Afrodite tremendamente attratta nel cerchio della passione di Ares) ci ricorda che la vita in greco era colta e rappresentata come commistione di crudeltà e di bellezza; la figura della coppia di amanti divini include nel tremendo della guerra anche la grazia e l’incanto dell’amore. “Festa crudele” (per riprendere una bella espressione del medievista Franco Cardini) in cui giostrano morte e vita, il territorio liminare del polemos è un luogo critico in cui lo stare al mondo trova paradossalmente un limite di senso. Dal punto di vista del dato storico, non solo sotto il profilo filosofico e teoretico, la guerra si presenta come una costante delle civiltà dell’uomo: intenzione del filosofo è dunque cercare di comprendere, più che di giudicare: entrare nel fenomeno e contemplare l’epifania della guerra come una costante antropologica. Non è la logica dicotomica che giudica, non la prospettiva morale per cui esiste il bene opposto al male, il bianco opposto al nero: si attiva invece uno sguardo caleidoscopico che osserva il fenomeno e da esso impara, un prisma che, del mondo, rifrange molti, variegati colori. 

Hillman parla di noi e del nostro tempo, ma si rivolge alla Grecia. Il “ritorno alla Grecia”, ricorrentemente auspicato da Hillman, non serve tanto – o non serve solo – a scomodare i filosofi antichi e il loro logos, ma introduce, anzitutto, il recupero dello sguardo plurale del mito. Non si tratta di mera mitologia – erudizione, letteratura, allegoresi, e comunque ‘discorso’’ sul mito: secondo Hillman al nostro tempo serve, e serve urgentemente, rievocare le molteplici immagini del mito, le parole e le figure di cui è fatto, che costituiscono la fitta tramatura della memoria e che a loro volta possono fornire un inesauribile codice interpretativo della realtà. 

In armonia con la prospettiva mitica, anche la comprensione del fenomeno-guerra deve passare attraverso la sua immaginazione: la guerra infatti è un evento che sfugge al controllo razionale, e sfugge quindi a ogni tentativo di dicibilità, ma da sempre si lascia invece leggere e bene rappresentare come un accadimento mitico. L’uso dell’immaginazione richiede uno slittamento di paradigma nel metodo e nelle modalità della comprensione: il filosofo, nel ruolo di psicagogo, ci chiede di affidarci a un diverso ordine di spiegazione che non è la ricerca delle cause dei fenomeni e delle supposte e correlate ragioni, per giustificarlo o condannarlo, ma la collocazione del singolo fenomeno nel suo specifico orizzonte mitico, in corrispondenza al tema, all’universale incarnato in ogni singola esperienza. Il racconto mitico è capace di abbracciare ciò che è razionale e ciò che non lo è perché i miti costituiscono la trama stessa della mente, la cui essenza è intimamente mitico-poietica: “Il mito – ci dice Hillman – è la normazione dell’irragionevole”, e aggiunge: “L’averlo riconosciuto è la più grande di tutte le conquiste della mente greca”. 

Mitico e greco è il pensiero del tragico, il prodotto più alto del sapere antico, il modo filosofico e poetico più idoneo di intendere la complessità delle azioni umane e di darne intensa rappresentazione: la guerra, con i suoi bagliori e le sue distruzioni, è un controcanto che attenta continuamente alla vita dell’uomo, ma è anche una sorta di ‘tragedia perenne’ che costella la storia della civiltà umana. Anche in questo senso il linguaggio del mito rappresenta un accesso privilegiato al fenomeno: forse l’unico in grado di intendere e di rappresentare pienamente, evitando ogni semplificazione interpretativa e ogni banalizzazione moralizzante, la tragedia da sempre in atto nei tanti scenari di guerra che funestano il mondo.

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