"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

40 | marzo/aprile 2005

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Ninfa, barbara e maga: i volti di Medea negli Spettacoli Classici a Siracusa

Recensione alla mostra: Le Vesti di Medea, Siracusa, Palazzo Greco, Museo e Centro studi INDA, 26 febbraio-25 aprile 2005; catalogo Lombardi Editore

Giulia Bordignon, Alessandra Pedersoli, Daniela Sacco

All’ingresso del Museo e Centro studi INDA a Siracusa un monumentale cavallo dorato che leva gli zoccoli verso il cielo accoglie il visitatore della mostra Le Vesti di Medea, un’esposizione tematica dedicata ai costumi del dramma di Euripide portati in scena al Teatro greco di Siracusa dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico: si tratta di uno dei cavalli del carro solare che ha innalzato Valeria Moriconi nei panni di Medea trionfante nel finale della tragedia, nella scenografia ideata da Enrico Job nel 1996.

L’esposizione presenta ‘per figure’la principessa assassina, così com’è stata proposta al pubblico nelle cinque edizioni rappresentate a Siracusa dal 1927 al 2004: in cinque tappe si susseguono momenti di sintesi dei diversi spettacoli che ripropongono le modalità ­ nei toni e nei colori ­ che hanno contraddistinto le diverse messe in scena.

Nel racconto del mito, da Euripide ad Apollonio Rodio, Medea incarna diverse figure del femminile: è la nymphé innamorata di Giasone, è la potente e vendicativa maga orientale, è la moglie tradita dell’eroe, è la madre assassina che ritrova la sua natura divina e virginale solo con l’uccisione dei figli. In tempi a noi più vicini, anche nell’Atlante di Aby Warburg l’immagine di Medea rappresenta due diverse, opposte, figure del pathos: è la strega che incarna la potenza della “madre distruttiva”, ma è anche, un istante prima del suo gesto fatale, incarnazione del Denkraum dell’“avvedutezza” che per un attimo sospende l’azione (si vedano le tavole 5, 41, 73, 77 del Bilderatlas).

Anche nell’esposizione siracusana a dominare l’allestimento sono proprio i diversi ‘volti’ di Medea. Protagonisti nelle sale del Museo sono quindi i costumi realizzati per gli spettacoli, che chiamano gli spettatori a un’immediata identificazione con il personaggio: non si tratta più semplicemente di abiti di scena, ma delle vesti indossate dalla principessa della Colchide nelle sue ‘epifanie’ siracusane. Medea è la Signora potente e maliarda, ammantata di un’elegante ed esotica veste Belle Époque (così Duilio Cambellotti veste Maria Laetitia Celli nel 1927); Medea è una maga arcaica e regale (Lilla Brignone, vestita da Ezio Frigerio nel 1958); Medea è una principessa bambina, pronta a diventare una ragazza hippy e trasgressiva (come nello straordinario collage di Emanuele Luzzati per il costume del 1972); Medea è la donna straniera, mediterranea e selvatica (Valeria Moriconi secondo Enrico Job nel 1996); Medea è una leonessa ferita dalla fulva criniera, ma dall’abito essenziale e assoluto, quasi maschile, della donna combattiva, tenacemente compos sui (Moidele Bickel per Maddalena Crippa nel 2004). L’esposizione si chiude così come si era aperta: con il trionfo della protagonista, il cui carro insanguinato ­ secondo l’idea del regista Peter Stein per lo spettacolo del 2004 ­ si leva in alto sopra le teste dei visitatori, mentre un intenso effetto-terremoto scuote la sala. Medea, dice Stein, “ha una doppia faccia: da un lato è un essere umano e dall’altro un essere non umano. Si può dire divino, ma si può dire anche che è natura […]. Medea è un pezzo di magma, qualcosa di primordiale, più che arcaico; Medea ha connessioni con elementi prima della vita della terra”.

Le Vesti di Medea ci guidano in un viaggio nella cultura visiva del XX secolo, seguendo nelle rappresentazioni al Teatro greco di Siracusa le interpretazioni che registi, costumisti e attori di volta in volta hanno offerto al personaggio, ma ci accompagnano anche nel racconto del mito, attraverso le molteplici figure del pathos che Medea superlativamente incarna. Maschere dell’animo, le molte immagini di Medea riflettono la versatilità del mito, la vitalità delle sue immagini, la sua capacità di raccontarci, sempre, la nostra stessa storia.

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