"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

53 | dicembre 2006

titolo

Sofonisba o Artemisia?

Osservazioni su un monocromo di Andrea Mantegna

Lorenzo Bonoldi

La mostra dedicata ad Andrea Mantegna allestita presso le Fruttiere di Palazzo Te (Mantova 16 settembre 2006-14 gennaio 2007, vedi anche recensione in questo numero di engramma) riunisce ed espone una accanto all'altra quattro opere a monocromo, raffiguranti quattro illustri donne dell'antichità. Il gruppo di opere, pur risultando omogeneo dal punto di vista del soggetto, è evidentemente diviso in due metà per quanto concerne tecnica, supporto e dimensioni: le due opere provenienti dal Fine Art Museum di Montreal (Canada) sono dipinte a tempera a colla su tela di lino; le due opere della National Gallery di Londra sono invece realizzate a tempera all'uovo su tavola di pioppo. Nonostante queste differenze, parte della critica (da ultimo Giovanni Agosti) ha ritenuto di ravvisare nelle quattro opere un ciclo unitario, dedicato a illustri donne dell'antichità. Se così fosse le opere potrebbero essere avvicinate a un'opera in "finto brongio di mano di Messer Andrea Mantegna con quattro figure dentro", messa a decorazione del sovrapporta dello studiolo di Isabella d'Este, che Oddoantonio Stivini vide nel 1542.

Indipendentemente dalla possibilità di ravvisare nelle quattro opere oggi divise fra Montreal e Londra le figure di finto bronzo elencate nell'inventario Stivini, Isabella d'Este resta comunque la committente più probabile per i monocromi in questione: il noto amore della marchesa per l'antichità (da lei stesso definito "insaciabile desiderio nostro de cose antique") potrebbe giustificare la richiesta al pittore ufficiale della corte gonzaghesca – Mantegna, per l'appunto – di un ciclo dedicato a importanti eroine del mondo antico. Le quattro opere avrebbero poi potuto essere inserite in un'unica cornice (come in un piccolo polittico profano) e montate a decorazione del sovrapporta dello studiolo isabelliano.

Quel che è certo è la comune provenienza di tutte e quattro le opere dalle collezioni gonzaghesche: esse risultano infatti inventariate insieme come "quattro quadri, rappresenta chiari e scuri, la bella Judith et altre figure di mano del Mantegna" nell'elenco dei beni appartenuti a Ferdinando Carlo Gonzaga, ultimo duca di Mantova, steso nel 1709. Nel 1738 i dipinti sono invece – ancora tutti insieme – nella collezione Schulenburg, ove figurano come "quadri num. 4 con cornici dorati, bislunghi dipinto a chiaro scuro di oro, due in tela finissimi e due in tavola, uno rappresentante Giuditta con la testa d'Oloferne e gli altri 3 rapresentano le virtù".

Già da queste fonti d'archivio si evince come solamente la figura di Giuditta sia stata da sempre identificata (peraltro correttamente), mentre le altre tre figure femminili – eroine di storie forse meno note – abbiano subito nel corso dei secoli identificazioni di varia natura. Il ciclo è stato così interpretato come allegoria delle quattro stagioni o di quattro virtù. La critica recente – per primo il Kristeller (1901) – ha fatto chiarezza, proponendo i nomi che sono stati accolti anche dagli allestitori della mostra su Andrea Mantegna a Mantova. Le due tele provenienti da Montreal sono state identificate come Didone e Giuditta, mentre nelle due tavole della National Gallery di Londra sono state ravvisate le rappresentazioni della vestale Tuccia e di Sofonisba. Quest'ultima identificazione è la più dibattuta fra tutte: buona parte della critica, infatti, ha sostenuto varie volte l'ipotesi secondo la quale la donna effigiata nel quadro potrebbe, invece, essere Artemisia, regina di Caria. La convenzione artistica rappresenta infatti in modo assai simile le due donne: entrambe sono spesso raffigurate nell'atto di bere da un calice.

Giuditta, Didione, Tuccia, Sofonisba/Artemisia (?)

Il contesto del ciclo non aiuta a dissipare i dubbi. Tanto Artemisia quanto Sofonisba figurano – insieme a Giuditta, Didone e Tuccia – nei Trionfi di Petrarca, testo peraltro assai caro a Isabella d'Este, che torna quindi a essere la principale indiziata come committente delle opere in questione. Per cercare di fare chiarezza sull'identificazione del soggetto della tavola proveniente dalla National Gallery di Londra converrà ricordare la lezione warburghiana: il buon dio si nasconde nei dettagli.

Per meglio leggere l’opera converrà però prima ripercorrere brevemente la storia della due donne in questione. Sofonisba, nobildonna cartaginese figlia del generale Asdrubale di Gisgo, sposò in prime nozze Siface di Numidia, come lei acerrimo nemico di Roma. Rimasta vedova, Sofonisba si unì, in seconde nozze, con Massinissa, re africano alleato di Roma. Quando, a seguito di alterne vicende, Roma chiese a Massinissa che la moglie venisse inviata nell'Urbe in qualità di ostaggio, la donna preferì bere un calice di veleno per sottrarsi alla prigionia impostale dagli antichi nemici.

Artemisia, invece, fu regina di Caria, sulla quale regnava congiuntamente al fratello-marito Mausolo. Dopo la morte del consorte, Artemisia fece costruire in sua memoria un'enorme tomba – il Mausoleo di Alicarnasso – ma poi, vedova inconsolabile, prese a bere giorno dopo giorno le ceneri del marito disciolte nel vino, per diventarne una sorta di tomba vivente.

La presenza del calice quindi non dissipa i dubbi, essendo un attributo iconografico proprio di entrambe le figure (il calice del veleno nel caso di Sofonisba, quello delle ceneri del marito nel caso di Artemisia).

Osservando le altre opere del ciclo – ma il discorso resta valido considerando anche la sola Tuccia – appare evidente come le eroine rappresentate siano sempre ben caratterizzate dalla presenza di più di un attributo iconografico: la tela con Didone mostra la regina davanti alla propria pira funebre, con in mano la spada di Enea e l'urna cineraria contente le ceneri di Sicheo; nella tela con Giuditta, la cacciatrice di teste è raffigurata con la spada in mano, nell'atto di infilare la testa mozzata di Oloferne in un sacco retto dalla serva Abra; la vestale Tuccia è infine colta nell'atto della propria ordalia – che consistette nel trasportare con un setaccio l'acqua del Tevere – mentre sul suo capo pende un vaso colmo di gigli, a testimonianza della sua purezza. Nulla in questi finti bassorilievi è lasciato al caso: ogni elemento è un dettaglio significativo, utile alla comprensione dell'opera.

Appare quindi chiaro che anche l'albero dietro le spalle della donna che beve da un calice, nella tavola della National Gallery, ha buone probabilità di non essere un semplice dettaglio di sfondo, ma di far parte della storia dell'eroina effigiata nell'opera.

Nessuna pianta, nessun albero rientra nella storia di Sofonisba. Al contrario, il nome di Artemisia è legato alla storia di una specie botanica. Come afferma Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (XV, 36), infatti, la regina rientra nel novero delle donne che ebbero l'onore di dare il proprio nome a una pianta. L'albero dietro le spalle della donna potrebbe quindi essere l'elemento in grado di sciogliere il dubbio suggerendone il comune nome: Artemisia.

È doveroso notare che la pianta raffigurata non è un'artemisia, ma va comunque considerato che Mantegna probabilmente non poteva conoscere la forma della specie vegetale diffusa in Asia Minore. È quindi probabile che il maestro, raffigurando un generico albero dietro le spalle della donna che beve da un calice, abbia voluto evocare il nome e la storia di Artemisia di Caria.

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