"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

52 | novembre 2006

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"Non è necessaria una vita eroica per produrre opere eccelse"

Recensione a: Henri Focillon, Piero della Francesca, Milano 2004

Alessandra Pedersoli

copertina Storico dell'arte, medievista e teorico, Henri Focillon nasce e si forma nell'ultimo ventennio del XIX secolo. Dopo aver insegnato a Lione e avervi diretto il museo cittadino, è a Parigi alla Sorbonne e al Collège de France. Lo studioso, che estende i suoi campi di ricerca anche alla preistoria e all'arte giapponese, diviene nel secondo quarto del Novecento figura di riferimento nel campo delle discipline artistiche. Alla sua scuola si formano, solo per citare due tra i nomi più noti, André Chastel e Jurgis Baltrušaitis.

Nelle sue opere è forte il riflesso dell'esperienza didattica dove si riscontra – come afferma Andrea Emiliani nella postfazione al volume dedicato a Piero – l'uso di "una conoscenza per nulla accademica, ma anzi sempre infervorata dal clima di laboratorio e d'atelier guidato anche sui territori dell'espressione moderna o contemporanea" (p. 145). E questo emerge anche nella sua opera più nota – Vita delle forme, edita nel 1934 – dove circoscrive nuove linee metodologiche.

Il volume dedicato all'artista toscano si inserisce in questa linea d'intenti: la pubblicazione, curata dagli allievi di Focillon, è postuma ed è stata edita a Parigi nel 1952 (la morte del maestro era avvenuta nel 1943, esule negli States) sulla base del materiale raccolto per le lezioni tenute su Piero negli anni Trenta. La prima edizione italiana si avrà solo agli inizi degli anni novanta (Pratiche, Parma 1992).

Focillon ricostruisce l'intera opera di Piero della Francesca come un ideale seminario di analisi e studio. Nella premessa dedicata alle vicende biografiche, dove dichiara che "non è necessaria una vita eroica per produrre opere eccelse" (p. 11), racconta in breve dell'apprendistato, del soggiorno formativo fiorentino, dei rapporti con le corti di Urbino, Ferrara e Rimini, del viaggio a Roma, ma soprattutto si sofferma a descrivere l'opera aretina con le Storie della Vera Croce. Affidandosi alla coeva lettura di Roberto Longhi, accoglie la datazione tra il 1452 e il 1459 e affronta ogni singolo episodio come un racconto alla luce delle fonti letterarie, che correda di annotazioni e spunti.

L'intera opera di Piero è quindi indagata attraverso nuclei tematici: l'esperienza prospettica, il rapporto con Leon Battista Alberti, lo studio sulle proporzioni del corpo umano, il movimento, l'architettura e il paesaggio, l'uso magistrale della luce, il confronto con Jean Fouquet.

La lettura scorre veloce e piacevole. Il testo, che ovviamente non può tenere conto delle successive interpretazioni di Clark (1969), Battisti (1971) e Ginzburg (1981), non è assolutamente da considerarsi vecchio o superato. Gli spunti interpretativi e il metodo di approccio all'opera di Piero restano freschi e innovativi, e ne è prova questa riedizione.

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