"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

28 | novembre 2003

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Il Satiro di Mazara del Vallo e i suoi modelli

Salvatore Settis

I Greci avevano la macchina fotografica? Sembrerebbe, a giudicare da recenti notizie di stampa sul Satiro danzante di Mazara e su un vaso greco che ne offrirebbe una fedele "istantanea". Il Satiro di Mazara è una meravigliosa statua bronzea ripescata nel Canale di Sicilia, ed esposta (dopo un ottimo restauro) a Montecitorio e poi ai Musei Capitolini: con tutta probabilità, eccellente copia romana di un originale ellenistico non anteriore al 300 a.C. Il vaso greco, chiamato in causa sulla base di una foto d'archivio a Catania, mostra un satiro danzante in posa molto simile, davanti a un Dioniso seduto. Se ne è dedotto: (a) che il pittore vascolare abbia visto di persona e riprodotto fedelmente proprio la statua di Mazara (o il suo originale); (b) che in origine anche il Satiro di Mazara dovesse far coppia, come quello del vaso, con una statua di Dioniso seduto, della quale peraltro non c'è traccia; (c) che il vaso dia una prova certa della data del Satiro, che (se le cose stanno così) dev'essere evidentemente più antico del vaso stesso; (d) che, dando una testimonianza tanto unica e preziosa, il valore di mercato del vaso (che si trova in collezione privata) balzerebbe da circa 20 milioni a un miliardo di vecchie lire.

Bella storia, se fosse vera (o almeno plausibile). Purtroppo non è così. Nella ceramica greca, la raffigurazione di statue non è rara (ne dà un panorama esauriente il bel libro di Monica De Cesare, Le statue in immagine); ma ben di rado si tratta di riproduzioni fedeli di statue per noi riconoscibili. Assai più spesso, i pittori vascolari rappresentavano statue "a memoria", rifacendosi a tipi e schemi iconografici correnti, senza alcuna intenzione o pretesa di riprodurre i capolavori dei grandi maestri; e quando ciò accade è di solito non per il valore artistico di quelle statue, ma per il loro significato politico: è questo il caso dei Tirannicidi o di Eirene e Ploutos. Infatti, i più celebrati capolavori dei maggiori maestri (il Doriforo di Policleto, il Discobolo di Mirone, e così via) non sono mai riprodotti sui vasi greci.

Come si spiega, allora, l'affinità di schema fra il Satiro di Mazara e quello del vaso "di Catania"? Nell'antica Grecia, cominciamo col dire, la danza era onnipresente a teatro, nei riti e nelle feste religiose e civili. Essa utilizzava le stesse "pose" (che valgono come unità semantiche di base) utilizzate anche in pittura e scultura: i Greci li chiamavano schemata, che potremmo tradurre con "schemi iconografici" se riferiti alle arti figurative, o con "figure di danza" se riferiti alla danza. Ma per la danza danzata e per quella raffigurata gli schemi erano ovviamente identici, tanto che, secondo un autore antico, le sculture non sono altro che "residui delle antiche danze" (su questi temi le Edizioni della Normale di Pisa stanno per pubblicare un importante libro di Maria Luisa Catoni).

Lo schema di danza del Satiro di Mazara (e di quello del vaso "di Catania") è una "mossa" propria di danze orgiastiche (ma anche comiche, come la kordax), che potevano essere danzate nella realtà (da danzatori viventi) o nel mito (da satiri e menadi). Si capisce così perché questo schema ricorra in centinaia di vasi greci, a partire almeno dal VI secolo a.C., per esempio in un vaso del museo di Odessa dell'inizio del IV secolo a.C. 

Sculture in bronzo, vasi, pitture non si riproducono, dunque, gli uni gli altri, non presuppongono la conoscenza specifica o la "citazione" di un determinato pezzo. Essi attingono tutti a un patrimonio comune, che è la pratica viva della danza, coi suoi schemata ben codificati. Ovvio è dunque che l'affinità di schema fra il bronzo di Mazara e tutti i vasi, più antichi e più recenti, con la stessa figura di danza non è frutto di un'impossibile "istantanea". Il vaso "di Catania" può datare il bronzo di Mazara? Sarebbe come se io, esibendo una Pietà dei primi del Quattrocento (ce ne sono a decine) sostenessi che "fotografa" la Pietà di Michelangelo (datata 1498-1500), e che, dunque, la Pietà di Michelangelo dev'essere retrodatata di un secolo. Se sostenessi una tesi come questa, non commetterei alcun reato; ma dimostrerei di non sapere proprio nulla di storia dell'arte.

Riferimenti bibliografici

Una versione di questo intervento di Salvatore Settis, in risposta alle polemiche sulle attribuzioni e le datazioni del Satiro di Mazara del Vallo, è già stata pubblicata nella Domenica de "Il Sole 24 Ore" del 13 luglio 2003.

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