"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

54 | gennaio/febbraio 2007

titolo

"... fin dalla mia giovanezza mi son grandemente dilettato delle cose di architettura"

Recensione a: Andrea Palladio, L'antichità di Roma. 1567, presentazione di Francesco Paolo Fiore, Il Polifilo, Milano 2006

Daniele Pisani

L'antichità di Roma costituisce con ogni probabilità la prima opera letteraria di Andrea Palladio edita a stampa. Pubblicata sia a Roma che a Venezia nel 1554, essa riscuoterà nei due secoli successivi un enorme successo editoriale, con almeno una novantina di ristampe (spesso all'interno di compilazioni), prima di venire eclissata dalla fama dall'opus magnum dell'architetto vicentino; di recente, con la ripubblicazione all'interno del volume con i palladiani Scritti sull'architettura curata da Lionello Puppi e ora con l'edizione a cura di Francesco Paolo Fiore, L'antichità di Roma viene riproposta all'attenzione degli studiosi.

La genesi del libro non è mai stata chiarita. Non è noto quando e dove Palladio si sia dedicato alla sua redazione, non è noto se Palladio si sia dedicato all'impresa per volontà propria, su altrui suggerimento o su richiesta dell'editore; non è noto neppure l'editore per cui, nel 1554, l'opera venne per la prima volta pubblicata (Vincenzo Lucrino a Roma o Mattio Pagan a Venezia?).

Quanta Roma fuit, ipsa ruina docet: tale è, come ben illustra il proemio Alli lettori, il topos che fa da premessa a L'antichità di Roma. Gli antichi romani – sostiene Palladio – hanno "molti più nobili e grandi edifici fabbricati in Roma [...] che non si veggono oggi chiaramente in piedi"; eppure è ancora possibile dare conto della grandezza dell'antica Roma; il compito che Palladio si accolla è di farlo "con quanta più brevità ho potuto". In effetti, nell'edizione del 1554 L'antichità di Roma conta non più di 32 pagine in ottavo.

La struttura adottata da Palladio per organizzare il materiale in un discorso è però composita e, con il procedere delle pagine, si fa più confusa. Dopo un primo paragrafo che ha come oggetto la storia di Roma (Dell'edificazione di Roma) vi è una serie di paragrafi dedicata non solo a tipi di edifici (mura, porte, vie, ponti, acquedotti, terme, circhi, teatri, anfiteatri, fori, archi trionfali, "colonne memorande"...) ma anche a tipi di luoghi (ad esempio colli, "clivi", prati) o a luoghi ed edifici specifici (Velabro, Campo Marzio, Isola Tiberina, Campidoglio...); a questo si aggiungono, nella parte conclusiva, paragrafi su caratteristiche (Del numero del popolo romanoDella ricchezza del popolo romano), eventi (Di alcune feste e giuochi che si solevano celebrare in Roma), cariche (De' sacerdoti, delle vergini vestali, vestimenti, vasi e altri instrumenti fatti per uso delli sacrifici e suoi institutori), istituzioni (De' trionfi e a chi si concedevano e chi fu il primo trionfatore e di quante maniere erano) e costumi (Della buona creanza che davano ai figliuoliDella separazione de' matrimoni) dell'antica Roma; quindi, alcuni incongrui accenni alla Roma coeva (Del palazzo papale e di Belvedere), una Recapitulazione dell'antichità che sola si spiega come l’innesto – e chissà, poi, perché non depennato, o integrato nel discorso – di fonti non rielaborate, e infine la chiusa dell'opera intera con un paragrafo di argomento tutt'altro che centrale (Quante volte è stata presa Roma) nell'economia del discorso che, tuttavia, consente a Palladio di volgere uno sguardo sul nuovo ruolo assunto dalla città come capitale della Cristianità ("E benché sia stata tante volte presa e guasta, nondimeno è ancora in piedi, essendogli in essa la sedia del santissimo vicario del Signor nostro Giesù Cristo").

L'antichità di Roma è, pertanto, un testo dalla debole articolazione argomentativa; a tratti, si pone anzi come un centone, come la raccolta disordinata di un materiale a cui Palladio non sembra in grado di dare forma. Rispetto alla Descritione delle chiese di Roma, che egli pubblica sempre presso Lucrino e sempre nel 1554, L'antichità di Roma si distingue nella struttura perché aspira a porsi come qualcosa di diverso e di più complesso che una guida per i visitatori dell'Urbe. Eppure, le sue manchevolezze sono palesi; resta ancora aperta la questione fondamentale: se esse siano da ricondursi alla stesura giovanile, frettolosa e/o occasionale dell'opera. Rispetto agli studi condotti da Palladio sulle antichità romane, testimoniati ad esempio dai suoi disegni, sussiste comunque uno iato innegabile; dell'enfatica dichiarazione programmatica, contenuta nel proemio, di aver inteso superare le precedenti trattazioni sull'argomento grazie a uno studio sui manufatti condotto in prima persona ("Anco ho voluto vedere e con le mie proprie mani misurare il tutto"), L'antichità di Romapresenta in altri termini assai scarse tracce. La distanza rispetto ai Mirabilia urbis Romae forse non è così marcata come parrebbe a prima vista; e la dichiarazione – contenuta nel proemio delle edizioni del 1554 e scomparsa nella versione del 1567 – secondo cui L'antichità di Roma avrebbe tratto spunto dal desiderio di replicare a "un certo libretto intitolato Le cose maravigliose di Roma, tutto pieno di strane bugie", nel "desiderio d'intendere veramente l'antiquità", sembra porsi come una mera petizione di principio.

Per queste stesse ragioni, L'antichità di Roma sembra un'opera scritta lungi da Roma. I riferimenti puntuali ai manufatti, che testimoniano come Palladio li abbia visti e studiati, non mancano; ma il loro carattere estemporaneo suggerisce che Palladio li abbia integrati in un discorso organizzato – e organizzato, a prima vista, più per interesse personale che in vista di una pubblicazione – sulla base di fonti a stampa, che è l'autore stesso a elencare nel proemio: autori tanto antichi – Dionigi di Alicarnasso, Livio, Plinio, Plutarco, Appiano Alessandrino, Valerio Massimo, Eutropio – quanto moderni – Biondo Flavio, Fulvio, Fauno e Marliano. A ulteriore conferma di una stesura lungi da Roma, e forse – come già proponeva Lionello Puppi – assai precedente rispetto alla data di pubblicazione, vi è poi il fatto che Palladio sembra ignorare alcuni dei principali, e ben più evoluti, studi compiuti nei primi anni cinquanta nell'ambiente culturale romano – nel 1551 viene pubblicata la prima pianta in proiezione ortogonale di Roma, quella di Leonardo Bufalini; tra il 1552 e il 1553 vedono la luce gli studi condotti da Antonio Labacco e Pirro Ligorio sulle antichità di Roma. Se a questo si aggiunge che Palladio – come rammenta Fiore – nel 1554 è un architetto già affermato, che con Giangiorgio Trissino ha già compiuto quattro viaggi di studio a Roma, che proprio nel 1554 è per la quinta volta a Roma insieme a Daniele Barbaro, con il quale collabora ormai da anni all'edizione commentata e illustrata del trattato vitruviano, che nel 1555 risulta (stando alla Seconda Libraria di Anton Francesco Doni) aver già "scritto et disegnate molte et bellissime cose pertinenti a tutte le sorte di edifitii", e che nel 1556 Barbaro annuncia come imminente la pubblicazione di "un libro sulle case private composto e disegnato da Palladio", i limiti de L'antichità di Roma non possono non condurre a suggerire una redazione giovanile e a distanza da Roma; a quest'ultima, infine, conducono anche alcune clamorose sviste, come quella relativa alla forma del Colosseo, che, così si afferma, sarebbe "di fuori [...] di forma rotonda, e di dentro di forma ovata".

Del resto, Paolo Gualdo – primo biografo di Palladio – pone sì in relazione la pubblicazione de L'antichità di Roma con il quinto viaggio compiuto dall'architetto a Roma, ma tra il viaggio e la pubblicazione del libro stabilisce un rapporto di pura concomitanza temporale ("Andò [Palladio a Roma] per la quinta volta con alcuni gentiluomini veneziani amici suoi, dove pure si diede a rivedere, misurare e considerare la bellezza e la grandezza di quei meravigliosi edifici e stampò anco a quel tempo un libretto di esse Antichità"). L'unica valida alternativa all'ipotesi di una redazione giovanile de L'antichità di Roma sembra quella – si veda ad esempio il recente contributo di Lionello Puppi, Palladio. Introduzione alle architetture e al pensiero teorico – secondo cui Palladio avrebbe assemblato nei pochi mesi della residenza romana appunti stesi precedentemente. In entrambi i casi, ovunque Palladio si sia dedicato alla scrittura, L'antichità di Romacostituisce in primo luogo uno spiraglio sulla formazione di Palladio, ossia di quella faticosa Bildung su cui negli anni avanzati egli tanto insisterà, come nella dedica dei Quattro libri: "Fin dalla mia giovanezza mi son grandemente dilettato delle cose di architettura, onde non solamente ho rivolto con faticoso studio di molt'anni i libri di coloro che con abbondante felicità d'ingegno hanno arricchito d'eccellentissimi precetti questa scienzia nobilissima, ma mi son trasferito ancora spesse volte in Roma et in altri luoghi d'Italia e fuori, dove con gli occhi propri ho veduto e con le proprie mani misurato i fragmenti di molti edifici antichi, i quali, sendo restati in piedi fino a' nostri tempi con maraviglioso spettacolo di barbara crudeltà, rendono anco nelle grandissime ruine loro chiaro et illustre testimonio della virtù e della grandezza romana".

Le conoscenze che Palladio mostra di possedere a proposito della storia degli antichi all'epoca della stesura de L'antichità di Roma paiono generiche. A un certo punto, ad esempio, egli sembra lasciar trapelare una preferenza per l'ordinamento politico repubblicano (Giulio Cesare, sostiene infatti, "occupò l'imperio e la libertà a un tratto"); si tratta però di una considerazione isolata, che altrove non trova conferma alcuna, sebbene l'argomento non sia estraneo agli interessi di Palladio, che più tardi, come noto, avrebbe redatto un discorso sull'esercito romano proprio come introduzione alla versione in volgare di Francesco Baldelli dei Commentari di Cesare. L'interesse per il trionfo, che ricorre di continuo, sembra a sua volta essere debitore della Roma triumphans di Biondo Flavio, piuttosto che di considerazioni personali.

Persino lo sguardo che Palladio rivolge all'architettura non conduce a una considerazione dell'antico sostanzialmente diversa – o più ricca – rispetto a quella dell'antiquaria quattrocentesca. L'occhio di Palladio sembra quello non di un architetto, ma di uno studioso. Forse non a caso, tra le fonti egli non annovera né Vitruvio né Alberti; a segnare implicitamente la distanza rispetto a L'antichità di Roma, nel Proemio ai lettori dei Quattro libri Palladio nominerà invece proprio Vitruvio e Alberti come le proprie principali fonti. Il testo è infarcito di topoiletterari (le porte, afferma ad esempio Palladio, "erano tutte fatte di sassi quadrati all'antica", traduzione letterale della formula ex lapide quadrato); ma soprattutto le competenze specifiche, 'professionali' dell'architetto non intervengono a offrire un contributo alla visione dei manufatti antichi. A distanziare Palladio dagli antiquari quattrocenteschi è, invece, il rivolgimento nel frattempo avvenuto, che si palesa nel distacco con cui all'architetto vicentino risulta ormai possibile osservare e considerare le rovine degli antichi. Attenuata sembra ormai essere l'angoscia per l'inarrestabile scomparsa delle testimonianze antiche; sopita l'ansia di compulsarle, raccoglierle e salvarle; perduto il carattere esemplare, di modello assoluto, incarnato negli sparuti ruderi distribuiti nei sette colli.

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