"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

35 | agosto/settembre 2004

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Multum in parvo

Dal diario dell'allestimento della Mostra Mnemosyne, Venezia 2004

Fernanda De Maio

Quando una nota grecista e un gruppo di giovani ricercatori segnati dalla comune passione per le esplorazioni warburghiane chiedono ai loro amici architetti di aiutarli ad esporre le tavole del mitico Atlante di Aby Warburg, gli unici dati certi messi a disposizione riguardano la richiesta che tutto l’apparato espositivo sia il più neutro e il più nascosto possibile e nero, che ogni tavola goda di una luce puntuale e infine che venga rispettato l’ordine numerico crescente delle tavole.

Da questo punto in poi comincia l’opinabile; innanzitutto la dimensione delle tavole, poi la lunghezza dei testi di spiegazione che devono accompagnare il visitatore, e – last but not least – la suddivisione delle tavole per gruppi tematici. Tale ultima questione si è poi rivelata la chiave per risolvere il progetto d’allestimento – fatto davvero di poca roba, se si eccettuano le tavole – nonché l’originale strumento interpretativo della mostra stessa.

La disponibilità di una trentina di pannelli autoportanti neri e di sessanta piccole luci alogene ha imposto tanto la scelta di un uso fronte/retro della superficie espositiva – per ottenerne il massimo sfruttamento – quanto l’idea di tracciare un percorso di visita labirintico, che si è poi di volta in volta adattato ai diversi spazi presi in considerazione, finché non ha avuto la sua sistemazione definitiva quando la mostra ha trovato dimora nei bei saloni messi a disposizione dalla fondazione Ugo e Olga Levi, nella sede del palazzo opera del Longhena sul Canal Grande.

Qui il labirinto si è spezzato e i suoi frammenti hanno occupato le sale di dimensioni differenti dando vita a stanze nelle stanze. Stanze i cui muri hanno in parte la lisa e solida eleganza del settecentesco palazzo veneziano e in parte la frattalica composizione delle inquadrature di Aby Warburg rigorosamente in bianco e nero.

La mostra una volta terminato il montaggio restituisce il luogo come una sorta di aleph borgesiano. Si ha la sensazione che qui vi sia tutto e che l’esposizione non debba mai aver termine per consentire a ognuno di rimanere irretito negli infiniti rivoli del sapere umano che il fitto apparato iconografico restituisce in modo sempre rinnovato nel passaggio da una tavola alla successiva; e ad accrescere questo impatto sono le striscioline colorate di dimensioni diverse che ogni tavola reca ai piedi, per segnalare il suo tema prevalente e gli intrecci e i rimandi con gli altri temi rinvenibili nelle altre tavole.

Inizio e fine nell’articolato percorso si incontrano e si accostano in un punto. E qui il visitatore comprende che le città di Warburg, i cui nomi sono tracciati sul pavimento lungo il percorso, sono un'unica città e Atene rinasce a Firenze… e nella città di Marco Polo.

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