"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

134 | marzo 2016

9788898260799

titolo

Machiavelli di fronte al testo antico (Livio, Cicerone, Platone)

Esempi di riappropriazione linguistica e concettuale

Riccardo Fubini

English abstract

Nel ricordo di Vincenzo Di Benedetto

Assumo come punto di partenza per questo breve intervento un libro apparso anni fa, sulle improprietà – a dire del suo autore – con cui Machiavelli si sarebbe riferito allo storico antico nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (Martelli 1998); Martelli si avvaleva di precedenti contributi secondo i quali, su 58 citazioni liviane nei Discorsi, solo 9 sono esatte (Ridley 1983, Ridley 1987, 237-314). Non userò il medesimo fiscalismo. Mi chiederò piuttosto, stralciando due esempi significativi, le ragioni delle deroghe dell’autore moderno rispetto a quello antico, che pure assume come spunto e guida delle proprie riflessioni, nella considerazione non tanto di singoli passi, quanto del loro più ampio contesto.

Una cosa va subito chiarita. Siamo qui fuori dell’approccio scolastico, che per lunga tradizione istituzionale assume il testo come oggetto specifico di spiegazione, e, nel caso particolare dell’opera storica, di illustrazione grammaticale e retorica. Livio, per inciso, era stato commentato a tale proposito sul finire del secolo XV dal professore universitario e capo della Cancelleria fiorentina (un superiore dunque di Machiavelli), Marcello Virgilio Adriani: l’auctor scolastico era l’oggetto primo della considerazione, sia in senso esegetico che per i contenuti pedagogici (cfr. Godman 1998, 176): secondo Marcello Virgilio in Livio era da ammirare “rem et virtutem Romanam potius [...] quam pulchritudinem sermonis”. Nulla di tutto ciò in Machiavelli, che del resto presupponeva dietro a sé una trattatistica e una storiografia dell’età umanistica (per un esempio a lui ben noto, Leonardo Bruni) emancipate dalla servitù all’”autorità” del testo istituzionale (cfr. Fubini 2006). Circa il rapporto di Machiavelli con il testo di Tito Livio, ho scelto attraverso il libro del Martelli alcuni esempi.

Machiavelli, Discorsi I, 5 / Livio IX, 26

Discorsi I, 5 tratta, secondo l’intitolazione del capitolo, “Dove più sicuramente si ponga la guardia della libertà, o nel Popolo o ne’ Grandi, e quali hanno maggiore cagione di tumultuare, o chi vuole acquistare o chi vuole mantenere”; o, in altre parole, se sotto un regime ‘popolare’ come quello vissuto da Machiavelli sotto il regime del gonfaloniere Soderini (egli, come è noto, scriveva al tempo della restaurazione medicea, ripensando agli eventi infelici di quegli anni), valga di più come salvaguardia della costituzione repubblicana la gelosa difesa da parte del popolo delle prerogative del Consiglio maggiore, suo organo rappresentativo, o invece l’aspirazione degli aristocratici a un organismo ristretto (il senato), a cui fossero delegate competenze esclusive. Nell’impianto dei Discorsi l’esperienza politica al pari della storia antica offrono esemplificazioni tipologiche ai fini di una più generale teoria delle costituzioni repubblicane. L’esemplificazione fiorentina ritrova secondo Machiavelli una tipologia affine al conflitto di patrizi e plebei in Roma antica, secondo la narrazione, più o meno fedelmente seguita, di Tito Livio. Si tratta nella fattispecie di Livio IX, 26, laddove, secondo la parafrasi di Machiavelli:

“sendo stato creato Marco Menenio [recte Gaio Menio] dittatore e Marco Fulvio [recte Folio] maestro de’ cavagli, tutti e due plebei, per ricercare certe congiure che si erano fatte in Capova contro a Roma, fu data loro ancora autorità dal popolo di potere ricercare chi in Roma per ambizione e modi straordinari ingegnasse di venire al consolato et agli altri onori della città”.

L’episodio è del 320 a.C., in seguito al quale, secondo il racconto di Livio, il dittatore e il suo fido magister equitum, posti di fronte alla reazione nobiliare, si dimisero dall’ufficio e, volontariamente sottoponendosi al pubblico giudizio, ne uscirono assolti. A dispetto dell’opinione del Martelli (Martelli 1998, 8-10), la parafrasi di Machiavelli coglie nel segno, per quel che riguarda l’accusa ai nobili del dittatore plebeo, e la violenza della rivalsa nobiliare: “Inde nobilitas, ne hi modo in quos crimen intendebatur, sed universi simul negare id crimen esse, quibus, si nulla obstetur fraude, pateat via ad honorem, sed hominum novorum” (fra i quali uomini nuovi insinuano essere il dittatore stesso e il suo fido seguace). Al pari insomma dell’animoso ‘dittatore’ antico, anche i ‘popolani’ fiorentini, insieme alle loro prerogative avevano difeso la legalità costituzionale. Parrà questa una terminologia nostra moderna: ma è già la terminologia di Machiavelli in cui egli traduce il contesto antico latino. Pensiamo ai termini in cui egli definisce la delega ‘popolare’ (anche se in realtà senatoria) concessa al dittatore a indagare senza porre limiti:

“ricercare chi in Roma per ambitione e modi straordinari si ingegnasse di venire al consolato ed agli altri onori della città”.

Machiavelli, in altri termini, ritrova la storia patria nell’antica storia romana: “modi straordinari” erano nella terminologia fiorentina quei procedimenti in eccezione alla legge giustificati con ragioni di necessità ed urgenza, che avevano permesso, a dispetto dell’opposizione consiliare, l’affermazione di regimi personalizzati, come al massimo grado quello dei Medici. L’impianto del Consiglio Maggiore nel 1494 corrispose all’esigenza di ristabilire un fondamento di legalità, a partire dal quale si sviluppasse una prassi politica costituzionale: il pensiero politico di Machiavelli (e, bisogna aggiungere, di Guicciardini) si muove in quest’orbita, che segna la netta distinzione della sfera dei pubblici poteri rispetto all’arbitrio privato. Del tutto caratteristica di Machiavelli è l’estensione semantica in cui egli accoglie il termine di “ambizione”. Scrive al riguardo Giulio Ferroni:

“Questa dialettica dell’ambizione, che prende avvio dalla difesa del proprio spazio vitale e poi conduce all’invasione dello spazio altrui, già ampiamente toccata nel capitolo Dell’ambizione, percorre variamente i Discorsi: ne tratta direttamente il capitolo I, 46 (Li uomini salgono da una ambizione a un’altra; e prima si cerca non essere offeso, dopoi si offende altrui), mentre in III, 21,6 si ripete ancora che gli uomini sono desiderosi di cose nuove, in tanto che così desiderano il più della volte quegli che stanno bene, come quegli che stanno male: perché … gli uomini si stuccono nel bene, e nel male si affliggano” (Ferroni 2012).

Ma su tutte le altre accezioni, l’‘ambizione’ ha per Machiavelli un significato particolare. Essa denota l’irriducibilità dell’individuo, o comunque del ceto sociale, al vincolo comune della legge. Secondo il precoce capitolo Dell’ambizione, essa avrebbe potuto essere domata soltanto da un’ambizione maggiore, dirottando all’esterno dello Stato la volontà di prevalere:

“Da poi che l’uom da sé non può cacciarla, / Debbe’l iudizio e l’intelletto sano / Con ordine e ferocia accompagnarla” (Machiavelli, Capitoli, p. 118, vv. 163-165). 

Qui sta in nuce il tema fondante dei Discorsi, e di qui di conseguenza deriva il modellarsi concorde e discorde di Machiavelli sulla narrazione di Livio. Non stanno forse nell’endemico conflitto fra rappresentanze popolari e magistrature aristocratiche quei “medesimi accidenti” che spesso si vedono “in diversi popoli” (secondo Disc. I, 39), sulla spinta della medesima passione (l’”ambizione” per l’appunto) a prevaricare?

Machiavelli, Discorsi I, 37 / Livio VI, 35

Uno dei capitoli più tipici al riguardo è senza dubbio quello sulla legge agraria:

“Quali scandoli partorì in Roma la legge agraria; e come fare una legge in una republica che riguardi assai indietro e sia contro una consuetudine antica della città è scandolosissimo” (Disc. I, 37). 

Lo spunto è dato da Livio (VI, 35) dove tratta delle Leges Liciniae Sextiae del 375 a. C., promulgate dai tribuni della plebe “adversus opes patriciorum et pro commodis plebis”, come mosse da “immodica cupido” di possesso, denaro e onori, secondo la volontà della plebe – fonte di sovvertimento civile – di equipararsi in tutto alla nobiltà senatoria (“pervenire ad summa et patribus aequari tam honore quam virtute”). Machiavelli rincara. Secondo la sua versione la legge agraria (che egli, giusto o sbagliato che sia poco importa, fa risalire alla Lex Cassia del 486 a.C.) fu dapprima disattesa e poi inopportunamente riattivata da Tiberio Gracco nel 133 a.C., così provocando – diremmo noi – la rottura degli equilibri costituzionali. Essa provocò infatti, tramite le lotte di Mario e Silla prima e di Cesare e Pompeo poi, la rovina libertà romana:

“perché gli è tanta l’ambizione de’ grandi, che, se per varie vie ed in vari modi ella non è in una città sbattuta, tosto riduce quella città alla rovina sua” (Disc. I, 37).

Le differenze fra Machiavelli e Livio sono evidenti, anche al di là del fatto che questi mette l’accento sull’”ambizione” della plebe, e quello, dei “grandi”. Varrà soffermarsi sulla principale di tali differenze. Machiavelli propone (come non avrebbe potuto essere, non si dice in Livio, ma nemmeno nelle cronache comunali) un rapporto problematico fra costituzione e tradizione. La costituzione è un punto di approdo politico, che non può essere turbato da richiami a una tradizione più lontana. I conflitti per la partecipazione e rappresentanza politica fra patrizi e plebei avevano giovato alla libertà di Roma incanalandone le forze (l’”ambizione” appunto) verso la conquista esterna. Ciò era avvenuto senza rotture rivoluzionarie (”perché la Nobiltà romana sempre negli onori cedè sanza scandoli straordinari alla plebe”); ben diverso fu invece l’esito quando fu messa in questione la redistribuzione della ricchezza (“ma come si venne alla roba, fu tanta l’ostinazione sua nel difenderla, che la plebe ricorse per isfogare l’appetito suo a quegli straordinari”, cioè a dire alla via rivoluzionaria della concessione di poteri eccezionali a C. Mario.

A drammatizzare, in Machiavelli, la questione sociale concorse la memoria peculiarmente fiorentina della rivolta dei Ciompi. A quell’evento capitale del 1378 non soltanto corrispose la riaffermazione del potere delle Arti maggiori sui salariati, ma anche, e più importante, il delinearsi di un nuovo assetto costituzionale del Comune, fondato sulla previa designazione (e di qui in poi, conferma) delle rappresentanze cittadine nei cosiddetti Tre Maggiori Uffici (la Signoria con i suoi due Collegi consulenti e deliberanti), nei quali consisteva il “reggimento” cittadino.

Dopo la tormentata vicenda dei regimi personalizzati e conflittuali degli Albizzi e dei Medici, e dopo l’indirizzo ormai virtualmente signorile dato al regime da Lorenzo il Magnifico (cfr. Fubini 2015), il compimento e la stabilizzazione dell’indirizzo già abbozzato nel 1378, l’indomani della sconfitta dei Ciompi, fu compiuto con l’istituzione patrocinata da Girolamo Savonarola del Consiglio Maggiore, che stabilizzava, al di là di ogni manipolazione arbitraria, la partecipazione di tutti coloro che, negli scrutini elettorali, personalmente o nella loro ascendenza per quattro generazioni, fossero stati riconosciuti idonei al “reggimento” (Fubini 2009a). 

Nessuno meglio di Machiavelli è testimone di quanto fosse rimasta viva in città la memoria di una tale potenzialità eversiva, prima cioè che “la republica fusse stata tratta dalle mani della plebe minuta” (Istorie fiorentine, III, 1). Così infatti nelle Istorie è fatto parlare il rappresentante dei Ciompi, congiungendo in uno le rivendicazioni costituzionali e quelle sociali:

“Convienci pertanto, […] a volere che ci sieno perdonati gli errori vecchi, farne de’ nuovi, raddoppiando i mali, e le arsioni e ruberie moltiplicando, e ingegnarsi a questo avere molti compagni, perché dove molti errano, niuno si gastiga, e i falli piccoli si puniscono, e grandi e gravi si premiano … Il multiplicare dunque de’ mali ci farà più facilmente trovare perdono, e ci darà la via ad avere quelle cose che, per la libertà nostra, di avere desideriamo” (Istorie III, 12).

Così all’opposto aveva esortato i Ciompi il gonfaloniere Luigi Guicciardini:

“E siate contenti stare quieti a quelle cose che per noi si sono ordinate; e quando pure ne volesse alcuna di nuovo, vogliate civilmente, e non con tumulto e con le armi, domandarle” (Istorie III, 11).

Non diversamente che nelle rivendicazioni della legge agraria, secondo la lettura machiavelliana di Livio, le richieste dei Ciompi avevano minato l’ordine civile, e cioè a dire costituzionale. Ma, ben diversamente che in Livio, si tratta di un “ordine” che non ha dietro a sé il conforto di un mos maiorum, potendo al contrario la tradizione, come si è veduto, contenere in sé germi eversivi. Il moderno costituzionalismo di Machiavelli poggia sulla legge positiva dettata dal fondatore o comunque dal politico virtuoso, e contempla come alternativa contraria l’ipotesi della rivoluzione.

Machiavelli, Principe XVIII / Cicerone, De officiis I, 11, 34

L’aspetto coesivo di una costituzione che coinvolga le energie politiche e sociali sotto il vincolo della legge positiva (e a suo supporto la risorsa tutta interna della forza militare) sta al centro del pensiero di Machiavelli, sì da indirizzare la sua lettura degli autori antichi.

Uno degli esempi più caratterizzanti è la sua lettura del De officiis di Cicerone, al centro stesso della composizione del Principe (Colish 1978; Fubini 2009b, 276-278). In uno dei suoi capitoli più famosi, il XVIII, Quomodo fides a principibus sit servanda, si tratta delle eccezioni eversive dell’antico basilare precetto di mantenere le fede. A tale riguardo compare, benché implicito, un puntuale riferimento all’istituzionale trattato di Cicerone. Così questi aveva scritto a proposito dei casi in cui lo Stato andava tutelato, non più attraverso la trattativa diplomatica, ma ricorrendo alla guerra:

"Atque in re publica maxime conservanda sunt iura belli. Nam, cum sint duo genera decertandi, unum per disceptationem, alterum per vim, cumque illud proprium sit hominis, hoc beluarum, confugiendum est ad posterius, si uti non licet superiore” (De officiis, I, 11, 34).

Così Machiavelli ricalca e altera il contesto antico (evidenziando con il corsivo i termini in traduzione letterale):

"Dovete dunque sapere come e’ sono dua generazioni di combattere: l’uno con le legge, l’altro con la forza. Quel primo è proprio dell’uomo, quel secondo delle bestie. Ma perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo: pertanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo” (Principe XVIII, 2-4). 

Omettiamo i concetti ciceroniani di officium, di iura, che Machiavelli lascia cadere, sostituiti da una mera prassi utilitaristica (“bene usare la bestia e lo uomo”). Conta, ed è fondamentale, la visione tutta interna allo Stato; all’alternativa ciceroniana: trattativa (“disceptationem”) – guerra (“iura belli”, “per vim”) è sostituita quella: conservazione della legge (“le legge”) – repressione (”con la forza”, “usare la bestia”). Dopotutto Cesare Borgia aveva “usato la bestia”, per stabilire l’impero della legge nei domini di Romagna. La transazione diplomatica nel pensiero politico di Machiavelli, a differenza della milizia, non ha parte. Così in Principe XVII, 2:

“Era tenuto Cesare Borgia crudele: nondimanco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace e in fede”.

Machiavelli, Discorsi II, 5 / Platone, Timeo 22d

E con questo passiamo a un’altra citazione implicita di Machiavelli da testo celebre antico. Si tratta del riferimento a Platone, Timeo 22d, che gli studiosi hanno riconosciuto in Discorsi II, 5, capitolo che si intitola: Che la variazione delle sètte e delle lingue, insieme con l’accidente de’ diluvi e della peste, spegne le memorie delle cose (sul tema cfr. Garin 1970, 63; Sasso, 1987, 381). Il tema è abbastanza analogo a quello che si è toccato a proposito di Tito Livio: lo scetticismo rispetto a una continuità virtuosa delle memorie di tradizione, tanto più se si tratti di memoria remota, come nella storia universale di Diodoro Siculo, “che, benché e’ renda ragione di quaranta o cinquantamila anni, nondimeno è riputato, come io credo, che sia cosa mendace” (cfr. Fubini 2009b, 286-288). 

Secondo Machiavelli, sulla scorta di Polibio, VI, 5, la società umana e gli Stati si costituiscono e ricostituiscono secondo un ritmo ciclico, segnato dalle cesure recate dalle catastrofi naturali. Dalla lettura di Polibio Machiavelli risale al luogo menzionato di Timeo, là dove un sacerdote egizio rammenta all’ateniese Solone la segreta tradizione di Atlantide, civiltà sepolta dal maremoto, ma capace di trasmettere le sue memorie all’ ignara fanciullezza dei Greci. Machiavelli, a differenza di Platone, non si lascia attrarre dal mito: tali occulte memorie non sono altro che menzogna sacerdotale, “per farsi riputazione e nome”. E tuttavia egli ricalca con evidenza letterale il testo platonico. Così infatti egli scrive:

"La natura, come ne’ corpi umani, quando e’ vi è ragunato assai materia superflua, muove per sé medesima molte volte, e fa una purgazione, la quale è a salute di quel corpo; così interviene a questo corpo misto della umana generazione, che, quando tutte le provincie sono ripiene di abitatori, … e quando le astuzie e la malignità umana è venuta dove la può venire, conviene di necessità che il mondo si purghi …, acciocché gli uomini, sendo divenuti pochi e battuti, vivino più comodamente e diventino migliori".

Il termine che più direttamente denota il riferimento al Timeo è quello di “purgazione”. A proposito dei cataclismi naturali per incendio o inondazione, là dove non sopravvivono che uomini rozzi, incapaci di trasmettere le antiche memorie, così sono descritti gli effetti del diluvio:

"Altre volte [rispetto agli incendi], quando gli dèi purificando con le acque la terra la sommergono, si salvano solo bifolchi e pastori che abitano sui monti” Timeo 22 d, Adorno 1970, 683; c.vo mio).

Il passo è stato variamente interpretato e tradotto. Secondo il vecchio e celebre traduttore Francesco Acri si tratterebbe di un mero riferimento narrativo all’alluvione (Acri in Carena 1970, 429). Nel contesto è invece chiara l’azione catartica delle acque (καθαίροντες κατακλύζωσιν), quella per l’appunto di una purga (Jowett 1892, 437: “when on the other hand the gods purge the earth with a deluge of water”). Un’immagine che nella versione latina di Marsilio Ficino (quella in cui presumiamo che Machiavelli abbia letto Platone) assume la fisionomia di un lavacro delle impurità terrene: “Quando vero dii acquarum colluvione terrae sordes diluunt” etc. (Fubini 2009b, 287).

Di fronte alla sacralità del contesto platonico, Machiavelli compie, per dir così, una duplice e convergente operazione. Da un lato la “purga” assume una cruda fisionomia naturalistica, “la quale è di salute di quel corpo” in cui si sia concentrata “materia superflua”; ma dall’altra – sempre per vie implicite – richiama (ormai ben oltre Platone) il rimedio biblico al tralignamento del genere umano.

Machiavelli di fronte ai testi antichi

Naturalismo e moralismo coesistono in Machiavelli in una congiunzione che è ragione della sua mai smarrita vitalità, ed insieme, per i posteri, della difficoltà a definirla in termini concettuali. In questo egli è bene al di là dei canoni del pensiero antico. Affronta Tito Livio senza condividerne la fede nel tradizionalismo virtuoso; legge Cicerone, ma secondo un atteggiamento di provocazione verso la filosofia stoica degli officia, sia pur temperata da considerazioni di pubblica utilità; non manca occasionalmente di riferirsi a Platone, ma nel ripudio del mito, e di qui anche, a maggior ragione, del mondo delle idee.

Eppure, come s’è visto, Machiavelli dialoga fruttuosamente con Livio, con Cicerone, con Platone, sul piano alto della storia, della legge, della moralità umana. L’alta levatura di Machiavelli non ha bisogno di essere dimostrata; eppure per l’eccesso di confidenza che non pochi si sono presa nei suoi confronti nelle varie ricorrenze centenarie ovvero nella “edizione nazionale” delle opere, non sarà stato forse fuori luogo l’averlo rammentato.

Riferimenti bibliografici
Edizioni di riferimento per i testi di Machiavelli
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  • N. Machiavelli, Capitoli, in Id., Scritti in poesia e in prosa, a cura di N. Marcelli, Roma 2012.
  • N. Machiavelli, Istorie fiorentine, a cura di P. Carli, Firenze 1927, vol. I.
  • N. Machiavelli, Il Principe, a cura di G. Inglese, Torino 2013.
Bibliografia critica
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    F. Adorno (a cura di), Platone. Dialoghi politici e Lettere, II edizione accresciuta, Torino 1970.
  • Carena 1970
    Platone. Dialoghi, a cura di C. Carena, trad. di F. Acri, Torino 1970.
  • Colish 1978
    M. L. Colish, Cicero’s De officiis and Machiavelli’s Prionce, “Sixteenth Century Journal”, IX (1978), 81-91.
  • Ferroni 2012
    G. Ferroni, ad vocem “Machiavelli, Niccolò”, in Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Filosofia, Roma 2012.
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    R. Fubini, Humanism and Scholaticism: Toward an Historical Definition, in A. Mazzocco (ed.), Interpretations of Renaissance Humanism, Leiden 2006, 127-136.
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    R. Fubini, Politica e morale in Machiavelli: una questione esaurita?, ora in Id., Politica e pensiero politico nell’Italia del Rinascimento. Dallo Stato territoriale al Machiavelli, Firenze 2009, 275-289.
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    R. Fubini, Lorenzo the Magnificent’s Regime. Aims, Image, and Constitutional Framework, in R. Black and J. E. Law (eds.), The Medici, Citizens and Masters, “Villa I Tatti Series” 32, Firenze 2015, 61-84.
  • Garin 1970
    E. Garin, Dal Rinascimento all’Illuminismo. Studi e ricerche, Pisa 1970.
  • Godman 1998
    P. Godman, From Poliziano to Machiavelli. Florentine Humanism in the High Renaissance, Princeton (N. J.) 1998.
  • Jowett 1892
    Plato, The Dialogues, Vol. 3, ed. and transl. by B. Jowett, Oxford-London, 1892.
  • Martelli 1998
    M. Martelli, Machiavelli e gli storici antichi. Osservazioni su alcuni luoghi dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, Roma 1998.
  • Ridley 1983
    R. T. Ridley, Machiavelli and Roman History, “Quaderni di storia”, XVIII (1983), 197-219.
  • Ridley 1987
    R. T. Ridley, Machiavelli’s edition of Livy, “Rinascimento”, XXVII (1987), 237-314.
  • Sasso 1987
    G. Sasso, “De aeternitate mundi” (Discorsi II, 5), in Id., Machiavelli e gli antichi e altri saggi, vol. I, Milano-Napoli 1987, 167-399.

English abstract

The essay analyses the relationship of Machiavelli’s wrintings with classical texts, taking the cue from its discussions on, or its implied citatons from ancient authors, such as Livius, Cicero, and Plato. These authors don’t count for Machiavelli as “authorities” of the scholastic tradition, but as a suggestion for debating with them and stating his own perspective on modern and ancient times as well. Discussing classical authors, Machiavelli himself aims at a recognition as a classical author: a recognition that was granted to him since his contemporary times.

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