"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

134 | marzo 2016

9788898260799

titolo

Machiavelli e i suoi lettori novecenteschi

Luciano Canfora

English abstract

È improbabile che sia mai esistita per intero una tesi di laurea in giurisprudenza di Benito Mussolini avente come oggetto il pensiero politico di Machiavelli ed in particolare Il Principe. Di tale tesi parla una notizia redazionale che, nel IV volume degli Scritti e discorsi di Benito Mussolini (Mussolini 1934, 105), precede il saggio intitolato Preludio al Machiavelli, già apparso nella rivista dello stesso Mussolini "Gerarchia" (aprile 1924). Ecco come si esprime l’anonimo redattore:

Volle conseguire la laurea in Legge, non ad honorem ma con la presentazione di una tesi di laurea. Scelse come tema il Machiavelli, il massimo pensatore politico italiano, troppo spesso misconosciuto e deformato, in buona o in mala fede, dalla critica italiana e straniera. E alla sua tesi premise questo Preludio che fu pubblicato dalla rivista “Gerarchia” alla fine d’aprile del 1924.

È evidente che si tratta di una notizia ispirata dallo stesso Mussolini. Tra l’altro è interessante rilevare che in questo breve ragguaglio – di dieci anni successivo – non è mai detto apertamente che la tesi fosse stata poi effettivamente presentata.

Il testo apparso nel ’24 su “Gerarchia”, prima di ricomparire nel IV tomo degli Scritti e discorsi (1934), era già stato ripreso nel 1930, da un importante filologo italiano, Mario Casella, in appendice all’edizione critica del Principe e di altri scritti machiavelliani (Cose di Francia e della Magna, Vita di Castruccio Castracani) per la Libreria del Littorio di Roma e la Libreria d’Italia di Milano (Casella 1930, 473-479), nel quadro di un’antologia di "Interpretazioni" del Principe (Foscolo, Ferrari, De Sanctis, Oriani, Mussolini) posta in fondo al volume. Non è ben chiaro perché Casella abbia tagliato la prima parte del testo: forse perché legata alla circostanza, poi non realizzatasi, della presentazione della tesi. Nella parte omessa da Casella si leggono infatti frasi quali: “… ciò determinò la scelta del tema che oggi sottopongo ai vostri suffragi”, “… questo mio lavoro ha una scarsa bibliografia” etc. Nello stesso anno e presso lo stesso editore, l’edizione Casella del Principe col corredo completo delle Interpretazioni appariva anche in edizione bilingue (italiano e inglese) in formato in folio nella serie Italian Classics, “under the editorship of Giulio Benedetti and Aldo Ricci; first volume: Machiavelli”. Qui, il testo mussoliniano figura alle pagine 233-234, su due colonne, in italiano e in inglese, senza alcuna modifica rispetto alla coeva editio minor.

In realtà una laurea honoris causa, in Scienze politiche e sociali, Mussolini la ebbe. La ebbe dall’Università di Lausanne. I senatori accademici di quella Università, nel prendere tale iniziativa, vollero ricollegarsi al remoto precedente costituito dall’iscrizione – al primo anno di Scienze sociali – di Mussolini a Lausanne nel 1904, e dunque ai suoi effimeri primi passi universitari. La delibera fu presa il 13 gennaio 1937, varata con la sola astensione del decano della Facoltà di Lettere, Georges Bonnard, anglista e studioso di Gibbon. Il Duce non disdegnava più, nel '37, le lauree honoris causa. Ma nel '37 non ci fu né dissertazione, né laudatio, né, in assoluto, alcuna cerimonia. Una delegazione dell’Università di Lausanne composta dal Rettore Émile Golay e dai professori Frank Olivier e Pasquale Boninsegni si recò a Roma il 9 aprile 1937 e consegnò a Mussolini il diploma (notizia sommaria dell’incontro nella “Gazette de Lausanne” dello stesso giorno). Né nel verbale del Senato Accademico del 13 gennaio né nella breve cronaca della cerimonia a Palazzo Venezia, si fa alcun cenno agli studi machiavelliani del Duce.

Ma torniamo al Preludio e al suo contenuto. Tutto l’intervento ruota intorno al concetto dell’attualità immediata, politica, del pessimismo di Machiavelli nei confronti della 'natura umana' e intorno alle conseguenze che il politico deve trarre da tale constatazione. “Io affermo che la dottrina di Machiavelli è viva oggi più di quattro secoli fa”. Anzi, nella parte iniziale del saggio, che Mario Casella non pubblicò, Mussolini dichiara di voler intitolare la sua tesi – che definisce “libro” – “Commento dell’anno 1924 al Principe del Machiavelli: vademecum per l’uomo politico”. E ancora:

Quel che risulta manifesto anche da una lettura superficiale del Principe è l’acuto pessimismo del Machiavelli nei confronti della natura umana. Come tutti coloro che hanno avuto occasione di continuo e vasto commercio coi propri simili, Machiavelli è uno spregiatore degli uomini e ama presentarceli – come verrò tra poco documentando – nei loro aspetti più negativi e mortificanti. (Casella 1930, 473-474)

Segue una silloge di giudizî di Machiavelli sulla natura umana tratti dal Principe, dalle Carte varie e dai Discorsi. Quindi Mussolini riprende il filo principale e ribadisce: “il Machiavelli, giudicando come giudicava gli uomini, non si riferiva soltanto a quelli del suo tempo, ai fiorentini, toscani, italiani che vissero a cavallo tra il XV e XVI secolo, ma agli uomini senza limitazione di spazio e di tempo”. “Machiavelli non si illude e non si illude il principe”. Di qui passa alla parte più innovativa del saggio: “La parola Principe deve intendersi come Stato. Nel concetto di Machiavelli il principe è lo Stato”. Gli individui, spinti dall’egoismo, “tendono all’atomismo sociale”, lo Stato invece rappresenta “una organizzazione e una limitazione”. L’individuo tende a sottrarsi ad incombenze, vincoli, doveri; “pochi sono coloro – eroi o santi – che sacrificano il proprio io sull’altare dello Stato. Tutti gli altri sono in istato di rivolta potenziale contro lo Stato”. Già qui riecheggiano alcune formulazioni di Max Weber, dalla celebre conferenza del gennaio 1919 La politica come professione: in particolare la conclusione, dove Weber definisce “un eroe” il politico, cioè colui che si accolla il compito di guidare lo Stato ben sapendo che non potrà che discostarsi sovente dalla legge morale, ma che dovrà farlo perché punta all’“impossibile”. E vedremo che non è il solo motivo di quella conferenza che ritorna nel Preludio.

Il tema che Mussolini affronta subito dopo – e lo presenta come consequenziale rispetto al fallimento della 'sovranità popolare' (“il popolo al più delega ma non può certo esercitare sovranità alcuna”) – è “la forza” come fondamento di ogni governo. Anche nei regimi che si pretendono rappresentativi “è immanente il dissidio tra forza organizzata dello Stato e frammentarismo dei singoli e dei gruppi”. Perciò conclude richiamandosi ad un precedente suo articolo Forza e consenso (apparso l’anno prima su “Gerarchia”, nel marzo del 1923) e chiude con una citazione delle celebri parole del capitolo VI del Principe sui profeti disarmati che “riunorno” laddove quelli armati sanno che “quando e’ populi non credano più, si possa fare credere loro per forza”.

Il tema è quello che Weber pone all’apertura della sua conferenza, e che presenta con un richiamo a parole pronunciate da Trockij: “Ogni Stato è fondato sulla forza, disse a suo tempo Trockij a Brest-Litowsk. E in effetti è proprio così”. E ancora:

Nessuna etica al mondo prescinde dal fatto che il raggiungimento di fini ‘buoni’ è legato in numerosi casi all’impiego di mezzi eticamente dubbi o quanto meno pericolosi. […] Per la politica il mezzo decisivo è la violenza [...] Chi vuole fare politica in generale, e soprattutto chi vuole esercitare la politica come professione deve essere consapevole di quei paradossi etici e della propria responsabilità per ciò che a lui stesso può accadere sotto la loro pressione.

La grandezza dell’analisi che Max Weber svolge intorno alle forme effettive del potere politico si coglie appunto nella sua capacità di sottrarsi alle varie retoriche, in primis a quella 'democratica'. Si apprezza perciò – nella raccolta di saggi Governo e Parlamento nel nuovo ordinamento della Germania (fatto tradurre per Laterza da Croce nel 1919) – la scelta sua di porre la 'monarchia presidenziale' degli USA sulla stessa linea dei plebisciti di Napoleone III o della popolarità di Hindenburg durante la Grande Guerra. E se non fosse morto prematuramente nel 1920, Weber avrebbe trovato conferma della sua intuizione nella trionfale reiterata elezione di Hindenburg alla presidenza della Repubblica tedesca nel 1925 e ancora nel ’32 contro un candidato della forza elettorale di Hitler.

Per parte sua, Gramsci, nel marzo ’24, approda – riflettendo sulla forma di potere personale consolidatasi in URSS – ad una formulazione molto vicina a quella che Weber traeva, con consenso, da Trockij: “Ogni Stato è una dittatura”. È l’esordio dell’importante suo saggio apparso sull’«Ordine Nuovo», intitolato Capo (in morte di Lenin). Lì Gramsci cerca di darsi una ragione del carattere personale che il potere ha assunto in Russia con lo stabilizzarsi della rivoluzione. E tenta anche una classificazione delle diverse forme di “capi”, piuttosto tortuosa, antefatto della distinzione che tenterà di argomentare, nei Quaderni, tra “cesarismo progressivo” e “cesarismo regressivo”.

Anche per lui, come per il Mussolini del marzo ’23 (Forza e consenso), il problema è di comprendere la dinamica e l’intreccio forza/consenso ora che – è la convinzione che entrambi condividono – il secolo del liberalismo è finito e, con esso, il suo modello politico-statale parlamentaristico. Com’è noto, Gramsci approderà, nel corso di tale ricerca, alla nozione di “egemonia”. “In cosa consiste questo” si chiede Mussolini in Forza e consenso, e si risponde: “significa in nome della libertà lasciare ai pochi la libertà di uccidere la libertà di tutti”. Entrambi sono persuasi di rappresentare una forza storica che ha seppellito il modello liberale. “Il comunismo e il fascismo – scrive pochi righi prima Mussolini – sono al di fuori del liberalismo”; e perciò – aveva detto parlando alla Camera il 1° dicembre 1921 – “ci sono tra comunismo e fascismo affinità intellettuali”. Concetto, questo, che riappare, in altra forma, anche nei Colloqui con Emil Ludwig. E Gramsci per parte sua parlerà del “parlamentarismo nero” (cioè retroscenico) affiorante anche nei regimi a partito unico (e fa riferimento sia a “Critica fascista” che all’opposizione trockista in URSS) come di un “progresso”, comunque, rispetto al modello liberale (Gramsci 1975, Quaderno 14, 1743: sono pagine databili al marzo ’35).

Non sorprende dunque che Gramsci abbia ben presente, quando intraprende il lavoro dei Quaderni, il Preludio al Machiavelli. Lo cita esplicitamente nel Quaderno 3 (Gramsci 1975, 312), ed è interessante – come vedremo – la valutazione che esprime su quel saggio di Mussolini. Intanto non deve sfuggire la centralità positiva del Principe per entrambi: metafora dello Stato per Mussolini, metafora del Partito (comunista) per Gramsci.

Al Preludio al Machiavelli di Mussolini, Gramsci torna col pensiero nell’ambito di una riflessione che parte da uno dei suoi cardini concettuali (che prenderà presto forma nella riflessione sul “cesarismo”): “La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Di qui Gramsci passa alla esemplificazione concreta che più gli preme: “Una rottura così grave tra masse popolari e ideologie dominanti come quella che si è verificata nel dopoguerra può essere guarita col puro esercizio della forza che impedisce a nuove ideologie di imporsi?”. La risposta che abbozza è che ciò sarebbe da escludere e che comunque “l’interregno” (cioè ciò che chiamerà poi “cesarismo”) non si risolverà in una mera “restaurazione del vecchio”. Ma la “depressione” – cioè l’impedimento opposto all’affermarsi del nuovo – “porterà a lungo andare a uno scetticismo diffuso”. Pertanto: “La morte delle vecchie ideologie si verifica come scetticismo verso tutte le teorie e le formule generali” e agevola una “politica non solo realista di fatto (come è sempre) ma cinica nella sua manifestazione immediata”. E a mo’ di esempio adduce: “ricordare la storia del Preludio al Machiavelli scritto forse sotto l’influenza del prof. Rensi [Giuseppe Rensi] che in un certo periodo – nel ’21 o ’22 – esaltò la schiavitù come mezzo moderno di politica economica”. E qui inserisce una scheda su Rensi, di cui – osserva – sarebbe utile ricostruire l’intera “carriera politico-intellettuale”: dalla collaborazione con “Critica sociale” di Turati all’esilio in Svizzera dopo i moti del ’98, agli articoli sul “Popolo d’Italia” negli anni ’21-’23, alla polemica dalle colonne del “Popolo d’Italia” contro Giovanni Gentile nel ’26 (“dopo il congresso dei filosofi tenuto a Milano”).

Non è complicato decrittare questo ragionamento. Esso procede in modo non limpido non già per prudenza rispetto alla eventuale censura, ma perché Gramsci sta man mano elaborando una riflessione che però in questo momento non è ancora compiuta e che approderà più tardi alla perplessa e soppesata considerazione dei pro e dei contro del cesarismo (soluzione di compromesso rispetto ai conflitti in cui né il vecchio né il nuovo possono riuscire a prevalere: Gramsci 1975, Quaderno 9 e Quaderno 11). Per ora la soluzione mussoliniana gli appare come il prevalere di un potere che, certo, non si può risolvere in mera restaurazione del 'vecchio' ma che si basa sul diffuso “scetticismo” e sul presupposto pessimistico e iper-realistico intorno alla natura umana. Natura bisognosa (è questo che Mussolini teorizza nei due interventi e in particolare, sotto il segno di Machiavelli, nel Preludio) di una coercizione esterna disciplinatrice (la “forza”). Perciò Gramsci parla, prima di evocare il Preludio, di una politica non solo “realista di fatto (come è sempre)” ma “cinica nella sua manifestazione immediata”. E perciò ne ricerca – con buon fondamento – la radice e l’ispirazione in Rensi, passato da “Critica sociale” alla dura formulazione che invocava forme di coercizione sul lavoro salariato assimilabili, “se si volesse caricare l’espressione, a una forma di schiavitù” (G. Rensi, La ‘belva bionda’, in "Rivista di Milano" 5 marzo 1920: articolo scritto nel clima italiano di crescenti agitazioni sociali che sfociò, dopo pochi mesi, nell’occupazione delle fabbriche). È da segnalare, nella pagina di Gramsci, l’espressione – per noi non chiara – “ricordare la storia del ‘Preludio al Machiavelli’”: essa lascia intendere che Gramsci ne conoscesse – o ritenesse di conoscerne – la genesi, la gestazione.

A ben vedere le varie riflessioni che Gramsci via via annota sulla questione del potere, profondamente impregnate delle più avanzate concezioni politiche del tempo (da Michels a Weber a Croce etc.) consentono di riconoscere un filo conduttore del suo pensiero politico. Il punto di partenza è la sconfitta subita dopo una fase in cui tutti gli esiti erano ancora possibili (la guerra civile italiana del 1919-1922). Da quella scoperta dei “sentieri che si biforcano” (per dirla con Borges), cioè della alternativa pur sempre presente, in momenti cruciali della storia, tra esiti opposti e dell’affiorare di esiti inediti e diversi rispetto ad entrambi gli opposti in lotta, Gramsci si concentra per l’appunto sull’esito inedito della vicenda italiana del dopoguerra: e cioè sul “cesarismo” mussoliniano. Tale esito cesaristico, dapprima considerato in blocco come negativo, lo induce poi, nel tempo, ad articolare meglio la comprensione storica delle varie forme di cesarismo: fermo restando che, col tempo, diviene per lui sempre più importante capire perché quelle forze hanno prevalso e quali elementi storicamente ancora validi dell’ordine preesistente recassero dentro di sé come fattori ancora vitali. Man mano si convincerà (Gramsci 1975, Quaderno 8) che quella forma di cesarismo affermatasi in Italia, e portatrice di una “terza via” (il corporativismo), potrebbe avere dinanzi a sé un lungo periodo di vitalità in quanto “rivoluzione passiva del secolo XX”. Nel corso di tale riflessione gli si consolida la persuasione che più che mai le forme di potere possibili (anche in URSS) sono comunque di carattere 'elitistico' – minoranze consapevoli che trainano “i comuni cittadini legali” –, e perciò al Principe metafora dello Stato (che è la diagnosi di Mussolini nel Preludio) contrapporrà, nelle pagine più elaborate dei Quaderni, il Principe come Partito (il partito comunista).

Il ricorso alla metafora-Machiavelli nella politica novecentesca sarebbe un tema amplissimo, per il quale qui non vi è spazio. Ma un cenno, conclusivamente, vorrei riservare al bel saggio di Vittorio Strada (“Corriere della sera” del 22 aprile 2000) dedicato al Machiavelli in Russia di Mark Jusim. Nel suo volume (che purtroppo conosco solo attraverso Strada), Jusim ricordava, tra l’altro, che Trockij, nella biografia rimasta incompiuta di Stalin (1940), tentava di spiegare il fenomeno Stalin alla luce di Machiavelli, e che, per converso, il procuratore staliniano Vyscinskij – nella requisitoria contro Kamenev – accusava quest’ultimo di “aver fatto di quel matricolato furfante di Machiavelli il suo maestro”!

Abstract

The reference to Machiavelli in the Twentieth Century politics is a very broad subject. The essay starts from the reading of the Principe made by Benito Mussolini in Preludio al Machiavelli, which was published in the journal "Gerarchia" in April 1924 and then in Scritti e discorsi, vol. 4, 1934. Mussolini's text focuses on the Machiavellian pessimism regarding human nature, and on the consequences that politicians must derivate from that finding. Furthermore, in the most innovative part of the paper, the Prince is identified with the State. In Mussolini's essay we can identify some concepts taken from the famous conference of Max Weber Politik als Beruf (January 1919). Afterwards, Mussolini will be quoted by Antonio Gramsci in the Quaderni dal carcere, where the reading of Mussolini's Preludio is accompanied by the analysis of the socio-political crisis that followed the Great War. In the Quaderni we can follow the genesis of Gramsci's political thought in developing important considerations about the issue of power. In Gramsci's thought the reading of Machiavelli leads to adopting the figure of the Prince as a metaphor of the Communist Party.

temi di ricerca

indici

colophon

archivio