"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

134 | marzo 2016

9788898260799

titolo

Il giudizio di Machiavelli su Scipione l’Africano: la fine di un mito repubblicano?

Enrico Fenzi

English abstract

Nel capitolo in terza rima Dell’ingratitudine, composto nel 1507 o negli anni immediatamente successivi e dedicato all’amico Giovanni di Simone de’ Folchi, Machiavelli dedica un lungo passo, nei vv. 73-129, a Scipione l’Africano, prima ed esemplare vittima dell’invidia e dell’ingratitudine dei suoi concittadini, come altre di seguito elencate: Milziade, Aristide Focione, Temistocle, e infine, quali vittime della moderna ingratitudine dei principi (vv. 166-167, "Cerca del mondo tutte le sue rive: / troverai pochi principi esser grati"), "Acomatto bascià", cioè il generale ottomano Keduk-Ahmed-Pascià, fatto sopprimere dal 1482 dal sultano Bajazet II per il quale aveva vittoriosamente combattuto, e Consalvo Fernandez de Cordoba, il Gran Capitano (1453-1515), privato delle sue cariche e che al presente "al suo re sospetto vive" (v. 164). Questo caso e quello di Scipione tornano in un contesto diffusamente argomentato nei Dialoghi, I 29, Quale sia più ingrato, o uno popolo o un principe[1], ma prima di arrivare a parlare dei vari giudizi che Machiavelli dà di Scipione vorrei fissare l’attenzione sul punto che qui ci interessa. 

Dopo aver detto che "si vede spesso/com’un buon cittadino un frutto miete/contrario al seme che nel campo ha messo" (vv. 70-72), Machiavelli passa ad esaltare senza riserve la figura di Scipione "da ciel mandato, un uom divino/qual mai fu né mai fie simile a quello", e ne ripercorre le gesta: nella battaglia sul Ticino ha salvato la vita al padre (Livio, XXI 46: si vedano al proposito le considerazioni di Seneca, De ben. III 33); dopo Canne con la spada in mano ha impedito che molti ufficiali romani disertassero (Livio, XXII 53); ha vittoriosamente guerreggiato in Spagna e, passato in Africa, ha sconfitto prima Siface e poi Annibale; insieme al fratello, Cornelio Scipione l’Asiatico, ha sconfitto Antioco di Siria…

A questo punto torna ad esaltarlo: 

"Non mai negli uman cuor fu visto o fia,
quantunque degni, gloriosi e divi,
tanto valore e tanta cortesia ;
e tra que’ che son morti e che son vivi,
e tra l’antiche e le moderne genti,
non si truova uom che a Scipione arrivi".
(vv. 106-111).

Ma tutto ciò non gli risparmiò d’essere morso dai denti dell’invidia che riuscì a scatenargli addosso l’ostilità dei concittadini, sì che si ritirò in volontario esilio nella sua villa di Literno ove morì negando all’ingrata patria le sue ossa, come tramanda Valerio Massimo, V 3, 24. 

Nel complesso, Machiavelli non esce dai binari di una ricca e concorde tradizione, ma in questo contesto spicca una inquietante affermazione: Scipione scelse l’esilio "tosto che vidde com’e’ bisognava / Roma perdesse o libertade o lui" (vv. 122-123). Il concetto e il tono è tutto senecano, in particolare Epist. 86, 1-3: "Aut Scipio Romae esse debebat aut Roma in libertate […] Eo perducta res erat ut aut libertas Scipioni aut Scipio libertati faceret iniuriam. Neutrum fas erat, itaque locum dedit legibus et se Liternum recepit …"[2], e altro non è detto. Ma il senso è chiaro e ancor più lo diventa quando, avanti nel capitolo, leggiamo, di Giulio Cesare:

"Spesso diventa un cittadino tiranno
e del viver civil trapassa il segno,
per non sentir d’ingratitudo il danno.
A Cesar occupar fe’ questo il regno,
e quel che Ingratitudo non concesse
li dette la iusta ira e ‘l iusto sdegno".
(vv. 152-157).

Tocchiamo qui un momento centrale, evidente anche se non esplicito, del topico confronto tra Scipione e Cesare così com’era stato primamente suggerito da Petrarca. I versi dedicati all’uno e all’altro si integrano a vicenda, e ne riesce illuminata la forte trama allusiva. Non c’è dubbio che anche Scipione fosse animato da iusta ira e da iusto sdegno, ma è lucidamente consapevole che a quel punto gli si offrivano solo due alternative tra loro inconciliabili, senza alcuna possibile mediazione: o restare sulla scena politica e imporre il suo potere personale, di fatto ponendo fine alla libertà repubblicana di Roma, o ritirarsi e scomparire. Si sa quale fosse stata la sua scelta, e si sa pure che Cesare, mosso dalle stesse ‘giuste’ ragioni, ha deciso nella maniera opposta: per non subire le conseguenze dell’ingratitudine ha oltrepassato i limiti del vivere civile, ha infranto le leggi della repubblica e si è trasformato in un cittadin tiranno.

In questa prima presentazione del ‘divino’ Scipione nessuna ombra ne appanna l’immagine. Diversamente avviene nel Principe, al capitolo 17, De crudelitate et pietate, et an sit melius amari quam timeri, vel e contra, ove (come nei Discorsi, vedremo) proprio il suo nemico, il ‘perfido’ e ‘crudele’ Annibale, ha almeno una decisiva qualità in più, fondamentale in un condottiero, quella di farsi temere – non odiare, come Machiavelli ben specifica – dal suo esercito, e di garantirsene per questa via l’assoluta fedeltà. E di tale essenziale qualità, appunto, esempio massimo è stato Annibale. Ecco il passo, per quanto lo riguarda:

"Intra le mirabili actioni di Hannibale si connumera questa: che avendo uno exercito grossissimo, mixto di infinite generazioni di uomini, condotto ad militare in terra aliena, non vi surgessi mai alcuna dissensione né infra loro né contro al principe, così nella captiva come nella sua buona fortuna. Il che non possè nasciere da altro che da quella sua inumana crudeltà la quale, insieme con infinite sua virtù, lo fece sempre nel conspetto de’ sua soldati venerando e terribile; e sanza quella, ad fare quello effetto, l’altre sua virtù non bastavano. E li scriptori, in questo poco considerati, da l’una parte admirano questa sua actione, dall’altra damnano la principale cagione di epsa"[3].

Ed ecco qual è, subito appresso, l’articolato giudizio di Machiavelli su Scipione:

"E che sia vero che le altre sua virtù non sarebbano bastate, si può considerare in Scipione, rarissimo non solamente ne’ tempi sua ma in tutta la memoria delle cose che si sanno: dal quale li exerciti sua in Hispagna si ribellorno. Il che non naque da altro che dalla sua troppa pietà, la quale aveva data alli suoi soldati più licenzia che alla disciplina militare non si conveniva; la qual cosa gli fu da Fabio Maximo in senato rimproverata e chiamato da lui coruptore della romana milizia. E Locrensi essendo suti da uno legato di Scipione destrutti, non furono vendicati, né fu da lui la insolenzia di quello legato corretta; tutto nascendo da quella sua natura facile: talmente che, volendolo alcuno excusare in senato, dixe come gli erano molti uomini che sapevano meglio non errare che correggiere gli errori. La qual natura arebbe col tempo violato la fama e la gloria di Scipione, se egli avessi con epsa perseverato nello imperio; ma vivendo sotto il governo del senato, questa sua qualità damnosa non solum si nascose, ma gli fu ad gloria"[4].

Sono parole molto fini e meditate che, senza instaurare una patente contraddizione con l’altissimo elogio già pronunciato, hanno però l’effetto di relativizzarlo attraverso una serie di circostanze tutte e solo negative, e soprattutto – ch’è quello che importa – di correggerlo, nel momento in cui si trasformano in un giudizio politico particolarmente severo. Nel capitolo Dell’ingratitudine tutto appare semplice e indiscutibile: Scipione cede nobilmente il campo alla legalità e alla libertà repubblicana, e rinuncia a un potere che, nel caso, avrebbe avuto caratteri inevitabilmente eversivi rispetto agli ordinamenti vigenti. Nel Principe le cose si complicano, e senza che sia messa in discussione l’abilità strategica di Scipione Machiavelli insinua piuttosto chiaramente come la sua ‘natura’ fosse tale da renderlo inadatto a governare per la sua "natura facile", cioè pronta per debolezza o per calcolo a venire a patti e a tollerare il male. Così, solo il fatto d’essersi ritirato dalla scena pubblica e d’essersi del tutto rimesso al "governo del senato" ne avrebbe preservato il buon nome, che in caso contrario le sue manchevolezze avrebbero finito per infangare. 

Un siffatto ‘elogio con riserva’, diremmo, non vale solo per il Principe, ma diventa un tratto costante. Un altro passo può riuscire illuminante. Nei Discorsi, III 21, capitolo che porta il titolo Donde nacque che Annibale, con diverso modo di procedere da Scipione, fece quelli medesimi effetti in Italia che quello in Hyspagna, Machiavelli riprende il confronto Annibale / Scipione centrato sulle due diverse strategie del potere: farsi temere o farsi amare. Osserviamo subito il fatto assai significativo che Machiavelli, qui come altrove, abbandona il tradizionale asse di confronto, già petrarchesco e poi, in modo esplicito, quattrocentesco, tra Scipione e Cesare, ancora mantenuto nel capitolo in versi, e se deve confrontare Scipione con qualcuno, ebbene, questo qualcuno è precisamente il suo diretto nemico Annibale. Il che sta a dire che a Machiavelli interessa un confronto tenuto entro termini veri, effettuali, e non un confronto a distanza che avrebbe portato in primo piano elementi ideologici, di principio, e dove avrebbe avuto meno peso la determinata situazione storica. Per dirla in maniera banale, insomma, la vita di Scipione era stata un continuo confronto con Annibale, non con Giulio Cesare… Ora, il tema già trattato nel Principe è visto in un’ottica particolare, inseguendo una questione dichiarata sin dal titolo del cap. III 19: Se a reggiere una moltitudine è più necessario l’obsequio che la pena, e sin dal titolo e dalle prime righe il cap. 21 dà la sua risposta: 

"Pare che la cagione delle vittorie non dependa da le predette cause, anzi pare che quelli modi non ti rechino né più forza né più fortuna, potendosi per contrarii modi acquistare gloria e riputazione. E per non mi partire dagli uomini soprascritti e per chiarire meglio quello che io ho voluto dire, dico come e’ si vede Scipione entrare in Hyspagna, e con quella sua umanità e piatà subito farsi amica quella provincia, et adorare et admirare da’ popoli. Vedesi allo incontro entrare Annibale in Italia, e con modi tutti contrarii, cioè con crudeltà, violenza e rapina et ogni ragione infideltà fare il medesimo effetto che aveva fatto Scipione in Hyspagna; perché a Annibale [in favore di Annibale] si ribellarono tutte le città di Italia, tutti i popoli lo seguirono […] Importa pertanto poco ad uno capitano per qualunque di queste vie e’ si cammini, pure che sia uomo virtuoso e che quella virtù lo faccia riputato intra gli uomini; perché quando la è grande, come la fu in Annibale et in Scipione, ella cancella tutti quegli errori che si fanno per farsi troppo amare o per farsi troppo temere".

Nelle righe che seguono è chiarito che cosa si debba intendere in questo caso per virtù. Capacità e coraggio, certo, ma anche, in maniere più specifica, la sublime (excessiva) capacità di 'mitigare' un dato caratteriale di per sé affatto immodificabile impedendogli di trasformarsi in un ostacolo, e addirittura sfruttandolo ai propri fini. Sia Annibale che Scipione ebbero questa capacità anche se entrambi, prosegue Machiavelli, ebbero insieme danni e vantaggi dalla loro particolare natura. Nel caso, dati per scontati i vantaggi, se ne considerano i danni, che, per quanto riguarda Scipione, si riassumono in quanto già abbiamo visto:

"L’offesa, quanto a Scipione, fu che gli suoi soldati in Hyspagna se li ribellarono insieme con parte de’ suoi amici, la quale cosa non nacque da altro che da non lo temere; perché gli uomini sono tanto inquieti che, ogni poco di porta che si apra loro alla ambizione, dimenticano subito ogni amore che gli avessero posto al principe per la umanità sua; come fecero i soldati et amici predetti, tanto che Scipione, per rimediare a questo inconveniente, fu costretto usare parte di quella crudeltà che elli aveva fuggita. Quanto ad Annibale, non ci è exemplo alcuno particulare dove quella sua crudeltà e poca fede gli nocesse; ma si può bene presupporre che Napoli e molte altre terre che stettero in fede del popolo romano, stessero per paura di quella".

Il parallelo è tuttavia debole. Dal lato di Annibale sta una supposizione ragionevole, sì, ma affatto indimostrabile nel gran marasma di divisioni e conflitti e interessi che accompagnarono i sedici anni della sua permanenza in Italia, tant’è che Machiavelli a questo punto rovescia la prospettiva e dopo aver detto che la natura infida e crudele di Annibale contribuì a renderlo odioso ai Romani (ma non è che con un carattere diverso sarebbe stato loro più simpatico…), torna a dire che per contro proprio quella natura gli procurò "una commodità grandissima la quale è ammirata da tutti gli scrittori", e gli assicurò l’assoluta fedeltà del suo esercito. In sostanza, l’intenzione critica vera è rivolta contro Scipione che, cosa assai grave per un generale come lui, non sa farsi temere, e che, quasi passando da un eccesso all’altro, è costretto a ricorrere a una crudeltà che programmaticamente egli voleva estranea alla sua immagine: costretto dunque da un difetto di quella virtù con la quale avrebbe dovuto porre rimedio alla sua "natura facile"[5]. E nel caso può essere che Machiavelli, pur attenuandolo, recuperi da Livio, XXIX 19, 4, un tratto che è assente nel passo sopra considerato del Principe. Quinto Fabio Massimo, infatti, non si sarebbe limitato a dire che Scipione era nato per corrompere la disciplina militare, ma l’avrebbe anche accusato di accompagnare al lassismo una singolare crudeltà:

"Ante omnes Q. Fabius natum eum ad corrumpendam disciplinam militarem arguere: sic et in Hispania plus prope per seditionem militum quam bellum amissum; externo et regio more et indulgere licentiae militum et saevire in eos".

Un’altra ombra vela l’immagine di Scipione: la troviamo ancora dei Discorsi, I 53, sotto il titolo: Il popolo molte volte disidera la rovina sua, ingannato da una falsa spezie di beni, e come le grandi speranze e gagliarde promesse facilmente lo muovono. Per la verità il tono usato nell’esempio relativo a Scipione, tratto da quanto racconta Livio, XXVIII 40 e 45, è piuttosto neutro:

"Scipione, quando fu fatto consolo e che desiderava la provincia di Africa promettendo al tutto la rovina di Carthagine, a che non si accordando il Senato per la sentenzia di Fabio Maximo, minacciò di proporla nel popolo come quello che conosceva benissimo quanto simili diliberazioni piaccino a’ popoli".

Ma almeno due circostanze gli conferiscono il tono della critica. La prima e più evidente sta nel fatto che tale esempio è allineato con altri, tutti di segno negativo. Machiavelli, infatti, denuncia come l’emotività e l’irrazionalità popolare fosse stata sfruttata via via dal magister equitum Marco Minucio Rufo, dal console Varrone, il principale responsabile di Canne, e da Centenio Penula, per forzare la mano al senato affinché autorizzasse le loro velleitarie iniziative, basate su "gagliarde promesse" e demagogico avventurismo, sprezzanti verso la tattica prudente e attendista di Quinto Fabio Massimo, e tutte finite in altrettanti disastri.

La storia, del resto, aggiunge Machiavelli, fornisce infiniti esempi di ciò, sia antichi (quello di Nicia, costretto a seguire Alcibiade in Sicilia durante la guerra del Peloponneso, in una spedizione finita tragicamente alla quale "seguì al tutto la rovina di Athene"), sia moderni, quale quello fornito dai fiorentini dopo che il loro comandante generale Ercole Bentivoglio aveva sconfitto alla Torre di san Vincenzo, presso Campiglia, nell’agosto 1505, le truppe di Bartolomeo d’Alviano: contro il parere di tutti i "savi cittadini", infatti, un’assembea popolare straordinaria accecata dal miraggio di una facile vittoria decise che si ponesse l’assedio a Pisa, risoltosi in breve tempo in un vergognoso fallimento[6].La seconda circostanza, legata alla prima, sta nel fatto che, facendo sapere che se il senato non gli avesse permesso di trasferire la guerra in Africa sarebbe ricorso alle assemblee popolari, Scipione non solo gioca in maniera scorretta ma ne scavalca pericolosamente l’autorità innescando una grave crisi istituzionale (vd. Livio, XXVIII 45), e ottenendo che sulla decisione del senato di assecondarlo restasse la macchia del cedimento verso un potere personale in grado di ricattare le massime magistrature della Repubblica: macchia che, nella fase finale della sua vicenda, invocata dai suoi avversari, costrinse Scipione all’esilio di Literno. E ciò resta vero anche se nella sostanza la visione strategica di Scipione era quella giusta, come del resto Machiavelli riconosce ampiamente quando nei Discorsi, III 9, analizza la personalità di Quinto Fabio Massimo e afferma che la sua prudenza tattica era più il frutto di una sua immodificabile ‘natura’ che di una virtù direttiva, come diventa evidente nel momento dello scontro con Scipione a proposito della spedizione in Africa. Fabio Massimo, fedele alla sua natura, propriamente ‘non capisce’ che le circostanze sono cambiate, e che il presente richiede quel salto nella condotta della guerra che resta intimamente estraneo alla sua visione delle cose[7].

Machiavelli parla altre volte, naturalmente, di Scipione: per esempio, in Discorsi III 34, analizza i meccanismi che hanno determinato sin da principio il favore popolare verso di lui, e che sono scattati nel momento in cui, ancora diciassettenne, salvò la vita al padre gravemente ferito durante la battaglia del Ticino, nel 218 a. C. (Livio, XXI 46), e si rafforzarono poi con il suo comportamento dopo Canne e con un particolare tratto di umanità (ma soprattutto di opportunità politica) durante la guerra in Spagna[8].

Ma in relazione a quanto osservato sin qui, è interessante volgersi ad altri passi nei quali oggetto d’attenzione non sono solo le qualità personali di Scipione, ma le logiche politiche che hanno finito per condizionare la sua vicenda, sino alla sconfitta sanzionata dall’auto-esilio. La prima cosa da dire è che la coerenza tra le due diverse facce del discorso di Machiavelli è perfetta, nel senso che le riserve sulla ‘natura’ di Scipione, per quanto leggere o dissimulate le si possa giudicare, sono quelle stesse che per Machiavelli hanno effettivamente inciso sul suo destino politico. Molti elementi già si sono visti, specie là dove, nel capitolo 17 del Principe, si insiste abbastanza impietosamente su una certa debolezza di Scipione, sempre abilissimo, sì, ma di un’abilità che era frutto di un’intelligenza di tipo affatto diverso dalla schietta e rude condotta sulla quale era costruita l’immagine del capo militare romano: Scipione non era certo sovrapponibile a un Papirio Cursore o a un Manlio Torquato, esempi quasi leggendari di immediata e disumana ferocia nel garantire la rigidissima disciplina dei loro soldati. Con lui le cose cambiano: è certamente un militare anomalo per educazione e cultura, e insomma un ‘diverso’ ch’è impossibile assumere a modello. Machiavelli non entra in questo discorso, che comporterebbe di considerare il contrasto aperto tra la componente tradizionalista rappresentata da Quinto Fabio Massimo e da Catone il Censore, e l’aristocrazia grecizzante, come è stata definita, della quale Scipione era il campione, e dunque non raccoglie le parole di Livio, XXIX 19, 11-12, che compendiano bene la questione. Di là dalle puntuali accuse per aver assolto e protetto Pleminio, infatti, è il ‘tipo’ impersonato da Scipione a proporsi come portatore di una cultura nuova e inquietante: "Praeter Plemini facinus Locrensiumque cladem ipsius etiam imperatoris non Romanus modo sed ne militaris quidem cultus iactabatur: cum pallio crepidisque inambulare in gymnasio; libellis eum palaestraeque operam dare …". Tutto ciò sta però sullo sfondo, e il non detto determina il detto. Insieme al passo del Principe, si legga il capitolo 29 del primo libro dei Discorsi, Quale sia più ingrato, o un popolo o un principe, al quale ho accennato all’inizio di questo scritto. All’ombra della tesi generale che il popolo è meno ingrato del principe, Machiavelli sostiene che l’ingratitudine nasce dal sospetto, e che una città che voglia mantenersi libera può commettere l’errore "di offendere quegli cittadini che la doverrebbe premiare; avere sospetto di quegli in chi la si doverrebbe confidare". A questo punto il filo del ragionamento fa una virata. In una repubblica "venuta alla corrutione" tali sospetti e conseguenti timori e ingratitudini sono causa di gravi mali; diversamente, in una città non corrotta come ancora era la Roma di Scipione (la corruzione comincia con Mario e poi s’afferma con Cesare: oltre che qui, in questo medesimo contesto, vd. I, 10 e 17) l’effetto di un tale errore è tutto sommato positivo: "nondimeno in una repubblica non corrotta sono cagione di gran beni e fanno che la ne vive libera; più mantenendosi, per paura di punizione, gli uomini migliori e meno ambiziosi". In altri termini, insomma, il rischio dell’ingratitudine verso qualche cittadino che abbia ben meritato è il prezzo che si può ben pagare pur di garantire la libertà. Ecco infatti la parte finale di Discorsi I 29:

"Vero è che infra tutti i popoli che mai ebbero imperio, per le cagioni di sopra discorse, Roma fu la meno ingrata; perché della sua ingratitudine si può dire che non ci sia altro exemplo che quello di Scipione […] la ingratitudine usata a Scipione nacque da uno sospetto che i cittadini cominciarono avere di lui, che degli altri non si era avuto; il quale nacque dalla grandezza del nimico che Scipione aveva vinto, da la riputazione che gli aveva data la vittoria di sì lunga e pericolosa guerra, dalla celerità di essa, da i favori che la gioventù, la prudenza e l’altre sue memorabili virtudi gli acquistavano. Le quali cose furono tante che, non che altro, i magistrati di Roma temevano della sua autorità; la quale cosa dispiaceva agli uomini savi come cosa inusitata in Roma. E parve tanto istraordinario il vivere suo che Catone Prisco, riputato santo, fu il primo a farli contro et a dire che una città non si poteva chiamare libera dove era uno cittadino che fusse temuto da i magistrati. Tale che se il popolo di Roma seguì in questo caso la oppinione di Catone, merita quella scusa che di sopra ho detto meritare quegli popoli e quegli principi che per sospetto sono ingrati"[9].

È appena il caso di sottolineare alcune sottigliezze (ad essere preoccupati sono i "savi"; lo stile di vita di Scipione è "istraordinario", cioè fuoriesce dall’ordine sociale e civile di Roma; di Catone che dà addosso a Scipione e governa le manovre contro di lui si dice che era "riputato santo") che concorrono a definire non l’ostilità, che sarebbe troppo, ma almeno la lucida distanza di Machiavelli da Scipione, considerato, sì, vittima dell’ingratitudine dei concittadini, ma entro l’obbligata dialettica delle libertà repubblicane che eccezionalmente possono comportare il sacrificio del singolo quando siano in gioco gli equilibri sui quali si regge il bene comune. E che la ‘presenza’ di Scipione in Roma, specie dopo la vittoria su Annibale, avesse in effetti una funzione squilibrante, è un giudizio che Machiavelli sostanzialmente condivide con Catone. Non basta che egli faccia rifluire nelle parole sopra citate quanto si poteva dedurre dal fatto che Scipione avesse minacciato di appellarsi alle assemblee popolari per scavalcare l’autorità del senato, o che per mero opportunismo si fosse evitato di porlo direttamente sotto accusa – e gli estremi c’erano tutti – per le gravissime vicende di Locri, dove il suo protetto Pleminio aveva addirittura fatto torturare e uccidere alcuni tribuni militari. In maniera più specifica, infatti, Machiavelli riconduce l’emarginazione di Scipione dalla vita politica a una reazione affatto naturale in una città che ancora si riconosceva nelle sue magistrature e conservava una forte diffidenza verso forme di potere personali ed extra-istituzionali.

Quasi prolungando e ordinando in un quadro generale quanto detto a proposito di Scipione in Discorsi I 29, è di per sé eloquente il titolo del primo capitolo del libro III, A volere che una setta o una republica viva lungamente, è necessario ritirarla spesso verso il suo principio, capitolo che mi sembra insieme decisivo e definitivo nel dare sistemazione esemplare al ‘caso Scipione’, classificato com’è tra altri casi di significato analogo, tutti convergenti a mostrare che, di tempo in tempo, è del tutto utile e salutare – è un sintomo di buona salute repubblicana – che ci sia un più o meno brusco scossone che richiami alle ‘origini’ e ai ‘principi’ fondanti l’organizzazione sociale, ogni volta che una pericolosa deriva li metta in dicussione, di fatto oppure di diritto.

Non c’è dunque in Machiavelli alcuna contraddizione quando rende omaggio, come tutti hanno sempre fatto, alle virtù di Scipione, specie a quelle schiettamente strategico-militari, e però, nei più maturi sviluppi del suo discorso, giustifica l’ingratitudine della quale costui è stato vittima, quasi che – per curioso paradosso, e per spiegarmi meglio – non fosse colpa sua ma delle sue eccezionali qualità se era diventato un oggettivo elemento di forte turbamento nella vita politica della Roma repubblicana. Si ha dunque questo richiamo ai fondamenti dell’organizzazione politica e sociale e una loro positiva ‘restaurazione’…

"O per virtù d’uno uomo o per virtù d’uno ordine. E quanto a questo ultimo, gli ordini che ritirarono la repubblica romana verso il suo principio furono i tribuni de la plebe, i censori e tutte l’altre leggi che venivano contro a l’ambizione et a la insolenzia degli uomini. I quali ordini hanno bisogno di essere fatti vivi da la virtù d’uno cittadino, il quale animosamente concorre ad exequirgli contro a la potenza di quegli che la trapassano. Delle quali execuzioni, innanzi a la presa di Roma da’ Franciosi, furono notabili la morte de’ figliuoli di Bruto, la morte de’ dieci cittadini, quella di Melio frumentario; dopo la presa di Roma fu la morte di Manlio Capitolino, la morte del figliuolo di Manlio Torquato, la execuzione di Papirio Cursore contro a Fabio suo maestro de’ cavalieri, l’accusa degli Scipioni. Le quali cose, perché erano excessive e notabili, qualunque volta ne nasceva una facevano gli uomini ritirare verso il segno; e quando le cominciarono ad essere più rare, cominciarono anche a dare più spazio agli uomini di corrompersi, e farsi con maggiore pericolo e più tumulto".

Di che genere sono gli esempi elencati, che finiscono proprio con Scipione? Bruto, che cacciò Tarquinio il Superbo e divenne primo console, condannò a morte i propri figli, Bruto, Tiberio e Tito, colpevoli di aver tramato per il ritorno dei Tarquinii al potere (v. la discussione in merito in Discorsi, I 16 e III 3, e Livio, II 3-5); la condanna e la morte dei decemviri, tra i quali Appio Claudio (Livio, III 56-57: Discorsi I 45); Spurio Melio, che dopo essersi reso popolare con distribuzioni di frumento tentò un colpo di stato e fu ucciso dal magister equitum Servilio Ahala (Livio, IV 13-14: Discorsi III 28); Manlio Capitolino, condannato per calunnia nei confronti di Furio Camillo (Livio, VI 11-16: Discorsi I 8 e 24); la decapitazione del figlio del console Manlio Torquato, ordinata dal padre per punirne l’indisciplina (Livio, VIII 7-11: Dell’ingratitudine 64-66; Discorsi II 16, che va sotto il titolo Quanto i soldati de’ nostri tempi si disformino dagli antichi ordini, e III 22); Papirio Cursore, che avrebbe voluto condannare a morte il suo magister equitum Fabio Massimo Rulliano, che contro i suoi ordini aveva ingaggiato battaglia, e vinto (Livio, VIII 30-35: Discorsi I 31, ove però, contrariamente a qui, Machiavelli biasima Papirio). Casi esemplari, appunto, di un rigore a volte eccessivo, ma sempre salutare nel rimettere al centro la difesa dell’ordine e della legge repubblicana che può essere minacciata non solo da una concreta attività eversiva, com’è nella prima parte degli esempi, ma anche, per dir così, da un indisciplinato eccesso di virtù, com’è nella seconda che appunto si conclude con la messa sotto accusa di Scipione.

Sono molte le cose che si dovrebbero precisare e aggiungere. Sopra, mi sono soffermato su Discorsi III 21, il capitolo che, ripeto, porta il titolo Donde nacque che Annibale, con diverso modo di procedere da Scipione, fece quelli medesimi effetti in Italia che quello in Hyspagna, nel quale il confronto tra i due condottieri verte sulle due diverse strategie del potere: farsi temere o farsi amare.

Il capitolo che segue, 22, Come la dureza di Manlio Torquato e la comità di Valerio Corvino acquistò a ciascuno la medesima gloria, ne è in qualche modo un doppione, ripigliando lo stesso motivo non più attraverso il confronto tra Annibale e Scipione, ma tra Manlio Torquato, che abbiamo appena visto, e Marco Valerio Corvino. In sintesi:

"per avere l’ubbidienza de’ soldati, l’uno ammazò il figliuolo e l’altro non offese mai alcuno. Nondimeno, in tanta diversità di procedere ciascuno fece il medesimo frutto, e contro a’ nimici et in favore della republica"[10]

Machiavelli analizza la ‘natura’ e il comportamento dei due consoli, e comincia con il ripetere, citando se stesso, quel concetto del ‘tornare ai principii’ così importante per comprendere il valore profondo della rigidissima applicazione della disciplina militare da parte di Manlio Torquato:

"Debbesi dunque credere che Manlio fusse costretto procedere sì rigidamente dagli straordinarii suoi imperii a’ quali lo inclinava la sua natura; i quali sono utili in una republica, perché e’ riducono gli ordini di quella verso il principio loro e nella sua antica virtù. E se una republica fusse sì felice che ella avesse spesso (come di sopra dicemo) chi con lo exemplo suo le rinnovasse le leggi, e non solo la ritenesse che la non corresse alla rovina, ma la ritirasse indietro, la sarebbe perpetua".

Passando a Valerio Corvino, Machiavelli cita per esteso le belle parole che Livio, VII 33, gli dedica esaltandone l’umanità e la straordinaria capacità di stabilire un rapporto di rispetto e simpatia con la truppa, ma di nuovo la sua esposizione è abilmente tendenziosa, perché dà l’impressione che a Valerio tutto riuscisse facile così come, tutto sommato, facili sarebbero state le condizioni nelle quali avrebbe operato (il che non fu, naturalmente: tra l’altro, la tradizione lo loda per aver fronteggiato e domato una ribellione dei soldati senza ricorrere a forme violente di repressione). Ma soprattutto, per dimostrare quanto sia difficile dare un giudizio comparativo, dapprima afferma che "gli scrittori lodano l’uno modo e l’altro", ma poi il ‘montaggio’ delle citazioni è fatto per suggerire la superiorità di Manlio, visto il tono affatto definitivo delle parole di Livio, VIII 10, il quale "fa questa conclusione: che solo la virtù di Mallio dette quella vittoria ai Romani. E faccendo comparazione delle forze dell’uno e de l’altro exercito, afferma come quella parte arebbe vinto che avesse avuto per consolo Mallio". Il che appunto suona come un giudizio complessivo finale che va oltre la caratterizzazione dei personaggi implicati nel confronto. A questo punto, arrischiando una valutazione politica propria che non sarebbe deducibile dalle testimonianze allegate (ma appunto, non è esattamente così, come abbiamo appena visto), Machiavelli scrive: "per non lasciare questa parte indecisa, dico come in uno cittadino che viva sotto le leggi d’una republica credo sia più laudabile e meno pericoloso il procedere di Mallio", mentre in un regime monarchico sarebbe vero il contrario, e cioè sarebbe preferibile il modello impersonato da Valerio Corvino. Il perché è chiaro. In una repubblica, che esige l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alle leggi, un generale troppo attento a guadagnarsi popolarità presso l’esercito e a stringerlo a sé come cosa propria, anche se lo fa solo per assicurarne l’efficienza e l’obbedienza, suscita inevitabilmente il sospetto di avventure personali e di possibili stravolgimenti degli ordinamenti, mentre in un principato tutto ciò, per dire così, è già avvenuto, e il principe per durare ha soprattutto bisogno di essere amato. Ancora in sintesi:

"Lo essere uno principe benevoluto particularmente e avere lo exercito suo partigiano, si conforma con tutte l’altre parti dello stato suo, ma in uno cittadino che abbia lo exercito suo partigiano non si conforma già questa parte con l’altre sue parti, che lo hanno a fare vivere sotto le leggi et ubidire ai magistrati […] Conchiudo pertanto il procedere di Valerio essere utile in uno principe e pernizioso in uno cittadino, non solamente alla patria ma a sé: a lei perché quelli modi preparano la via alla tyrannide; a sé, perché in sospettando la sua città del modo del procedere suo è costretta assicurarsene con suo [del cittadino] danno. E così per il contrario affermo il procedere di Mallio in uno principe essere dannoso et in uno cittadino utile, e massime alla patria".

Di Scipione qui si tace, ma se si tiene a mente il filo del ragionamento di Machiavelli non si può fare a meno di pensare che in verità si parli ancora di lui, che favoriva la licenza dei soldati per legarli a sé ed esserne amato; che era della razza di coloro che non sanno punire, e che godeva di tale potere e prestigio personale da sbilanciare il corretto funzionamento delle istituzioni repubblicane.

Poche parole per finire. Se si sta al giudizio di Machiavelli, o forse meglio a quello che Machiavelli lascia intendere, occorre dire che la grande invenzione di Scipione quale eroe eponimo della Roma repubblicana ha esaurito il suo più che rispettabile ciclo, ed è andata fuori corso. La scelta del personaggio, che poco più di due secoli prima era stata qualcosa come un colpo di genio di Petrarca, appare ora alquanto dubbia[11]. E non sfugge a Machiavelli come Livio stesso offra quanto serve a incrementare qualche perplessità, per esempio quando emette il suo definitivo giudizio su Scipione "vir memorabilis, bellicis tamen quam pacis artibus memorabilior" (Livio, XXXVIII 53, 9)[12], o quando illustra in pagine assai note le strategie auto-promozionali di Scipione, precocemente intento a costruirsi presso il popolo un’aura di sacralità che ne faceva una creatura speciale, proiettata in una dimensione magica, a cominciare dal favoloso racconto della sua nascita, rifatta su quella di Alessandro Magno (Livio, XXVI 19, 3-9). Pesa qui, soprattutto, il modo abile di Scipione di avvalorare senza compromettersi le leggende popolari che ne facevano una creatura divina, al punto che Livio può scrivere, con parole che lasciano il segno, che Scipione non fu tanto ammirevole per le sue virtù, ma per l’arte che aveva nel simularle:

"Fuit enim Scipio non veris tantum virtutibus mirabilis, sed arte quoque quadam ab iuventa in ostentationem earum compositus".

Né mancano plurime testimonianze dell’inquietante autorità che egli e i membri della sua famiglia godevano in senato, addirittura definito il ‘regno’ degli Scipioni (solo per fare un altro dei molti anche minimi esempi, v. Valerio Massimo, VIII 1, ass. 11): autorità che arriva alla stretta finale con le inchieste promosse contro di lui e contro il fratello, l’Asiatico, delle quali dà minuziosamente conto Livio, XXXVIII 50-56, illustrando attraverso la voce degli accusatori quel suo modo di volersi superiore al giudizio dei concittadini in nome di una ostentata e superba presunzione di impunità[13]. Il che ci fa ricordare che, in un quadro generale positivo, anche Seneca sottolineava come tratto del carattere di Scipione fosse quella tale presunzione, estesa a tutti i membri della sua famiglia:

"quam impatiens iuris aequi pietas Africani fuerit, cunctis apparuit : eodem enim die Scipio Africanus quo viatoris manibus fratrem abstulerat, tribuno quoque plebis privatus intercessit" (Ad Polibium 14, 4)[14]

Non occorre insistere in questo tipo di aneddotica per dedurne che l’immagine di Scipione non appaia così ‘repubblicana’ come si potrebbe pensare, e se qui ci si è soffermati, anche a costo di essere unilaterali, è solo per ripetere che tutto ciò ha certamente confermato Machiavelli nei suoi giudizi, e l’ha aiutato a trarre dalle testimonianze antiche (quelle di Livio in particolare, che è la sua fonte nel caso di Scipione) il senso propriamente politico che a lui stava a cuore. Non è dunque Scipione l’eroe della repubblica, e a reggere il peso di quella responsabilità potrebbe semmai subentrare Manlio Torquato, in rappresentanza di tutti i vecchi e duri consoli come lui, a cominciare da quel Papirio Cursore altrettanto rigido custode della disciplina militare[15], che, tempi permettendo, avrebbe fatto a pezzi Alessandro e il suo dissoluto esercito di ubriaconi se si fosse azzardato a venire in Italia, come Livio spiega nel libro IX, 17-19 delle sue Storie.

Ma in verità, se si vuole parlare di senso politico, occorre dire che a Machiavelli non interessa né costruire né distruggere monumenti a personalità d’eccezione, neppure a Scipione, e dunque lo libera dall’involucro esemplare del biografismo umanistico e colloca il giudizio su di lui, pur fondato sui materiali che la tradizione gli offriva, entro le coordinate proprie dell’analisi politica, cioè entro la rete complessa di relazioni e azioni e possibilità che definiscono in modo sempre diverso e però sempre attuale il tempo della storia.

Certo, Scipione ha sconfitto Annibale ed ha salvato la repubblica, ma proprio per questo, con sublime paradosso, ha permesso che attraverso la sua vicenda personale si leggesse una sorta di profetico annuncio della progressiva crisi e dissoluzione di quell’ordine, e dell’avvento della nuova dimensione imperiale di Roma. Questo, almeno, è quello che vi ha letto Machiavelli, che anche quando riprende temi o giudizi dalle vecchie querelles umanistiche li trae alla luce dell’intelligenza storica e li trasforma.

Note

1. Ecco quanto, anni dopo, Machiavelli scrive nei Dialoghi, I 29, del Gran Capitano da poco morto: "Ne’ nostri tempi ciascuno che al presente vive sa con quanta industria e virtù Consalvo Ferrante, militando nel regno di Napoli contro a’ Franciosi per Ferrando re di Ragona, acquistassi e vincessi quel regno; e come per premio di vittoria ne riportò che Ferrando si partì di Ragona, e venuto a Napoli in prima gli levò la ubbidienza delle genti d’armi, di poi gli tolse le fortezze et appresso ne lo menò seco in Ispagna, dove poco tempo poi, inonorato morì". Dei sospetti di Ferdinando d’Aragona verso Consalvo e della sua rimozione dal comando parla Guicciardini, Storia d’Italia VII 2, che però dà notizia della sua morte in questi termini: "Morì, circa a uno mese innanzi alla morte sua [del re], il gran capitano, assente dalla corte e male soddisfatto di lui: e nondimeno il re, per la memoria della sua virtù, aveva voluto che da sé e da tutto il regno gli fussino fatti onori insoliti a farsi in Spagna ad alcuno, eccetto che nella morte de’ re" (ibid. XII 19).

2. Poggio ricalca queste parole nella parte finale della lettera (aprile 1435) De praestantia Scipionis et Caesaris al Mainenti, che sostiene la superiorità di Scipione rispetto a Cesare e che provoca la polemica risposta filo-cesariana di Guarino alla quale Poggio ribatte con la sua Defensio: v. Canfora 2001, al quale rimando per le radici petrarchesche e la lunga storia della querelle, per l’edizione dei testi (per la stretta parafrasi che Poggio fa di Seneca, 116, rr. 243-245) e per la bibliografia. Ma rimando anche, in particolare, ai lavori fondamentali di Crevatin 1982, 281-342; Crevatin 1977. Debbo pure aggiungere che mi sono assai giovato della minuziosa opera di annotazione di Rinaldo Rinaldi nell’edizione da lui curata, che comprende Il Principe; Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio; Dell’arte della guerra, e un’antologia dalle Legazioni (Rinaldi [1999] 20082). Aggiungo che queste mie pagine non contemplano una particolare attenzione alle possibili fonti, specie Tre o Quattrocentesche, di Machiavelli, per le quali rimando al minuzioso contributo di Bausi 1987, e agli altri studi ivi citati.

3. Gli stessi giudizi sono ribaditi nei Discorsi, III 21, sulla base offerta da Livio, XXVIII 12: v. per ciò Martelli 1988, 294 ss.

4. A illustrazione delle parole di Machiavelli occorre ricordare che nel 206 a.C., in una zona a sud di Valencia, una guarnigione di circa ottomila soldati aveva abbandonato ogni disciplina militare arrivando a cacciare i tribuni e a sostituirli con capi improvvisati, confidando nelle voci che dicevano gravemente ammalato Scipione, e ormai in punto di morte. Scipione si mosse con abilità, trentacinque caporioni furono decapitati dinanzi a tutti e la ribellione fu completamente riassorbita (Livio, XXVIII 24-29, con il lungo discorso di Scipione all’esercito). Le accuse a Scipione di Quinto Fabio Massimo sono riprese direttamente da Livio, XXIX 19, 4: "Ante omnes Q. Fabius natum eum ad conrumpendam disciplinam militarem arguere" (ma vedi. avanti l’intera citazione), e ancora da Livio, XXIX 21, 11, deriva la sentenza relativa al carattere di Scipione: "natura insitum quibusdam esse, ut magis peccari nolint, quam satis animi ad vindicanda peccata habeant", messa in bocca ai Locresi ben decisi a denunciare le malversazioni del luogotenente di Scipione, Quinto Pleminio, colpevole tra l’altro di aver fatto torturare e uccidere alcuni tribuni dell’esercito romano, ma altrettanto convinti che non fosse opportuno procedere contro lo stesso Scipione, che pure aveva protetto Pleminio e l’aveva addirittura assolto per l’uccisione dei tribuni e lasciato al suo posto. A punirlo fu invece una commissione d’inchiesta guidata dal pretore Marco Pomponio Matone, che evitò di procedere contro Scipione, come Fabio Massimo avrebbe voluto, ma portò Pleminio in catene a Roma, ove poco dopo morì in carcere prima che il processo contro di lui fosse concluso. La vicenda, quella che dà più spazio alle critiche contro Scipione ed ha continuato a gettare una lunga ombra su di lui, è raccontata da Livio, XXIX 8-9 e 16-22.

5. A proposito di una crudeltà inaspettata in Scipione, si veda anche l’implicito rimprovero che gli muove Valerio Massimo, II 7, 12, colpito dalla crocifissione dei disertori da lui ordinata dopo aver sconfitto Cartagine.

6. Un ampio racconto, infarcito dalle medesime considerazioni fatte da Machiavelli, è anche in Guicciardini, Storia d’Italia, VI 15: "Le quali ragioni allegate concordamente non raffreddorno però lo ardore che aveva il popolo (che si governa spesso più con l’appetito che con la ragione) che vi si andasse a porre il campo […] Nella quale sentenza essendo non meno caldo di tutti gli altri Piero Soderini gonfaloniere, convocato il consiglio grande del popolo, al quale non solevano referirsi queste deliberazioni, dimandò se pareva loro che si andasse col campo a Pisa: dove essendo co’ voti quasi di tutti risposto che vi si andasse, superata la prudenza dalla temerità, fu necessario che l’autorità della parte migliore cedesse alla volontà della parte maggiore", ecc.

7. Discorsi III 9: "E che Fabio facessi questo per natura e non per electione si vide; ché volendo Scipione passare in Affrica con quegli exerciti per ultimare la guerra, Fabio lo contradisse assai, come quello che non si poteva spiccare da’ suoi modi e dalla consuetudine sua; tale che se fusse stato a lui, Annibale sarebbe ancora in Italia, come quello che non si avedeva che gli erano mutati i tempi e che bisognava mutare modo di guerra".

8. Discorsi III 34: "A Scipione maggiore non arrecarono tanta gloria tutti i suoi triomphi, quanto gli dette lo avere ancora giovinetto in sul Tesino difeso il padre; e lo avere dopo la rotta di Canne animosamente con la spada sguainata fatto giurare più giovani romani che ei non abbandonerebbono Italia, come di già infra loro avevano diliberato; le quali due attioni furono principio alla riputazione sua e gli feciono scala ai triomphi della Spagnia e della Africa. La quale oppinione da lui fu ancora accresciuta quando ei rimandò la sua figliuola al padre e la moglie al marito, in Hispagna". I primi due episodi sono già nel capitolo Dell’ingratitudine, come abbiamo visto. Il secondo episodio (Livio, XXII 53) è già rievocato all’inizio dei Discorsi, I 11, e l’ultimo, diventato specialmente famoso (Livio, XXVI 50: v. anche Polibio, X 19, 2-7, che nell’occasione sottolinea quanto Scipione fosse attratto dalle donne) in III 20: "Vedesi ancora come a Scipione africano non dette tanta riputazione in Hyspagna la espugnazione di Carthaggine Nuova, quanto gli dette quello exemplo di castità di avere renduto la moglie giovane, bella et intatta al suo marito; la fama della quale attione gli fece amica tutta la Hyspagna". A Scipione, infatti, era stata offerta in dono dai soldati una fanciulla molto bella, catturata durante un saccheggio, ma egli, saputo della importante famiglia di lei, la rimandò al padre e al promesso sposo, Allucio, un capo dei Celtiberi, con una dote costituita dai ricchi regali che i genitori della ragazza gli avevano fatto.

9. Canfora 2001, 73-78, entro un sintetico quadro dei giudizi di Machiavelli, ricorda anche questo passo, ma si attiene all’interpretazione tradizionale (di Poggio, in particolare). Attenua dunque di molto, sino a cancellarla, la realtà dello scontro durissimo tra Scipione e Catone, immagina un sereno dialogo tra i due e ne trae quel senso edificante che Machiavelli lascia del tutto cadere: "Machiavelli, dunque, ricorda qui ciò che già Poggio aveva affermato con altrettanta chiarezza: la grandezza di Scipione fu di tirarsi indietro, con sommo spirito civico, nel momento in cui egli era diventato troppo ‘ingombrante’ all’interno della repubblica. Il ricordo di Catone il Censore, che si fece incontro a Scipione e gli palesò la necessità del suo esilio, conferisce naturalmente all’intero episodio un’atmosfera solenne", ecc. (p. 75).

10. Caso esemplare e famosissimo sin dall’antichità, quello di Manlio Torquato: con Livio, v. Cicerone, De finibus I 7, 23, e De off. III 31, 112; Sallustio, Catil. 52, 30; Floro, I 9, 2; Valerio Massimo, II 7, 6; Gellio, IX 13, 20; Orosio, II 9, 2. E v. poi, in particolare, Petrarca, Tr. Fame I 64-66, in tono tutto positivo: "Poi quel Torquato che ‘l figliuol percusse / e viver orbo per amor sofferse / della militia, perché orba non fusse"; De viris 9, De Tito Manlio Torquato, 6; De rem. II 43, 26; Fam. X 1, 16; XX 14, 41; Sen. IV 1, 95. Anche Valerio Corvino è ricordato da Petrara: in Tr. Fame I 98-99 la sua ‘benignità’ è contrapposta alla durezza e severità di Papirio Cursore (vv. 94-96: v. Livio, VII 33, 1), e a lui è dedicato il cap. 10 del De viris. Per il possibile intreccio delle fonti, tra le quali spicca il commento al Trionfo petrarchesco di Jacopo di Poggio Bracciolini, v. Bausi 1987, 160-164.

11. Basta appena ricordare che alle gesta di Scipione durante la seconda punica è dedicato il poema Africa, cominciato nel 1338, e che ben tre sono le versioni petrarchesche della vita di Scipione, l’ultima delle quali, eccezionalmente lunga, è stata probabilmente composta durante gli anni ’50. Per la sua tarda conversione ‘cesariana’ che lo ha portato in anni successivi a scrivere anche una assai lunga vita di Cesare: F. P., De gestis Cesaris, a cura di Giuliana Crevatin, Pisa, Scuola Normale Superiore, 2003, v. ancora Martellotti [1947] 1983, 77-89.

12. Queste parole sono citate da Guarino nella sua replica a Poggio, De praest., in Canfora 2001, 139.

13. Livio, XXXVIII 50, 8-9: "Alii neminem unum tantum eminere civem debere ut legibus interrogari non possit; nihil tam aequandae libertatis esse quam potentissimum quemque posse dicere causam. Quid autem tuto cuiquam, nedum summam rem publicam, permitti, si ratio non sit reddenda? Qui ius aequum pati non possit, in eum vim haud iniustam esse". Di là da queste e altre simili considerazioni messe in bocca agli accusatori, Livio medesimo le fa sue, anche se ne dà una versione nobilitata: "Maior animus et natura erat ac maiori fortunae adsuetus quam ut reus esse sciret et summittere se in humilitatem causam dicentium" (XXXVIII 52, 2). V. pure Valerio Massimo, III 7 1d.

14. Si tratta delle disavventure giudiziarie di Lucio Scipione Asiatico, fratello dell’Africano, accusato di peculato e privato delle cariche nel 184 a. C., dopo la vittoria contro Antioco (Aurelio Vittore, De viris ill. 53). Con qualche differenza anche Livio, XXXVIII 56, 9, racconta il fatto: "… post famam de casu fratris allatam relicta legatione cucurrisse eum Romam, et cum a porta recta ad forum se contulisset, quod in vincula duci fratrem dictum erat, reppulisse a corpore eius viatorem, et tribunis retinentibus magis pie quam civiliter vim fecisse". Anche attraverso la versione dello stesso fatto data da Aulo Gellio, VI 19, non resta dubbio che emerga un tratto della personalità dell’Africano che già gli antichi avevano denunciato.

15. Al proposito si veda la citazione delle sue parole in Discorsi III 36, da Livio, VIII 34 (tra altri, si veda Treves 1953, in particolare 2-38).

Riferimenti bibliografici
English abstract

In the third chapter of the poem De ingratitudine, composed in 1507 or immediately later, and dedicated to his friend Giovanni di Simone de 'Folchi, Machiavelli dedicates a long passage to Scipio Africanus, first and exemplary victim of his countrymen's envy and ingratitude. But the evaluation, or rather the several evaluations on Scipio that Machiavelli elaborates from ancient sources and repeats in various places of his works, draws the picture of a much more complex and varied assessment: indeed, the image of Scipio is not so 'Republican' as you might imagine. Undoubtedly, Scipio defeated Hannibal and saved the republic, but because of this, by a sublime paradox, his personal story allows you to read it as a sort of prophetic announcement of the crisis and gradual dissolution of the republican order, and the advent of a new dimension of Roman constitution: the imperial one. What Machiavelli cares about, is the specifically political sense of Scipio's story: wanting or not wanting to celebrate the ancient Roman hero, he frees the character from the envelopment of the humanistic biography, framing his judgment on him within the coordinates of political analysis, that is, within the complex network of relationships, actions and possibilities that defines the always different and always relevant story time.

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