"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

45 | gennaio 2006

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Cinque artisti contemporanei interrogano il sacro

Recensione a: "Sacro_Contemporaneo", Conegliano (TV), Palazzo Sarcinelli 17 dicembre 2005-5 febbraio 2006

Nadia Mazzon

http://www.exibart.com/profilo/imgpost/rev/437/rev26437(1)-ori.jpgQuale incarnazione il sacro può assumere nell'espressione artistica contemporanea dopo che secoli di pittura, ispirata dalla volontà della Chiesa di divulgare un messaggio derivante dall'interpretazione cattolica delle Sacre Scritture, ci hanno abituati a espressioni figurative codificate? E come parlarne dopo l'evoluzione figurativa e spirituale realizzatasi nel secolo scorso, che ha segnato un punto di non ritorno rispetto a precedenti modalità di sentire e vedere?

La mostra Sacro_Contemporaneo, inaugurata a Palazzo Sarcinelli a Conegliano e che si terrà fino al 5 febbraio 2006, è stata allestita invitando cinque artisti locali a fornire la propria interpretazione sul tema della sacralità contemporanea. Il percorso si snoda dedicando un piano del palazzo alle opere di ciascun artista e all'inizio dell'esposizione sono situati dei pannelli in cui, con un breve scritto, gli artisti presentano il loro lavoro di ricerca su questo argomento.

Francesco Michielin sceglie di rappresentare il sacro in due modi: attraverso il ritratto, in quanto i volti sono per lui "simboli del mistero... enigmi, geografie di segni la cui decifrazione non è possibile altro che approssimativamente... porte dell'invisibile, dove la chiave è perduta", oppure attraverso la rappresentazione del paesaggio, che talvolta assume caratteri umani e in cui il sacro viene collegato al mistero della nascita e della morte. Stilisticamente sono presenti richiami a suggestioni metafisiche o simboliste – come ad esempio nei dipinti ...et in Arcadia ego (1997), Paesaggio italiano (1997), Stanza (2001).

Anche Manuela Bordin rimane legata al figurativo proponendo alcuni oggetti simbolici della religione cristiana (candele, lumini, corona di spine, la croce) o cercando di raffigurare, come dice l'artista stessa, l'istante "sacro in cui un bimbo avverte per la prima volta l'infinito e l'eternità". La trasposizione in immagine del sentimento di immenso e di spaesamento provato si concretizza nella raffigurazione di personaggi in ampi paesaggi stellati, Bambino in riva al mare, It's my Angel and me, entrambi del 2005, dove si avverte l'influenza della pittura romantica tedesca.

Vincenzo Politino oscilla tra figurativo e astratto: è figurativo nella rievocazione di paesaggi primordiali, ispirati alle suggestioni derivanti dalla lettura della Genesi, mentre passa a forme più astratte, con le quali cerca di esprimere impressioni legate a un fare artistico più vicino agli influssi esercitati dall'inconscio, in immagini come Agnus Dei, Derisione, Nunc et semper, tutte del 2005.

Morago e Loreto Martina, invece, si pongono sul versante della pittura informale. "L'artista... non esterna più le manifestazioni del sacro; egli visualizza piuttosto... la spinta primordiale dell'uomo a confrontarsi con l'infinito per poi tradurla in opera". Con queste parole Morago suggerisce al pubblico la direzione intimamente soggettiva della propria ricerca: ponendosi al di là di qualsiasi interpretazione religiosa, l'obiettivo dell'artista è quello di dare voce alle inquietudini dell'uomo moderno che "se esteriormente è appagato delle proprie conquiste, interiormente è sconcertato per l'impossibilità di destreggiarsi in un quadrante incompatibile con quelle indicazioni che, un tempo, rendevano il suo procedere fiducioso di approdo nell'Assoluto". Uno dei dipinti che al meglio illustra il sentimento dell'artista rispetto alla condizione umana di fronte al sacro è Interrogazione (1989), in cui due masse contrapposte di colori (rosso/nero) situate su piani diversi si affrontano e si contendono reciprocamente lo spazio, creando una tensione che sembra non avere possibilità di soluzione, oppure il dipinto Specchio (1991), in cui il vuoto nero che risucchia lo sguardo dello spettatore sembra rievocare il nulla che angoscia l'esistenza umana.

Loreto Martina, fin dai versi iniziali di autopresentazione, dichiara il proprio amore per la grande tradizione pittorica veneziana, in particolare per Tiziano, fornendo così un'indicazione rispetto a fonti e maestri ai quali si ispira il suo lavoro. Martina riesce a evocare sentimenti profondi legati all'esperienza del sacro e dà un ampio respiro alle proprie opere, che non si limitano a parlarci del sacro legato alla realtà del messaggio cristiano, ma si richiamano a questa dimensione in quanto esperienza primordiale, esigenza vitale per l'essere umano, coinvolgendo intensamente lo spettatore. È il caso del bellissimo trittico Grande Madre (2005) in cui l'artista rievoca il senso del sacro in rapporto a civiltà antiche legate al culto della dea madre: il colore che domina e fa da sfondo al dipinto è il giallo, su cui si stagliano delle figure appena abbozzate e, pur richiamandosi a una sacralità primordiale, la potenza del soggetto e del colore ricorda anche le ieratiche figure sugli sfondi oro di mosaici e dipinti antichi di epoca cristiana.

Angelo custode (2005) e il dipinto del ciclo Angelo Cavaoci (2005) ci riportano più direttamente, invece, all'ambito della fede cristiana. In Angelo custode figure appena delineate su un ampio sfondo azzurro suggeriscono i protagonisti dell'opera: l'angelo è evocato nell'ala leggera che irrompe dall'alto e si fa presenza concreta che con un movimento vorticoso si interpone tra due forme, due presenze, a difesa di una delle due dall'incombere minaccioso dell'altra; l'immersione della scena nell'azzurro intenso e sfumato la trasfigura e la traspone in una dimensione non terrena, fantastica, che ricorda un approccio fiducioso e ingenuo al sacro, caratteristico dell'infanzia, ma al tempo stesso parla della fragilità dell'essere umano e del suo perenne bisogno di protezione.

Angelo Cavaoci, invece, ripropone l'immagine del martirio: il rosso è il colore dominante, richiamo al sangue del sacrificio, e la forma che suggerisce il particolare anatomico dell'occhio può essere letta anche come frammento di una ruota dentata, onnipresente strumento di tortura di una delle immagini più famose di martirio, quella di Santa Caterina. Non può più esserci la compostezza compassata propria dell'iconografia cattolica che, pur richiamando, con la descrizione degli strumenti del supplizio, le sofferenze inflitte, mirava a suggerire l'idea della beatitudine finale e della possibile redenzione alle terribili sofferenze terrene.

Nostalgia disperata (2000) è probabilmente il quadro più suggestivo e intenso dell'intera esposizione; non troviamo in esso alcuna proposta consolatoria, ma uno sguardo sincero e poetico sul "sacro contemporaneo": l'interrogazione incessante, la ricerca che non giunge a una risposta rassicurante e tuttavia il bisogno di trovare senso e appagamento nella dimensione del sacro è, forse, l'unica modalità dello stare in essa per l'uomo contemporaneo. (n.m.)

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