"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

45 | gennaio 2006

titolo

Instancabile studioso esploratore e vagabondo "nato con l'istinto del pellegrino"

Recensione a: Giuseppe Tucci, Il paese delle donne dai molti mariti, Neri Pozza Editore, Vicenza 2005

Claudia Daniotti

Il paese delle donne dai molti maritiDi Giuseppe Tucci, grandissimo orientalista e massimo studioso del Tibet, Neri Pozza ha recentemente raccolto in volume ventuno racconti di viaggio scritti nell'arco di venticinque anni, tra 1931 e 1956: racconti che si snodano sulle strade che furono teatro delle numerose spedizioni del professore in Asia centrale, a ridosso e a cavallo della catena dell'Himalaya, in Nepal e, soprattutto, in Tibet, in quel Paese, cioè, che altrove lo stesso Tucci definì "il più grande amore della mia vita".

Si tratta di una selezione di resoconti, note, articoli, brevi saggi, spesso corredati da bellissime fotografie, che Tucci pubblicò in riviste quali "Asiatica", "Le Vie d'Italia e del Mondo", "Quaderni dell'Associazione Culturale Italiana", "Bollettino della R. Società Geografica Italiana"; scritti che comparvero in pagine e sedi considerate allora quantomeno insolite da un punto di vista strettamente (e baronalmente) accademico e che, all'interno dell'opera di Tucci – di fronte e accanto agli ancor oggi imprescindibili studi scientifici e ai libri di viaggio di insuperata freschezza e appassionante coinvolgimento (e purtroppo difficile reperimento) – finirono per essere dimenticati: tanto che quelli che Stefano Malatesta raccoglie e presenta ora per Neri Pozza nella bella collana da lui diretta, "Il cammello battriano", possono dirsi testi pressoché sconosciuti, ora giustamente – finalmente – restituiti alla luce.

Fu notoriamente viaggiatore curioso e instancabile, Giuseppe Tucci, uomo dal sapere sterminato e dal notevole spirito pratico (seppure, per sua stessa ammissione, segnato dall'incompatibilità nei confronti di qualunque macchina, a cominciare da quella fotografica), poliglotta a cui tutte le lingue e i principali dialetti dell'Asia erano noti fino alla familiarità, capace di vagabondare in terre remote e desolate, oggi ardue e allora per varie ragioni quasi del tutto inaccessibili, di arrivare sulle cime più impervie, di avventurarsi su sentieri a strapiombo sull'abisso e su piste a malapena tracciate, di attraversare quei ponti sospesi che sono nulla più di "tremule corde gettate da una sponda all'altra su fiumi scorrenti in basso con rombo di tuono".

Cuore delle ricerche e degli interessi di Tucci furono i Paesi che si trovano lungo la cresta dell'Himalaya, che è cicatrice e insieme cerniera: l'India e l'alto Pakistan da una parte, e il Tibet ("il paese delle donne dai molti mariti", come Tucci stesso lo chiamò), attraverso il Nepal, dall'altra. Lungo questo crinale e crocevia, lungo il limes che è sempre e da sempre frontiera e tramite, i tempi e i modi di trasmissione, modificazione e travestimento delle forme culturali – quelle che dall'India, non senza cambiamenti, giungono attraverso l'Himalaya fino al Nepal e, da qui, al Tibet – si rivelano con maggior chiarezza a chi sappia coglierli e leggerli.

Monasteri quasi disabitati in cui nessun visitatore era mai approdato, immensi tesori di sapere che si credeva perduto conservati in biblioteche che nessuno aveva mai studiato, templi dimenticati in cui nessun occidentale aveva mai messo piede, manufatti artistici insieme a credenze, usi, costumi e civiltà che l'Occidente, se pur conosceva, aveva mal compreso e mal interpretato: questo è il bottino, di conoscenza, di ricerca e di scoperta, che Tucci riporta a casa dai lunghi e avventurosi viaggi nel cuore dell'Asia; un bottino di insperata (sospettata e tenacemente inseguita) ricchezza, che diede origine a "quella direttrice nuova e feconda della scienza italiana che è l'esplorazione dell'Oriente" (Sabatino Moscati) e che, prima di Giuseppe Tucci, nel nostro Paese non esisteva.

La fiera consapevolezza, apertamente dichiarata e mai sottaciuta, di sé e dell'importanza del proprio pionieristico operato si sposa, in queste pagine, alla volontà intelligente (oltre che alla conveniente opportunità) di farsi, come Tucci stesso dichiara, "tibetano fra tibetani": apprende e condivide stili e abitudini di vita propri del luogo e delle genti, e – padroneggiando le lingua dell'Asia come pochi occidentali erano in grado di fare – interroga i monaci, i funzionari, i contadini in prima persona e senza intermediari, senza un interprete che, se crea un ponte tra due lingue e due culture, crea anche un filtro interpretativo che qui, non necessario, viene totalmente eliminato. Come scrive lo stesso Tucci meglio di chiunque altro, è questo calarsi nei panni dell'altro che "mi è stato più utile per comprenderne la psicologia, leggerne l'anima, ricostruire quel mondo di fantasie e di paure in cui vivono, che non anni interi spesi a tavolino a sezionare col coltello della semplice filologia i loro libri che prima di essere manuali di filosofia sono libri di vita".

La conoscenza che delle civiltà, delle letterature, delle filosofie, delle religioni, delle arti orientali Tucci matura e comunica è una conoscenza diretta, "sterminata e approfondita" insieme, avvicinata e verificata dall'interno prima che le forme e le parole significanti si cristallizzassero in formule vuote e riti astrusi, ai più malamente comprensibili: è questo che gli permette di dissolvere quell'alone superstizioso e nebuloso, "quell'impasto di tradizioni geniali, magismo degradato e puro imbroglio che stava alla base del rapporto Oriente-Occidente di tipo turistico".

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