"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

36 | ottobre 2004

titolo

L’anima noir del Rinascimento

Recensione a: Dan Brown, Il codice Da Vinci, Mondadori, Milano 2004; Ian Caldwell, Dustin Thomason, Il codice del Quattro, Piemme, Casale Monferrato 2004

Alessandra Pedersoli, Luca Tonin, Paolo Tonin

Un’età ricca e luminosa, ma per certi versi anche perversa e oscura, è nota per la grandezza delle sue realizzazioni, artistiche, letterarie, filosofiche. Il Rinascimento è di questi tempi anche un succoso pretesto narrativo che ben si adatta a trame noir e poliziesche. La materia duttile delle sue espressioni, trova quindi grande fortuna negli ultimi successi di Dan Brown, Ian Caldwell e Dustin Thomason. Lo studioso di simbologia Robert Langdon e l'esperta crittografa Sophie Neveu a Parigi (Il codice Da Vinci), i giovani Paul e Tom studenti di Princeton (Il codice del Quattro), ingaggiano una inarrestabile lotta col destino: devono mettere alla prova tutte le loro le conoscenze – umanistiche e non – per venire a capo degli enigmi che, con puntualità quasi esasperante, devono affrontare.Tutto sommato lo schema narrativo e l’impostazione scenografica dei due romanzi sono piuttosto normali nel panorama della letteratura poliziesca; ci si domanda quindi cosa abbia fatto scattare il successo dei due libri: alle spalle del tam tam dei lettori, non sta solamente il battage pubblicitario, ma verosimilmente la percezione che nelle opere rinascimentali, al di là della percezione estetica, sta ‘qualcos’altro’, di forte richiamo anche ai non addetti ai lavori.

Due 'codici' dunque (anche se per il secondo, The Rule of Four, la traduzione del titolo è stata decisamente calcata sull’onda del successo del The Da Vinci Code), due chiavi per accedere a due diversi, quanto intriganti misteri.

Nel primo – e più famoso – successo di Dan Brown, a partire da alcuni celebri dipinti di Leonardo, discipline spesso considerate marginali come la crittografia, l'iconologia e la simbologia, vengono chiamate in causa, intrecciandosi in un'indagine poliziesca che apre poi la strada a una ricerca ben più complessa: il Santo Graal. L'iconologia ha qui grande spolvero: nei dipinti sono celati segreti, che non potendo essere rivelati 'a parole', hanno trovato nell'immagine l'unica via per rivelarsi: le immagini, strutture 'pesanti' ed 'opache', sono portatrici di una storia e di un significato che va ricercato con l'ausilio di tutto lo scibile a disposizione. Codici numerici dunque, combinazioni, versi oscuri, rebus, indivinelli, un gioco perverso di 'botta e risposta' che solo i sagaci – e 'colti' – protagonisti possono affrontare (facendo bene attenzione a farci prima intuire le risposte).

Nell'altro 'codice', ben più oscuro, il fine della ricerca è un altro: l'interpretazione di un libro famoso quanto enigmatico, l'Hypnerotomachia Poliphili. Il complesso testo, composto sul finire del XV secolo da Francesco Colonna, (autore noto solo grazie all'acronimo che si ricava dall'incipit dei singoli capitoli) contiene una serie di enigmi, ma soprattutto un grande segreto, che non è il Graal, ma qualcosa che chi ha pratica delle materie umanistiche considera come tale. Anche qui concorrono varie discipline nella scoperta del segreto: crittografia, filosofia, simbologia, ma anche filologia, storia dell'arte e storia sono i pretesti per introdurre al thriller, che nella sua trama non disdegna di rispolverare odi accademici e 'furti' di documenti preziosi per l'interpretazione del testo.
La ricerche che conducono i nostri eroi – e noi con loro – sono belle e accattivanti, anche se c’è sempre di mezzo qualcuno che vuole o non vuole, che segreti celati per secoli vengano ermeneuticamente a galla. Uno dei periodi più ricchi e intensi della storia dell'umanità ha una inaspettata anima noir e ‘frequentarlo troppo’ può essere anche pericoloso: basta sbagliare un simbolo, non afferrare un codice e si finisce male. Ma fortunatamente nella realtà non è ancora così.

 

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