"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

32 | aprile 2004

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Dall'impulso emotivo all'esecuzione sublime: il genio di Antonio Canova

Presentazione della mostra: Canova, Bassano del Grappa, Museo Civico; Possagno, Gipsoteca Canoviana, 22 novembre 2003 / 12 aprile 2004

Laura Cavallo

Quattrocento opere tra marmi, gessi, terrecotte, monocromi, dipinti, tempere, disegni, incisioni, carteggi formano il corpus della prima grande mostra antologica dedicata al genio di Antonio Canova, in un excursus espositivo che dalle sale del Museo Civico di Bassano del Grappa si snoda nella Gipsoteca, nel Tempio e nella casa natale dell’artista a Possagno. La mostra assume caratteri di grande unicità perchè presenta per la prima volta un corpo d’opera quasi completo, mirando a creare un connubio tra le opere e il loro contesto astrattamente (virtualmente) storico e realmente ambientale, tra i ricordi più intimi della sua casa e nella sacralità del tempio che conserva tutt'oggi le sue spoglie. Non solo le opere quindi, ma anche i luoghi che più di tutti conservano la sua memoria. 

Esponente per eccellenza del Neoclassicismo italiano Canova, soprattutto durante l’esperienza romana, matura il suo linguaggio artistico e assimila quei principi dell’arte classica che lo accompagneranno per tutto il resto della sua carriera. La sua opera attraverso l'antico si spinge verso il bello ideale, meta di un processo di sublimazione di quello che era uno stato di violenta, drammatica emozione. A tal proposito dall'alto della Sala dei Marmi campeggia una citazione tratta da opera di Winckelmann che risale agli anni del soggiorno romano dell'artista: "la generale e principale caratteristica dei capolavori greci è una nobile semplicità e una quieta grandezza sia nella posizione che nell'espressione. Come la profondità del mare che resta sempre immobile per quanto agitata ne sia la superficie, l'espressione delle figure greche, per quanto agitate da passioni, mostra sempre un'anima grande e posata" (J.J. Winckelmann, Il bello nell'arte, scritti sull'arte antica, 1783). 

La frase – in origine riferita molto meno opportunamente al pathos controllato del Laocoonte – recuperata in questo contesto si presta perfettamente a descrivere, attraverso una similitudine, il processo di sublimazione dalla genesi all'opera finita. La scultura è atto finale, sintesi di una ricerca che innalza anche i bozzetti, i disegni preparatori e i monocromi a vere e proprie opere d’arte autonome che svelano l'innata capacità di concepire il marmo come "viva carne" e sottendono la volontà di superare la consistenza materica della scultura dando voce e sentimento alle sue creazioni. Così la Maddalena Penitente raffigurata in un momento di catartica sospensione tra la vita e la morte; così lo struggente abbandono di Euridice ai vapori che si materializzano trascinandola ineluttabilmente nell'oltretomba e nello sguardo disperato di Orfeo che, trasgredendo all'obbligo di non voltarsi, la perde per sempre.

"Passai nel luogo incantato, dove ardono di vita i marmi, inspirati dal fuoco e dalla grazia del genio animatore del Canova; e là dove la ninfa dorme in pietra m’accostai, e i miei passi divennero più lievi, temendo di fare alzare quella testa graziosa, che appoggiata sul morbido braccio, acquista dal riposo una placida vaghezza" (E.G. Vincent).

Così è la Ninfa dormiente ispirata alla statua classica dell'ermafrodito e omaggio alla Venere del Giorgione, frutto dell’esperienza che segnò significativamente l'evoluzione formale ed espressiva del suo stile, ovvero il soggiorno londinese del 1815 dove potè ammirare le sculture fidiache del Partenone. Il costume antico era quindi parte integrante del linguaggio scultoreo dell'artista innalzato a modello anche nei ritratti di personaggi illustri dell’epoca; mito e raffigurazione storica si fondono in una bipolare armonia allegorica tra ideale e reale. Così Napoleone Bonaparte come Marte pacificatore, Elisa Bonaparte Baciocchi, granduchessa di Toscana, in veste di Polimnia, musa della danza; Alexandrine de Blechamps (seconda moglie di Luciano Bonaparte) in veste di Tersicore, musa della poesia lirica. 

La soluzione espositiva all'interno del Museo Civico di Bassano consiste nella traduzione progettuale di un concetto astratto che si esplica attraverso i canoni della seduzione, dell'intimità e dell'interattività; queste le linee-guida, le parole chiave scelte per valorizzare le opere. La seduzione è tesa a provocare un coinvolgimento emotivo attraverso il rapporto opera-spazio. L'ambiente appare scenograficamente neutro, soprattutto nella sala dei marmi, permettendo una visione privilegiata dell'opera. L'intimità crea un rapporto diretto e riflessivo con l'opera, e da questo punto di vista la Sala dei Marmi somiglia alle quinte di un teatro, dove gli attori catturati in un'istantanea sembrano costretti per sempre nelle posture e nei gesti dei personaggi che interpretano. I valori plastici, la pulsione epidermica dei marmi, trovano in queste sale un ambiente ideale grazie alla resa degli apparati di illuminazione. L'incrocio ottimale di diverse fonti luminose (luce zenitale, dal basso e perpendicolare) accentua il modellato morbido e accurato, sensibile agli effetti più minuti di una visione "a lume di candela" così come il Canova era solito fare. L'interattività infine occupa uno spazio sostanzialmente marginale dal punto di vista contenutistico, affiora timidamente come carattere di corredo prettamente scenografico; la validità del mezzo informatico e multimediale viene invece dimostrata visitando il sito creato appositamente in occasione della mostra. 

Le stanze del Museo Civico di Bassano mirano in un primo momento a calare il visitatore nel clima dell'epoca attraverso l'esposizione di carteggi, un’accurata selezione di ritratti di committenti e teorici del neoclassicismo aspira poi a mettere in luce tutti gli aspetti della produzione artistica di Canova e le diverse fasi di sviluppo delle sue opere. Lo studio, l'ispirazione, lo scavo psicologico, il dilemma della ricerca della bellezza eterna e universale, l'uomo, la sua storia personale, i segreti della sua officina e poi lettere, diari, schizzi, bozzetti, incisioni, monocromi, come suggestioni che portano a godere dell’opera ultima: i marmi. Sapientemente presentati, sembrano galleggiare come iceberg su supporti luminosi di un bianco quasi glaciale contro uno sfondo blu cobalto. Opere che invitano ad una visione tattile, oltreché ottica, tanto sono vicini al calore della carne.

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