"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

25 | maggio/giugno 2003

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Le nuove rappresentazioni in scena al Teatro Greco di Siracusa

Recensione alle opere: Persiani, Eumenidi di Eschilo, regia di Antonio Calenda; Vespe di Aristofane, regia di Renato Giordano, Siracusa, Teatro Greco, 16 maggio / 2 luglio 2003

Daniela Sacco

La nuova stagione teatrale organizzata dall'Istituto Nazionale del Dramma Antico prevede la messa in scena di due tragedie e una commedia: la scelta delle opere ha il pregio di porsi in continuità con la tradizione delle rappresentazioni siracusane e allo stesso tempo di collocarsi, per le vicende raccontate nei drammi, in un frangente storico che li rende sinistramente attuali e capaci di far vibrare corde emotive oggigiorno sensibilissime. La rappresentazione dei Persiani vanta a Siracusa una tradizione risalente al 470 a.C., come probabile replica diretta dallo stesso Eschilo, e riproposta poi altre due volte nel corso del '900, nel '50 e '90. È la tragedia più antica e l'unica di contenuto storico pervenuta integralmente; il drammatico conflitto che inscena è quello tra Ateniesi e Persiani, tra Occidente e Oriente, due mondi, due religioni, due culture differenti, che si contrastano nella strenua volontà di annullarsi l'un l'altro. La violenza del conflitto è massimamente potenziata nella sua espressione dal geniale espediente drammaturgico di Eschilo di dare parola esclusivamente ai vinti, unici testimoni del dramma. La storia, narrata nell'ottica di un rovesciamento prospettico, è quella delle vittime, è la trama intessuta dal dolore degli sconfitti, ma per questo, come di rado accade nelle ricostruzioni storiche, pienamente riconosciuti nella loro identità altra rispetto ai 'nemici', e quindi dignitosi nella loro sofferenza e nella consapevole assunzione delle colpe commesse. Con le Eumenidi Antonio Calenda torna a Siracusa e conclude la trilogia apertasi nella stagione 2001 con L'Agamennone e le Coefore; anche per le Eumenidi si tratta della terza messa in scena a Siracusa, dopo le rappresentazioni del '48 e del '60, entrambe accompagnate dagli altri due drammi dell'Orestea. La storia per il regista è ripresa quindi là dove si era interrotta, "con l'immagine di Oreste ancora confuso, sofferente e desideroso di "conoscere", di poter contare – aspirazione condivisa pienamente dall'uomo contemporaneo – su una certezza del diritto, su norme chiare, su cui misurare il proprio agire e fondare una civiltà limpida" e prosegue con il dramma che si annuncia risolutivo, come prefigurazione della possibilità di una civiltà finalmente pacificata e democratica. La rappresentazione delle Vespe – in linea con la volontà dell'Istituto del Dramma Antico, a partire dal 1927, di dare spazio anche alla commedia – è invece per Siracusa una novità assoluta, e per questo molto attesa, anche per cercare l'ennesima conferma della constatazione che le commedie di Aristofane si sono dimostrate in ogni tempo perfettamente in grado di calarsi nella realtà storico-politica del momento, prendendo a prestito di volta in volta volti noti e protagonisti delle misere e troppo umane vicende che gestiscono i giochi del potere. Forte quindi è la curiosità e il desiderio di assistere al modo in cui, ancora una volta, quest'anno, i fantasmi del passato si 'reincarneranno' nel Teatro greco di Siracusa in una sorta di annullamento spazio-temporale.

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