"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

136 | giugno-luglio 2016

9788898260812

titolo

Gli Ebrei, Venezia e l’Europa: cinquecento anni dall’istituzione del Ghetto di Venezia*

Presentazione della mostra "Venezia, gli Ebrei e l'Europa. 1516-2016"

Donatella Calabi

English abstract

Copertina del catalogo della mostra, Venezia, gli Ebrei e l'Europa. 1516-2016, Marsilio, Venezia 2016.

I. ll tema e il senso della mostra

La parola 'ghetto' è usata oggi continuamente non certo solo in Italia: la si trova nei giornali quotidiani, nei media, in generale con riferimento a casi di 'isolamento' fisico e sociale, con allusioni talvolta a livelli elevati di degrado edilizio, talaltra di collocamento ai margini del vivere civile e dei comportamenti interpersonali di chi vi abita; e tuttavia essa si riferisce a episodi anche molto differenti fra loro, oltre che lontani geograficamente e politicamente.

A cinquecento anni dalla sua istituzione, ripensare alla lunga storia del primo Ghetto al mondo – quello veneziano –, significa ricostruirne la vita quotidiana, le molte contraddizioni, la complessità, perfino la “porosità”, oltre che cercare di capire il significato di 'segregazione' che questo termine è andato assumendo non solo nel passato, ma anche in tempi a noi più vicini. Questo significa però comprendere anche il cosmopolitismo che a questa vicenda è strettamente legato.

Non possiamo non ricordare qui che Salvatore Settis, riferendosi a Richard Sennett afferma che "l’esperienza degli Ebrei nel Ghetto veneziano indicò un modo per legare cultura e diritti politici destinato a durare nel tempo". In quella che era allora la "città più cosmopolita d’Europa", anzi "la prima città globale del mondo moderno", la comunità del Ghetto seppe sviluppare quel "senso di solidarietà reciproca" e quelle "forme di rappresentanza collettiva" imperniate sulla consapevolezza dei propri diritti che fecero del recinto veneziano l’emblema generale di un luogo in cui "la libertà di parola tende a coincidere con il diritto alla città" (Sennett [2011] 2014; Settis 2014, 144-145).

I ghetti attuali sono percepiti come luoghi pericolosi, condizionati da una precarietà economica e da un forte tasso di immigrazione, e ciò nonostante dotati di un potenziale cosmopolitismo date le possibilità di incontro, di scambio e di coesistenza che offrono a persone di provenienza diversa.

Conoscerla – questa storia – ci porta infatti alla consapevolezza che l’identità ebraica è parte integrante dell’identità europea. Farlo ora, a ventisette anni dalla caduta del muro di Berlino (1989), in un continente libero e riunificato, ma incapace di governare le nuove ondate di paura innescate da una quantità abnorme di migranti, può forse contribuire a cogliere la sfida che l’Europa ha di fronte a sé: quella di evitare una nuova stagione di muri di cemento e di barriere di filo spinato, quella di ovviare al pericolo di un mondo costituito da "un arcipelago di ghetti". "I confini sono artifici che devono essere relativizzati e la loro chiusura giustificata" ci ricordava il 4 maggio scorso Nadia Urbinati su "La Repubblica" perché secondo l’intuizione kantiana, per poter essere libero ciascuno ha bisogno "di uscire dal proprio stato portando con sé le proprie radici" (Urbinati 2016). Si tratta dopo tutto di quello che, malgrado il ghetto, gli Ebrei hanno saputo e potuto fare molte volte nei secoli che qui abbiamo studiato.

La scelta di organizzare ora una mostra a Palazzo Ducale su "Venezia, gli Ebrei e l’Europa" (Venezia, Palazzo Ducale, Appartamento del Doge, dal 19 giugno al 13 novembre 2016) è il frutto della volontà di cogliere l’occasione di un compleanno del tutto particolare e di segnare questa data – il 2016 – con uno sguardo volto non solo all’indietro, ma anche al futuro della nostra società, consapevole delle lunghe e complicate vicende che la hanno conformata.

L’esposizione che qui presentiamo è l’esito di una riflessione storica, artistica e documentaria: vuole raccontare la storia del Ghetto di Cannaregio, della sua crescita su se stesso, della sua architettura, della composizione sociale, dei mestieri, della vita materiale e delle relazioni tra la minoranza ebraica e l’intera città, in un contesto di rapporti con altri insediamenti ebraici in Europa e nel bacino mediterraneo. Quadri, disegni, libri, documenti, ricostruzioni multimediali permettono di dar conto di una vicenda di lungo periodo, fatta anche di permeabilità, fatta di relazioni e di scambi culturali. L’iniziativa si propone infatti di divulgare tra i molti visitatori che frequentano la città lagunare una maggiore consapevolezza delle diversità esistenti in Europa e della commistione di saperi, conoscenze, abitudini che ne costituiscono il principale patrimonio.

Decreto di istituzione del Ghetto, 29 marzo 1516, ASVe Senato Terra r. 19 c. 95r-96r (ex 78r-79r)

La narrazione mette in luce il fatto che in quei primi decenni del XVI secolo la Repubblica Veneta ha messo in atto una strategia urbana di accoglienza, offerta di garanzie e, contemporaneamente, di sorveglianza più o meno rigida nei confronti anche di altre comunità nazionali e religiose importanti per le proprie attività economiche, come i popoli del Nord (con il Fondaco dei Tedeschi), i Greci ortodossi (con la concessione di costruire a loro spese una chiesa e un collegio) e via via, gli Albanesi, i Persiani, i Turchi. Gli Ebrei, al pari di altre minoranze, sono “preziosi” per la Serenissima (si tratta di un’espressione del tutto singolare che ritroviamo nei documenti): le sue magistrature, alcuni nobili, lo stesso doge Leonardo Loredan, che era “principe” al momento del decreto istitutivo (29 marzo 1516), ne sono perfettamente consapevoli (Calabi 2016a).

La mostra illustra la distribuzione degli insediamenti ebraici in Europa dopo il 1492; l’istituzione del primo vero e proprio Ghetto al mondo, quello di Venezia, il dibattito sulla sua localizzazione; la crescita e la conformazione urbana e architettonica delle successive espansioni (il Ghetto Novo, il Vecchio e il Novissimo); le relazioni con il resto della città (le botteghe realtine, il cimitero, l’escavo del Canale degli Ebrei). Vengono messi in luce regole, divieti, abusi, conflitti e scambi; la società del Ghetto composta da comunità (la tedesca, l’italiana, la levantina, la ponentina), differenti tra loro per rito religioso, lingue parlate, abitudini alimentari; la loro produzione culturale (musica, arte, letteratura).

Occorre dar conto del fatto che a Venezia nei primi due decenni del Cinquecento si attraversava un periodo di esitazioni e di comportamenti parzialmente contrastanti. Il prestito su pegno era infatti una delle attività prevalenti degli Ebrei, a Venezia come altrove in Europa; e forse proprio in virtù di questa occupazione, soprattutto nelle fasi di difficoltà finanziarie e politiche che la Serenissima vive durante e dopo la crisi cambraica (Mueller 1975; Mueller 1997, 403-450), si era giustificata la loro accoglienza e il successivo radicamento in città.

Altri provvedimenti restrittivi erano stati presi durante tutto il Quattrocento: in particolare alla fine del secolo, dopo i noti decreti di espulsione dalla Spagna (1492) e dal Portogallo (1496), le migrazioni nel Mediterraneo erano proseguite anche in fasi di incertezza politica ed economica per la Serenissima, alle prese con l’apertura di nuove vie commerciali per l’Oriente e le Americhe e con la pericolosa crisi seguita ad Agnadello, che avevano pesantemente influito sui bisogni di denaro dei suoi organi di governo.

La Repubblica aveva dunque scelto di destinare, nella città capitale, alla minoranza ebraica un luogo delimitato da due porte che – come aveva precisato il Senato il 29 marzo 1516 (Bastianello 2016, ) – sarebbero state aperte la mattina al suono della “marangona” (la campana di San Marco che dettava i ritmi dell’attività cittadina) e richiuse la sera "ad hore XXIIII" (ovvero al tramonto secondo l'ora italica) da quattro custodi cristiani, pagati dai Giudei e tenuti a risiedere nel sito stesso, senza famiglia per potersi meglio dedicare all’attività di controllo. Inoltre si sarebbero dovuti realizzare due muri alti (che tuttavia non saranno mai eretti) a serrare l’area dalla parte dei rii che la avrebbero circondata, murando tutte le rive che vi si aprivano. Due barche del Consiglio dei Dieci, con guardiani pagati dai nuovi “castellani”, circoleranno di notte nel canale intorno all’isola per garantirne la sicurezza. Il 1 aprile successivo, la stessa “grida” venne proclamata a Rialto e in corrispondenza dei ponti di tutte le contrade cittadine in cui risiedevano i Giudei.

Le difficoltà politiche ed economiche si sommavano a nuovi orientamenti religiosi: la svolta antiebraica fu decisa all’unisono da alcuni patrizi illustri, dal patriarca Antonio Contarini, e da una contemporanea campagna inquisitoria avviata da predicatori, frati francescani ed eremiti. Le ostilità, peraltro, non riguardavano soltanto gli Ebrei: proprio nel 1515 il patriarca era intervenuto di persona in una seduta del governo veneto per impedire la costruzione di una chiesa di rito ortodosso richiesta dalla comunità ellenica di Venezia, e più tardi aveva ordinato il sequestro delle opere di Lutero da poco in vendita presso un libraio veneziano.

Mentre a Ferrara il duca Ercole I accoglieva già dal 1493 le famiglie ebraiche provenienti dalla Spagna, esisteva a Venezia chi voleva imporre loro un allontanamento dal centro della città attraverso una soluzione suburbana, forse insulare, per la quale tuttavia si impose una contrattazione con gli Ebrei residenti a Venezia, evidentemente considerati, a pieno titolo, “interlocutori” con cui affrontare la questione.

La mostra prende in considerazione un lungo periodo storico: dall’istituzione della "corte di case" destinata agli Ebrei nel 1516 a cosa succede a Venezia dopo l’arrivo di Napoleone e l’apertura delle porte, fino a tutto il Novecento. Essa vuole mettere in luce come l’assimilazione degli Ebrei e il loro accesso alle professioni, alle cariche politiche, alla proprietà della casa siano andati di pari passo con il vento di igienismo e con il processo di modernizzazione in corso in città tra XIX e XX secolo.

II. Articolazione del percorso dell'esposizione

Articolata in undici sale – all’interno degli appartamenti del doge di Palazzo Ducale – corrispondenti a sezioni tematiche e cronologiche insieme, la mostra propone inizialmente da un lato il "getto" di rame, con un’evocazione della fonderia (dalla quale proviene il toponimo) nella quale sarà poi collocato il recinto degli Ebrei, dall’altro una visualizzazione dei flussi migratori ebraici in Europa dopo la cacciata dalla Spagna e dal Portogallo, non senza un rapido focus sulla presenza di altri insediamenti ebraici in area veneta.

Parla poi della localizzazione della residenza ebraica a Venezia Prima del Ghetto (sparsa in città e in particolare legata all’area centrale e a quella mercantile di Rialto), oltre che a Mestre. Pochi anni dopo la prima proposta di ricostruire in pietra il vecchio ponte ligneo e la decisione del Senato di restaurarlo sull’esistente, nel 1515 un gruppo di giudei aveva anche acquisito una serie di botteghe nella vivacissima area commerciale, vero e proprio centro dell’"economia mondo" (come l’aveva definita Fernand Braudel). Nella seconda sala, è mostrata la vivacità dei traffici con una ricostruzione del vecchio ponte (ancora apribile nel mezzo per il passaggio delle imbarcazioni), oltre che sulle rive, dove “genti” di ogni paese fanno i loro affari, e nelle botteghe poste sotto i portici della piazzetta di San Giacomo. Nella stessa prima sezione, si mette poi in luce la presenza del futuro recinto (Ghetto Nuovo) all’interno del sestiere di Cannaregio nella mappa cinquecentesca di Jacopo de’ Barbari (1500).

Nella sala successiva, intitolata La Venezia cosmopolita sarà evidenziata la presenza coeva di altre comunità nazionali, etniche e religiose nel contesto urbano: questo aspetto sarà sviluppato demandando agli splendidi teleri della Predica di santo Stefano e della Presentazione di Maria al tempio di Vettor Carpaccio, provenienti rispettivamente dal Louvre e dalla Pinacoteca di Brera il compito di mostrare la variegata compresenza in città tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento di persone di diversa provenienza nazionale, etnica o religiosa. La fisiognomica caricaturale dell’ebreo congruente con clima di ostilità sempre presente accanto alla scelta dell’accoglienza in mostra è demandata al bellissimo dipinto di Giovanni Bellini, L’ebbrezza di Noè, proveniente dal Musée des Beaux Arts di Besançon. Qui l’importanza della stampa in ebraico nelle tipografie veneziane dal Cinquecento in poi sarà mostrata in una sorta di scriptorium, scandito dalla presenza di libri di grande pregio provenienti dalla National Library of Israel, dalla Biblioteca Marciana e dalla Biblioteca di San Francesco della Vigna (tra gli altri l'edizione aldina della grammatica del Lascaris che presenta, in appendice, un compendio di rudimenti di grammatica ebraica; la Torah di Maimonide stampate rispettivamente da Alvise Bragadin e da Marcantonio Giustinian nel 1550 e nel 1551; il Pentateuco stampato da Daniel Bomberg; l’Ester di Leon Modena; uno straordinario trattato settecentesco illustrato di astronomia, medicina e anatomia di Tobia Coen).

La quarta sala si propone di mettere in luce la compresenza all’interno del Ghetto di più comunità, di Ebrei la cui origine e provenienza, le cui abitudini, i cui linguaggi (anche quelli decorativi illustrati per esempio dai loro oggetti e dai loro tessuti) sono differenti, al punto che essi arrivano a stento a comprendersi fra loro. I temi trattati sono prevalentemente quelli della densità abitativa, della frammentazione interna degli edifici, della loro crescita in altezza, delle loro caratteristiche costruttive (limitato spessore dei muri perimetrali; ripidità e lunghezza delle rampe delle scale; altezza molto contenuta dei singoli piani; debolezza delle fondazioni), ma anche della vita quotidiana (scandita dai riti e dalle feste) e delle attività consentite (il prestito, la medicina, la vendita di oggetti di seconda mano), o non permesse ma praticate di fatto (la stampa), nonché la presenza delle botteghe alimentari.

Nella quinta sala il ruolo delle cinque sinagoghe e delle yeshivot, di cui sarà indicata la localizzazione, sarà sintetizzata da un video che guarda con un’attenzione particolare alla Scola Tedesca in Ghetto Nuovo e alla Spagnola in Ghetto Vecchio, illustrandone non solo la Tevah, l’Aron e l’apparato decorativo, ma anche riproducendone i canti rituali. A completare l’illustrazione dei luoghi sacri saranno presenti in mostra un’incisione, alcuni oggetti rituali d’argento, due pannelli della sukkah in cuoio, ora appartenenti al Museo Ebraico veneziano.

I temi successivamente trattati sono quelli degli ampliamenti del recinto (Ghetto Vecchio 1541 e Ghetto Nuovissimo 1633). L’apertura del Ghetto Nuovissimo – destinato a un’ondata migratoria del tutto particolare, quella dei grandi mercanti provenienti soprattutto dall’Impero Ottomano, considerati preziosi per l’attività commerciale veneziana – scandisce con un insediamento diverso dai precedenti dal punto di vista morfologico una fase in cui nessuno avrebbe più messo in discussione la presenza ebraica in città.

Nella sala numero 6 sarà ospitata una breve riflessione sulla figura femminile, il cui ruolo è davvero tutt’altro che secondario nella società ebraica; alcuni contratti matrimoniali (ketubbot) acquerellati e qualche tessuto di grande raffinatezza accennano alla vita quotidiana; ma poi la figura di una donna del tutto eccezionale, come Sara Copio Sullam, sarà menzionata attraverso i suoi scritti e l’intenso rapporto intellettuale con Leon Modena, oltre che demandata a un video con la ricostruzione di due dialoghi. Sono stati utilizzati a questo fine testi originali trascritti, rispettivamente dedicati all’Accademia degli Incogniti (nella quale si mette in luce la presenza di Sara) e a un dibattito tra la stessa (il cui Manifesto sarà esposto in mostra) e Cesare Cremonini.

Un’attenzione speciale viene poi data nella settima sala al peso degli Ebrei nel traffico veneziano mediterraneo ed europeo, con un focus particolare alle intense relazioni che gli Ebrei stabiliscono tra XVII e XVIII secolo con Costantinopoli.

La fase di completa “rottura” nella lunga storia degli Ebrei a Venezia è rappresentata dall’arrivo di Napoleone nel 1797, alla caduta della Repubblica, con l’eliminazione delle porte del Ghetto, il falò delle stesse all’interno del campo di Ghetto Nuovo, l’assimilazione dei giudei nella società civile. Saranno documentati nella sala 8 la presa d’atto da parte della municipalità dello stato di degrado di un’area periferica e da sempre trascurata dal punto di vista della manutenzione edilizia e i conseguenti interventi di ristrutturazione e/o demolizione che ne hanno in parte modificato la fisionomia.

Dallo sguardo attento sul contesto cittadino, non può mancare il racconto del cimitero ebraico del Lido, la Casa dei vivi, posto accanto al monastero di San Nicolò e a uno dei due castelli costruito a difesa della omonima bocca portuale; in un video si passa dallo sguardo dei viaggiatori ottocenteschi e della espansione del cimitero stesso, con gli interventi architettonici di pregio otto e novecenteschi nel muro di cinta e nelle porte monumentali d’accesso, si risale andando à rebours alla vicenda della realizzazione del canale degli Ebrei nel XVII secolo e alla sua esistenza nei primi decenni di esistenza del Ghetto e, più indietro nel tempo, alla sua fondazione.

Nella sala numero 9, un vasto spazio degli appartamenti ducali articolato a forma di T, un altro video invece menzionerà l’importanza e il ruolo nel creare stereotipi giocato nella letteratura mondiale da Il Mercante di Venezia di Shakespeare e delle sue innumerevoli rappresentazioni cinematografiche e teatrali.

Nella stessa grande sala 9 (area dei “Mappamondi”), l’uscita di alcune famiglie dal perimetro e l’acquisizione da parte loro di palazzi di prestigio, spesso lungo il Canal Grande, inizialmente nel sestiere di Cannaregio, (Bonfadini-Vivante, Ca’ d’Oro, Sullam-Fontana), poi anche a San Marco (Barozzi a San Moisè, a San Benedetto in calle Contarina, a San Vidal) sarà esibita attraverso proiezioni di luce che indicheranno alcuni manufatti nel grande e bellissimo plastico della città fatto fare da Egle Renata Trincanato nel 1961, in occasione della mostra "Venezia Viva" allestita a Palazzo Grassi. Esso sarà collegato attraverso un dispositivo multimediale a una sorta di atlante delle architetture realizzate su committenza ebraica e/o ai molti dei progetti degli stessi professionisti ebrei.

Nel XIX secolo l’interesse per il collezionismo di opere d’arte “moderna” (valgano per tutti i dipinti presenti in mostra di Francesco Hayez), oltre che di strumenti musicali, va di pari passo per alcuni personaggi di primo piano della borghesia ebraica con una committenza architettonica di qualità (testimoniata da alcuni disegni di Giuseppe Jappelli), con un interesse per la cultura scientifica, con un impegno nei confronti dell’imprenditoria e, più in generale, della modernizzazione della città.

Il Novecento è in questo senso un secolo denso di avvenimenti: il processo di integrazione è legato sia al mondo delle arti (è significativo il ruolo di Margherita Sarfatti nel promuovere il Gruppo del Novecento) che a quello delle professioni, che vede alcuni protagonisti della società veneziana (avvocati, medici, psicanalisti, pubblici amministratori, quali i Musatti, i Luzzatto, gli Errera) provenire dalle famiglie di cui sopra. Non marginale il ruolo degli ingegneri e degli architetti (i Fano, o Guido Costante Sullam), oltre che nelle necessarie ristrutturazioni degli immobili precari dell’area dei tre ghetti, nella progettazione di case di abitazione ed edifici pubblici. Vi alludono libri, fotografie, documenti riprodotti nel dispositivo multimediale di cui sopra.

Un esempio del tutto particolare dell’impegno ebraico nei confronti dell’architettura e della modernizzazione urbana sarà poi documentato nella sala 10 dal giardino Treves a Padova e dal progetto di Giuseppe Jappelli per la disposizione delle essenze, della presenza di un ponte, del tempietto, del calidarium, dei dettagli decorativi, ahimè in gran parte demoliti, ma qui ricostruiti nella loro articolata volontà innovativa e complessità.

Nella sala 11 alcune opere d’arte di grande impatto, quali il ritratto di Letizia Pesaro Maurogonato, lucida testimone delle inquietudini politiche degli ultimi decenni del XIX secolo a Venezia, dipinto da Giacomo Balla nel 1901; la testina in gesso di Margherita Sarfatti di Wildt del 1929; una Periferia urbana di Mario Sironi acquistata da una famiglia ebraica direttamente dal pittore su suggerimento della stessa Sarfatti nel 1922; il Rabbino di Vitebsk di Marc Chagall (una delle acquisizioni del Comune di Venezia per la Galleria d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro dopo la Biennale d’Arte del 1928) sono testimonianze evidenti della partecipazione degli Ebrei alla vita artistica della città.

Sappiamo bene che questo processo è poi stato bruscamente interrotto dagli anni bui delle cacciate degli Ebrei dalle scuole, dalle cariche pubbliche, dagli uffici e, soprattutto, delle deportazioni. Qui l’ambiguità dei legami tra Margherita Sarfatti e Mussolini non è sottaciuta, ma riassunta in alcune lettere e documenti. Il filo di speranza che ha dato la riapertura di tre delle cinque antiche sinagoghe, le riunioni nella Sala Montefiore delle associazioni, la ricostituzione della Comunità ebraica subito dopo la Liberazione chiudono questa mostra, senza tuttavia che quanto avvenuto anche a Venezia durante il fascismo possa essere dimenticato.

Alla fine dell’esposizione, un altro mucchio di sale (che richiama quello iniziale del 'getto' di rame) permetterà ai visitatori di lasciare una traccia della loro presenza, un loro ricordo di ciò che li avrà maggiormente colpiti nel percorso espositivo.

III. Dalla mostra al progetto

Proprio perché volta anche al presente e al futuro, la mostra costituisce una prima messa a punto e verifica dei contenuti del costituendo nuovo Museo Ebraico in campo di Ghetto, che già oggi raccoglie oggetti, documenti, libri preziosi, ma necessita di un ampliamento e di una decisa revisione del percorso museale. Contemporaneamente si propone di spingere i suoi visitatori ad andare a vedere fisicamente, e conoscere di persona, i luoghi di cui tratta, a partire dalla ipotesi che la città non possa e non debba essere musealizzata ma che, al contrario, l’obiettivo primo di una mostra come quella che qui presentiamo e, più in generale, di un “museo della città” sia quello di incuriosire e stimolare chi lo visita ad appropriarsi delle storie raccontate, percorrendone gli spazi e i luoghi fisici. In questo senso in una città come Venezia, ricca di musei che coprono questioni, temi, periodi differenti, il Museo Ebraico deve essere inteso come uno dei punti di una rete che tende alla acculturazione dei molti turisti, ma anche dei cittadini sulla storia specifica della città lagunare.

In definitiva, la mostra di Palazzo Ducale che qui presentiamo ha l’ambizione di garantire una conoscenza e diffusione ampia e prolungata nel tempo della commistione di saperi, di conoscenze, abitudini, della “porosità” e del multiculturalismo che hanno rappresentato nel tempo la straordinaria ricchezza del Ghetto di Venezia. Essa è accompagnata dall’uso delle nuove tecnologie e da alcune suggestioni (il 'getto' di rame, o i 'varchi' attraverso i quali dall’interno dell’area si percepisce la città che la circonda) e da una serie di video che hanno il compito di spiegare anche a un pubblico largo e di non esperti, possibilmente anche ai bambini, i documenti originali presentati (dipinti, disegni, delibere, libri).

Dopo il caso veneziano, per quasi due secoli, in altre città italiane gli Ebrei furono confinati in aree obbligate, spesso circondate da mura, chiamati 'ghetti', alcuni dei quali del resto adottarono il primo come modello fisico per la propria realizzazione. Spesso localizzati in zone cittadine più centrali di quella lagunare e vicine a quelle del mercato, la parola che li definiva è diventata un simbolo di come gli Ebrei siano stati spesso considerati “un popolo a parte”. Paradossalmente, il loro spazio, che certamente imponeva separazione e concentrazione, non ha potuto non essere ritratto come un luogo di molteplici via vai e di incontri culturali, di unione di persone di provenienze differenti, di cui si sono perfino magnificate le diversità, che consentiva la divisione ma anche alcune mediazioni fra ebrei e cristiani; insomma un luogo circoscritto e stigmatizzato, che tuttavia ha costituito un passaggio fra espulsione, accettazione e accoglienza; un posto caratterizzato da frontiere reali, ma permeabili e talvolta proteiformi.

Vale allora la pena di aggiungere qui ancora una breve nota piè di pagina. Quasi sempre gli storici, quando scelgono di occuparsi di un argomento, muovono da questioni del presente. Certo ci sono i centenari a costituire un pretesto di ripensamento – e questo costituisce, come altri, un caso particolarmente significativo; tuttavia non sono queste le ragioni prime che spingono a essere più o meno sensibili a un argomento. Ciò è sicuramente accaduto anche per il Comitato per il Cinquecentenario che ha promosso questa iniziativa e per tutta l’équipe che l’ha curata nel dettaglio. In questo senso siamo stati influenzati nella scelta del nostro tema di lavoro dalla situazione che abbiamo sotto gli occhi oggi – circondati come siamo da muri e da barriere di filo spinato in Europa e altrove nel mondo.

Come curatrice di questa mostra e della riflessione sul caso lagunare, vorrei allora fare un breve cenno a un testo di Marek Edelman, Il guardiano (1997), che parla di un altro ghetto, quello di Varsavia, pur così diverso da quello di Venezia al punto da poter difficilmente esservi comparato. Si tratta di un libro in cui l’autore parlava anche dell’Europa della guerra bosniaca e dell’immigrazione e, a quell’epoca che oggi ci pare lontana e vicina a un tempo, ci ricordava:

"È assurdo pensare, come si fa in Occidente che qui si possa mantenere a lungo un ghetto per i ricchi. Che i muri intorno all’Europa possano fermare gli affamati. La fame distrugge ogni muro. E gli affamati dell’Africa arriveranno da voi. Nessuna legge che limiti l’immigrazione vi proteggerà. Qui sorgerà una nuova cultura un po’ europea, un po’ asiatica, un po’ araba e africana, frutto dell’immigrazione, che nessun cannone, né confine fermerà […]. Un muro che protegga i ricchi non può resistere a lungo, perché la fame non conosce e non rispetta né le frontiere, né gli ostacoli. Milioni di affamati penetrerebbero attraverso ogni piccola fessura" (Goldkorn, Assuntino [1997] 2016, 175, 211).

Quasi vent’anni sono passati da quello scritto. Le dimensioni delle ondate migratorie che giungono quotidianamente in Occidente ci appaiono ora senza precedenti. Ma "spostamenti di grandi masse di popolo ci sono sempre state; del resto siamo noi stessi il prodotto di secolari rimescolamenti" ricordava, commentando quelle stesse affermazioni, Corrado Augias il 12 febbraio 2016, nella risposta a una lettera pubblicata dal quotidiano "La Repubblica" (Augias 2016).

Dopo tutto Venezia, qualche anno dopo l’istituzione del Ghetto, era una "patria frequentata da molte genti d’ogni lingua e paese" (Sansovino 1581, 136v), cioè appunto un luogo di “rimescolamenti”. Efficienza, ordine pubblico, moralità erano obiettivi cui, in una società mercantile, si era tentato di dare soluzione fin dal secolo precedente con strumenti finanziari e giuridici, ma anche – via via – con l’organizzazione del tessuto urbano nei modi di abitare, lavorare, svolgere i propri riti, stabilire legami (commerciali e culturali) con altre minoranze: l’enclave, di cui la mostra del Cinquecentenario cerca di ricostruire la lunga storia, è stata un esempio di multiculturalismo che ci parla di ieri, ma anche di oggi e di domani.

* Per gentile concessione dell’editore Marsilio pubblichiamo questo estratto dal catalogo Venezia, gli Ebrei e l'Europa. 1516-2016, Marsilio, Venezia 2016.

Riferimenti bibliografici
  • Augias 2016
    C. Augias, Perché i muri sono inutili, in Lettere al lettore, "La Repubblica", 12 febbraio 2016, ed. online
  • Bastianello 2016
    E. Bastianello, Decreto per l’istituzione del Ghetto di Venezia, scheda n. 8 in Calabi 2016b, 104-109.
  • Calabi 2016a
    D. Calabi, Il ghetto di Venezia. Cinquecento anni del "recinto degli ebrei", Torino 2016.
  • Calabi 2016b
    D. Calabi, a cura di, Venezia, gli Ebrei e l'Europa. 1516-2016, Catalogo della mostra a Palazzo Ducale, Venezia, 2016.
  • Goldkorn, Assuntino [1997] 2016
    W. Goldkorn, R. Assuntino, Il guardiano: Marek Edelman racconta [prima edizione 1997], Palermo 2016.
  • Mueller 1975
    R.C. Mueller, Les prêteurs juifs de Venise au Moyen Age, "Annales. Économies, Société, Civilisations" n. 30 (1975), 1277-1302.
  • Mueller 1997
    R.C. Mueller, The Venetian Money Market, Banks, Panics, and the Public Debt, 1200-1500, Baltimore and London 1997.
  • Sansovino 1581
    F. Sansovino, Venetia città nobilissima et singolare, in Venetia appresso Iacomo Sansovino, 1581
  • Sennet [2011] 2014
    R. Sennett, Lo straniero, [London 2011], trad. it. Milano, 2014.
  • Settis 2014
    S. Settis, Se Venezia muore, Torino 2014.
  • Urbinati 2016
    N. Urbinati, I muri nel cuore d’Europa e i fantasmi del Novecento, "La Repubblica", 4 maggio 2016, 31.

English abstract 

The exhibition "Venezia, gli Ebrei e l’Europa 1516-2016" (Venice, Palazzo Ducale, from June 19th to November 13th, 2016) is the outcome of historical, artistic and documentary considerations: it tells the story of the Ghetto of Cannaregio − its growth, its architecture, its social composition, the crafts, the material life and the relations between the Jewish minority and the entire rest of the city − in a context of relationships with other Jewish settlements in Europe and in the Mediterranean basin. Paintings, drawings, books, documents, and multimedia reconstructions on display help give an account of a long story, made also of permeability, relationships and cultural exchanges.

Donatella Calabi, in her essay that opens the catalogue published by Marsilio, underlines the desire to take the opportunity of this very special birthday to mark this date – 2016 – with a look cast not only back but also to the future of our society, addressing the epochal waves of mass migration that Europe is experiencing today.

Five hundred years after its establishment, rethinking of the long history of the first Ghetto in the world – the one in Venice – is important in order to reconstruct the daily life, the many contradictions, the complexity, even the "porosity", as well as to try and understand the meaning of the word "segregation", both in the past and in times closer to us. But this also means we must understand the cosmopolitanism to which this matter is closely related.

Ghettos nowadays are perceived as dangerous places, conditioned by economic insecurity and by high immigration rates. Nevertheless, they have great cosmopolitan potential that is offered by the exchange and co-existence of people from different backgrounds. As recalled by Salvatore Settis, with reference to Richard Sennett, "the experience of the Jews in the Venetian Ghetto pointed to a way of linking culture and political rights that will last over time". In what was at the time the "most cosmopolitan city in Europe" − or rather "the first global city of the modern world" −, the Ghetto community was able to develop that "sense of mutual solidarity" and those "forms of collective representation" that focus on the awareness of their rights, which made the Venetian case the general emblem of a place where "freedom of speech tends to coincide with the right to the city."

After all, the city of Venice a few years after the establishment of the Ghetto – as Francesco Sansovino writes in Venetia città nobilissima (1581) – was a "homeland populated by many people of every language and country", an actual place of "remixing". Mercantile societies had attempted to achieve the goals of efficiency, public order, and morality since the previous century, with financial and legal instruments but also – gradually – with the organization of the urban fabric in ways of living, working, performing everyday rituals, and establishing connections (commercial and cultural) with other minorities: the enclave, the long story of which the exhibition tries to reconstruct, was an example of multiculturalism that speaks of yesterday, but also of today and tomorrow.

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