"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

137 | agosto 2016

9788898260829

titolo

Storia di una tempesta, sul fondale della Tempesta

da Vivere nella Tempesta (2016)*

Nadia Fusini

English abstract

L'oceano, le Indie

Non c'è testo shakespeariano che meglio della Tempesta dimostri come il racconto nasca dalla vita e torni alla vita. La storia che qui Shakespeare monta in una trama drammatica è intimamente legata all'attualità, alle cronache di viaggi e naufragi che effettivamente e realisticamente accadono nei tempi in cui scrive. È questa una delle poche volte in cui Shakespeare non attinge a una fonte letteraria, ma piuttosto a ispirarlo sono i fatti, gli eventi. E sono fatti ed eventi che riguardano il mare, l'oceano.

Già dagli anni Ottanta del Cinquecento gli elisabettiani si eccitano sempre di più all'idea di fondare in America plantations – parola che per la prima volta compare nel lessico shakespeariano proprio qui, nella Tempesta: una vera e propria febbre espansionistica assale i più intraprendenti tra i mercanti e i più audaci tra i navigatori, all'idea di creare "colonie".

Capita ora, proprio nel giugno del 1609 – mentre Shakespeare sta concependo la "sua" tempesta –, che una flotta di nove navi guidata da sir Thomas Gates parta da Plymouth con destinazione Virginia; ovvero la prima colonia inglese, che Raleigh aveva fondato sul continente americano nel 1585, nel nome dedicandola alla sua regina Elisabetta, la Vergine. Senonché una delle navi, anzi la nave ammiraglia dal nome profetico Sea Adventure, o Sea-Venture, a bordo della quale c'è proprio Gates, viene separata dal convoglio di otto vascelli e, travolta dalla tempesta, scompare tra i flutti. È il 28 luglio del 1609.

Il resto della flotta giungerà in Virginia, e i marinai racconteranno ai coloni del tremendo viaggio, e insieme piangeranno per le vite perdute. Quando in madrepatria arriverà la notizia, anche lì si estenderà il cordoglio per i morti annegati. In realtà – finale inatteso e ad effetto – la Sea-Venture naufragò sì, ma miracolosamente andò a incagliarsi tra due grandi rocce lungo le coste delle isole Bermuda, sì che pur se in pessime condizioni si ritrovò miracolosamente al riparo in una insenatura, che apparve ai naufraghi quale benefico approdo (haven), e porto celeste (heaven). Scampando sempre miracolosamente alla morte per acqua, i naufraghi – centocinquanta persone tra equipaggio e passeggeri – raggiunsero la riva portando con sé in salvo provviste e utensili.

Toccano terra, ed è una terra fertile e benigna ad accoglierli. Sempre confidando nel loro scopo, fedeli all'intento di raggiungere la destinazione da cui il destino li ha temporaneamente distratti, nei mesi a venire i più volenterosi tra di loro costruiranno una nuova imbarcazione dal fatidico nome Deliverance, e una lancia dall'altrettanto ineluttabile nome Patience. E nel maggio del 1610, dopo "strane, eccezionali e straordinarie esperienze" (così si racconta nelle cronache), accolti dall'aura del miracolo, giungeranno finalmente lì dove erano diretti, in Virginia. A salutare con un'euforia quasi pasquale i morti risorti sono altri marinai come loro, educati alla mentalità protestante, se non puritana, per i quali l'esperienza acquisisce un immediato riverbero figurale. Fatale e profetico insieme.

Grande sarà la sorpresa anche in patria, quando si verrà a sapere della felice risoluzione dell'impresa, e crescerà la meraviglia e si infittirà il mistero intorno alle "isole del Diavolo", come venivano chiamate le Bermuda: la notizia del fortunoso approdo presso i selvaggi, la descrizione della fertilità del terreno, le dolcezze del clima, il miracolo della ricostruzione della nave e del fortunato ritorno susciteranno un'intensa emozione.

Immensa si farà la curiosità rispetto a quei mondi esotici, e varie saranno le cronache e i racconti che fioriranno intorno all'episodio. Tra di essi una lunga lettera in cui William Strachey compila A True Repertory of the Wracke and Redemption of Sir Thomas Gates Knight upon the Islands of the Bermudas, his coming to Virginia, and the Estate of that Colonie, ovvero un reportage sul naufragio e salvataggio, che sarà pubblicato nel 1625. Dunque dopo la morte di Shakespeare, il quale però potrebbe aver letto il manoscritto – Shakespeare, in effetti, aveva molti amici tra i membri della Virginia Company, ai quali la lettera era rivolta. Un resoconto dello stesso viaggio dal titolo A Discovery of the Barmudas, otherwise called the Isle of Divels, fu pubblicato a Londra nel 1610 da Sylvester Jourdain. Sempre nel 1610 compare anonimo The True Declaration of the Estate of the Colonie in Virginia. Sotto il nome di Bermuda Pamphlets sono tutti documenti che testimoniano dell'eccitazione che si accompagna nell'isola di Elisabetta Regina all'esperienza del mare aperto, dell'oceano. 

A cominciare dal 1582, quando Richard Hakluyt senior pubblica Divers Voyages touching the Discovery of America, che non a caso inizia così:

Mi meraviglia non poco che dalla scoperta dell'America (ormai ben novant'anni fa), dopo le conquiste e le colonie di Spagnoli e Portoghesi, noi Inglesi non abbiamo avuto la grazia di mettere piede in quelle terre fertili e temperate, almeno in quelle che sono rimaste libere.

Ed ecco subito dopo Hawkins, che naviga intorno alla costa in Florida, e nel 1585 sir Richard Grenville che dietro l'impulso di Raleigh fonda la prima colonia in Virginia, nel nome della Regina Vergine; operazione di non grande successo, ma nel 1607 Raleigh ci riprovò, questa volta scegliendo il nome di Jamestown. L'era dell'espansione nel Nuovo Mondo era cominciata.

I "Lumpen"

All'origine dell'espansione coloniale della Virginia Company – di cui Shakespeare fu azionista tra altri – c'era l'immaginazione profetica di una nuova organizzazione del commercio mondiale. Potremmo anche dire: una classe dominante in cerca di uno sbocco alla propria volontà di potenza mascherò il progetto espansionistico con un vocabolario di buoni propositi. Esaltò, per esempio, la vocazione ad andare a convertire i selvaggi d'America; oppure, patriotticamente, invitò a combattere i nemici spagnoli e cattolici, che stavano impadronendosi dei territori oltreoceano... O forse, più semplicemente, ci fu chi pensò di risolvere così i problemi sociali interni all'Inghilterra – che erano enormi. Si trattava di impiegare "sciami di oziosi" vagabondi e malvagi – in realtà povera gente emarginata, sradicata, espulsa dalle campagne e inurbata in una città, Londra, che non riusciva ad assorbire tutti i migranti interni... Potenzialmente pericolosi, perché chi non ha lavoro ruba, rapina, anche magari soltanto per mangiare... Invece, nelle piantagioni, quegli stessi soggetti sarebbero serviti come "mani". Con le buone o con le cattive, con la forza, o di loro spontanea volontà, molti partirono per le colonie, rischiando il naufragio. Erano contadini espropriati delle terre comuni, criminali deportati, servi a vincolo, puritani radicali e settari, soldati dismessi, tagliaborse, marinai, schiavi africani, e donne, donne vedove, orfane, prostitute, rei di terra e di mare, zingari, irlandesi... Insomma, una folla multietnica che negli anni a venire sarà riconosciuta essenziale alla nascita del capitalismo e della moderna economia globale. Ne segnò l'inizio e ne condizionò Io sviluppo, la violenza: la deportazione fu una delle strategie, un'altra la commutazione della pena. Pur di sfuggire al rogo, al ceppo del boia ci fu chi accettò di partire, magari per finire nel buio soffocante di una stiva.

A Londra, agli inizi del capitalismo, il terrore infettò l'immaginazione collettiva: il ricco agiato, il benestante tremavano di paura di fronte al vagabondo, al mendicante, e si volle spazzarli via dalle strade, ripulire la città da quella feccia umana. Chi viveva ozioso doveva essere messo al lavoro, e dove meglio spedire quella disperata popolazione, se non oltreoceano? Lo predica, of all people, John Donne, il coltissimo poeta, in un sermone del 1622: bisogna ringraziare la Virginia Company, perché ripulisce le strade di oziosi, debosciati, nullafacenti, scialacquatori, avanzi di galera... E dei figli degli oziosi e degli avanzi di galera.

Era così: aveva ragione John Donne. Da Bridewell, il riformatorio della città, furono deportati centinaia di bambini tra gli otto e i dieci anni. Dei centosessantacinque che arrivarono in Virginia nel 1620 circa, cinque anni dopo solo dodici erano vivi...

Ci fu chi commentò: così facendo le piantagioni diventeranno discariche in cui il Paese vomita i suoi abitanti fuorilegge. Ma serviva, e il progetto continuò. A bordo della realissima Sea-Venture, come del vascello fantasma del re di Napoli, Alonso, c'era una folla vestita di stracci, alla lettera un lumpen-proletariat – di cui nella Tempesta sono per l'appunto esponenti grotteschi Stephano e Trinculo, i quali non a caso proprio davanti agli "stracci" (lumpen) luccicanti nell'ultimo atto perdono la testa, e mandano a monte il piano di rivolta.

È chiaro che Shakespeare sta rappresentando qualcosa che accadeva nella realtà. Accadeva anche che una volta giunti nella colonia, i Lumpen scoprissero una solidarietà con gli espropriati locali, come fanno Stephano e Trinculo con Caliban. Gli scioperi, gli ammutinamenti, la disobbedienza civile, le defezioni erano all'ordine del giorno nelle colonie, soprattutto tra i soldati e i manovali deportati e sottoposti a una disciplina da lavori forzati. Molti di loro si rifugiarono presso gli Indiani.

Del resto, è ben comprensibile... Come resistere all'occasione di vivere nell'ozio? Perché non godere della libertà e della fecondità e sensualità della dolce vita, che offriva una terra dove in effetti pareva darsi la possibilità di un'esistenza senza lavoro, senza proprietà privata... Perché dannarsi? La povera gente che veniva dalla fame, chi mai in vita sua aveva desiderato nient'altro, se non di avere la pancia piena, e dormire la notte, e magari avere accanto a sé il calore di un'altra creatura, chi non aveva mai neppure lontanamente pensato a nessun investimento, vuoi nella realtà, vuoi nella fantasia, se non di sopravvivere alla meno peggio, perché avrebbe dovuto desiderare di spendere ogni energia nel lavoro massacrante imposto dai signori della Virginia Company per mettere al sicuro i loro beni, e moltiplicare i profitti? Ci fu chi si nascose nella boscaglia e visse di chiocciole e granchi di terra. Tentò così di sfuggire alla maledizione del lavoro.

La "Sea-Venture"

Non che la Tempesta sia semplicemente il resoconto del viaggio e del naufragio della Sea-Venture; il nucleo di pensieri che vi sono racchiusi esisterebbe anche senza quella realissima avventura, che però ebbe senz'altro il suo peso nell'infiammare l'immaginazione di Shakespeare. È un fatto: i racconti di viaggio all'epoca andavano a ruba, le storie di naufragi erano un genere particolarmente in voga, piacevano molto, soprattutto se nella descrizione venivano usati con generosa profusione retorica toni provvidenziali, quasi di miracolo.

Una tempesta a lieto fine – che c'era di meglio per distrarre quella folla di poveri cristi che giorno dopo giorno sperimentavano le torride tempeste della vita quotidiana? Che di meglio per sollecitare la fiducia nel futuro in tutti quegli illusi che frequentavano le bancarelle del mercato intorno alla cattedrale di St Paul, e magari aspettavano di imbarcarsi e andare a fare i coloni in Virginia, e intanto, appena potevano, correvano a vedere le commedie di Shakespeare di là dal fiume, al Globe? O al Blackfriars?

I contemporanei di Shakespeare trattavano gli eventi reali in modo allegorico. Era innato nella lingua che parlavano – in cui risuonano echi biblici – il dono di allegorizzare i fatti, sì che l'evento reale acquistava sfumature di significato che sullo sfondo lasciavano emergere una tessitura simbolica. In effetti, raccontata in un certo modo, la vicenda della Sea-Venture aveva un risvolto didattico: insegnava che chi sapeva sopportare l'afflizione e industriarsi a sopravvivere e mettersi a lavorare per costruire un'altra nave aveva la possibilità concreta di darsi una seconda chance – grande tema della letteratura che nascerà sulle sponde del Nuovo Mondo; e grande motivo in cui si declinava in tono minore la tensione apocalittica di una cultura riformata. Che cosa c'è oltre la fine? Che cosa ci aspetta al di là della sventura? Dopo che la speranza sia naufragata, quale altra vita ci aspetta? Ci sarà un futuro per il superstite? Chi ha toccato il fondo potrà risorgere?

Nella narrazione di William Strachey la tempesta è descritta in tutta la sua violenza fisica, in tutta la sua potenza di sopraffazione naturale; ma è anche una prova morale. Il cielo si oscura, i venti scuotono come un guscio di noce la nave in balia dei flutti, le onde enormi inghiottono ogni speranza dei passeggeri, tutto intorno ai marinai il paesaggio si trasforma in un inferno, il buio li avvolge, li riempie di orrore, il terrore li tramortisce. Vittime di un incantamento (amazament è la parola che Strachey usa), sia i marinai sia gli uomini al comando stupefatti rabbrividiscono a sentire le raccapriccianti grida che si levano dai passeggeri inermi, con in più il rimbombo delle raffiche del vento che gli spaccano le orecchie. Spietata, la tempesta assume le fattezze della grande livella che azzera ogni distinzione tra gli uomini: moriranno tutti.

Senonché, mentre la violenza immane cui la creatura si trova esposta cresce in modo spasmodico fino ad annientare ogni speranza e ogni desiderio di vita; proprio quando non c'è altro da fare, se non arrendersi e pregare; proprio in quel punto lì, racconta Strachey – e la cosa ha del miracoloso – quasi si fosse toccato un climax, un apex assoluto – ecco che un istinto al di là della volontà prese il sopravvento, e li guidò ad agire... Strachey osserva e descrive attonito, meravigliato, i suoi uomini che nel mezzo dell'uragano prendono a tendere e mollare le vele, orzare e cazzare e lascare bordeggiando l'abisso senza cedere ai flutti, resistendo oltre ogni umano sforzo alla sopraffazione delle acque assassine... Volevano salvarsi e si aggrappavano alla vita come valesse la pena sottrarre alla morte anche un solo istante del tempo, che Madama Morte vorace voleva strappargli e fare tutto suo.

Un uomo è un uomo se lotta contro la morte, non tanto per egoismo, quanto per rispetto della vita stessa, e soprattutto per celebrare la superiore potenza di Colui che è "la ricca Fonte e la mirabile Essenza della misericordia". Così scrive Strachey:

Che cosa c'è in questa tragica commedia [e allude alla vicenda del naufragio], che ci scoraggi dall'impresa [e cioè dal progetto espansionistico e coloniale], quando di tutta la flotta una sola nave per una falla s'è ritrovata in pericolo, eppure nell'abisso della disperazione è stata per grazia preservata? Perché la paura? Paura di che cosa? Se quae videtur poena, est medicina?

In queste parole, con tanto di citazione latina, non vibra la nota dell'esaltazione prometeica – nessuna hybris, nessuna volontà di potenza; piuttosto risuona la fede nella Provvidenza –, un motivo ben presente negli ultimi drammi shakespeariani. La fede è per Strachey la "conoscenza" propriamente "cristiana" – ovvero il riconoscimento umile da parte dell'uomo che ogni bene viene dall'Altro e nella resa finale dei conti all'Altro andrà riconosciuto. Affidandosi non passivamente, ma collaborando attivamente con Dio, volendo la propria salvezza in Suo nome, l'uomo si riconosce in una relazione essenziale e dinamica con il suo proprio destino.

Magia, illusione

Nella Tempesta shakespeariana siamo in un testo teatrale e fin dall'inizio vi risuona con insistenza il tema della magia e dell'illusione, di come e quanto il teatro sia insieme l'una e l'altra cosa, e dunque finzione e niente affatto realtà.

Già nella prima scena del naufragio – un naufragio che in verità non accade o, se vogliamo, accade nell'immaginazione – s'impone tale tensione. Prospero è il mago? Prospero è il regista? Prospero è Shakespeare? Eppure, al tempo stesso, sullo sfondo l'ancora della realtà vincola la trama della commedia a fatti contemporanei: appunto, al naufragio della Sea-Venture al largo delle isole Bermuda. Sì che la commedia si fa specchio che mette nell'abisso del suo occhio esperienze niente affatto immaginarie ma, al contrario, storiche.

The brave new world, per dirla con Miranda, che nel modo del teatro giunge qui a rappresentazione, è un mondo esotico, strano e straniero; sarà un Eden, o un inferno? E l'altro, che lì incontriamo, sarà il buon selvaggio, o il cannibale? È così che da subito, sullo sfondo di realtà vere e concrete, si insinua la fiction... Non perché la imponga Shakespeare, ma per la ragione semplice, evidente, che l'incontro con il reale per l'uomo civile avviene nel pensiero, e dunque è anche un incontro coi fantasmi.

Sì, l'uomo colto vive in un mondo di immagini, che sono corpi sottili, corpi eterei, fatti d'aria, invisibili; e sono fantasmi le parole con cui conquista all'immaginazione le cose reali e nuove che incontra; e per ombre procede il suo pensiero che nell'immagine concresce. Prospero lo dirà alla fine: se crediamo che la realtà sia fatta di un'altra stoffa rispetto ai sogni, sbagliamo; è evidente che l'uomo civile non può che accogliere la realtà in una trama di segni spirituali, che graficamente traducono il suo presente e il suo passato e determinano il suo futuro.

Contano certamente le esperienze, e i racconti degli avventurosi marinai e pirati e degli eroici navigatori che vanno per l'alto mare aperto in nome della Regina Vergine e del re Giacomo. Contano nel senso che nutrono la fantasia di Shakespeare. Ma contano anche i versi dell'Eneide che Shakespeare ha senz'altro letto a scuola, in quanto facevano parte dell'abbecedario dello studente di qualsiasi grammar school; e conta quel certo modo figurale con cui la sua mente civile e colta, nutrita di Ovidio e di Virgilio, accoglie e dispone quell'esperienza. Se il pensiero è linguaggio, se la tradizione è linguaggio, ecco che il Nuovo e il Vecchio Mondo si confondono nel modo stesso in cui la lingua si appropria in après-coup di ciò che è di là da venire.

Al trauma dell'ignoto, allo shock dell'incontro con ciò che non si conosce, si può rispondere anche così – grazie a un cortocircuito in cui l'anticipo tramuta in "postumità", e per virtù di immaginazione e di memoria il nuovo si stempera in metafore che familiarizzano l'estraneo.

Che la Tempesta sia un'apertura sul Nuovo Mondo è un fatto. A me interessa il modo in cui lo è; e cioè, nel registro di una drammatizzazione, che impone al pensiero di cogliersi nella sua dimensione di macchina linguistica e mitopoietica, che a sua volta produce una specie di surrealtà a partire da esperienze concrete, storiche. Dove si dimostra che l'immaginazione è la regina delle facoltà non solo per Baudelaire, ma già per Shakespeare, il quale mette in immagine la realtà grazie a un'attività simbolica, tale per cui, quasi fosse una lente, la sua scrittura coglie nello stesso lampo la realtà naturale e quella sovrannaturale. Quella visibile e quella invisibile. Quasi che, stimolata dalla scoperta di terre vergini, l'immaginazione fosse una macchina in grado di mettere in moto intorno a questa esperienza una riflessione sul rapporto tra natura, civiltà e potere, che riaccende la fantasia e rianima utopie e paure e memorie sopite.

Shakespeare è un uomo curioso, ascolta, legge... E spontaneamente, con naturalezza, si intona alle domande che turbano le migliori menti della sua generazione, e intorno ai tempi di natura, civiltà, dominio del mondo conosciuto e del mondo sconosciuto, appena scoperto, struttura la sua commedia.

*da Nadia Fusini, Vivere nella Tempesta, Einaudi, Torino 2016 | per gentile concessione dell'autrice.

English abstract

One of the many sources which nourish Shakspeare's imagery for his Tempest, is an amazing historical event. In June 1609, while Shakespeare is working on his last work, an English fleet captained by sir Thomas Gates leaves Plymouth aiming for Virginia, the first English colony founded in America by sir Walter Raleigh in 1585, dedicating its name to his queen – Elizabeth, the Virgin. A month later, while most of the fleet reaches its destination, a tempest hits the flagship with the prophetic name of "Sea Adventure" (or Sea-Venture), leaded by sir Gates himself; separated from its eight vessel companions, the mothership disappeares. The news reaches England and the mourning for the dead spreads on both the East and West coasts. Unexpectedly, almost a year later, they discover that the Sea-Venture did wreck but miracolously got stuck between two big rocks along the coasts of the Bermuda Isles – known also as the "Devil Islands". The survivors – about 150 people  reappear on American soil and bring the tale of the adventure with them, inspiring a series of chronicles and stories.On the backdrop of Shakespeare's play, there is also this exceptional and impressive factual story: a literal tempest behind the literary Tempest. Courtesy of the author, we publish an excerpt of the recent book: Nadia Fusini, Vivere nella Tempesta, Einaudi Torino 2016.

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