"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

50 | luglio/settembre 2006

9788898260966

titolo

Nota sulle interpretazioni del passo di Plinio, Nat. Hist. XXXVI, 37

a cura del Centro studi classicA

Quorundam claritati in operibus eximiis obstante numero artificum, quoniam nec unus occupat gloriam nec plures pariter nuncupari possunt, sicut in Laocoonte, qui est in Titi imperatoris domo, opus omnibus et picturae et statuariae artis praeferendum. Ex uno lapide eum ac liberos draconumque mirabiles nexus de consilii sententia fecere summi artifices Hagesander et Polydorus et Athenodorus rhodii.

Nel libro XXXVI della Naturalis Historia, Plinio introduce la menzione del Laocoonte come caso esemplare della difficile gloria del nome dell'artista nel caso di capolavori che siano opera di più autori. Dal testo di Plinio si ricavano alcuni dati essenziali:
– il nome e la provenienza rodia degli autori: summi artifices Hagesander et Polydorus et Athenodorus rhodii;
– il fatto che l'opera fu realizzata de consilii sententia;
– la collocazione dell'opera in Titi imperatoris domo;
– un giudizio di eccellenza sul capolavoro: opus omnibus et picturae et statuariae artis praeferendum;
– il fatto che l'opera di cui si parla è fatta ex uno lapide.

"summi artifices"

Un primo punto che è oggetto di discussione critica è la definizione dei tre autori come summi artifices: secondo Bernard Andreae il termine artifices potrebbe riferirsi anche a dei copisti (ché tali sarebbero, secondo lo studioso, i tre artisti nominati da Plinio e attivi a Sperlonga); secondo Salvatore Settis la definizione pliniana può intendersi solo in un senso: affatto improbabile è un'accezione dell'espressione summi artifices nel senso di 'i più bravi copisti' e, d'altro canto, la presenza della firma degli stessi artisti a Sperlonga comprova che non di copisti, ma di veri e propri 'autori' si tratta.

"de consilii sententia"

Anche la locuzione de consilii sententia è oggetto di interpretazioni diverse. Secondo Bernard Andreae è da interpretare come "per decisione del consilium": si tratta di una versione storicamente consolidata e diffusa del passo pliniano, che vede nel vocabolo consilium il riferimento a un organo politico-decisionale di tipo civico (Senato o boule); questa traduzione viene però ripresa da Andreae anche nel senso di consilium principis, ovvero come possibile indicazione del collegio dei consiglieri dell'imperatore Tiberio. Secondo Salvatore Settis, che prende in considerazione altre occorrenze dell'espressione in passi pliniani e di altri autori latini, Plinio sottolineerebbe ancora l'eccezionale coerenza e compattezza stilistica del Laocoonte. Decisivo secondo Settis è il contesto del brano, e cioè il fatto che la menzione dell'opera, con questa specificazione, si trovi in una sequenza testuale che dagli scultori singoli passa a quelli che lavorarono in collaborazione, a più mani: l'espressione de consilii sententia è dunque da intendere come: "in [stretta] collaborazione e di comune accordo [fra i tre diversi autori]".

"in Titi imperatoris domo"

La collocazione dell'opera in Titi imperatoris domo pone una questione relativamente alla datazione: secondo Salvatore Settis l'opera venne probabilmente eseguita entro gli ultimi due decenni del I secolo a.C., negli anni in cui è attestata la presenza in Italia dei tre scultori rodii, che probabilmente erano emigrati dalla loro patria in seguito al declino dell'isola dopo il 42 a.C. Secondo Bernard Andreae, invece, il Laocoonte sarebbe stato eseguito da Atanadoro, Agesandro, Polidoro probabilmente nel primo decennio del I secolo d.C. dopo il ritorno di Tiberio dal suo esilio volontario a Rodi. Andreae sostiene l'ipotesi di una diretta committenza della 'copia' da parte del futuro princeps che sarebbe stato impegnato, per ragioni ideologiche e di mitopoiesi personale, nel rilanciare il mito troiano e in particolare, ad esempio a Sperlonga, il ciclo delle imprese di Ulisse. Il fatto che Plinio, ancora nel 79 d.C. registri la presenza del Laocoonte di Atanadoro, Agesandro, Polidoro in Titi imperatoris domo costituirebbe una prova indiretta della committenza dell'opera da parte di Tiberio e quindi della sua permanenza, a distanza di settant'anni, nelle collezioni imperiali.

"opus omnibus et picturae et statuariae artis praeferendum"

Diverse interpretazioni anche per l'espressione opus omnibus et picturae et statuariae artis praeferendum: in dubbio se debba intendersi come giudizio assoluto di eccellenza: "opera da preferirsi a tutte le altre [che mai siano state eseguite] in pittura o in bronzo"; ovvero, secondo la lettura di Andreae, come giudizio relativo, di eccellenza tra i vari Laocoonte eseguiti fino ad allora: "opera da preferirsi a tutte le altre [dello stesso soggetto, che mai siano state eseguite], in pittura o in bronzo". Settis legge nell'espressione ancora una sottolineatura dell'incomparabile pregio tecnico e della qualità artistica dell'opera: nel contesto di un brano tutto inteso a decantare la nobiltà dell'arte della sculptura, Plinio evidenzia che il Laocoonte dei tre artisti rodii, pur essendo una scultura in marmo (spesso nella trattatistica antica e moderna subordinata gerarchicamente alla statuaria in bronzo), è preferibile ad ogni altra opera, anche eseguita in pittura o in bronzo.

"ex uno lapide"

Il punto più discusso è la traduzione e interpretazione della locuzione ex uno lapide. Infatti se si interpreta la locuzione pliniana nel suo primo, e più ovvio, significato di "fatta di un solo blocco di marmo", la definizione non si attaglierebbe più al Laocoonte vaticano, che è scultura realizzata in più pezzi, poi assemblati insieme. Ma, come si è argomentato nella Nota su Sperlonga, l'occorrenza della firma degli stessi artisti citati da Plinio sulla Scilla di Sperlonga e le notevoli consonanze stilistiche tra le sculture di quel ciclo e il Laocoonte vaticano portano alla conclusione che l'opera citata da Plinio sia con tutta probabilità da identificare con il gruppo rinvenuto a Roma nel 1506.

L'espressione ex uno lapide va quindi interpretata diversamente rispetto alla prima, e più piana, lettura. Secondo Andreae indicherebbe il materiale con cui l'opera fu realizzata: copia lapidea, letteralmente "tutta di marmo", che presuppone però un originale di altro materiale, con ogni probabilità il più prestigioso bronzo. La locuzione pliniana contribuirebbe dunque a confermare l'ipotesi dell'esistenza di un perduto originale più antico: la 'statua' bronzea, rodio-ellenistica che Andreae considera il modello per il Laocoonte replicato in marmo da Atanadoro, Agesandro, Polidoro.

Salvatore Settis, invece, mette in gioco il confronto con altri ricorrenze di locuzioni analoghe in riferimento a opere di scultura, nella trattatistica antica e poi moderna: lo stesso Plinio, ad esempio, poco sopra il passo in esame (Nat. Hist. XXXVI, 35) cita come opera eseguita ex eodem lapide il Toro Farnese, e anche in quel caso si tratta di un'opera certamente non realizzata da un unico blocco marmoreo. L'espressione ex uno lapide sottolineerebbe l'alta qualità tecnica del lavoro; la grande maestria dei tre artisti che scolpiscono un'opera compatta, all'apparenza tutta omogenea e integra, tanto perfetta da sembrare realizzata in "un solo blocco lapideo". Ex uno lapide rimarcherebbe quindi, con l'enfasi del ricorso al topos, l'accento posto da Plinio sulla compattezza e sulla perfezione dell'opera, in cui l'intervento delle mani diverse dei tre artisti, ma anche le connessioni e le commessure tra gli elementi, sono dissimulati ad arte. Secondo Settis sarebbe questa un'ulteriore conferma del fatto che Plinio, nel contesto in cui occorre l'espressione – un brano, come si è visto, tutto inteso ad argomentare la nobiltà della scultura in marmo – anche mediante l'espressione ex uno lapide investe enfasi retorica non già per decantare una copia, ma per evidenziare l'eccellenza dell'arte di Atanadoro, Agesandro e Polidoro, "summi artifices" di un'opera originale in marmo, capolavoro di altissimo pregio tecnico e di sommo valore artistico.

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