"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

48 | maggio 2006

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Perché piangere per Ecuba?

Recensione a: Fondazione INDA, Teatro greco di Siracusa, XLII Ciclo di spettacoli Classici: EcubaTroiane, 11 maggio-25 giugno.

Recensione a: Mostra "INDAretroscena 2006 - Ecuba e Troiane (1939, 1952, 1962, 1974, 1998)", Siracusa Palazzo Greco, 14 maggio-25 giugno

Anna Banfi

Euripide EcubaNell’Ecuba il dolore della regina – che da schiava, distrutta e prostrata per la perdita dei suoi cari e della patria, si trasforma per odio e ultima disperazione in menade vendicatrice – è interpretato da Elisabetta Pozzi che, con grande perizia tecnica e altrettanto profonda intelligenza e sensibilità, dà vita a un’Ecuba superba. Pozzi, nella sua intensa interpretazione, segue la curva emozionale e drammaturgica del dramma euripideo, e in particolare sottolinea la forte cesura che a metà della tragedia segna il cambiamento nella psicologia della regina di Troia: da vecchia regina sconfitta e umiliata, quasi indementita dal dolore, a Erinni volitiva, violenta, vendicativa. Molto bella la scenografia: una lunga distesa di sabbia, rotta solo dalla presenza di un albero secco, spoglio, simbolo del dolore arido dei vinti, incarnato anche dall’azione e dal canto disperato del Coro. Ai piedi di quest’albero, Ecuba trascina, cadavere dopo cadavere, sempre più esausta, tutti i suoi morti, tutti i morti di Troia, tutti i morti di ogni dannata guerra.

Ecuba, regina schiava dopo la caduta di Troia, è figura centrale di entrambe le tragedie rappresentate quest’anno al Teatro greco di Siracusa: il XLII Ciclo di Spettacoli Classici, inaugurato l’11 maggio e che si concluderà il 25 giugno, porta infatti in scena Ecuba e Troiane di Euripide.

Il regista Massimo Castri mette in scena una regina ossessionata dall'idea della fine, in cui anche l’ultimo atto, il cruento sacrificio che la ripaga dell’assassinio del figlio Polidoro, è inteso come un rito di morte. Meno convincente l’interpretazione dei personaggi maschili – Odisseo, Agamennone, Polimestore – che appaiono arroganti e superficiali, e perciò assumono accenti comici, in attrito con la loro condizione di reduci, vincitori sì ma prostrati da dieci anni di tremenda guerra che, ignari di quanto li aspetta, non vedono l’ora di avviarsi verso il loro viaggio di ritorno. La cesura tra i buoni ‘vinti’ e i cattivi ‘vincitori’ è in questa regia esagerata e, inutilmente, esasperata, fino a produrre una stonatura semplicistica rispetto alla complessità della lingua tragica: il dolore non è mai da una parte sola, nella guerra vincitori e vinti condividono lo stesso scenario di strazio e di devastazione. La traduzione di Umberto Albini, splendida e perfetta per la rappresentazione teatrale, coinvolge ed emoziona il pubblico, che si sente partecipe del dolore dei vinti e, come voleva Aristotele, si commuove piange soffre gode in sintonia con i protagonisti.

Regista di Troiane è Mario Gas, che offre nella sua regia spunti interessanti: ad esempio le figure delle divinità (Atena e Poseidone) che nel prologo, così distanti e diversi dagli altri attori del dramma, decidono per capriccio i destini degli uomini. In generale lo spettacolo non provoca un forte coinvolgimento emotivo. Molto belli i costumi e la scena di Troia distrutta: la città carbonizzata è come una foresta fossile, cupa e densa di fumo, su cui si staglia lo strazio delle protagoniste.

Una forte intensità di interpretazione si coglie nell’Ecuba interpretata da Lucilla Morlacchi: un’Ecuba forte e regina dalla prima all’ultima scena. Nel 'quadro scenico' che vede Ecuba assistere al dialogo tra Menelao ed Elena, la regina, piena di rancore per la donna che è stata la causa della guerra di Troia e di tutti i suoi mali, smonta con abilità il castello retorico che Elena cerca di costruire, nel tentativo di difendersi dalle accuse del marito e di salvarsi la vita. L’Ecuba di Lucilla Morlacchi è padrona della scena e, passeggiando tra le donne troiane, come di fronte a una giuria, pronuncia un discorso-arringa di alta caratura stilistica: un discorso tanto abile quanto inutile, dato che Menelao, già pronto nuovamente a cedere alla seduzione della bella sposa, decide di riportarla in patria, anziché come aveva stabilito ucciderla sul posto, vendicando con la sua morte tutte le vittime di quell’assurda guerra.

Ma perché, oggi, portare ancora in scena la tragedia greca? Perché dovremmo, ancora, piangere e commuoverci per i casi di Ecuba? “What’s Hecuba to him, or he to Hecuba, that he should weep for her?” si chiede Amleto, quando la compagnia dei Comici interrompe il ‘vero’ corso del dramma shakespeariano per rappresentare di fronte al re e alla madre Gertrude la storia della sventurata regina di Troia (William Shakespeare, Hamlet, atto II, scena II)? Perché l’attore interpreta con tale partecipazione simpatetica il mito antico? “Che cos’è Ecuba per lui, cos’è lui per Ecuba? Perché dovrebbe piangere per lei?”

“Cos’è Ecuba per noi?” È questa la domanda (già la questione centrale di un importante saggio di Carl Schmitt) che accompagna come un Leitmotiv l’esposizione di Palazzo Greco, sede storica dell’INDA che oggi ospita il Museo della Fondazione. La mostra “INDAretroscena 2006 – Ecuba e Troiane”, aperta in coincidenza con gli spettacoli INDA, espone i materiali più significativi delle passate rappresentazioni realizzate al Teatro greco di Siracusa. Ecuba, prima del 2006, è stata portata in scena a Siracusa tre volte: nel 1939, nel 1962 e nel 1998; Troiane due volte: nel 1952 e nel 1974. Per ognuna di queste rappresentazioni sono esposte fotografie, bozzetti, libretti, rassegne stampa, costumi e plastici, che forniscono una visione d’insieme della messa in scena di quell’anno. Proiezioni-video raccontano la storia delle rappresentazioni di Ecuba e Troiane. Il visitatore è accompagnato, nel suo cammino attraverso i materiali esposti, dalla musica realizzata da Bruno Nicolai per Ecuba del 1962 e dai versi shakespeariani che coinvolgono in una riflessione sul significato universale del dolore di Ecuba.

Una sala del Museo è stata inoltre riservata all’esposizione di altri materiali contenuti nell’Archivio INDA: si tratta di plastici, costumi e cartelloni delle passate rappresentazioni e in particolare delle preziose opere che Duilio Cambellotti eseguì per le messe in scena siracusane, dal 1914 al 1948.

“What’s Hecuba to him, or he to Hecuba?” Tornando alla domanda posta dall’Amleto shakespeariano possiamo rispondere che, ora come allora, nel tempo della corruzione e della guerra che travolge nella medesima desolazione gli egemoni vincitori e i vinti oppressi, Ecuba, e più in generale le straordinarie maschere del mito tragico, si ripropongono come figure, antiche e attualissime, del nostro stesso dolore, della nostra propria passione.

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