"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

57 | maggio 2007

9788898260881

titolo

Il "multiforme ingegno" del testo elettronico

Gianfranco Crupi

Convegno Luminar 6. Internet e Umanesimo. Mercurio e Filologia: la critica a nozze con il web | Fondazione Querini Stampalia, Venezia, 1-2 febbraio 2007

1. Paratesto

Nei processi comunicativi esistono dispositivi che servono a suggerire al lettore come è fatto un testo e secondo che modalità leggerlo. Si tratta di metasegni istituzionalizzati ed evidenti sul piano percettivo, fra i quali hanno particolare importanza i paratesti. Come ci ricorda Genette (Genette 1989), che ne ha indagato e formalizzato gli aspetti peculiari, con paratesto intendiamo l'insieme di produzioni, verbali e non verbali (cioè visuali), che accompagnano un testo e ne guidano la fruizione da parte del lettore. Può essere suddiviso in due zone editoriali distinte: il peritesto (vale a dire l'insieme dei messaggi paratestuali che si ritrovano all'interno della pubblicazione che contiene il testo: copertine, frontespizi, bandelle, indici, testatine ecc.) e l'epitesto (l'insieme dei messaggi paratestuali che si ritrovano, almeno originariamente, all'esterno della pubblicazione: recensioni, interviste ecc.).

E' attraverso il paratesto che il testo diventa libro, vestendolo, personalizzandolo, promuovendolo, dando senso compiuto alla sua trasformazione in un prodotto materiale, fruibile secondo specifiche modalità che rispondono a canoni editoriali, a convenzioni letterarie e a pratiche codificate di lettura. Basti pensare alla nostra abitudine di associare alcune tipologie librarie a particolari generi testuali e a fruire alcuni elementi costitutivi del libro (la carta, il tipo e il corpo del carattere, l'impaginazione, le partizioni strutturali, l'architettura grafica e tipografica) come se fossero caratteristiche intrinseche e native del testo. La fisionomia e il ruolo di queste componenti si sono trasformati nel corso del tempo, talvolta radicalmente, e la casistica della loro presenza e della loro disposizione è estremamente varia e può rispondere non solo a organiche politiche editoriali, ma anche a opzioni occasionali dettate, per esempio, da esigenze estetiche, tecniche, ambientali, sociali; inoltre, i loro artefici possono essere vari: il tipografo, l'editore, l'autore, il curatore, ecc.

2. Paratesto elettronico

Ma qual è l'identità del paratesto di un testo elettronico? quanto si conserva e quanto si perde nel confronto con la tradizione del libro tipografico? quale spazio occupa nelle politiche di pubblicazione, non solo editoriali? chi crea il paratesto? qual è la funzione semiotica degli elementi verbali e di quelli iconici che concorrono alla sua definizione?
Un testo è in genere composto di altri testi di dimensioni minori, circondato da altri testi maggiori o diversi, sta al posto di altri testi possibili e la sua capacità di significazione è naturalmente influenzata dall'enciclopedia del lettore (vale a dire, dal complesso delle sue conoscenze) e in particolare dalla sua conoscenza di altri testi che sono spesso presenti sotto forma di citazioni, parodie, critica ecc. Questa dimensione cotestuale dei testi, (secondo l'accezione di Ugo Volli: Volli 2005, 63), l'intertestualità, è molto importante e in genere determina profondamente il loro funzionamento. Nel testo elettronico l'intertestualità è agita elettivamente dalla forma ipertestuale. 

Parafrasando Gertrude Stein "un testo è un testo è un testo è un testo" ma senza il contesto fornito dagli elementi paratestuali, che si aggiungono ad esso per costituire un libro, quel testo sarebbe difficile da collocare nell'universo bibliografico. Ebbene, se vestiamo gli abiti di chi per professione si occupa del paratesto, vale a dire il catalogatore bibliotecario, emerge in tutta evidenza la frequente assenza nei documenti elettronici degli elementi di presentazione formale, a cui di solito attinge la descrizione bibliografica. Michael Gorman ricorda che i nuovi formati sono spesso contrassegnati in una prima fase da una presentazione caratterizzata dall'assenza di segni esterni che ne aiutino l'interpretazione e la comprensione, cui segue poi una maturità della presentazione, nella quale tutti questi elementi paratestuali non solo sono presenti ma vengono anche indicati in modo standardizzato e prevedibile (Gorman 2005, 657).

3. Peritesto bibliografico

Questi segni esterni, questi elementi sono intercettati dai sistemi catalografici nei metadati presenti nei testi elettronici, cioè in quelle strutture informative, comprensibili dal computer, che aiutano a identificare, descrivere, localizzare e gestire una risorsa elettronica e che non si limitano ad essere un surrogato del documento, come nel caso di una scheda catalografica, ma ne fanno parte a pieno titolo. Ne è un esempio significativo quella tipologia di metadati annidati nel frontespizio elettronico, rappresentata, nell'ambito della TEI, dall'elemento , che comprende, oltre alla descrizione degli aspetti bibliografici del documento, informazioni circa i sistemi e le pratiche di codifica poste in essere, la storia delle revisioni, le dimensioni ed estensioni del file, gli identificatori delle singole unità bibliografiche, le diverse responsabilità editoriali e intellettuali che concorrono, oltre a quelle tradizionali, alla creazione del testo elettronico. Il quale, così marcato, ci fornisce, attraverso il supporto che lo veicola, alcune informazioni essenziali per la sua analisi testuale, e le fornisce alla critica genetica che voglia ricostruire e interpretare il processo che ha portato alla costituzione del testo.

Nella cultura post-tipografica, la documentazione delle circostanze relative alla produzione di un documento acquista infatti una rilevanza notevole proprio per i caratteri intrinseci del testo elettronico (immaterialità, invisibilità, fragilità e fluidità) e assume pertanto un ruolo fondamentale ai fini della sua contestualizzazione, della valutazione della qualità, dell'autorevolezza del documento stesso e delle strategie necessarie alla sua conservazione oltre ad essere parte integrante del processo di validazione, certificazione e mediazione bibliografica (Solimine 2005, 319-320).

Questa zona del paratesto, rappresentata dai metadati, potremmo definirla convenzionalmente peritesto bibliografico. I metadati sono la "scatola nera" del testo elettronico, il dispositivo informativo che registra tutti i cambiamenti che il testo subisce sino ad arrivare al lettore. Consentono anche l'interoperabilità logica e semantica tra risorse digitali ontologicamente diverse, creando dinamicamente nuove relazioni fra i documenti, e servono ai browser e ai motori di ricerca per gestire i contenuti in modo più efficace sia sul piano del retrieval bibliografico che su quello della loro fortuna epitestuale.

Tuttavia, pur se oggetto di studio e di applicazione in alcuni ambiti settoriali, quali la bibliografia e la biblioteconomia, risulta ancora poco o per nulla indagata la loro rilevanza paratestuale. Il loro inserimento comporta specifiche competenze bibliografiche ed editoriali, non sempre previste e preventivate dagli editori informatici; inoltre, solo di recente sembrano essersi stabilizzati alcuni standard circa la quantità, la qualità, la tipologia e la granularità dei metadati da utilizzare a seconda dei domini del sapere. 
Va rilevato infine che la natura del testo elettronico, la stessa storia del web hanno enfatizzato la centralità del testo rispetto al paratesto o meglio rispetto agli aspetti bibliografici del paratesto, laddove altri aspetti o elementi hanno finito invece per sovrastare il testo stesso.

4. Peritesto interattivo

Mi riferisco a quella zona del paratesto che potremmo, sempre convenzionalmente, denominare peritesto interattivo, il quale si manifesta nell'interfaccia. L'interfaccia dice "ciò" che l'utente-lettore può fare, nascondendogli idealmente il "come" ("You press the button, we do the rest", diceva George Eastman, fondatore della Kodak); principio questo che è alla base del concetto di usabilità di una risorsa elettronica. 
Insomma, assistiamo - come sostiene Jerome McGann - al passaggio da una cultura bibliografica a una cultura dell'interfaccia (MacGann 2002), anche se alcune forme di paratestualità rimangono intatte nel testo virtuale e in quello fisico, sia pure culturalmente ri-mediate (per riprendere un termine caro a David Bolter, 2002): i sommari, gli indici analitici, le liste delle illustrazioni, convenzionalmente paratestuali nel mondo dei libri stampati, restano tali nell'universo digitale anche se diventano strumenti dinamici di navigazione ipertestuale, che si affiancano ai frame, ai pulsanti di navigazione presenti nel browser, alle mappe dei siti web, ai diagrammi di navigazione e così via. 

La forma ipertestuale, assunta da qualunque documento elettronico, induce ad una percezione fortemente spazializzata della struttura del testo e dei suoi contenuti e in quella forma appunto assumono particolare rilievo tutte le indicazioni di tipo metatestuale (i livelli gerarchici, i richiami, le modalità di transizione, i legami relazionali ecc.). 
"La presentazione di un testo in ambiente digitale può essere fortemente condizionata dall'interfaccia utilizzata per la sua visualizzazione e lettura: anche se può sembrare paradossale, la perdita di materialità e fisicità del documento viene sostituita da altri aspetti altrettanto tangibili, dovuti ai dispositivi hardware e software che ciascun utente adopera per accedere a uno stesso documento" (Solimine 2006, 60); contrariamente a quanto avviene con il libro a stampa che non richiede alcun dispositivo supplementare per essere usato. 
In questo caso, e contrariamente a quanto abbiamo affermato per il peritesto bibliografico, assistiamo a un radicale rovesciamento gerarchico tra testo e paratesto: il paratesto finisce per invadere i territori del processo di scrittura, costringendo chi si assume le responsabilità autoriali ed editoriali a farsi carico sia dell'organizzazione delle informazioni in uno spazio pluridimensionale sia della predisposizione di un sistema di segnali che stiano attorno al testo e che siano funzionali a rendere facilmente accessibili al lettore i contenuti informativi e ad armonizzare il contesto comunicativo. Il più delle volte si tratta di un sistema pittografico costituito da icone, le vere protagoniste dell'interfaccia.

Gli elementi paratestuali linguistici, logici e iconici che permettono di produrre una significativa lettura delle informazioni diventano pertanto decisivi. Essi rappresentano quella "coreografia della transizione", per riprendere un'immagine di Luciano Anceschi, che mette in atto le strategie comunicative in grado di offrire al destinatario capacità predittive rispetto ai percorsi che intende svolgere ma che conservano anche traccia del percorso compiuto. Ebbene, in un contesto verbale il cui spazio visivo è interamente convenzionale, imparare a leggere significa apprendere le convenzioni di tale spazio. Il testo è dunque il risultato dell'applicazione delle sue stesse istruzioni, è una rappresentazione e un'istanza di se stesso (McGann 2002). Ogni forma di scrittura e lettura elettroniche sono esercizi di semiotica applicata; un testo elettronico è una rete dinamica di relazioni e ogni itinerario entro la rete definisce un ordine, un'interpretazione e un significato del testo secondo un certo codice.

5. Peritesto editoriale

C'è poi una terza zona del paratesto che possiamo definire peritesto editoriale, rappresentato da elementi formali di tipo grafico e "tipografico", quelli che nella tradizione del libro a stampa sono riconducibili al formato, alla legatura, alla carta, ai caratteri, alla mise en page, alla "gabbia grafica" ecc. cioè a quegli elementi che rappresentano la zona di transizione tra testo ed extra-testo ma anche di transazione, cioè di scambio e comunicazione tra autore ed editore da un lato, e lettori dall'altro (Demaria, Fedriga 2001). 
"I mutamenti della forma-libro sono […] legati ai mutamenti con i quali il variare dei parametri (innovazioni tecnologiche, condizioni del mercato, norme, abitudini editoriali, intenzioni autoriali, modi e abitudini di lettura) che l'hanno prodotta agganciano, per così dire, la conoscenza alla realtà" (Demarca, Fedriga 2001, 14). I significati che vengono attribuiti a un libro dipendono, si sedimentano e mutano grazie all'intersezione di pratiche testuali, pratiche produttive e tecnologiche, pratiche di lettura. Senza soffermarsi su problematiche ampiamente indagate dagli storici del libro, è da dire che la caratteristica peculiare del testo elettronico, vale a dire la sua intangibilità e il suo accesso mediato da dispositivi di lettura, trascina a cascata una serie di fattori che condizionano in modo determinante la fruizione del documento: basti pensare alla prevalente disposizione verticale del testo che modifica radicalmente la pratica di lettura attraverso lo scrolling, privandola di alcune ancore cognitive (come il contesto), o visive (come il passaggio orizzontale recto verso e il trascorrere dello sguardo dalla pagina alla spaziatura), che influenzano non poco la qualità e la "quantità" di lettura del testo, la sua ricezione in quanto entità semiotica complessa; ai formati per gli e-book, come il proprietario Microsoft Reader, che tendono a livellare la lettura su alcune impostazioni di base che consentono pochi scarti; fino all'utilizzo di font privi di "grazie", perchè non sempre graficamente comprensibili e visualizzabili dai software, e via di seguito.

Al venir meno di una tradizione editoriale, si va affermando una cultura editoriale del digitale dai contorni ancora poco distinti e poco codificati, affidata a nuove figure imprenditoriali (centri accademici, istituzioni bibliotecarie, organizzazioni no-profit, ma anche singoli) che non sempre si avvalgono di professionisti in grado di progettare l'architettura logica e di disegnare graficamente un nuovo prodotto editoriale. Mise en page e visualizzazione oscillano fortemente fra la replica del modello del libro tipografico e soluzioni alquanto "spartane", non riconducibili al filone dell'editoria "povera", che affermano si direbbe provocatoriamente l'assoluta centralità del testo sul paratesto. Le cui principali funzioni - e qui restringo drasticamente il campo d'indagine ai siti dei centri accademici e di ricerca - sono quelle di visualizzazione, di scaricamento (downloading), di ricerca.
Il modello editoriale che si va affermando - ed è novità a nostro giudizio di tutto rilievo - è quello della collezione, della raccolta, in cui il singolo testo è inserito in un articolato sistema, che potremmo definire enciclopedico, di relazioni autoriali, cronologiche, di genere, di forma, che il lettore può esplorare, ma anche combinare e generare secondo le personali esigenze di ricerca e di studio. Il Rossetti Archive (dedicato a Dante Gabriele Rossetti) o l'André Gide Editions Project, tanto per citarne alcuni, sono esempi di edizioni che raccolgono dinamicamente, sull'asse cronologico e su quello critico, l'insieme dei documenti che costituiscono la tradizione di un'opera, l'ambiente di circolazione, il contesto delle relazioni concepito come parte essenziale del testo stesso (varianti testuali, relazioni intertestuali, biobibliografie, immagini, testimonianze, ecc.), confermando l'assunto di Mario Ricciardi secondo cui "un primo effetto dell'uso dell'informatica nella filologia è lo spostamento del centro di interesse dal prodotto al processo" (Ricciardi 1998, 130-32).

Modello editoriale dicevamo e forse nuovo genere testuale, costruito tuttavia sulla falsariga di una biblioteca ideale, che affianca all'universo testuale gli strumenti di reference, generabili da specifici software di indicizzazione (full-text engine), particolarmente idonei nella gestione dell'analisi computazionale, finalizzata alla creazione di concordanze, indici, liste di frequenza, processi di lemmatizzazione e di text retrieval. Spazi virtuali autosufficienti - spesso per ragioni economiche e commerciali - che offrono servizi innovativi, come il reference linking, che consente la navigazione trasversale tra opac, basi di dati e full text, o procedimenti semiautomatici di raffinamento delle ricerche, basati sull'analisi del contenuto dei documenti, come i data mining. Luoghi, ancora, in cui il lettore potrebbe sperimentare nuove applicazioni di semantic web finalizzate alla aggregazione dinamica dei contenuti e degli oggetti digitali (ontologie, mappe topiche, ecc.). L'idea, insomma, di uno spazio testuale, di uno spazio di lavoro integrale in cui il lettore possa accedere e muoversi come nel suo riservato "studiolo", luogo della mente e della memoria. 
I linguaggi di codifica dichiarativi come l'XML consentono poi di generare attraverso i cosiddetti fogli di stile (XSL) edizioni diverse del testo, tipologie di visualizzazione e quindi di stampa differenti (html, pdf, rtf, ecc.), ma consentono anche di trasformarlo, smontandone, aggregandone e riordinandone differentemente le parti costitutive. Come dice George Landow, la regola diventa: muovi il codice, muovi il testo - cambia il codice, cambia il testo (Landow 1993). Questa è la retorica del digitale, questa la regola della sua "grammatologia", che ridefinisce e riformula canoni culturali e letterari.

E' dunque il paratesto a sancire il "multiforme ingegno" del testo elettronico, vero e proprio "palinsesto di scritture e codifiche nascoste, dal codice binario del linguaggio macchina alla codifica dei linguaggi di marcatura, fino alla testualità visibile" (Pellizzi 2001). Ed è proprio lo spazio proteiforme e stratificato del paratesto, questa zona di confine intermittente, sfuggente, labile, a porci di fronte alla paradossale aporia di Borges, secondo cui "il concetto di testo definitivo appartiene unicamente alla religione o alla stanchezza" (Borges 1973 [1984] 372).

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