"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

143 | marzo 2017

9788894840186

titolo

I vasi del simposio tra rito e mito

Clemente Marconi

English Abstract

A testimonianza del valore sociale del simposio nel mondo greco sta l’ampia gamma di forme vascolari sviluppate dai ceramisti in relazione alle diverse operazioni associate a questo rituale (Arias 1963; Sparkes and Talcott 1970; Boardman 2001; Clark, Elston, Hart 2002; Tsingarida 2009). Tanta creatività non sorprende, anche in considerazione dell’alto apprezzamento estetico per la tettonica dei vasi, che sembra essere stato pari, se non superiore, a quello per la loro decorazione dipinta: un apprezzamento che trova conferma nell’uso dei ceramisti di apporre la propria firma sui vasi, come i ceramografi. Per definire le diverse forme vascolari si fa in genere ricorso a nomi antichi: un uso convenzionale, dato che spesso non siamo certi dell’effettivo ed esclusivo riferimento di certi nomi a determinate forme (Richter and Milne 1935).

Tra i vasi per il simposio, meritano di essere ricordati per primi i recipienti, a partire dal cratere. Il nome del vaso fa esplicito riferimento alla sua funzione, che era quella di mescolare il vino puro, la cui gradazione nel mondo antico era particolarmente alta, con l’acqua. Bere vino mescolato ad acqua era una regola fondamentale del simposio, ben riflessa nella centralità del cratere rispetto ai partecipanti semidistesi sulle klinai, e nell’enfasi data a questo recipiente nelle raffigurazioni del simposio di età arcaica e classica (Lissarrague 1987; Catoni 2010). Il cratere poteva assumere diverse forme, a seconda del posizionamento o della forma delle anse, essenziali per sollevarlo e muoverlo: “a colonnette” (dalla forma delle anse, ciascuna delle quali consiste di due sbarrette che sostengono un elemento orizzontale attaccato all'orlo), il tipo più antico, documentato già in età geometrica (VIII secolo a.C.) e poi giù fino all’età tardo classica (inizi del IV secolo a.C.); "a campana" (chiamato, in antico, “cratere di lavoro milesio”; il nome moderno si riferisce alla somiglianza della forma a quella di una campana rovesciata) e “a calice”, entrambi in voga con lo stile attico a figure rosse; “a volute” (ovvero, con le anse sollevate e desinenti in spirali attaccate all'orlo) e “a mascheroni”, entrambi particolarmente ben documentati nella ceramica dell’Italia Meridionale, il secondo in maniera esclusiva, mentre il primo già documentato sia nella ceramica attica arcaica e classica, sia in bronzo.

Funzione analoga al cratere era assolta dal dinos, con profondo bacino, privo di piede e anse, e molto popolare particolarmente nella prima età arcaica. Un complemento importante del cratere, nel quale veniva immerso, era lo psykter, ben attestato anche in metallo e particolarmente popolare nella seconda metà del VI secolo a.C.: come dice il suo nome, questo vaso aveva funzione refrigerante, manteneva fresco il vino tramite la neve in esso contenuta. Tra i recipienti, una particolare importanza assume, subito dopo il cratere, l’anfora (il cui nome dipende dalla presenza di due anse ai lati), che serviva a contenere il vino, in attesa della sua miscelazione con l’acqua. Le diverse forme dell’anfora attestano la particolare sensibilità dei ceramisti, ma anche, verosimilmente, dei loro clienti, per la tettonica del vaso e l’armonia delle sue singole parti: in una versione, il collo dell’anfora si fonde gradualmente con la spalla; in un’altra, ne è nettamente distinto. Altro recipiente importante, per attingere e poi versare il vino miscelato nelle coppe, è la brocca, che può assumere due forme diverse, chiamate, rispettivamente, oinochoe e olpe.

Quanto ai vasi che si portavano direttamente alla bocca, il più significativo è senz’altro la coppa, con il cratere la forma più caratteristica e caratterizzante del simposio. Chiamata kylix, la coppa subisce mutamenti nel profilo tra età arcaica e classica, essendo originariamente più profonda e poi progressivamente più piatta e larga. Analogo nell’uso alla kylix è lo skyphos, simile alla coppa come forma, ma assai meno sofisticato, comprese in particolare le due anse, generalmente verticali, quando non l’una verticale e l’altra orizzontale.

I ceramografi greci sono caratterizzati da una spiccata tendenza all’autoreferenzialità: con ciò s’intende la frequente presenza, nelle raffigurazioni vascolari, dei vasi stessi, che spesso sono al centro delle varie azioni che ritraggono i diversi contesti del vivere sociale. Non è sempre chiaro se i vasi raffigurati siano in ceramica o in metallo: nel primo caso, il grado di autoreferenzialità sarebbe ovviamente maggiore; nel secondo, comunque, non sarebbe da meno, considerato il palese sforzo degli autori dei vasi in terracotta di imitare le forme dei corrispettivi, ma più costosi, vasi in metallo. Naturalmente, le scene di simposio, come anche quelle del successivo komos - la processione di quanti, ormai ubriachi, hanno partecipato al simposio - sono un’occasione particolarmente propizia per mettere in mostra i vasi, spesso della stessa forma del supporto della decorazione dipinta. Ciò si osserva meglio nel caso del cratere a calice del Pittore della Scacchiera (cfr., in questo stesso numero Il gioco del kottabos nella Sicilia greca), sul quale è raffigurato proprio un cratere a calice tra le due donne impegnate nel gioco del kottabos: cratere in tutto simile, come decorazione, al vaso sul quale è dipinto, compreso il soggetto della donna con un tirso in mano che lo decora. Non sempre l’autoreferenzialità è così palese, ma non per questo essa è meno sottile nelle sue implicazioni: così, nei crateri da Lentini, Camarina e Gela (si vedano in Il gioco del kottabos nella Sicilia greca, Figg. 1-2), che ritraggono scene di gioco del kottabos, manca il cratere, e l’accento va sulle coppe, vere protagoniste della scena, assieme alla mano del simposiasta che le maneggia con il giusto ritmo. In questo caso, l’assenza del cratere non ci deve fare dimenticare che questo vaso, che serve da supporto all’immagine, era collocato al centro, tra i simposiasti: la sua assenza dall’immagine enfatizza il carattere di specchio della raffigurazione vascolare.

Fig. 1 | Cratere a colonnette attico a figure rosse da Siracusa, attribuito al Pittore di Leningrado, Siracusa, Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi, inv. 35185 (BAPD 206499).

Particolarmente significative, dal punto di vista dell’autoreferenzialità, sono le scene di komos, nelle quali i ceramografi tendo a raffigurare un numero significativo di forme vascolari. Così, su un cratere a colonnette attico a figure rosse da Siracusa [Fig. 1], attribuito al Pittore di Leningrado, e databile tra la fine dell’età arcaica e la prima età severa, si osservano tre giovani intenti nella processione rituale: quello al centro è intento a suonare la lira, mentre i due ai lati muovono passi di danza, tenendo nelle mani, rispettivamente, proprio un cratere a colonnette e una oinochoe. È come se i partecipanti al simposio avessero lasciato la festa ubriachi, portandosi per strada gli strumenti indispensabili per continuare a bere e cimentandosi in giochi di equilibrio.

Fig. 2 | Cratere dalla necropoli di Passo Marinaro a Camarina, Siracusa, Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi, inv. 22887 (BAPD 206629).

Una scena analoga, che coinvolge un repertorio ancora più ampio di forme, si osserva su un cratere dalla necropoli di Passo Marinaro a Camarina [Fig. 2], dove il vaso era utilizzato come urna cineraria. Databile alla prima metà classica, il vaso presenta, sul lato principale, una scena di komos: al centro, è un giovane elegante, coronato e con un mantello gettato sulle spalle, intento a suonare la lira della quale accarezza le corde con una mano, mentre brandisce il plettro con l’altra. Alla sinistra di questa prima figura è un secondo giovane, coronato e ammantato, che solleva un bastone nella mano sinistra e una mela nella destra. A destra, infine, è un terzo giovane, anch’egli coronato e ammantato, che nella sinistra tiene sollevata una kylix, all’altezza della spalla, mentre con la destra versa del vino da una oinochoe.

Due vasi completano questa raffigurazione. Subito davanti alla terza figura, è un’anfora cinta da corona e sorretta da un cesto. All’estrema sinistra, presso il secondo giovane, sta un cratere a campana, anch’esso coronato, poggiato su una base. In questa scena di komos, il ceramografo è stato abile nel raffigurare gran parte dei vasi necessari al buon compimento del simposio, marcando la particolare connessione con la giovane età, la cultura, l’eleganza, e dunque l’alto status sociale dei suoi partecipanti. L’autoreferenzialità, in casi come questi, appare come un tentativo inequivocabile da parte dei ceramisti e dei ceramografi di promuovere l’immagine dei vasi di loro produzione presso il pubblico dell’isola.

Bibliografia
  • Arias 1963
    P.E. Arias, Storia della ceramica di età arcaica, classica ed ellenistica e della pittura di età arcaica e classica, Torino 1963.
  • Boardman 2001
    J. Boardman, The History of Greek Vases, London: 2001.
  • Catoni 2010
    M.L. Catoni, Bere vino puro: immagini del simposio, Milano, 2010.
  • Clark, Elston, Hart 2002
    A.J. Clark, M. Elston, M.L. Hart, Understanding Greek Vases. A Guide to Terms, Styles, and Techniques, Los Angeles, 2002.
  • Lissarrague 1987
    F. Lissarrague, Un flot d'images: une esthetique du banquet grec, Paris, 1987.
  • Richter, Milne 1935
    G.M.A. Richter, M.J. Milne, Shapes and Names of Athenian Vases, New York, 1935.
  • Sparkes, Talcott 1970
    B.A. Sparkes, L. Talcott, Black and Plain Pottery of the 6th, 5th, and 4th centuries B.C. Princeton, N.J.: American School of Classical Studies at Athens. Athenian Agora, v. 12, 1970.
  • Tsingarida 2009
    A. Tsingarida (ed.), Shapes and Uses of Greek Vases (7th-4th Centuries B.C.: Proceedings of the Symposium Held at the Université libre de Bruxelles, 27-29 April 2006, Bruxelles 2009.
English Abstract

The wide range of drinking vessels developed by potters since the Geometric period offers one of the best indications of the particular value of the symposium in the ancient Greek world. So much creativity is not surprising, given the high appreciation for the shapes of vases; comparable, if not even better, to the appreciation of the ceramics’ painted decoration. Among the vessels, the krater was undoubtedly the most significant, followed by the cup. The name of the krater makes explicit reference to its function, which was to mix pure wine, the alcohol content of which was particularly high in the ancient world, with water. Drinking wine mixed with water was a fundamental rule of the symposium, well reflected in the centrality of the krater in relation to the encircling participants reclining on klinai. Greek painted pottery is characterized by a marked tendency for self-reference. Symposium and komos scenes are thus often represented on drinking vessels, and these scenes are an appropriate occasion for showcasing the vessels, and pointing out their association with the elite.

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