"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

150 | ottobre 2017

9788894840261

titolo

Nāmārūpa, नामरूप. Nome è Forma

Guglielmo Bilancioni

English abstract

E se qualcuno, o Ananda, ti domandasse:
"Da cosa è condi­zionata la coscienza?"
Tu devi rispondere:
"La coscienza è condizionata da nome e forma".
Il Buddha, Il Grande Discorso delle Cause

Fondamento di ogni riflessione su immagine e parola è il pensiero, congiunto, su Nome, Nāmā, e Forma, Rūpa. Nei testi vedici, nelle Upanishad e nei testi buddhisti, del Theravada e del Mahayana, è un pensiero ricorrente. In origine i due termini venivano formulati in netta separazione; in un lento processo, logico e filosofico, si offrirono al pensiero fusi e interdipendenti. Un complesso psico-fisico. Nāmārūpa: nella fusione dei due termini risiede una grande questione cosmogonica. Lo spiega Maryla Falk:

Prima della manifestazione della molteplicità tutti i rūpas erano un rūpa, vale a dire la forma non manifesta del Purusa universale, e tutti i nāmas erano un nāma, vale a dire l’inespresso Vāc universale.

E Vāc crea il mondo, lo ‘parla’, lo crea nel suo non-sensibile aspetto verbale. L’infinita unità dell’origine veniva differenziata dall’accostare i due elementi in co-estensione. L’aurora della coscienza. विज्ञान, vijñāna.

Allora Bodhisattva così pensò: esistendo che cosa c'è complesso psico-fisico “nome e forma”? In base a quale con­dizione c'è complesso psico-fisico “nome e forma”? Ed egli così pensò: quando esista la coscienza vijñāna c'è comples­so psico-fisico nome e forma, in base alla coscienza c'è complesso psico-fisico nome e forma.

Le formazioni mentali condizionano la coscienza, che a sua volta condiziona Nāmārūpa, che a sua volta condiziona ciò che causa le sensazioni. In Nāmārūpa consistono e coesistono: il Già-da-Sempre-Dato, L’Universo – chiliocosmo moltiplicante – degli archetipi, la forma soggiacente, tutti i processi di percezione, tutti gli strati dell’ideazione, e gli stessi fondamenti del pensiero, i misteriosi procedimenti della sua propria formazione. Perché è nel corpo, come in un trascendente yoga, il luogo della transfusione di corpo e mente, di Nome e Forma. Mano, scrive Johannson, è uno dei sensi, un sesto senso, un senso interiore, e, proprio come l’occhio ha come oggetto Rupa, Mano ha il Dharma.

La Mente dei Veda è psico-tecnica: parola, idea, e forma soggiacente sono Uno. Viene dato un nome alle cose, che sono, in cubica ontologia, il loro stesso nome. Differente è il nesso dualistico εἶδος / ὕλη in Platone. Realtà permanente che fa di una cosa ciò che è, aspetto e prospetto, εἶδος è idea antecedente: di certo una procedura, un processo, e non una entità.

Ὕλη è ὺποκείμενον, in Aristotele, è materia, corpo, potenzialità e attualità di un essere. In Nāmārūpa il processo è pre-condizionato, ed esso stesso una condizione. Ed è sempre immateriale. Come in Pitagora, i Numeri, e non le entità materiali, conferirono agli oggetti i loro caratteri. Non vi è separazione, nel buddhismo, fra mente e materia. Di altra natura è il nesso conflittuale Forma-materia-Forma, saper sciogliere il quale è da sempre il compito dell’arte, pittura scultura e architettura. Con Nāmārūpa può essere intuito, ed incrociato in profondissimo chiasmo, quanto di sensuale vi sia nell’ideazione e quanto di formale e ideale nella percezione. Si può avere consapevolezza dei processi interiori – vista, udito, olfatto, gusto e tatto – e legare l’esperienza interiore all’esperienza esteriore.

Nāmārūpa è il centro operativo della coscienza, poiché nome e forma, come un’opera e la sua descrizione, sono congeneri, come causa e effetto, il distinto e l’indistinto, ciò che intuisce e ciò che è intuìto, il noumeno e il fenomeno, le con-cause e gli effetti degli effetti, l’origine e la destinazione. Nāmā è la veste e Rūpa è ciò che è vestito. Non si dà forma senza nome né nome senza forma.

Il nome esprime l’intima essenza della cosa, e la percezione si costituisce nella coincidenza armonica del soggetto con l’oggetto, dell’aspetto psichico con l’aspetto sensibile della realtà contingente. Ogni pensabilità e ogni percettibilità gravitano attorno a questo scambio agente fra corporeo e incorporeo. Rune Edvin Anders Johansson studia i nessi fra coscienza e nome-e-forma:

La coscienza è necessaria condizione della parte nama di namarupa. Senza un centro operativo (agency) della coscienza nessun processo cosciente può aver luogo (Without an operating centre agency of consciousness, no conscious processes could take place).

Nel condizionare la crescita verso la forma quanto la crescita verso il senza-forma, Nāmārūpa è un dispositivo mentale che conferisce Sostanza all’Apparenza e apparenza alla sostanza. Unisce in vitale contrasto dialettico Idea e percezione. Il complesso psico-fisico nome e forma apre alla sfera dello spazio infinito. E alla conoscenza del dolore. Il Buddha:

Ho detto che nome-e-forma è condizione del contatto. Tutte le sensazioni sono dipendenti dal contatto. Il mondo è tormentato dal contatto.

Tutte le cose dipendenti da altre cose sono impermanenti. L’essenza linguistica e cognitiva, e ontologica, di Nāmārūpa viene sintetizzata da Johansson in due concetti fondamentali:

Without psychological functions there would be no bodily expression [...]. Nama thus is the function of meaning and consciousness, and rupa the function of expression.

Con Nāmārūpa la separazione noema/noesis viene superata. Il senso percettivo e il percepito-come-tale di Husserl si fondono, e la relazione fra soggetto e oggetto si sedimenta e viene neutralizzata. La materia non è altro che la mente; la mente non è altro che materia. Senza alcuna ostruzione sono interrelate. Il soggetto è oggetto; l’oggetto il soggetto. Il vedere, noesis, è visto, e ciò che è visto è il vedere.

David Edward Shaner ha dedicato uno studio approfondito sull’esperienza del bodymind, così traduce Nāmārūpa, in Kukai e Dogen, messi in relazione con la fenomenologia di Husserl:

La mente non va intesa come un recettore passivo ma piuttosto come un proiettore, vale a dire come un vettore (noesis) che muove verso oggetti noematici e situazioni noematiche.

Mente e corpo si esigono reciprocamente come condizione necessaria per essere quello che sono. Le caratteristiche dinamiche di ogni esperienza sono insediate in questa relazione fra ciò che appare (noema) e il modo in cui guardiamo ad esso (noesis). Sono cose “consapute – direbbe Husserl – nella loro antepredicatività”. Le miriadi dei possibili si irradiano dalle porte della percezione, nucleo noematico, fiore di loto delle apparenti variazioni, infinite e simultanee. Verità ultime che Shaner rintraccia in Kukai:

Anche se le gocce di pioggia sono molte, sono fatte della stessa acqua. Anche se i raggi di luce non sono uno, sono fatti dello stesso corpo. La forma e la mente di quell’Uno sono immisurabili. La realtà ultima è vasta e senza direzione.

Kukai dà precise istruzioni: “Meditate sul suono fino a che non vi uniate ad esso. Allora raggiungerete la Perfezione.” Ancora, quasi pragmatico: “meditate sui suoni, le parole e le realtà in ordine e in ordine inverso. Il suono è per recitare le parole, le sillabe sacre; la parola è per visualizzare le forme delle parole; e la realtà è per meditare sui significati di queste parole”.

Nella meditazione Nāmārūpa su spazio e tempo, il meditante, essendo libero e capace di magnificarli o di ridurli, arriverà a possedere la sapienza che tutto include, quella trascendenza riflessiva che va oltre i modi discorsivi del pensare. Esperienza neutra, dinamica e costantemente ripetuta. Mantra, Mandala e Mudra, parola, figura e postura sono i vettori dell’esperienza-senza-sé, che è il tèlos della meditazione. Congiungendo il Dinamismo spirituale e la Simultaneità spazio-temporale, la vita, e l’esperienza della vita, sono costituite dal gioco reciproco di Nāmā e Rūpa, nel quale il movimento, il gesto e il racconto si fondono.

Alex Wayman, in un altro dei suoi saggi decisivi, definisce Rūpa non forma ma formazione, imprimendo all’essere il carattere del divenire. Rūpa è body, matter è form, che è differente, spiega Wayman, dall’inglese shape. Rivenendo nelle fonti i temi, Wayman studia, con la consueta densità, la capacità dell’intelligenza di conferire nomi, e la permanenza del nome. “Quando un corpo muore, cosa rimane? Il nome”. Il nome causa una svolta verso un’altra esistenza. La formazione è mente e il nome è parola. Unendo due storie antiche, Wayman perviene ad una euristica conclusione: “Rūpa è la mente immobile di Prajapati.” E inoltre “la inevoluta, vale a dire inseparata, unione di Nome-e-Formazione è il seme del mondo, chiamato anche Prakriti”.

Secondo il pensiero mitico ogni divenire è soltanto apparenza. Coesistenza di mente e materia, di idea e corpo, ingenera una dialettica che annulla gli opposti, vanifica le differenze, con-fonde l’esistente. E mostra come uno Nirvana e Samsara. La meditazione su questa dialettica in stato di quiete permette di riconnettere la coscienza su molte nobili verità: non vi è sé separato, né anima individuale, solo la combinazione di corpo fisico e forze mentali, solo il risultato di cause ed effetti, di atti e retribuzioni degli atti, la Legge del Karma. Separati, Nome e Forma non hanno, di proprio, alcun potere efficiente. Sono interdipendenti. Qualunque cosa esista, questa nasce da cause e condizioni. Ogni effetto esige la sua causa.

La Originazione interdipendente, o co-produzione condizionata, in pali paticcasamutpada, enunciato centrale del buddhismo, e collegato alla meccanica delle rinascite, muove dall’Inter-Essere, un processo dinamico di interdipendenza, la conoscenza del quale comporta l’arresto della attività del pensiero.

I tre fattori sankhara, il karma, buono o cattivo, vijñāna e Nāmārūpa costituiscono i fattori della rinascita. “In breve, scrive Johansson, dovremmo capire che la vita è soltanto il continuum di incessanti relazioni causali fra namarupa e vijñāna”. Dalla coscienza dipende Nāmārūpa, da Nāmārūpa dipende la base dei sei sensi, e dai sensi sorge il contatto. La consapevolezza delle forme è chiamata Nāmā. Nāmā non ha forma perché è fabbricazione mentale; non possono esistere l’uno senza l’altra. La coscienza è condizionata dal nome e dal corpo, e il corpo e il nome sono condizionati dalla coscienza. Come due canne, in un testo antico, la cui cime siano appoggiate l’una all’altra. Nulla è assoluto e nulla è permanente: Questo esiste perché Quello esiste.

L’idea canonica di una reciproca dipendenza di vijñāna e Nāmārūpa presuppone una interdipendenza karmica nella co-produzione condizionata, che centra il destino della forma nella intuizione che l’ha preformata, nell’energia radiante dei possibili. Ciò è in relazione con gli skandha, che sono gli aggregati del mondo: Forma, o materia, sensazione, percezione, formazioni mentali, coscienza. Una tela divina ove tutto è connessione. Fondamento della conoscenza non duale, Nāmārūpa è radice di alajavijñāna, la coscienza deposito, sede dell’impensato pre-formato, inconscio e collettivo, origine di memoria e immaginazione. È la Pura Terra della conoscenza non-ostruita. Scrive Suzuki:

Possiamo dire che la Pura Terra sia un mondo mistico di idealismo trascendentale dove tutte le tracce degli elementi dualistici sono lavate via e dove le anime muovono con la loro nativa libertà non ostacolate o macchiate in nessun modo dalla limitazione dei sensi. Oppure possiamo dire che la Pura Terra sia l’ombra dell’Illuminazione gettata su un mondo di nome e forma, Nāmarūpa.

Nei testi del Mahayana, Nāmārūpa è il fondamento che sostiene ogni esperienza, mentre segnala l’assenza di un oggetto percepito differente da colui che percepisce. Mistica astanza che presuppone l’Uno-Tutto. 

Siva Nataraja, il Signore della Danza, ha un tamburo, ḍamaru, il cui ritmo genera, e simboleggia, creazione cognizione e capacità di nominare: nominando qualcosa la comprendiamo e la controlliamo. Ogni esperienza empirica è fondata in nome-e-forma: si partecipa agli universali quando si cerchi di nominare ogni cosa. I processi di ideazione si generano da questa pratica.

Rūpa è, oltre ad essere forma, persona, figura, corpo fisico corpo magnetico o corpo di ferro, essere senziente o oggetto composto dai quattro elementi. Rūpa può riferirsi alla raffigurazione esterna, oggettiva, di un oggetto. O all’immagine interna, prodotta dalla mente. Un uomo può – dice Johansson – portare colori e dire: "dipingerò forme in questo spazio e renderò le forme visibili". Ma, dato che lo spazio è senza-forma, questo è considerato un compito difficile.

Questo riguarda essenzialmente la percezione, come proiezione immedesimante con le forme del mondo. “Quando un uomo percepisce le forme internamente, vede le forme esteriori”. Oppure, meglio: “Qualcuno che sia cosciente delle forme interiori vede le forme all’esterno”. Johansson cita gli Anuruddha: “Quando rimaniamo diligenti, ardenti, e risoluti nel sé, percepiamo la luce e una visione delle forme”.

Dalla crasi – cosmica per la Mente – di nome e forma deriva ciò che siamo in grado di apprezzare o discriminare, confuso con la origine stessa del fenomeno, in una scissione che ricongiunge. In questa mixtio cosmogonica sta il nucleo centrale del buddhismo, docta ignorantia, dentro il quale il pensiero è l’antagonista del pensiero. Da questo nucleo si emana la luce, e il calore, dell’illuminazione. In equilibrio di Vacuità e Sapienza, semplicemente seduti, in grande semplicità. "E che cosa, o monaci, è nome&forma?”. È ancora la parola del Buddha:

La sensazione, la percezione, l’intenzione, il contatto e l’attenzione: questo si chiama nome. I quattro grandi elementi, mahabhuta, terra acqua aria e fuoco, e la forma dipendente dai quattro elementi: questo si chiama forma. Questo nome e questa forma, o monaci, sono chiamati nome&forma.

La rivelazione del Bodhisattva Avalokitesvara – il Buddha Blu, leone incrollabile, che pratica la Prajnaparamita in contemplazione univoca – lega per sempre la Perfezione di Sapienza, attraverso gli elementi – i 5 skhanda (forma o materia, sensazione, percezione, formazioni mentali, coscienza) privi di una esistenza autonoma – alla Vacuità.

È nel Prajnaparamita Hridaya Sutra, il Sutra del Cuore. Il Bodhisattva esorta il ritorno all’unità del vedere e del veduto:

Ora, o Sariputra,
La forma è vuoto, il vuoto è forma.
Il vuoto non è separato dalla forma.
La forma non è separata dal vuoto.
Qualsiasi forma è vuoto.
Qualsiasi vuoto è forma.

Così, vuote, la sensazione, la discriminazione, le formazioni mentali e la coscienza. Ma il vuoto non si oppone alla forma. La vacuità appare come forma, e la forma manifesta la vacuità. La rende illusoria, apparente, una bolla iridescente e impermanente, la rende prossima a Maya, la magia misuratrice dell’apparire. Maya, tutta pervasa da “l’unico sapore” della vacuità: in virtù di essa il mondo, tutt’uno con l’anima universale immanente, è Nāmārūpa.

Vale leggere ancora il Sutra, come presentato da Aldo Franzoni:

Similmente, o Sariputra, tutti i fenomeni sono vuoti, sono privi di caratteristiche, non nascono e non cessano, non sono contaminati né privi di contaminazione, non diminuiscono né aumentano. In tal modo, o Sariputra, in termini di vacuità non esiste forma né sensazione né discriminazione né formazione mentale né coscienza; né occhio né orecchio né naso né lingua né corpo né mente; né forma visiva né suono né odore né sapore né sensazione tattile né oggetto mentale; né sfera visiva e oltre fino a quella mentale e a quella della coscienza. Non esiste l’ignoranza, né l’estinzione dell’ignoranza, e oltre fino alla vecchiaia-e-morte e all’estinzione di vecchiaia-e-morte. Di tale natura, vuota, sono anche la sofferenza, l’origine, la cessazione e la Via. Non vi è saggezza, né realizzazione, né mancanza di realizzazione.

Unica realizzazione – cui si perviene recitando a lungo il mantra supremo e incomparabile, capace di distruggere ogni sofferenza – la buddhità: il Non-Ulteriore-Apprendimento. Dissolta la sapienza assieme al dolore, si è raggiunto l’Arupadhatu, il regno del Senza-Forma. Là dove parola e immagine sono uno.

Dice tutto Asanga:

Qual è il posto della Verità?
Nome e forma. नामरूपNāmarūpa.

Svāhā: ben detto, così sia.

Bibliografia
  • Falk [1930] 1986
    M. Falk, Il mito psicologico nell’India antica [1930], Milano 1986.
  • Falk 1943
    M. Falk, Nama-Rupa and Dharma-Rupa, Origins and Aspects of an Ancient Indian Conception, Calcutta 1943.
  • Hirakawa 1993
    A. Hirakawa, “The relationship between Paticcasamuppada and Dhatu”, in Id., Researches in Indian and Buddhist philosophy, Delhi 1993.
  • Johansson [1979]1980
    R. E. A. Johansson, La psicologia dinamica del Buddhismo antico [1979], Roma 1980.
  • La rivelazione 2001
    La rivelazione del Buddha, a cura di R. Gnoli, vol.1, I Testi Antichi, Milano 2001.
  • Shaner 1985
    D. Shaner, The Bodymind Experience in Japanese Buddhism. A Phenomenological Study of Kukai and Dogen, Albany 1985.
  • Suzuki 2015
    D. T. Suzuki, Selected Works, vol. 2, Pure Land, Oakland 2015.
  • Wayman 1982
    A. Wayman, “Vedantic and Buddhist Theory of Namā-Rūpa”, in Id., Indological and Buddhist Studies, Canberra 1982.
  • Wayman 1984
    A. Wayman, “Dependent Origination”, in Id., Buddhist Insight, Delhi 1984.
  • Per i testi in traduzione inglese: Wisdomlib.org ad vocem Nāmārūpa.
English abstract

The foundation of all reflection on image and word is the joint thinking of Name, Nāmā, and Shape, Rūpa. In Vedic texts, Upanishad, and Buddhist texts, Theravada and Mahayana, this is a recurring thought. Originally, the two terms were formulated in clear separation; in a slow, logical and philosophical process, they offered themselves to intermingled thought and interdependence. A psycho-physical complex. Nāmā Rūpa. Namarupa. In the fusion of the two terms lies a great cosmogonic question. Co-existent in namarupa: the Everyday-Dawn, the Universe-multiplicative chiliocosms-archetypes, underlying forms, all processes of perception, all layers of ideation, and the very foundations of thought, mysterious processes of their own formation. Because it is in the body, as in transcendental yoga, the place of the transfusion of body and mind, of Name and Form. Nama is the dressee and Rupa is what is dressed. No unnamed form or unformed name is given. The name expresses the intimate essence of the thing, and perception is in the of the subject with the object, of the psychic aspect with the sensitive aspect of contingent reality. All thoughtfulness and all perceptibility gravitate around this body-to-body exchange between the body and the incorporeal. Rune Edvin Anders Johansson studies the bonds between consciousness and name-and-form: “Consciousness is the necessary condition of the namarupa part of us. Without an agency of consciousness, no conscious process can take place”. In conditioning the growth towards form as the growth towards formlessness, Namarupa is a mental device that gives substance to Appearance and Appearance to Substance. It combines a vital dialectical contrast between idea and perception. The psychophysical complex, name and form, opens to the sphere of infinite space. And to knowledge of pain. The Buddha declared, “I said that name-and-form is a condition of contact. All sensations are dependent on contact. The world is tormented by contact”. All things dependent on other things are impermanent. The linguistic, cognitive and ontological essence of namarupa is summarised by Johansson in two fundamental concepts: “Without psychological functions there would be no bodily expression [...]. Nama is thus the function of meaning and consciousness, and rupa the function of expression”. Asanga says all: “What is the place of Truth? Name and form. नामरूप Nāmarūpa”. Svāhā: Well said, so be it.

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