"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

150 | ottobre 2017

9788894840261

titolo

D’Annunzio ad Arezzo

Cristo, Maddalena e la metamorfosi pagana

Lorenzo Braccesi

English abstract


Piero della Francesca, Maddalena, 1460-1466, affresco, Arezzo, Cattedrale dei Santi Pietro e Donato.

In Elettra, nelle Città del silenzio, nella corona di sonetti dedicati ad Arezzo, ricorre un’evocazione dell’antico fortemente ideologizzata e dominata, in connubio di cristianesimo e paganesimo, dalla trasfigurazione di Gesù in Orfeo, e di Maria Maddalena in una Atena priva di attributi guerrieri. È proprio quest’ultima, la Maddalena, “il fiore di Magdala”, che anima la sovrapposizione di immagini. Il poeta la scorge ad Arezzo, nella Cattedrale di San Donato, ritratta nell’affresco di Piero della Francesca presso il sarcofago marmoreo che, con relativo monumento funebre, custodisce i resti mortali del vescovo Guido Tarlati, della casa dei Pietramala, che, nei primi decenni del '300, governò tirannicamente la città (III, vv. 12-14. IV, vv. 1-8 = Versi d’amore e di gloria, II, p. 393):

Presso l’arca del crudo Pietramala
vidi il fiore di Magdala, Maria.
E un greco ritmo corse il pio silenzio.

Forte come una Pallade senz’armi,
non ella ai piè del mite Galileo
si prostrò serva, ma il furente Orfeo
dissetò arso dal furor dei carmi.

Qui da tristi occhi profanata parmi,
mentre a specchio del Ionio e dell’Egeo
degna è che s’alzi in bianco propileo
come sorella dei perfetti marmi.

La figura del “furente” Orfeo “arso dal furor dei carmi” è destinata ad ampia fortuna anche presso quanti, fra i letterati militanti, rifiutano la lezione dannunziana. Non escluderemmo, infatti, che, a lato delle suggestioni dalla drammaturgia tedesca, sia stato proprio il mitico cantore, quale ritratto dal poeta, a ispirare, di lì a un decennio, il titolo del grande libro poetico di Dino Campana. Orfici i suoi Canti proprio perché Orfeo è l’ultimo ideale rappresentante di un’umanità moralmente incorrotta, e lo è anche in virtù dell’assimilazione dannunziana con il Cristo.

Concreta è la Maddalena affrescata nella chiesa aretina; vagheggiata dal poeta è, invece, la sua statua in candeggiante marmo “a specchio del Ionio e dell’Egeo”. Scialba comunque l’evocazione e la trasfigurazione della sua immagine, destinata, nelle vesti di Athena, ad adornare della propria statua i propilei d’una città marinara.

Mentre robusta, vibrante, aggressiva è l’immagine della metamorfosi pagana del “mite” Galileo nel “furente” Orfeo che è “arso dal furor dei carmi”. Come il “furente” si contrappone al “mite”, così la parola di Gesù nell’avvenuta trasposizione di immagini non può che trovare rispondenza nel canto del mitico incantatore, che ovviamente è un canto estremo poiché il suo autore è “arso” dal sacro fuoco del comporre e dell’esternare la propria canzone. Gesù non è un superuomo, Orfeo sì. Alla metamorfosi presiede la Maddalena che, come aveva dissetato Cristo, ora disseta Orfeo; sì Atena, ma Atena “senz’armi” perché al servizio delle muse. Nella dimensione delle grandi idealità e della gesta eroiche non c’è spazio per Cristo. Il poeta è emulo moderno del super-artista Orfeo, così come in Maia (XIV, vv. 22-108 = Versi d’amore e di gloria, II, pp.31-33), nel resoconto poetico del viaggio nell’Ellade, lo sarà del super-eroe Ulisse.

Né dolcezza di figlio… – O Galileo,
men vali tu che nel dantesco fuoco
il pilota re d’Itaca Odisseo.

Così cantava il poeta, nel preludio alle Laudi, nell’inno Alle Pleiadi e ai Fati (vv. 31-33 = Versi d’amore e di gloria, II, p. 4), opponendo a Cristo l’Ulisse dantesco. Ma, se d’Annunzio antepone all’umana vicenda “dell’Uom crocifisso” l’azione del superuomo, sia esso Ulisse od Orfeo, non antepone nessun altro simbolo all’emblema della croce. Per lui simbolo assoluto non per memoria di Gesù, ma per eredità della svastica ariana che, secondo il Rig-Veda, avrebbe generato il fuoco. Inequivocabile l’insegnamento di Maia (VII, vv. 190-202 = Versi d’amore e di gloria, II, p. 65 sg.).

Zeus, se più bella ti parve
dell’Uom vincolato la rupe
alta silente nell’etra,
più bella dell’Uom crocifisso
è la croce, segno del Fuoco
primiero ch’espressero gli Arii
dal ramo duplice attrito.

Deposto il cadavere molle
fu di sul segno infamato;
ma i cinerei servi
moltiplicarono il tristo
simulacro in tutte le vie
della Terra […].

Qui nella polemica anticristiana si fondono due elementi: l’ammaestramento di Nietzsche, con relativo richiamo alle tradizioni aria, e il più nostrano insegnamento carducciano relativo ai “cinerei servi” che moltiplicano il tetro “simulacro” per tutta la terra una volta deposto il cadavere di Gesù (definito “molle” per debito visivo delle pietà michelangiolesche). Due – offerti a Zeus – sono qui i simboli della comparazione: la rupe di Prometeo e la croce di Cristo. Il primo offre all’umanità gli strumenti del progresso, e anzitutto il dono del fuoco provocato dal “duplice attrito” di due rami incrociati tra loro. Il secondo, con il suo martirio su due tronchi incrociati, esalta un simbolo, che diverrà sì tetro appannaggio religioso, ma che è emblema di progresso universale. Entrambi pagano, avvinti alla rupe o alla croce, il loro agire in favore dell’umanità: l’uno per l’invidia degli dèi, l’altro per la stoltezza degli uomini.

Per l’inserimento del tema in un più ampio contesto storico, vd. L.B., Archeologia e Poesia, 1861-1911, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2011.

English abstract

In Elettra and in Città del Silenzio – the series of sonnets by Gabriele D'annunzio dedicated to Arezzo – an evocation of Classical Antiquity through the overlapping of Christian and pagan figures can be identified: Jesus transfigured as Orpheus, and Mary Magdalene as Athena deprived of her warlike attributes. As D'Annunzio – impressed by Piero della Francesca's fresco in Arezzo – writes , "the flower of Magdala", i.e. Mary Madgdalene herself, animates the switching of images.

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