"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

150 | ottobre 2017

9788894840261

titolo

Maiorum imagines

Politica e visione nel pensiero del Rinascimento

Guido Cappelli

English abstract

Farassi in publico in Castellonovo et in salla grande […] ove haveva facto apparare uno altro et pomposo tribunale conveniente alla reale dignitate […] sua maestà vene cum la regina, illustrissimo duca de Calabria et la duchessa cum li altri soi figlioli, ponendosi a sedere tucti a li loci soi, da ogni canto del signor re et regina, li quali sedevano nel mezo del tribunale regiamente apparato (Scarton 2006, 121-123).

Era l’apertura solenne del Parlamento aragonese del 1484, a Napoli, in Castel Nuovo. La famiglia reale, capeggiata da Ferrante I d’Aragona, fa il suo ingresso spettacolare nella sala del Castello oggi detta “dei Baroni”. È sola. Incede lentamente sotto la sguardo attento e rispettoso dei rappresentanti dei diversi ceti sociali.

L’imago reale, esposta in permanente mise en abyme all’occhio del populus, è la forma (proto-)moderna ed estrema dell’esemplarità legata al guardare, al contemplare – in quello scorcio di Umanesimo in cui sembrò che in capo al sovrano potessero convergere le forze e le aspirazioni di una civiltà intera.

La pura contemplazione estetica è un’invenzione ottocentesca – il rifugio di una civiltà annoiata. Lo sguardo rinascimentale, invece, insegna, istruisce, addestra, ispira. Gli antichi hanno tanto da insegnare, con la parola e con l’immagine. E il culmine di questo processo di rieducazione collettiva sulle tracce dell’antico è proprio quel princeps divenuto a sua volta exemplar mundi, modello universale la cui straordinaria virtus, esposta, ostentata e offerta all’occhio popolare, fluisce, grazie a un peculiarissimo concetto di imitatio, nel corpo tutto dello Stato rinascimentale. “Componitur orbis regis ad exemplar” – aveva detto Claudiano a Onorio. E Seneca aveva insegnato: “Bona conscientia prodire vult et conspici: ipsas nequitia tenebras timet” (Ad Lucil. 97, 12).

Il bene non teme la vista. E il potere – che, prima dell’avvento della ‘Ragion di Stato’, è (Machiavelli escluso) tutt’uno col bene – comporta la pesante responsabilità dell’esposizione, come aveva spiegato Cicerone:

Si quis ab ineunte aetate habet causam celebritatis et nominis aut a patre acceptam [...] aut aliquo casu atque fortuna, in hunc oculi omnium coniciuntur” (De off. II, 44).

"Tutti gli occhi sono puntati su di te": la vista obbliga, compromette. È un concetto che l’Umanesimo eredita e rilancia. Un concetto politico in essenza, che rimanda a tutta una maniera di intendere la preminenza: controllata, anche e proprio dal basso, attesa, con trepidazione (expectatio), scrutata da ogni luogo, ispezionata, obbligata a ‘render conto’, moralmente ma in modo cogente: soggetta ai suoi soggetti.

Lo sa Petrarca:

Non parcit regum maculis vulgus loquax; etsi palam metuit, clam libertate utitur. In cavernis sibilat, gannit in tenebris, dubias voces in nubibus, acres versus in triviis serit, subscribit statuis, nutu loquitur, silentio exclamat minaturque oculis, lingua ferit (De remediis utriusque fortune I, 42).

Lo sa l’integrato Bruni: “In te unum oculi figuntur nostri”, dice ad Alfonso il Magnanimo nell’Oratio a lui indirizzata (ed. Viti 1998, 844); e lo sa l’apocalittico Momo: “Omnium mortalium oculi divinos ipsos ad vultus contuendos intenti haerebant” (Alberti, Momus I, 40, ed. D’Alessandro-Furlan 2006, 17; cfr. Catanorchi 2005, 147-49). Lo sa il latino e lo sa il volgare:

[I re] sempre sono scoperti da luce, sempre sono visti da la publica gente [...] sì che ad issi ri li occhi de tutti sono voltati [...] per essere il re quasi publico spettaculo a la gente, de nulla virtù tanto spesso se adorna e favorisce [...] quanto per essere in omne atto e ditto sempre modesto (Giuniano Maio, De maiestate [1492], ed. Gaeta 1956, 220).

Sì, anche Machiavelli: “Gli peccati de’ popoli nascono dai principi” recita il titolo di un capitolo dei Discorsi (III, 29), ché, come ebbe a dire Lorenzo de’ Medici, “nel signor son tutti gli occhi volti” (ibidem). E anche Guicciardini, che in un celebre ricordo dimostra di aver capito che, dopo il 1494, con le guerre d’Italia, il tempo dell’accountability era finito:

E spesso tra il palazzo e la piazza è una nebbia sì folta […] che, non vi penetrando l’occhio degli uomini, tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che fanno in India” (Ricordi, ed. Spongano 1951, 153; v. le considerazioni di Bruni 2017, 786).

In origine, il prezzo del potere è l’annullamento della sfera privata, come nel Flamen diale, il sacerdote romano arcaico in cui “sfera privata e funzione pubblica si identificano senza residui”: ὡπερ ἔμψυχον καὶ ἱερὸν ἄγαλμα, “statua sacra animata”, come la definiva Plutarco (v. Agamben 1995, 204) – una statua sorella della lex animata che il Medioevo raccoglierà dalla tradizione classica e romanistica. Si può dire, allora, che l’idea moderna, vagamente mefistofelica, del potere nasce quando l’occhio del popolo diventa cieco:

La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra! (Mt 6, 22-23).

Ora è l’occhio del sovrano, aquila rapace, che scruta inquisitorio dall’alto per tormentare i popoli: è il lamento di Erasmo (Adagio 2601; v. Prosperi 2008, 42-43).

Guardare, ascoltare, leggere. Il padre del re Ferrante, Alfonso d’Aragona il Magnanimo, soleva dilettarsi assistendo alle dispute, a volte furibonde, tra umanisti sugli Ab Urbe condita libri di Tito Livio. Non meno che all’ascolto delle storie antiche che l’umanista Panormita gli leggeva nella leggendaria ora del libro (Santoro 1974, 330). Un uomo che sapeva che “el mundo se rige por openión” non poteva trascurare la potenza dell’immagine. Incaricò i suoi umanisti dell’allestimento dell’entrata trionfale in Napoli conquistata:

Chissà se quel giorno c’era il sole. Lo scintillio dei colori, delle vesti, del carro, del baldacchino, dei finimenti e delle gualdrappe dei cavalli occupa tutto il nostro orizzonte visuale. Sovrasta finanche la luce del sole, se pure c’era [...]. Il percorso, poi, si snodò lungo le principali strade della città e fece tappa presso i luoghi dell’amministrazione del potere cittadino, i cinque seggi nobiliari di Porta Nuova, Porto, Nido, Montagna e Capuana [...]. Fu il primo dei trionfi all’antica, che avrebbero caratterizzato le strategie di celebrazione del potere rinascimentale. La folla sicuramente si accalcava lungo tutto il percorso del sontuosissimo corteo, urlava e acclamava, rideva e cantava. Lungo le strade di Napoli sarebbe passato il nuovo re, vestito con un manto scarlatto, foderato di zibellini: colori e materiali erano quelli imperiali [...]. Il re era seduto sul trono, in alto, perché potesse essere visibile a tutti, e con sé recava tutte le insegne e i simboli della benevolenza divina [...] epifania sublime della maestà che si fondeva con l’ostentazione della ricchezza in una dimostrazione di potenza, allo stesso tempo, corporea ed eterea. Lungo il percorso, i sudditi avevano predisposto rappresentazioni sceniche [...]. Spettacolarizzazione icastica di uno speculum principis che sarebbe stato chiarito indubitabilmente a voce dalla effigie personificata di Giulio Cesare [che] si rivolgeva ad Alfonso chiamandolo “Cesare novello” e additandogli un trono imperiale, ancora vuoto: per essere degno di sedercisi sopra, avrebbe dovuto mostrare il possesso di tutte le virtù, e avrebbe dovuto seguire il suo esempio. Anzi, avrebbe dovuto persino superare il suo modello (Delle Donne 2015, 2-3).

Non diversamente da oggi, l’immagine colpisce, inquieta, affascina. Guardare ed essere guardati. La dottrina aveva avvertito acutamente il problema. Poggio Bracciolini concede all’occhio un maggior valore di verità:

Nescio enim quomodo semper existimentur ampliora quae audit auris, quam quae oculis cernuntur: credo quia fama persaepe mentitur, oculus iudicat ex vero (De varietate fortunae II, 77),

Ma il suo amico Leonardo Bruni (v. Pade 2007, II, 96; Hankins 2017, 346-347) ricorda al nobile veneziano cui dedica la sua versione della Vita plutarchea di Emilio Paolo che le maiorum imagines servono a poco senza virtus:

Ego enim sic existimo omnibus, qui genus allegant magnificum et illustrium maiorum ymagines proferunt, necessitatem quamdam impositam esse debere ad uirtutes eorum, ex quibus se natos asserunt, imitandum. Quis namque aut adeo ebes est ut non intelligat turpissimum esse, aut ita improbus ut non pudeat a virtute degenerare maiorum?

Queste maiorum imagines hanno un sapore polemico anche in Pontano, che sostiene con veemenza il valore esemplare della parola scritta, proprio a confronto con le immaginette degli avi:

Mirum est enim quantum valeat ad optimam vitae institutionem assidua et diligens lectio. Nam si, ut Scipionem dicere de se solitum scribit Crispus (Bell. Iug., IV 5): “maiorum imagines mirum in modum intuentes ad virtutem excitant”, quanto magis illorum dicta factaque imitatione digna, saepius animo repetita et ante oculos posita, commovere debeant! (De principe, ed. Cappelli 2003, par. 25).

Per questo il vecchio Alfonso, del cui intuito in quanto a politica-spettacolo abbiamo già avuto prova, si porta tutto con sé, anche in guerra:

Avus nunquam sine libris in expeditionem profectus, tentorium in quo asservabantur iuxta se poni iubebat cumque nullas Fabiorum, Marcellorum, Sci­pionum Alexandrorum, Caesarum haberet imagines alias quas intueretur, libros inspiciebat, quibus gesta ab illis continerentur (ivi, par. 26).

È comprensibile: l’intellettuale d’avanguardia, l’umanista engagé che parla all’orecchio del princeps, non può che privilegiare la parola scritta. Aveva un avallo greco (Isocrate, Ad Nicocles, 37), era passata nel grande collettore del Policraticus di Giovanni di Salisbury, e con Petrarca ritornava alla modernità, proprio con le parole di Sallustio:

Si statuae illustrium possunt nobiles animos ad imitandi studium accendere, quod Q. Fabium Maximum et P. Cornelium Scipionem dicere solitos Crispus refert, quanto magis ipsa virtus hoc efficit, claro dum proponitur non marmore, sed exemplo! (Fam. VI, 4, 11).

Del resto, nell’Institutio regia (Fam. XII, 2), dunque in un contesto strettamente precettivo e dottrinale, aveva sentenziato: “non minus interdum accendunt generosos animos exempla quam premia, nec minus verba quam statue” (§ 34; da leggere insieme con l’ampio commento di Barbato: “eloquencia ad exorandum, racio ad persuadendum”).

Così, la superiorità della parola scritta diventa un vessillo umanistico, spesso, molto spesso ornato della massima sallustiana: Vergerio (De ingenuis moribus, 103); Guarino, Epistola 668 (a Lionello d’Este), Francesco Barbaro, Giovanni Antonio Campano (v. Casciano 1987, 75-92, con i luoghi degli autori qui solo menzionati; Miglio 1975, 46-50).

In contesto specificamente politico, le formulazioni più nitide sono quelle del Platina (De principe, 156) e soprattutto di Francesco Patrizi, che nell’immensa enciclopedia politica che è il De regno (II x, 72-74) riecheggia assai da vicino sia Sallustio che Pontano. E il circolo si chiude:

Nam si corporum simulachra et effigies manu artificum factae iuvenum animos excitare solent, quorum illae imagines sunt, quanto magis id assequentur historiae et rerum gestarum monimenta, quae mentem animumque exprimunt, non autem corporis lineamenta formaque speciem?

Potrebbe apparire sorprendente, ma in questa superiorità vi è un’implicazione sociale legata al dibattito sulla vera nobiltà. Nel momento del pericolo, infatti, quando Catilina tiene sotto scacco la Repubblica, il Senato si rivolge a Cicerone, “quanquam novo homini et inquilino”, ma non certo, si badi bene, in virtù delle immaginette di famiglia:

Videlicet non Harpinum aut maiorum imagines tantam ei expectationem comparaverant, sed insignes litterarum tituli et adducta e rhetorum scholis in forum senatumque eloquentia (De principe, par. 30).

Insomma, si va da un relativo riconoscimento della funzione esemplare, sia pur subordinata, dell’immagine, al suo rifiuto, in un ventaglio di possibilità legate evidentemente alla vis polemica dei singoli contesti.

Ma sono i libri a primeggiare, ancora nel Cinquecento del riflusso neofeudale: il piccolo principe può divertirsi con gli exempla – naturalmente, “romanorum, graecorum externarumque gentium” (Acquaviva 1519, c. IIIv) – recitati; ma la scientiarum scientia è la philosophia; e gli exempla si leggono e si studiano, e il processo intellettuale è superiore all’esperienza, fatta di visione empirica:

Nam si senum sententias admirandas putamus ipsosque prudentiores iudicamus, eo quod multa eos vidisse necesse est [...] quanto magis antiquorum libri, in quibus recta vivendi ratio continetur (ivi, c Vr).

E sono i filosofi a detenere le chiavi per interpretare un quadro:

Picturam intuenti Alexandro, quae regis prius imaginem, deinde vero Iustitiae praeseferebat, philosophosque qui secum aderant, interroganti quid significare pictura vellet, Anaxarcum respondisse legimus, a regis voluntate iustitiam esse processuram [...] Quod aegre ferens philosophus alter repondit minime eo id modo interpretandum esse: regem enim a iustitia secedentem privati potiusque principis officio fungi existimandum esse putabat (ivi, c. Vv)

Il De instituendis liberis principum di Belisario Acquaviva è un’attardata institutio postaragonese di area napoletana. Ma in quegli anni, anche il Machiavelli utilizzava la metafora dell’immagine artistica (le “antiche statue”) per ribadire implicitamente la subalternità, se non la frivolità, della contemplazione (artistica) rispetto all’azione (e sì, in questa storia ci sono anche Marta e Maria), reperibile, in forma di lectio, nei testi degli antichi:

Considerando adunque quanto onore si attribuisca all’antiquità, e come molte volte, lasciando andare infiniti altri esempli, un frammento d’una antiqua statua sia suto comperato gran prezzo, per averlo appresso di sé, onorarne la sua casa e poterlo fare imitare a coloro che di quella arte si dilettono; e come quegli dipoi con ogni industria si sforzono in tutte le loro opere rappresentarlo; e veggiendo, da l’altro canto, le virtuosissime operazioni che le storie ci mostrono, che sono state operate da regni e republiche antique, dai re, capitani, cittadini, latori di leggi, ed altri che si sono per la loro patria affaticati, essere più presto ammirate che imitate; anzi, in tanto da ciascuno in ogni minima cosa fuggite, che di quella antiqua virtù non ci è rimasto alcun segno; non posso fare che insieme non me ne maravigli e dolga (Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, ed. Martelli 1971, 3-4).

Cose della vita. Quella famiglia sovrana che saliva sulla tribuna allestita in Castel Nuovo a sua maggior gloria, in pochi anni sarebbe uscita dalla scena della Storia. La dinastia morente si faceva ritrarre in ben altra posa, intorno al Cristo morto, nella chiesa di Monte Oliveto a Napoli, con pubblica ostensione di una penitenza storica e in privata consolazione tra le braccia dei fidi olivetani, tra cui andrà a spegnersi lo sfortunato Alfonso II, erede per cinquant’anni, re per undici mesi.

In fondo, Arte e Politica sono una vecchia coppia litigiosa e indissolubile. Si tratta, né più né meno, di rappresentazione:

Quia nam Princeps universos seu Rempublicam repraesentat, eadem non minor erit, sed aequalis, veluti imago quam speculum repraesentat, prorsus aequalis est faciei extra speculum repraesentatae (Johannes Christophorus Beckman, De Maiestate, 1672).

Lo specchio. Che rimanda l’immagine, inquietante e confortante, di un lui che è anche un noi.

Fonti
  • Belisario Acquaviva, De liberis principum instituendis, Neapoli 1519.
  • Leon Battista Alberti, Momus, a cura di P. D’Alessandro, F. Furlan, Pisa 2016.
  • Johannes Christophorus Beckmann, Meditationes politicae iisdemque continuandis et illustrandis addita Politica parallela, Francofurti ad Oderam 1672.
  • Poggio Bracciolini, Historiae de varietate fortunae, Lutetiae Parisiorum 1723.
  • Leonardo Bruni, Oratio per dominum Iulianum de Avanzatis, in Id., Opere letterie e politiche, a cura di P. Viti, Torino 1998, 841-847.
  • Francesco Guicciardini, Ricordi, a cura di R. Spongano, Firenze 1948.
  • Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, a cura di M. Martelli, Torino 1971.
  • Giuniano Maio, De maiestate, a cura di F. Gaeta, Bologna 1956.
  • Francesco Petrarca, Familiares, a cura di M. Martelli, Firenze 19922.
  • Francesco Petrarca, Les remèdes aux deux fortunes [De remediis utriusque fortune], a cura di C. Carraud, Paris 2002.
  • Giovanni Pontano, De principe, a cura di G. M. Cappelli, Roma 2003.
  • Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, De principe, a cura di G. Ferraù, Messina 1979.
Bibliografia critica
  • Agamben 1995
    G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Torino 1995.
  • Bruni 2017
    F. Bruni, Tra popolo e patrizi. L’italiano nel presente e nella storia, Firenze 2017.
  • Casciano 1992
    P. Casciano, Storia di un ‘topos’ della storiografia umanistica: exempla e signa, in La storiografia umanistica, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Messina 22-25 Ottobre 1987), a cura di A. Di Stefano et alii, Messina 1992, 75-92.
  • Catanorchi 2005
    O. Catanorchi, Tra politica e passione. Simulazione e dissimulazione in Leon Battista Alberti, “Rinascimento” XLV (2005), 137-177.
  • Delle Donne 2015
    F. Delle Donne, Alfonso il Magnanimo e l’invenzione dell’umanesimo monarchico, Roma 2015.
  • Hankins 2017
    J. Hankins, Leonardo Bruni’s Laudatio Florentine urbis, Dante, and ‘Virtue Politics’, “Bullettino dell’Istituto Storico per il Medio Evo” 119 (2017), 333-358.
  • Pade 2007
    M. Pade, The Reception of Plutarch’s Lives in Fifteenth-Century Italy, Copenhagen 2007.
  • Prosperi 2008
    A. Prosperi, Giustizia bendata. Percorsi storici di un’immagine, Torino 2008.
  • Santoro 1974
    M. Santoro, La cultura umanistica, in Storia di Napoli, vol. IV, Napoli 1974, 317-498.
  • Scarton 2006
    E. Scarton, Il parlamento napoletano del 1484, “Archivio storico per le province napoletane” 124 (2006), 117-140.
English abstract

Politics and Vision (from the title of a famous book by Sheldon Wolin) are a controversial and indissoluble duo in the Western tradition. Vision can take place from above or below, for propaganda or representation, love or fear, and each of these alternatives affects modes of life and thought. This essay attempts to highlight their intertwined relationship at a crucial time: the transition from the Middle Ages to Modernity or, in other words, the Humanistic Age.

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