"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

150 | ottobre 2017

9788894840261

titolo

Winged Eye: the Dark Side of Device

Fortuna e sfortuna dell’impresa di Leon Battista Alberti nell’arte pop

Alberto Giorgio Cassani

English abstract

1 | Matteo de’ Pasti, Leo Baptista Albertus, 1446-1450 ca. Medaglia in bronzo, verso: 9.34 cm., 205.24 gr., Washington, National Gallery of Art, Samuel H. Kress Collection, inv. n. 1957.14.648.a. Iscrizione: • OPVS • MATTHAEI • PASTII • VERONENSIS (sul bordo); • QVID • TVM • (al centro in basso).


2 | Marchio dell’azienda Von Dutch


3 |  Kenny Howard, nella classica posizione del “pinstriper”.

4 | Buick “customizzata” da Von Dutch. Si noti il dettaglio del filtro dell’aria trasformato in eyeball.

5 | Kenny Howard, “customizzato”, col “terzo occhio” e i pennelli per il pinstriping.

6 |  Ed “Big Daddy” Roth, davanti alla leggendaria Outlaw Excalibur Excaliber, esposta per la prima volta al Disneyland Car Club Day and Autocade Show il 5 settembre 1959, e con in mano il modellino della stessa.

7 | Dean Jeffries che lavora alla sua Mercury del 1947. La ragazza è il suo amore ai tempi della scuola Carol Lewis. Foto di George Barris.

8 | T-shirt Von Dutch.

9 | Rick Griffin, 1968.

10 | Copertina del “San Francisco Oracle”, n. 5, 14 gennaio 1967. Da notare l’immagine dell’uomo col “terzo occhio”.

11 | Rick Griffin, Locandina del concerto dei The Youngbloods, all’Avalon Ballroom di San Francisco del 7, 8 e 9 febbraio 2009.

12 | Rick Griffin, Manifesto dei concerti della Jimi Hendrix Experience e di John Mayall and The Bluesbreakers al Fillmore Auditorium di San Francisco dal 1° al 4 febbraio 1968.

13 | Giovanni Battista Piranesi, Capolettera “T”, mm 82 ×100, da Le rovine del Castello dell’Acqva Givlia sitvato in Roma presso S. Evsebio e falsamente detto dell’Acqva Marcia colla dichiarazione di vno de’ celebri passi del Comentario frontiniano e sposizione della maniera con cvi gli antichi romani distribuivan le acque per vso della città, Roma, nella stamperia di Generoso Salomoni, 1761.

14 | Rick Griffin, Manifesto del concerto di Captain Beefheart and His Magic Band, University of California, Crawford Hall, Irvine (CA), 28 ottobre 1972.

15 | Steve Oliff, Tribute to Rick Griffin, inserito nel sito http://www.comicartfans.com/gallerypiece.asp?piece=1029812 il 7 maggio 2013 [data di ultima visualizzazione: 24 settembre 2017].

16 | Jesse Jacobs, Safari Honeymoon, Torino, Eric, 2015, p. 21.

17 | Antonio Averlino detto il Filarete, Allegoria della Fama, in Id., Trattato di architettura, libro XVIII, Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Codice Magliabechiano, II I 140, c. 143r.

18 | “Dylan Dog”, Armageddon!, n. 73, 1° ottobre 1992, copertina di Angelo Stano

19 | “Dylan Dog”, Armageddon!, cit., p. 76, disegni di Giovanni Freghieri.

20 | “Dylan Dog”, Golconda!, Collezione Book, n. 2, 3 giugno 2017, copertina di Gigi Cavenago.

21 | Yoshihiro Togashi, “Yu degli Spettri”, n. 4, in “Zero”, III, n. 22, gennaio 2001, p. 154.

22 | Yoshihiro Togashi, “Yu degli Spettri”, n. 17, in “Zero”, IV, n. 35, febbraio 2002, p. 178. Si nota, sul dorso del giubbotto del protagonista, un inequivocabile occhio alato circondato da una corona, come nell’impresa albertiana.

23 | Hiroyuki Etō, Guru Guru. Il girotondo della magia, copertina della videocassetta, vol. 6, episodi 16-18. Gli episodi televisivi non coincidono con i capitoli del manga.

Introduzione

È certamente curioso il successo che ha arriso all’immagine dell’‘occhio alato’, d’ipotetica derivazione albertiana [Fig. 1], all’interno del variegato mondo di quel genere di arte pop del XX e XXI secolo che va dal fumetto (comics, manga ecc.) ai poster-manifesti-locandine e all’arte di decorare le carrozzerie di automobili e motociclette (Kustome Kulture). Soprattutto, se lo confrontiamo con la scarsa fortuna che tale figura ha avuto nel corso della storia nell’arte tradizionalmente colta. Tranne poche eccezioni, infatti – Antonio Averlino detto il Filarete, Dosso Dossi (forse), Giovanni Battista Piranesi, Claude-Nicolas Ledoux, Gabriele D’Annunzio, Tomaso Buzzi e Gianni Guidi (il meno conosciuto del gruppo) – pochi artisti (e letterati) hanno ripreso, reinterpretandola, la celebre impresa di Leon Battista Alberti. Di tutto ciò si è cercato di dar conto in un libro di qualche anno fa[1].

Decisamente superiore, e in continua crescita, è invece il numero di immagini che, digitando le parole ‘winged eye’ e ‘winged eyeball’ su un qualunque motore di ricerca, Google in primis, fanno la loro comparsa nella sezione ‘immagini’. Occorre subito dire che molte di queste sono paccottiglia e appartengono al mondo dei tatuaggi (tattoo). Scegliere in mezzo a questo mare magnum ciò che merita una qualche riflessione non è sempre facile; c’è sempre il rischio, infatti, di attirarsi l’esplicita accusa da parte di qualcuno, amico, editore o critico, di una discesa ad inferum. Ciononostante si è ritenuto giusto (e scientifico) testimoniare di questa fortuna (o sfortuna) di un’immagine che la cultura alta aveva in qualche modo snobbato (per paura, forse, di essere tacciata di non originalità essendo il suo inventore una delle figure più importanti della storia della cultura dell’Occidente).

Va subito detto che la stragrande maggioranza di tali immagini ha colto un aspetto del tutto particolare, quello a nostro avviso meno perspicuo della figura albertiana, che però vanta un sostenitore e interprete di primissimo ordine, che risponde al nome di Edgard Wind. Scriveva così il più grande allievo di Aby Warburg:

Forse nessun geroglifico rinascimentale comunica un senso di ‘terribilità’ più chiaramente del famoso “occhio alato”, l’emblema di Leon Battista Alberti, che appare sulla sua medaglia accompagnato dal motto quid tum[2].

Più avanti, Wind affermava che:

[...] la formula ciceroniana Quid tum assume un significato pauroso, escatologico[3],

rimandando al “senso minaccioso del Dies Iræ, il Giorno del Giudizio, che, come san Paolo aveva detto nella prima lettera ai Corinzi (XV, 52) arriverà in ictu oculi, ‘in un batter d’occhio’[4]. E, dopo aver citato tre versi celebri del Dies Iræ, Wind concludeva evidenziando come:

Essenziale all’effetto minaccioso del geroglifico albertiano [… sia] la incompatibilità delle sue due componenti: un occhio può mettere a fuoco chiaramente soltanto da un punto fermo, mentre la sua visione diventa confusa se esso è in rapido movimento. Qui invece la velocità delle ali e l’acutezza della vista sono unite in un unico atto soprannaturale: manens moveor, cioè Onnipresenza[5].

Come detto, se quest’aspetto è certamente presente nell’occhio albertiano, sbarrato e un po’ inquietante, non è certamente quello prevalente. Lo stesso grande interprete dei “misteri” del Rinascimento aveva ben compreso, naturalmente, che, nell’immagine albertiana, in concordia discors o in discordia concors, “l’onniscienza di Dio e la circospezione nell’uomo sono rappresentate dalla stessa immagine”[6] . Dunque, da un lato, l’occhio severo di dio, ma, dall’altro, quello più conciliante (e sicuramente ironico, ma questo lo aggiungiamo noi) dell’Alberti.

Quest’altra faccia dell’impresa albertiana non è stata colta dagli autori di ‘winged eye’ e di ‘winged eyeball’, che hanno invece completamente sposato il lato per così dire dark dell’immagine. Con l’eccezione, forse non a caso, di Hiroyuki Etō, mangaka giapponese[7], ideatrice di Mahoujin Guru Guru, che ne ha colto l’aspetto magico, ma non terrifico, come invece il 100% dei suoi colleghi maschi.

Il perché forse non è difficile spiegare. La nostra epoca tutto è fuorché essere contraddistinta dall’ironia (e dall’autoironia). Predilige l’horror, il vampirismo e lo splatter, specchio fedele di un mondo sempre più votato alla paura e in attesa di qualche apocalittica catastrofe. Poche eccezioni, in tal senso: forse soltanto Von Duch e Rick Griffin, come vedremo, dal momento che i loro occhi alati ricordano un po’ la naiveté dei puffi, nonostante siano iniettati di sangue e vogliano appartenere al mondo della dark art, con l’aggiunta dell’immaginifico mondo di Jesse Jacobs, le cui terrificanti creature, in realtà, sono assai più umane degli umani.

I. Psychedelic Eye. Gli occhi alati di Kenny Howard (alias Von Dutch) & Rick Griffin
I.I.

Se l’occhio alato albertiano è un’‘impresa’ rinascimentale, oggi una possibile versione di quest’ultimo è divenuto un’‘impresa’ di tipo certamente diverso – inevitabilmente, si direbbe, visti i tempi in cui viviamo. Intendo parlare del brand dell’azienda di abbigliamento “Von Dutch”: un occhio alato, con l’iride iniettata di sangue [Fig. 2] (e vedremo che è una costante contemporanea quella dei problemi alla “congiuntiva”). In realtà, come a volte accade, l’origine di quest’occhio alato non ha nulla a che vedere con il business. Addirittura, in un certo senso, vi si oppone. L’occhio alato che oggi compare come logo su magliette, scarpe, cappellini, gadget vari fu, infatti, disegnato da un artista che con la società capitalistica aveva ben poco a che spartire: Kenny Graeme Howard [Fig. 3] (alias Dutch, Von Dutch e Joe Lunch Box) (Los Angeles (Cal.) 1929 - Ventura (Cal.) 1992)[8]. Artista di strada, Howard divenne famoso negli anni Cinquanta come decoratore di auto e moto, una tecnica pittorica nota col nome di “pinstriping” [Figg. 3-4], che consiste nel formare figure geometriche composte di sottili linee colorate (un po’ come nei tessuti ‘gessati’). Dopo aver abbandonato completamente quest’arte che lo aveva reso celebre presso appassionati e star come James Dean e Steve McQueen, Howard muore di cirrosi epatica nel 1992. Ma la paternità del bulbo alato non è così certa. Qui, naturalmente, il filologo entra in un campo minato: quello delle fonti dal web. Una delle più “attendibili” è il sito www.kustomrama.com, che ha come eloquente sottotitolo: Traditional Rod and Kustom Encyclopedia. Si occupa del mondo del Kustom, cioè della reinterpretazione di carrozzerie di auto (hot rod, letteralmente: “bielle roventi”) e moto, in genere storiche. Qui, alla voce “Von Duch”, si legge di una controversia sulla paternità dell’invenzione:

According to Von Dutch, he started drawing flying eyeballs at the age of 18.[3] His sister Virginia Howard Reyes were there the first time he drew it, and can confirm that Von Dutch drew it in 1948.[2] Dean Jeffries on the other hand claims that he invented the trademarked Flying Eyeball in 1951. According to Dean, Kenny used to paint a third eyeball on his forehead [Fig. 5]. This gave Jeffries an idea, and in 1951 he designed a logo with an eyeball and wings that he later trademarked. The logo is known as “the Flying Eyeball”. Kenny kept using it, and Jeffries never bothered to make a deal out of it. Jeffries still owns the right today, but somebody else is making big bucks out of the design together with the Von Dutch Brand. [4] According to Von Dutch’s sister Virginia Howard Reyes, Ed Roth created another version of the “Flying Eyeball” before Dean Jeffries. Dean Jeffries drew one with a roller skate on it, Jeffries eyeball is his own creation and not the same as Von Dutch’s, and no one is fighting over Jeffries eyeball because it never became as popular as Von Dutch.[2]

Come si vede, la nota 3, in curiosa sequenza non progressiva (per risparmio di tempo: si sa, il web corre veloce…), rimanda a una fonte interna, del febbraio 1993, non più in rete; le due note 2 hanno come fonte la sorella di Von Dutch, Virginia Howard Reyes (che non sappiamo se ancora vivente e, comunque, difficile da contattare); mentre la nota 4 rispedisce ancora a una fonte interna all’Enciclopedia, dal titolo: Dean Jeffries 50 Fabulous Years in Hot Rods, Racing and Film. L’Enciclopedia, come si può vedere, predilige fonti orali, basi primarie della cultura materiale, ma poco verificabili. In ogni caso, la voce enciclopedica ipotizza tre diversi inventori dell’immagine del “Flying Eyeball”, il bulbo volante: in ordine (ipotetico) cronologico: Ed “Big Daddy” Roth (Beverly Hills (Cal.) 1932 - Manti (Utah) 2001) [Fig. 6][9], Dean Jeffries [Fig. 7] e Von Dutch.

Come che sia, nessuno dei tre si arricchì con l’immagine. Cosa che invece avvenne per gli ultimi arrivati. Nel 1997, alcuni giovani californiani decidono di lanciare sul mercato l’abbigliamento Kustom Kulture, legato, come abbiamo visto, a quel mondo dell’automobilismo e motociclismo che aveva reso famoso, per un certo periodo, Howard. Essi intuiscono le potenzialità del “marchio” del “Flying Eyeball” e chiedono perciò il permesso alle due figlie di Howard, Lisa e Lorna, ricompensandole con una percentuale sulle vendite, di utilizzare l’occhio che il padre aveva creato come suo “emblema” (questo sì, come l’Alberti). Ma il vero e proprio salto di qualità avviene quando un imprenditore danese, Tonni Sorensen, ex campione di kick boxing, acquista nel 1999 i diritti del nome e trasforma l’azienda in uno dei marchi di abbigliamento più noti al mondo [Fig. 8].

Detto en passant, perché, purtroppo, non sono riuscito a risalire all’episodio preciso (segnalatomi, ancora una volta, dal solito “occhio alato” di Marco Tagliapietra), il marchio di Von Dutch compare appeso a una parete di un negozio di modernariato bric-à-brac, cui si rivolgono Homer “Jay” e sua moglie Marjorie Jacqueline Bouvier, per gli amici Marge, in una sequenza della giustamente celeberrima serie The Simpson, di Matt Groening. Questo fatto, in ogni caso, sembra confermare, una volta di più, il carattere “filosofico” dei Simpson[10].

I.II.

L’occhio alato di Howard prende anche una strada parallela. Lo ritroviamo, infatti, nei poster-manifesti di un altro artista appartenente alla cultura underground statunitense: Richard Alden Griffin [Fig. 9], più noto come Rick Griffin (Palos Verde (Cal.) 1944 - Petaluma (Cal.) 1991). Dopo le prime esperienze come disegnatore di poster per musicisti appartenenti al genere psichedelico, Griffin viene notato da Chet Helms, produttore protagonista della scena musicale losangelina[11] e infine contattato dalla Berkeley Bonaparte, agenzia tra le più importanti nel settore della produzione di poster musicali. Inoltre, Griffin collaborerà col “San Francisco Oracole” [Fig. 10], celebre rivista underground della West Coast, di cui uscirono solo 12 numeri, dal settembre 1966 al febbraio 1968, che ospitò, tra gli altri, testi di Richard Buckminster Fuller, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, Allen Ginsberg, Timothy Lears, Michael McClure, Gary Snider e Alan Watts. La morte prematura, tragica ironia della sorte, in un incidente motociclistico, lo lega ancor più a Howard (che alle moto aveva dedicato tutta la sua giovinezza creativa). Non solo. Griffin farà suo l’occhio alato di quest’ultimo, utilizzandolo spesso nei suoi poster, in modo decisamente ironico (e dunque assai più albertiano dei suoi “colleghi” fumettisti): facendogli suonare il sax[12], facendolo duellare con un suo omologo alato (con ali di pipistrello[13], appeso con due zampe a un nero “totem-gondola” e ghermente, con altre due zampe, due “urei” sopra a un gruppo di teschi [Fig. 11], o, forse il più celebre, con “braccia” e coda da serpente circondato da un anello di fuoco. Un occhio non alato, il “surfing eyeball”, impegnato a domare le onde col suo surf al grido di “YOWZA!”, altra celebre icona di Griffin, è invece circondato da una corona di spermatozoi[14], nel poster che annuncia i concerti della Jimi Hendrix Experience e di John Mayall and The Bluesbreakers al Fillmore Auditorium di San Francisco, dal 1° al 4 febbraio 1968 [Fig. 12]. Su questo poster (Eyeball, Bill Graham n. 105) si è espressa con toni entusiastici Rogers 2009:

Arguably the greatest concert poster of all time is Rick Griffin’s ‘Eyeball,’ Bill Graham number 105, done for a 1968 concert headlined by Jimi Hendrix. The immortal imagery is perfect in every way, showcasing the ‘all-seeing’ eyeball: according to sources, Rick called it ‘the eye of god’. There it hovers, bearing a skull in it’s clawed hand... a reminder that we are all mortal and passing beings. Enhancing this striking artwork is the knowledge that it was done to promote a show by the legend that is Hendrix. I can imagine Jimi moving through cosmos and alternate realities... slipping in and out of dimensions, accompanied by his ethereal companion, his cosmic guide: The Eye. These 2 legendary figures are forever entwined in the history of rock and roll... one real and one imagined. And yet the power of the one has accentuated the beauty of the other. BG 105 is a shrine of modern art, a seamless example of what happens when music and visuals combine to create a tremor on the richter scale of how we measure culture and our place in it. This is my humble tribute: Rick Griffin, we are not even worthy.

Jason Ankeny, citando questo manifesto, così riassume l’importanza di Griffin per la storia dell’iconografia dell’immaginario psichedelico degli States:

[...] influenced in part by classic American advertising images, Griffin created some of the seminal images of the psychedelic era, among them a 1969 Jimi Hendrix poster whose key figure – a winged eyeball with reptilian limbs encircled in a ring of fire – remains one of the key artistic icons of the period[15]

Gordon McClelland, uno dei più autorevoli studiosi di Griffin, ha sottolineato il valore di shock di queste invenzioni:

Bloody eyeballs, snakes, skulls, and beetles began to dominate the many posters. He was using them simply for what he terms 'shock value'[16].

Per quel che può valere la similitudine, gli arti da serpente possono lontanamente ricordare la “coda-serpente” dell’impresa albertiana, così come il cerchio di fuoco può essere un lontano parente della corona d’alloro della stessa. Ma l’analogia si fa ancor più stretta (ma come dimostrarne la derivazione?) col capolettera “T” inciso da Piranesi, dove un occhio di rettile alato è intrecciato a una corona onorifica di foglie di quercia [Fig. 13].

Inoltre, un occhio alato con ali di pipistrello compare nel poster di un altro mostro sacro della musica rock del XX secolo: Captain Beefheart [Fig. 14][17]. Infine, in un poster del concerto dell’8 novembre 1968 al Cal State Fullerton di Fullerton (California) di altri due giganti della musica rock (il primo, soprattutto), Frank Zappa e Alice Cooper, appare un baffuto occhio alato “vichingo”: le ali, questa volta, spuntano dall’elmo di guerra. Abbastanza evidente, di nuovo, il carattere ironico del tutto.

Che l’origine dell’occhio alato di Griffin, ma anche di Howard-Von Duch, sia egizia – come occhio di Ra’ o udjat – sembra abbastanza evidente: in alcuni poster, infatti, come già visto, è abbinato all’ureo, il serpente sacro dell’antico Egitto; in altri vi compaiono esplicitamente il disco solare alato e l’occhio udjat[18]. Ce lo conferma Bob Burns in un breve testo dal titolo: The Life and Times of Van Dutch[19]. L’autore, a un certo punto, parlando del “Flying Eyeball” scrive:

According to Von Dutch, the flying eyeball originated with the Macedonian and Egyptian cultures about 5000 years ago. It was a symbol meaning “the eye in the sky knows all and sees all”, or something like that. Dutch got a hold of this symbol and modified it into the flyin’eyeball we know of today. He always believed in reincarnation, and the eyeball, somehow, was tied to that.There have been numerous “incarnations” of this design over the years.

Il “something like that” pone qualche dubbio sull’autorevolezza della fonte...

Curiosamente, Griffin disegnerà il suo occhio per un altro marchio di abbigliamento, questa volta di scarpe: Vans. Il disegno impresso sulla tela non è che un particolare, con l’occhio alato, del poster che Griffin aveva realizzato per Captain Beefheart. All’arte di Griffin, l’artista Steve Oliff ha offerto come tributo una tavola che riassume, reinterpretandoli, tutti i suoi personaggi, occhio alato, nelle sue diverse manifestazioni, compreso [Fig. 15]. Il mito dell’occhio alato nel campo della musica pop non si conclude però qui. Un occhio con due fulmini al posto delle ali è il marchio del celeberrimo gruppo grunge-alternative rock statunitense dei Pearl Jam, mentre un inquietante occhio alato, che ha introdotto i suoi cavi-tentacoli nei cervelli degli astanti, appare nel manifesto del concerto dei Radiohead, gruppo altrettanto famoso dell’alternative rock inglese, tenutosi al Cruzan Amphitheatre di West Palm Beach (Florida) il 5 maggio 2008, dove si cita un verso, molto in tema col nostro argomento, della canzone 15 Step inserita in scaletta: “Won’t take my eyes off the ball again”[20].

II. Gli occhi volanti di Jesse Jacobs

Al mondo della psichedelia, anche se del secondo Millennio, appartiene il fumetto Safari Honeymoon, di Jesse Jacobs, uscito in Canada per la casa editrice Koyama Press nel 2014 e pubblicato in Italia da Eris nel 2015 nella traduzione di Valerio Stivé[21]. Jacobs è un fumettista canadese (Moncton, New Brunswick, Canada) 1981) protagonista “[...] di una nuova generazione che ha saputo fare propria e reinterpretare l’esperienza dei comics underground statunitensi degli anni ’90, e che non a caso ha lavorato a Carton Network per lo show Adventure Time come si legge nella pagina web delle edizioni Eris che pubblicizzano il volume[22].

Adventure Time è

[…] una serie televisiva d’animazione statunitense creata da Pendleton Ward […]. La serie segue le avventure di Finn, un ragazzino dodicenne (all’inizio della serie) e il suo migliore amico Jake, un cane dotato di magici poteri come quello di potersi ingrandire, rimpicciolire o trasformare in numerose forme. Finn e Jake vivono nella post-apocalittica terra di Ooo. 

In onda negli Stati Uniti, a partire dal 2010, sulla rete televisiva Cartoon Network[23]. Sullo stesso sito, si trova anche questa sinossi del fumetto:

Perché non organizzare un emozionante safari per la propria luna di miele? È questa la scelta di due innamorati e facoltosi sposini che con la loro guida si ritrovano in un mondo selvaggio e fantastico a intraprendere esplorazioni e battute di caccia. Tra gli avvertimenti sui pericoli che li circondano della guida e la sorpresa per gli esseri selvatici che popolano questa natura assurda, la coppia fresca di nozze si trova catapultata in un mondo con leggi fisiche surreali e parassiti che possono entrare nel cervello[24].

Douglas Wolk, autore di Reading Comics: How Graphic Novels Work and What They Mean[25], e collaboratore per il genere della fumettistica di “The New York Times”, nell’articolo Darkest Desires, del 30 maggio 2014, ha speso addirittura il nome di Henri Rousseau come possibile fonte d’ispirazione delle tavole di Jacobs[26]. Nella psichedelica giungla, il cui colore verde connota tutto il fumetto, e in cui domina nelle prime tavole la violenza cacciatrice e distruttiva del protagonista, appaiono strane creature, a metà tra piante e animali: “scimmie telepatiche” “insetti e parassiti che si nutrono dell’animo umano”[27]. Tra queste, l’amico autore di graphic novel Marco Tagliapietra me ne ha segnalato una che assomiglia verosimilmente a un occhio alato. Il monstrum [Fig. 16] viene avvistato dalla coppietta sul fondo di una palude – il fatto che riescano a respirare nell’acqua fa parte del milieu psichedelico del fumetto – e il marito esclama: "It’s some kind of weird bird”[28].

Si tratta di un occhio dotato di due “ali” che gli permettono di muoversi sott’acqua. Il marito tenta di sparare, ma il fucile naturalmente fa cilecca: “Damn it”, “My rifle isn’t firing properly”[29], essendo egli sott’acqua, mentre la moglie tenta di acchiapparlo al volo. Nella tavola seguente, quest’occhio alato nuotante diventa all’improvviso un gruppo numeroso, le cui “ali”, allungate a dismisura, circondano come una foresta di piante acquatiche la moglie e la guida del safari. Occhi alati “medusei”, che avviluppano nelle loro spire gli intrusi umani.

III. L’occhio alato di Dylan Dog

Ho sempre sognato di conoscere un occhio volante...

se non altro per chiedergli quale collirio usa!
Dylan Dog 1992

Un occhio alato “filaretiano” [Fig. 17], allontanatosi da bocche e orecchie alate, riemerge inaspettatamente tra le pagine di un “classico” della fantasy-horror degli anni Novanta: “Dylan Dog”, l’‘indagatore dell’incubo’. L’episodio è uno dei più famosi, il n. 73 del 1° ottobre 1992, dall’emblematico titolo di Armageddon! [Fig. 18] Ideato e super-visionato da Tiziano Sclavi – l’inventore di “Dylan Dog” –, scritto e sceneggiato da Claudio Chiaverotti e disegnato da Giovanni Freghieri – con la copertina di Angelo Stano –, l’episodio s’ispira al capitolo XVI dell’Apocalisse di Giovanni:

I morti cammineranno sulla terra, perché l’inferno sarà peggio di Wall Street nell’ora di punta[30].

Ma la fine del mondo avverrà senza i segni terribili elencati nell’ultimo libro dei Vangeli:

Il sole non diventerà nero, e la luna non si farà come sangue, e le stelle non cadranno dal cielo... no, tutto rimarrà sempre uguale e sarà proprio questa la causa della fine. Ogni forma di vita si estinguerà semplicemente, tragicamente per noia[31] .

Così recita il baudelairiano inizio del fumetto.

Gli strumenti utilizzati dagli inferi per portare a termine l’operazione sono una serie di monstra che rendono la vita difficile al detective con la faccia di Rupert Everett: il “giullare della morte” (un analogon del pagliaccio di It di Stephen King), “l’uomo con il serpente in bocca” (un uomo qualunque con un alien al posto della lingua), “l’albero del male” (un mostruoso uomo albero) e, last but not least, “l’occhio che vola” [Fig.19].

Di là dalle differenze nei particolari (rispetto a quello albertiano, quello dylaniano è privo di raggi e della “coda”, oltreché del motto), il nostro occhio a fumetto conserva e anzi amplifica enormemente quel lato terribile che Wind attribuiva all’emblema di Leon Battista[32]. Invece che limitarsi a osservare le cose che “gli cadono sotto gli occhi”, come sostiene l’Alberti, il nostro occhio spia le sue vittime per ucciderle. L’occhio che vola, naturalmente, non si sottrae alle facili battute del detective che, nonostante sia abituato a tutto, non dà molto credito al racconto della (naturalmente bellissima) cliente spiata (in realtà, come si scoprirà alla fine, una creatura degli inferi): “Mmm… E non vi siete rivolta alla sezione UFO della polizia?”[33]

Oppure: “Ho sempre sognato di conoscere un occhio volante… Se non altro per chiedergli quale collirio usa!”[34] E anche se la conclusione del detective, dopo un incontro molto ‘privato’ con la sua cliente, è che “in fondo, era ovvio che l’occhio volante doveva essere una balla”[35] il terribile occhio è sempre in agguato e, chiuse le palpebre, diventa una formidabile arma assassina, infilzando le sue ciglia-aculei, che hanno preso il posto dei raggi albertiani, nella gola di un malcapitato impiegato della city. 

L’incontro con la medium Trelkovski rende edotto Dylan che “Le profezie dell’uomo dai due volti si stanno avverando... I segni sono inequivocabili... Tutti i medium di Londra lo confermano: l’Armageddon... La fine del mondo... È alle porte![36]

L’uomo dai due volti, così sembra, è un “[...] profeta anonimo del Millecinquecento [...] c’è chi dice che Nostradamus sia stato suo discepolo… Pochi iniziati lo conoscono, perché scrisse solamente un libro di cui io possiedo una copia, si chiama ‘profezie inutili’”[37].

Prima dello scioglimento finale, c’è ancora il tempo di una decollazione ai danni di un malcapitato centauro ghigliottinato da una trave d’acciaio di un carico trasportato da un tir, proditoriamente liberata dai lacci dall’occhio con una delle sue ali. Il giorno dopo, gli avvistamenti di occhi volanti prenderanno il posto dei più scontati dischi volanti. La storia avrà il suo stupefacente epilogo nei sotterranei di una scalcinata e lugubre casa di Londra, dove, attraverso una botola e lungo scale interminabili. “Ma dove arrivano? All’inferno?[38] si chiede un perplesso, ma profetico, Dylan Dog – il detective giungerà infine a una stanza in cui troverà riuniti insieme i monstra, le quattro bellissime ancelle (di cui tre conosciute biblicamente) e l’uomo dai due volti, l’autore delle Vaticinationes inutiles (un po’ di ironia albertiana), nonché conduttore infernale del gioco. Così Dylan scoprirà che l’assurda carneficina di vittime innocenti non era altro che un gioco tra quattro squadre composte da un monstrum e da un’ancella: “Il concorrente totalizza punti uccidendo le persone... Mentre l’ancella può raddoppiare il punteggio se supera una certa prova[39].

Insomma, una sorta di “Uccidi e raddoppia”. Inutile dire che questo raddoppio, per le fanciulle, consisteva nella ‘consumazione’ con ‘lo scettico che indaga nell’occulto’, cioè Dylan Dog. L’ambito premio finale del gioco consiste in “una settimana di vita vera...”[40] Anche se, come soggiunge l’uomo dai due volti, la vita vera non è affatto “migliore” di quella eterna, ma può essere un buon “diversivo [...] per vincere la noia eterna, che è forse la peggiore delle punizioni”[41].

Annunciati i vincitori, gli sconfitti ritornano alle loro normali attività, non senza ricordarsi, come fa loro notare l’uomo dai due volti, che, per rimanere ancora su temi baudelairiani, “l’inferno peggiore è proprio quello che stanno lasciando”[42]. A quando il prossimo gioco? Forse tra seicento anni, per consolare i perdenti, soggiunge l’uomo dai due volti.

Nasconderà qualche recondito significato il fatto che Valentine, compagna di squadra dell’occhio volante, la numero 3, si sia innamorata di Dylan Dog e che anche lui sia stato sedotto da lei?

Il tema dell’occhio ritorna almeno altre volte nella serie dylaniana: in Golconda!, n. 41 del 14 febbraio 1990[43][Fig. 20], ne Lo sguardo di Satana, n. 98, del 1° novembre 1994[44] e in Le due vite di Dream, n. 223, del 25 aprile 2005[45]. Nel primo episodio un enorme bulbo oculare, anche se non alato, dopo aver ucciso con i suoi tentacoli una sfortunata coppietta, se ne va via pedalando sul loro tandem. Nel secondo, protagonista è un ‘terzo occhio’ mentale che si apre nel cervello di alcuni dei protagonisti, nel corso di incubi allucinatori. Nell’ultimo, un agente dell’“Amministrazione generale”[46] (dell’Aldilà!), vestito come una guardia di Buckingham Palace, ma con un enorme occhio al posto della testa, cerca di catturare un criminale destinato all’“inferno ‘di sotto’”[47] e finito per errore nel limbo (una Londra parallela in eterna penombra). In due casi su tre, l’occhio ha una valenza malefica, anche se la serie di “Dylan Dog” è caratterizzata da un fondo d’ironia che l’Alberti avrebbe probabilmente apprezzato.

IV. Occhi alati “a mandorla”

Molto più benevoli, ma sempre appartenenti al lato “dark” del simbolo, sono invece gli occhi alati che compaiono nella serie di cartoni animati giapponesi Hoshi no Ko Chobin, disegnata da Shun’ichi Yukimuro (Yokohama, prefettura di Kanagawa, 1941) e prodotta dalla Tatsunoko Productions. Venne trasmessa in Giappone in ventisei episodi, dal 5 aprile al 27 settembre 1974. In Italia andò in onda col titolo di Chobin, il principe stellare sulla rete televisiva Italia 1.

Piombato dal cielo sulla sua navicella a forma di uovo (cosmico!), Chobin è un vero e proprio monstrum (come la Fama di Momus) a forma di fagiolo azzurro, con un enorme ciuffo di capelli in testa. È alla ricerca di sua madre, rapita dal perfido Brunga, un “cattivo cosmico”, come recita il testo della sigla di apertura, che vive in un antro misterioso in compagnia dei suoi mostruosi aiutanti, appunto ‘occhi alati robot’ simili a pipistrelli

Il piccolo mostro, che un giorno, come Pinocchio, subirà una metamorfosi, prendendo le sembianze umane di un principe dotato di lunghe ali (!), affronterà tutta una serie di prove per sconfiggere Brunga, aiutato, in questo, da un gruppo di amici, umani e animali.

Non appartenenti al mondo dei manga, ma a quello della multinazionale dei cartoons occidentali, la Walt Disney Company, altri occhi con ali da pipistrello sono protagonisti di Gravity Falls, che, come si legge s.v. in it.wikipedia.org, è

[...] una serie televisiva d’animazione creata da Alex Hirsch […]. I protagonisti della serie sono due fratelli gemelli che vanno in vacanza dal loro prozio nella città di Gravity Falls, nello stato americano dell’Oregon.

Gli Eye-Bats o Eyeball Bats [Fig. 21] sono creature che vivono a Gravity Falls[48].

Ancora una volta sopravvive solo l’aspetto terribile – per quanto di terribile ci possa essere in innocenti pipistrelli svolazzanti di un cartoon per ragazzi – del simbolo albertiano:

Attento Chobin che non finisce qui.../ quel gran cattivo cosmico di Brunga (AH!, AH!, AH!)/ con mostri e pipistrelli pace a Chobin non darà.

Così avverte ‘sinistramente’ la canzone della sigla.

Un occhio alato, con ali da pipistrello (come in Hoshi no Ko Chobin) e strani tentacoli[49]  – ricordo dei raggi o dello strano “serpente” albertiano? – fa la sua comparsa come demone di seconda categoria, al servizio dei “quattro santi mostruosi”, Byakko, Genbu, Suzaku e Seiryu, abitanti della Città del mondo degli spettri nel manga Yu Yu Hakusho – in italiano Yu degli Spettri –, disegnato da Yoshihiro Togashi (Shinjō, prefettura di Yamagata, 1966) nel 1990 e pubblicato prima sulla rivista “Shukan Shonen Jump” e, in seguito, ristampato in diciannove tankoubon (pocket book) dalla casa editrice Shueisha di Tokyo; ne sarà tratto poi un anime, a cura dello Studio Pierrot e prodotto dagli Toho Studios, che andrà in onda per centododici episodi dall’ottobre 1992 al marzo 1995[50].

L’occhio è il guardiano del Castello del Labirinto [Fig. 22] e attira in una trappola i quattro eroi del manga, Yusuke Urameshi, Kazuma Kuwabara, Kurama e Hiei Jaganshi, sottoponendoli alla prova del Cancello del Tradimento: un tetto si abbassa inesorabilmente sui nostri eroi e finirà inevitabilmente con lo schiacciarli. L’unica possibilità di salvezza consiste nella fuga, che però condannerebbe gli altri alla morte. È l’occhio-pipistrello a trarne la morale:

Insomma, solo i traditori possono entrare in questo castello[51].

Ma Hiei, che sembrava aver voltato le spalle agli amici, con un improvviso coup de théâtre, li salva, bloccando il meccanismo di discesa del tetto e colpendo con un colpo di karate l’occhio volante, costretto a fuggir via ferito e piangente (“Ihhhh...”).

Altri occhi alati compaiono come veicoli volanti pilotati da avvenenti giudici donne in occasione di gare di combattimento. Impressionante è infine la somiglianza tra l’impresa dell’Alberti e l’occhio alato disegnato sul giubbotto di pelle di Yu in una delle vignette del manga. Addirittura è presente la corona (d’alloro?) e una scritta-motto, seppur indecifrabile [Fig. 22].

Al mondo dei cartoon giapponesi appartengono, invece, i numerosi occhi – variamente declinati, da quelli privi di apparati, a quelli con raggi solari e, finalmente, a quelli alati – dell’anime-cartone animato, e in seguito anche manga, Mahoujin Guru Guru (Il girotondo della magia) [Fig. 23]. Creato dalla già citata Hiroyuki Etō (Taketa, prefettura di Ōita, data di nascita non conosciuta) e pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1993 dalla Enix Corporation, è stato trasmesso per la prima volta su Raidue come cartoon e pubblicato come fumetto dalla Dinamic Italia (primo volume, gennaio 2002).

Il potere magico dell’occhio (potere apotropaico, in questo caso, esemplificato già nell’antico Egitto dall’occhio-udjat) fa la sua comparsa fin dal primo episodio/capitolo con la donazione alla piccola strega Kokori del ‘bastone del cerchio magico’, strumento impiegato per tracciare, appunto, signa magica. Il bastone porta sulla cima un sole fiammeggiante con al centro un occhio. Ma il vero e proprio occhio alato appare solo nell’episodio/capitolo 22 (vol. 5, giugno 2002). Dopo aver superato una serie di prove iniziatiche, Kokori accede all’ultima, quella del quinto livello. Qui, sulla cima della torre di addestramento, una sorta di torre di Babele spiraliforme, incontra Gisa, il “sacro spirito di Guruguru”, tenuto in vita dalla magia “fin dalla notte dei tempi”[52], che offre a Kokori il fungo Guruguru (una sorta di fungo peyote), l’ultima pericolosa prova del lungo tirocinio magico della giovane apprendista. Il sacro spirito di Guruguru in nulla differisce dal bastone magico se non per il fatto che è dotato di due grandi ali. Un occhio-sole alato in piena regola! Il carattere di amuleto-sigillo del bastone magico, come di Gisa, è più che evidente.

L’impresa dell’Alberti, attraverso le più strane migrazioni, ritorna alle origini egizie, da cui, forse, era in qualche modo partita.

Dedico questo testo, che riprende, ampliandoli di molto, i paragrafi 5.2, 5.3 e 5.4 del mio libro L’occhio alato. Migrazioni di un simbolo, con uno scritto di Massimo Cacciari, Torino 2014, pp. 231-242, a Marco Tagliapietra, assiduo cacciatore di occhi alati, mio ex allievo al corso di abilitazione all’insegnamento presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, e ora dottorando di ricerca in Storia dell’arte. Come autore di graphic novel ha pubblicato tre volumi: Elizabeth (Torino 2009), La Peste a Venezia (Torino 2011) e Orientalia. Mille e una notte a Venezia, con Alberto Toso Fei (Roma 2017).

Bibliografia

English abstract

This essay explores the theme of the ‘winged eye’, perhaps at a distance from the device of Leon Battista Alberti, in the pop culture of the 20th and 21st centuries (posters, comics and cartoons). The image almost always assumes dark valences, only partially present and with rare exceptions in the Alberti prototype, where irony prevails. Authors analysed include Kenny Howard (aka Von Dutch) and Rick Griffin, protagonists of Kustom Kulture and musical psychedelics of the sixties and seventies; Jesse Jacobs, a young Canadian author of graphic novels; the cult cartoon “Dylan Dog”, created by Tiziano Scalvi, and some Japanese manga and cartoons (Hoshi no Ko Chobin, by Shun’ichi Yukimuro, Yu Yu Hakusho, by Yoshihiro Togashi, and Mahoujin Guru Guru, by Hiroyuki Etō).

Note
  1. ^ Cassani 2014
  2. ^ Wind (1958) 1971, 283
  3. ^ Wind (1958) 1971, 284
  4. ^ Wind (1958) 1971, 285
  5. ^ Wind (1958) 1971, 285
  6. ^ Wind (1958) 1971, 286
  7. ^ Cfr. “Hiroyuki Etō”. L’affermazione si presta a qualche dubbio, dal momento che il nome è maschile. Cfr. https://www.animeclick.it/autore/1722/hiroyuki-eto
  8. ^ Cfr. “Kenny Howard”. Sull’Howard si vedano anche: Koch, Thacker 2007, Von Dutch 1992, 24 e www.vondutch.com. In particolare, sull’occhio alato di Howard, si veda Branzaglia 2004, 150
  9. ^ Su Ed Roth e sulla Kustom Kulture si veda Wolfe (1963) 2011, pp. 5-41
  10. ^ Cfr. Irwin, Conard, Skoble (a cura di) (2001) 2005
  11. ^ Si veda “Rick Griffin”.
  12. ^ Un manifesto disegnato per la Chrysler
  13. ^ L’illustratore peruviano-statunitense Boris Vallejo ha disegnato un occhio alato dotato di ali da pipistrello e artigli, protagonista, assieme a una bionda guerriera guantata, dell’opera dal titolo Watchful eye, realizzata nel 1994
  14. ^ Sull’abilità di Griffin di raffigurare le onde e le posizioni dei surfisti, si veda Grant 2014]
  15. ^ Ankemy s.d
  16. ^ McClelland 2002, 18
  17. ^ Ma anche in altre occasioni le ali da pipistrello affiancano quelle d’uccello
  18. ^ Su tutti questi simboli mi sia permesso di rimandare a Cassani 2014, 7-25
  19. ^ In http://www.letterville.com/articles/bob_burns/vondutch/
  20. ^ Corsivi miei
  21. ^ Jacobs 2014
  22. ^ Http://www.erisedizioni.org/safari_honeymoon.html
  23. ^ “Adventure Time”
  24. ^ Http://www.erisedizioni.org/safari_honeymoon.html
  25. ^ Wolk 2007
  26. ^ Si veda anche la recensione apparsa su “Linus” 2015, 105. Jesse Jacobs ha rilasciato un’intervista a “The New Yorker”, pubblicata il 16 aprile 2014 in Mouly, Kaneko 2014. Curioso che, nel titolo, torni il tema del “bulbo oculare”
  27. ^ Sportelli 2015
  28. ^ Jacobs 2014, s.n.p, ma 21
  29. ^ Jacobs 2014, s.n.p, ma 22
  30. ^ “Dylan Dog” 1992, 5
  31. ^ Dylan Dog” 1992, 5-6
  32. ^ Cfr. Cassani 2014, 238, nota 8
  33. ^ “Dylan Dog”, 1992, 19]
  34. ^ “Dylan Dog”, 1992, 19
  35. ^ “Dylan Dog”, 1992, 25
  36. ^ “Dylan Dog”, 1992, 31
  37. ^ “Dylan Dog”, 1992, 31
  38. ^ “Dylan Dog”, 1992, 84
  39. ^ Dylan Dog”, 1992, 88
  40. ^ “Dylan Dog”, 1992, 89
  41. ^ Dylan Dog”, 1992, 89
  42. ^ “Dylan Dog”, 1992, 94
  43. ^ Soggetto e sceneggiatura di Tiziano Sclavi, disegni di Luigi Piccatto, copertina di Claudio Villa
  44. ^ Soggetto e sceneggiatura di Claudio Chiaverotti, disegni di Piero Dall’Agnol, copertina di Angelo Stano
  45. ^ Soggetto e sceneggiatura di Pasquale Ruju, disegni di Luigi Piccatto, copertina di Angelo Stano
  46. ^ “Dylan Dog” 2005, 81
  47. ^ “Dylan Dog” 2005, 79
  48. ^ Cfr. http://gravityfalls.wikia.com/wiki/Eye-Bats
  49. ^ Una variante di questi mostri, nominati Tsuiseki Bakudan, cioè occhi “traccianti”, fa la sua apparizione nella versione televisiva di Yu Yu Hakusho, su cui si veda infra, con la sola aggiunta di una miccia accesa che li rende delle vere e proprie “bombe volanti”
  50. ^ La versione italiana è distribuita dalla Yamato Video
  51. ^ Togashi 2001, 156
  52. ^ Etō 2002, 65

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