"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

150 | ottobre 2017

9788894840261

titolo

La parola e l’immagine della ‘materia’

Una breve riflessione storico-filosofica

Giovanni Cerri

English abstract

O glücklich, wer noch hoffen kann
aus diesem Meer des Irrtums aufzutauchen!
Goethe, Faust, 1064-1065

Maurits Cornelis Escher, Le acque primordiali della Genesi (1925-1926)

Quando, un’infinità di anni fa, iniziai a seguire i corsi del primo liceo classico, iniziai a seguire ovviamente anche il corso di Filosofia, che in realtà era ormai, secondo i programmi scolastici di allora (1955-56) una storia della filosofia (ai tempi di mio padre si trattava invece di filosofia sistematica). Il primo contatto con questa materia, dalla quale, adolescente com’ero, mi aspettavo moltissimo, quasi la chiave dell’esistenza, fu assai strano. Talete: il principio del mondo è l’acqua; Anassimandro: no, è l’infinito; Anassimene: no, è l’aria; Eraclito: no, è il fuoco. Poi Parmenide: l’Essere (davvero incomprensibile!). Empedocle passava da uno a quattro: terra, acqua, aria, fuoco, i famosi quattro elementi! Così il manuale scolastico. Per alcune settimane continuai a chiedermi stupefatto: che è questa strana pretesa di ridurre la pluralità del mondo, l’infinità delle sostanze chimiche presenti in natura, a derivati di un’unica sostanza originaria? Strano preconcetto! Un tic intelletuale primitivo?

La mia professoressa di filosofia era intelligente, colta e preparata, ma la sua mente (me ne resi conto solo in epoca successiva) era letteralmente bacata dall’idealismo o neo-idealismo crociano, allora imperante e imperversante. Le chiesi: "Perché, in che senso, per quale motivo mai Talete sosteneva che l’origine (ἀρχή) di tutte le cose è proprio l’acqua, solo l’acqua?". Risposta della professoressa: "Non dice banalmente e materialisticamente che è l’acqua, bensì l’acquaticità come concetto". Cominciai allora a capire, nella mia mente di ragazzo ancora ignorante ma curioso, che qualcosa non funzionava. Erano i filosofi arcaici a dire sciocchezze o a dirle erano gli storici della filosofia antica?

Il dubbio, corrosivo, rimase dentro di me per decenni e decenni, vi rimaneva ancora quando ero ormai specialista e professore di grecità arcaica, anche quando, a partire dagli anni Novanta, cominciai ad occuparmi specificamente di filosofia pre-socratica, di Senofane, Parmenide, Empedocle, Eraclito. "Perché mai erano convinti che tutte le sostanze e tutti i corpi dovessero necessariamente essere derivazioni di uno, due, tre o quattro elementi?". Continuavo a leggere con attenzione una massa enorme di letteratura critica moderna. Non ho mai trovata una proposta di soluzione del problema; ciò che è più strano, mai nemmeno la sua impostazione. Come se tutto fosse de plano! Solo in epoca molto più recente, in una fase avanzata dei miei studi sull’argomento, mi balenò alla mente la soluzione, attraverso un ragionamento che è insieme di antropologia e di epistemologia storiche: forse peccando un poco di presunzione, credo che non sia inutile illustrarlo, sia pure in forma sintetica.

L’uomo, qualsiasi uomo, anche quello dell’età più primitiva, contrappone naturalmente la propria mente, i propri pensieri, alle cose che lo circondano, delle quali ovviamente fa parte anche il suo corpo. E trova le due entità radicalmente eterogenee. I pensieri, a differenza delle cose esterne, si possono trasmettere ad altri solo per via simbolica; i simboli, che sono oggetto di senzazione da parte di altri, viaggiano nello spazio dal soggetto al suo interlocutore, ma i pensieri in se stessi non sono spostabili dalla propria mente altrove nello spazio, perché hanno una consistenza solo mentale, hanno la propria sede solo nell’immaginazione, la quale palesemente non ha dimensione spaziale; proprio per questo possono cogliere cose non presenti nello spazio circostante, realtà lontane nello spazio e nel tempo, senza dover impiegare tempo per viaggiare verso posti che si trovano altrove rispetto alla persona pensante, per riattualizzare cose e fatti passati, per immaginare fatti futuri, per creare immagini di cose inesistenti, pure costruzioni fantastiche.

Ben prima che nascesse la ricerca fisica dei Milesii, questa intuizione primigenia si trova già espressa, con vivezza impareggiabile, nell’epica omerica, repertorio enciclopedico della cultura popolare coeva. E ciò avviene in una similitudine, in un paragone inteso a rappresentare la velocità sovrumana e atemporale con cui una divinità, a differenza di un corpo umano o animale, può spostarsi istantaneamente da qualsiasi luogo ad un altro, per quanto distante esso sia (Il. 15, 78-84):

ὣς ἔφατ᾽, οὐδ᾽ ἀπίθησε θεὰ λευκώλενος Ἥρη,
βῆ δ᾽ ἐξ Ἰδαίων ὀρέων ἐς μακρὸν Ὄλυμπον.
ὡς δ᾽ ὅτ᾽ ἂν ἀΐξῃ νόος ἀνέρος, ὅς τ᾽ ἐπὶ πολλὴν
γαῖαν ἐληλουθὼς φρεσὶ πευκαλίμῃσι νοήσῃ
ἔνθ᾽ εἴην ἢ ἔνθα, μενοινήῃσί τε πολλά,
ὣς κραιπνῶς μεμαυῖα διέπτατο πότνια Ἥρη

[Zeus] disse così; non disobbedì la dea dalle bianche braccia, Era,
e si slanciò dai monti dell’Ida sull’alta vetta d’Olimpo.
Come quando si slancia il pensiero di un uomo, che molti paesi 
ha visitato e pensa con lucida mente
“potessi essere lì, oppure laggiù”, e molti luoghi rammenta,
con brama così rapinosa attuò il suo volo Era veneranda.

È normale in Omero che gli spostamenti degli dei siano molto più veloci di quelli umani. Gli uomini devono effettuare i percorsi a terra procedendo a piedi o trasportati da un carro; se tra i percorsi a terra si interpone un tratto più o meno vasto di mare, ci sono i lunghi tempi di imbarco, di navigazione, di sbarco. Gli dei invece procedono a volo attraverso l’aria, come uccelli o agenti atmosferici. Tuttavia anche il volo ha una sua durata, per quanto relativamente breve. Ma qui Omero vuole dire una cosa molto particolare. In questo caso specifico il volo di Era fu ‘istantaneo’, nel senso letterale del termine. Ebbe la durata di un attimo puntuale, cioè non ebbe durata. Quindi, ancora più eterogeneo degli usuali voli divini rispetto alla lentezza degli uomini che viaggiano in carne e ossa. Come rendere a pieno l’idea? L’unico strumento poetico a disposizione è la similitudine. Nell’ambito dell’esperienza umana c’è però un solo paragone disponibile per uno spostamento istantaneo in senso stretto tra luoghi lontani fra loro: quello con la fantasia umana. Così, paradossalmente, per rappresentare la velocità più eterogenea che si possa pensare rispetto a quella dell’uomo, si fa ricorso proprio all’uomo, non però al suo corpo, pesante e ostativo, ma alla sua mente, al suo νόος, propriamente alla sua ‘visione intellettuale’.

Un uomo determinato (un Ulisse) ha compiuto nell’arco della sua vita passata molti viaggi in terre lontane, delle quali di tanto in tanto lo assale la nostalgia. Forse è ormai vecchio; comunque non ci si può sobbarcare a così lunghi, faticosi e costosi spostamenti solo per il capriccio di rivedere luoghi, di essere di nuovo su isole, su golfi, su monti, in città viste nel passato. Tuttavia l’uomo può ricorrere ad uno strumento sovrumano, in qualche modo divino, che è in lui stesso: alla memoria, meglio, all’anamnesi fantastica, alla visione intellettuale, al νόος. Si concentra, ripensa, ed ecco davanti agli occhi della sua mente i posti più lontani, proprio come se stesse lì, di persona: l’agorà di Sparta, la pendice del Parnaso, la nave tra le due rive dell’Ellesponto, il porto di Mitilene, la costa scoscesa di Corcira. Non potrebbe emergere più nitida, di quanto non sia in questi versi, l’opposizione ancestrale, ad un tempo semantica e ontologica, tra corporeità e mentalità.

Dunque, il pensiero, i pensieri, non sono né nello spazio né nel tempo; solo il pensante li percepisce, non sono percepibili da nessun altro soggetto, se non per via simbolica (gesti, richiami inarticolati, parole). Non hanno peso, come tutte le cose che prendiamo in mano, sulle spalle o sulla testa col cercine (pensiamo alla prassi inveterata delle donne che portano a casa l’acqua dal pozzo o dalla fonte). Questa è la loro natura, contrapposta alla natura delle cose del mondo oggettivo.

Qual è allora la natura del mondo oggettivo? Cioè, delle cose circostanti, vicine o lontane nello spazio e nel tempo, comunque reali in se stesse, oggetto o possibile oggetto dei sensi sia del soggetto pensante sia di tutti gli altri soggetti pensanti. La loro ‘natura’: cioè quel quid o τί che, per quanto diverse le une dalle altre, le distingue tutte dai pensieri e permette loro di essere in un posto e in un tempo determinati, nonché di venir percepite dalle menti umane o animali attraverso i sensi; quel quid o τί che è l’essere cose, non pensieri, la “cosalità”.

Con tutto ciò intendo dire che una qualche nozione di ‘materia’, per quanto indefinita e sub-conscia, sussiste nella struttura della personalità di base di ogni individuo umano, quale che sia il grado o il tipo di cultura e di civiltà in cui è immerso. Al momento storico opportuno, questa nozione, idea o sensazione generica comincia ad attingere il dominio della coscienza, a diventare oggetto di riflessione teorica e di indagine scientifica, con esiti sempre nuovi, che nello stesso tempo confermano, ma 'falsificano' (nel senso popperiano del termine) e superano le rappresentazioni precedenti.

È questo appunto il momento aurorale che nella storia del pensiero greco antico è rappresentato dai cosiddetti Presocratici e dai loro tentativi di individuare la natura unitaria delle cose esterne (φύσις), il loro principio (ἀρχή), il sostrato (τὸ ὑποκείμενον), l’invariante nella varianza delle cose: l’acqua? la continuità spaziale? l’aria? il fuoco? ecc.

Così nasce la nozione di 'materia', in un primo tempo concepita e formulata in maniera quasi istintiva, poi sempre più cosciente e cangiante con l’affinarsi della civiltà. In Grecia si mostra già affermata pienamente negli scritti di Aristotele, attraverso l’uso ormai tecnicizzato del termine ὕλη (‘materia’).

Ed è proprio Aristotele, in uno dei vari luoghi della sua opera nei quali schizza un abbozzo storico degli inizi della ricerca fisica, a delineare con segno sicuro lo sviluppo storico per cui i 'principî' (άρχαί) postulati dai Milesi vengono a configurarsi come prodromi del successivo concetto di materia ὕλη (Metaphys. 1, 3, 983 b 6 sgg.): 

τῶν δὴ πρώτων φιλοσοφησάντων οἱ πλεῖστοι τὰς ἐν ὕλης εἴδει μόνας ᾠήθησαν ἀρχὰς εἶναι πάντων. ἐξ οὗ γὰρ ἔστιν ἅπαντα τὰ ὄντα καὶ ἐξ οὗ γίγνεται πρώτου καὶ εἰς ὃ φθείρεται τελευταῖον, τῆς μὲν οὐσίας ὑπομενούσης τοῖς δὲ πάθεσι μεταβαλλούσης, τοῦτο στοιχεῖον καὶ ταύτην ἀρχήν φασιν εἶναι τῶν ὄντων, καὶ διὰ τοῦτο οὔτε γίγνεσθαι οὐθὲν οἴονται οὔτε ἀπόλλυσθαι, ὡς τῆς τοιαύτης φύσεως ἀεὶ σωζομένης.

Tra coloro che per primi filosofarono, i più ritennero che fossero principi di tutte le cose soltanto quelli sotto specie di materia: ciò da cui consistono tutte le cose che sono, ciò da cui provengono all’inizio e ciò in cui si risolvono al termine, mentre la sostanza resta, ma si trasforma per i fenomeni cui soggiace, questo dicono che sia elemento e principio delle cose che sono, e pensano che, grazie ad esso, nulla nasca né muoia, nella misura in cui si salva comunque tale natura.

A fronte della razionalità di ogni fenomeno, quale emergeva con assoluto nitore non appena la ricerca naturalistico-matematica ne avesse chiarito la dinamica, andò imponendosi un postulato scientifico di evidenza immediata, perciò ancor oggi valido, provvisto della stessa cogenza che inerisce ad un postulato matematico o geometrico: l’impensabilità di processi fisici che implichino creazione di materia dal nulla o distruzione di materia nel nulla. A ben vedere, è lo stesso principio affermato dalla legge della conservazione della massa, enunciata nel 1789 da Lavoisier, che lo verificò sperimentalmente, bilancia alla mano. Esso fu certamente alla base del pensiero presocratico, fin dal suo nascere, e della ricerca di un elemento o di elementi primigeni e indistruttibili, che, con i loro processi di condensazione, rarefazione e mescolanza reciproca, potessero spiegare i fenomeni che cadono sotto i nostri sensi – cioè la continua trasformazione del mondo – senza dover ricorrere all’idea assurda della creazione e distruzione di materia.

L’idealista, più in generale il mentalista, penserà che il vero reale sia proprio l’idea di ‘materia’, sostanzialmente creatrice della ‘materia esterna’, intesa come parto del pensiero razionale. Il materialista penserà invece che quell’idea di ‘materia’ è sbocciata nella mente umana perché indotta in lei dal mondo esterno, dalla ‘materia reale’, nella quale l’uomo e l’animale sono immersi, avendone percezione motivata e veritiera; e che anche le menti degli uomini e degli animali sono in ultima istanza ‘materia’.

Ma ancor oggi (Anno di Grazia 2017) alla mente di ognuno di noi, manovale o impiegato, intellettualino umanistico o fisico laureato, idealista o materialista, la parola ‘materia’ suona oscura, l’immagine relativa si profila enigmatica. Non meno che alla mente di quei primi pensatori presocratici che aprirono la via della ricerca.

English abstract

Why did Ionian Pre-Socratic thinkers strangely persist on searching for just one primeval element from all the substances which form our world, e.g. water or infinity or air or being or fire, and so on? Was it an irrational tic of the archaic mind? Historical and anthropological reconsideration demonstrate that it was an early attempt to single out what is common to all real things, as opposed to their immaterial reflections in the human mind – a prenotion of 'matter'. This cognitive progression had already been accurately described by Aristotle, who saw in those στοιχεα the most ancient prefigurations of the modern concept of λη.

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