"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

150 | ottobre 2017

9788894840261

titolo

Dal Grigio di Blu a un blu molto grigio

Luca Ciancabilla

English abstract

11 marzo 2016, tarda sera: tutti pronti per la mattanza. Si sa perfettamente dove si trovano i pezzi, quali sono i muri che li ospitano, come raggiungerli senza troppi rischi. Il buio è un amico. Muoversi nell’oscurità facilita il fattore sorpresa, perché è meglio agire senza troppo clamore, almeno in questa fase iniziale. 12 marzo, notte: gruppi di ragazzi si muovono come fantasmi per le vie di Bologna, decisi a non fare prigionieri. Costi quel che costi. Le direttive sono chiare, le aspettative alte. Mattina: l’adrenalina scorre a fiumi. La fatica è stata tanta, ma la gioia per l’impresa compensa lo sforzo, anzi. Tutto si chiuderà a breve, poi comincerà un’altra storia, o meglio, si potrà dire che si è fatta la storia. Bisogna stare calmi, agire con metodo e non lasciare spazio all’improvvisazione. Ora, come prevede il copione, manca solo il gran finale, la preda più pregiata. Lo si è stabilito da tempo: non deve essere trattata come le altre, questo è chiaro. Si deve agire lentamente, senza più alcuna premura di nascondersi, tutt’altro. Al suo cospetto farà addirittura capolino una banda musicale, sarà una grande festa, aperta a chiunque vorrà partecipare. Tutto dovrà andare al rallentatore, e affogare nel grigio non sarà sufficiente, bisognerà andare oltre. Si dovrà anche scorticare, lentamente, senza alcuna pietà, senza alcuna esitazione. Nemmeno un brandello di pelle del corpo della vittima dovrà correre il rischio di cadere in mano al nemico. Nulla dovrà rimanere a disposizione di quegli avvoltoi, nemmeno ciò che resterà della carcassa.

Tarda mattina. Davanti alla facciata dell’XM 24 si è appena arrivati all’apice di un terribile, per taluni, scempio, per altri di un glorioso ultimo atto di resistenza [Fig. 1]. L’inaspettata eutanasia avviata da Blu su tutte le sue pitture bolognesi, quelle non ancora distrutte dal tempo e dagli uomini, quelle scampate alle politiche urbanistiche, si sta per completare, trionfalmente, senza intoppi. Il grande murale che qualche tempo prima aveva permesso la salvezza del centro sociale, che aveva difeso quegli spazi dalla oliatissima macchina della gentrification, è stato sacrificato al bene più importante: la libertà. È stata dura, ma tutto è andato per il verso giusto. Nessuno ha deluso le attese, nessuno ha indietreggiato, anche coloro che si stavano facendo corrompere dalla bellezza dell’arte, o cadendo in facili sentimentalismi, non hanno indugiato un istante: “rimpianti sì, ma nessun rimorso” (Cacucci 1994) le uniche parole che echeggiano quel giorno nell’aria, rimbalzando fra un palazzo e l’altro.

Poco importa che i disegni di Blu non ci siano più. Che quella traccia della storia della pittura bolognese del XXI secolo sia stata cancellata. Distrutta per sempre. Non è questa la questione. Nella Street Art vige la legge che tutto si consuma e tutto si evolve verso nuove forme di vita, in una rigenerazione continua e infinita:

Nel passaggio del tempo e nella inesorabile degradazione delle opere sui muri e sugli intonaci cittadini sta il seme stesso della loro rigenerazione, di una vita in continua espansione, di una rinascita senza fine e senza limiti di spazio e di tempo perché alla naturale morte di una pittura su un muro all’aperto seguirà l’esecuzione di un’altra, se non su quello stesso supporto, perché perito insieme alla pittura medesima, su quello a fianco, se non per mano del primo autore, di un altro, indistintamente, senza alcuna regola o premeditazione, in un moto continuo che è l’emblema stesso della vita e del suo progresso naturale (Ciancabilla 2015, p. 53).

Semmai conta che non sia stato il naturale corso delle stagioni, il consueto mutare del derma del tessuto urbano, a decretarne la fine, bensì le mani del suo artefice. Conta che Blu non abbia rinnegato la sua Bologna, ma dimostrato a tutta la città, anche a quella risicata porzione che non lo conosce affatto, o che gli è indifferente, di che tempra è fatto. Che abbia, ancora una volta - l’ennesima - combattuto per gli ideali che lo hanno reso un artista di grido. Per quegli stessi valori di cui trasudano i suoi muri dipinti. Che chi non lo ha rispettato, si è meritato la giusta lezione. Davanti al mondo. Perché se Blu non c’è più, se tutta la sua produzione felsinea è stata cancellata, sepolta da una valanga di grigio, la colpa è solo ed esclusivamente di una maledetta mostra. Di quelli che l’hanno promossa, ideata e resa possibile. Il landlord di Bologna e provincia, qualche curatore egocentrico, alcuni conservatori e restauratori arrivisti, che invece di pensare a Vitale, Amico o Guido, hanno voluto mettere il becco nel campo della Street Art. Anzi, peggio, nel suo capitolo più alto. Non capendoci evidentemente nulla, visto che hanno avuto la bella idea di considerare quegli esempi della prima pittura murale di Blu come delle opere d’arte, e dunque di restaurarle onde aspirare alla loro futura conservazione; dato che, cosa ancora più orribile e meschina, ne hanno favorito la musealizzazione a spregio della volontà del loro creatore, del loro contesto originario, della stessa natura effimera di quella pratica artistica, della sua indipendenza dai vincoli dal mondo dell’arte e delle istituzioni.

Che ci si rivolgesse a quei loschi figuri per qualsiasi lamentela o rimostranza. Gli amanti dell’arte di Blu, i suoi ammiratori, o semplicemente i cittadini che ogni mattina posavano gli occhi su quei monumenti dell’Arte Urbana, dovevano sapere a chi indirizzare ogni richiesta di risarcimento. Tutti coloro che reclamavano il diritto a poter godere di siffatte bellezze (almeno fino alla loro naturale e inevitabile dipartita dal mondo) dovevano aver ben chiaro di chi fosse la colpa. Inutile protestare per quel gesto estremo. Chiedersi se, nella peggiore delle ipotesi, fosse il frutto di una macchinazione ben orchestrata da un gruppetto di tediosi scrittori megalomani affetti da turbe manicheiste condite in una ricca salsa ‘Gauche caviar’, decisi a sfruttare l’occasione per ingrassare il loro curriculum di sedicenti giustizieri senza macchia, o, nella migliore, il risultato di un estremo, sincero slancio di orgoglio, dettato dall’amor proprio, dall’egoismo, o, come proposto da una certa vulgata dissidente, semplicemente dal proprio smisurato ego. Porsi quel genere di domande voleva significare non aver capito proprio nulla di Blu. Non aver compreso che quel ‘sacrificio’ era stato necessario per dare forma e sostanza a qualcosa di ancora più straordinario, non aver intuito che ciò che realmente contava non era quello che c’era sui muri prima dell’11 marzo, ma quello che ne aveva preso il posto.

Si trattava solo di immergersi nel grigio, guardarvi dentro, senza troppi pregiudizi, senza alcuna indulgenza per il passato, e trarne le dovute considerazioni. Perché i muri, comunque sia, sanno ascoltare, ma soprattutto parlare, anche se non mostrano disegni colorati. Perché certe battaglie si possono condurre anche senza ricorrere ai consueti “schizzi ironici e bizzarri sulla vita moderna” (Blu per Wooster Collective, 18 novembre 2004). Senza affidarsi ai soliti omini, ometti, omacci, omoni, omiccioli, omiciattoli, ominoni, omuncoli, umanoidi.  Senza scendere a compromessi con l’ordinaria rappresentazione di un’umanità misera e meschina. Senza più nero, bianco, rosso, giallo, verde, arancio, ma solo col grigio, il colore dell’oblio, dell’indifferenza, del torpore in cui tutti noi altri viviamo. Il colore dell’aria tossica che respiriamo.

Niente più Blu, ma solo Grigio di Blu [Fig. 2], in quanto tono che diviene all’unisono sia forma che contenuto. Alla faccia di chi credeva che in nessun’altra disciplina artistica come la Street art l’immagine e i significati di cui essa viene caricata fossero praticamente tutto. A dispregio di coloro che pensavano che qualsiasi riflessione sull’opera pittorica di Blu non potesse non prescindere da quella per la visualità delle immagini da lui rappresentate, dal valore simbolico che portano con loro stesse e che vogliono trasmettere, né, inevitabilmente, dalla tradizione iconografica a cui fanno riferimento. Alla faccia di quegli storici dell’arte che avevano tentato di sistematizzare le sue immagini, di categorizzare la sua attività artistica fra le tradizionali discipline del disegno. Che lo avevano bollato come uno fra i migliori interpreti della rinascita della pittura murale italiana.

Immagine tratta da Artribune

Ora bisognava fare i conti con questa trionfale e breve parentesi iconoclasta, con questa virata verso il concettuale più estremo attraverso una kermesse ad alto tasso mediatico. Con il passaggio delle immagini alla non immagine. Dai disegni, al colore puro (o meglio neutro). Non un happening, ma una performance che portava in dote l’ennesima radicalizzazione verso l’effimero di un artista che, negli ultimi tempi, aveva fatto della fragilità della materia uno dei punti chiave della propria ricerca artistica urbana. Un gesto radicale incarnante una decisa volontà di rottura. Non con il disegno, con la pittura figurativa, ma con il passato. Come non percepire la novità di tutto questo, il suo significato profondo e drammatico. La portata rivoluzionaria di un ritorno alle origini, alla purezza della Street Art della prima ora, intesa come guerrilla art, come momento di condivisione e partecipazione, attraverso la negazione e l’azzeramento di tutto quello che, entrato nelle mire museografiche dei benpensanti, nei desiderata degli amanti del profitto, non poteva più rispondere alle aspettative sociali, culturali e politiche che ne avevano fondato l’esistenza.

Dopo tutto ciò, dopo il Grigio di Blu, Bologna era molto più ricca di prima: altro che accusare Blu di aver privato la città di alcuni fra i suoi maggiori tesori pittorici contemporanei. Per i poveri di spirito che non lo riconoscevano, che nonostante tutto non avevano ancora capito che la Street Art poco o nulla ha a che fare con la pittura tradizionale, e che tecnicamente non è destinata a durare, rimanevano sempre le opere staccate e poi mummificate nel Museo della Città di Bologna o, in alternativa, quel poco di Blu prima del Grigio di Blu sfuggito alla nottata dell’11 marzo.

Come l’enorme pezzo sopravvissuto in zona Roveri, firmato da Blu ed Ericaeilcane, e intitolato convenzionalmente The golden cage [Fig. 3], all’evidenza una straordinaria rilettura, impregnata del consueto nichilismo, dell’antico tema del Memento mori. Che importanza può aver oramai dare la parola alle immagini. Che inutile perdita di tempo. Per Bologna non è più tempo di immagini, e così sarà almeno fino a quando esisterà il Grigio di Blu. E che nessuno osi toccarlo, ardisca strapparne anche una piccola porzione, metterla su tela e dotarla di una bella cornice nera, o blu. Che nessuno osi tramutare quel capolavoro effimero, ma eterno per la memoria collettiva e la storia dell’arte, in un misero reperto archeologico, in un frammento di un cadavere imbalsamato maleodorante di muffa, buono solo per arredare le stanche stanze di un museo. Che nessun storico dell’arte o restauratore si azzardi a rovinare il Grigio di Blu pensando di avere a che fare con un Blu molto grigio e non con il suo maggiore capolavoro, perché non potremmo sopportarlo.

Immagine tratta da Artribune

Bibliografia
Abstract

Bologna: between late evening on the 11th March 2016 and the morning of the day after, the famous street artist Blu erased all the works he had painted in the city in the previous 15 years. The murales were covered in grey in protest against an exhibition where some of his paintings previously removed from two abandoned buildings were to be exhibited. Blu, with this performance, would write a new chapter in his career, thanks to conceptual art and to Blu's gray, his masterpiece.

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