"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

150 | ottobre 2017

9788894840261

titolo

Γράφω

Sergio Polano

English abstract

Immagine di megaloceros (cervo gigante), epoca paleolitica, grotte di Lascaux, Francia.

“È stato detto e ripetuto che siamo entrati in una civiltà dell’immagine.
Ma si dimentica che praticamente non c’è mai immagine senza parole” 
Roland Barthes

Nella storia dell’ominazione ossia nel lunghissimo periodo del farsi uomo – sapiens quanto faber – di una individua specie di primati, a cui apparteniamo, il tracciamento di grafismi (prima astratti, ritmico-geometrici, poi raffigurativi) parietali in grotte/caverne, nonché mobiliari in molti artefatti arcaici, è attitudine altamente specifica, per taluni studiosi precedente la verbalizzazione stessa, e databile ad alcune decine di migliaia di anni ante Cristo, al paleolitico almeno. In altri termini, la grafia ossia il tracciamento di segni visibili ha contraddistinto il diffondersi e marca la presenza dell’uomo sulla terra, dai documenti preistorici (ove una malpresunta anteriorità rispetto alla storia sta tutta e soltanto nell’assenza di grafie testuali), di cui non sappiamo discriminare le funzioni se non per – spesso contrastanti e irrisolte – ragioni ipotetiche, alle più composite e complesse declinazioni della contemporaneità.

È indubbio, d’altra parte, che all’antropizzazione del pianeta corrisponda una sempre più ampia e pervasiva artificializzazione, tramite la (rara, intermittente) invenzione di individui tecnici, la costruzione e specializzazione progressiva di famiglie di artefatti, di fabbricazioni in variabili gradi tanto protetico-utilitarie quanto comunicativo-simboliche. Sarebbe forse opportuno rinunciare al termine immagine (tutt’altro che inappropriato per i grafismi ma sin troppo facilmente estendibile a ogni superficie/solido/materia visibile) nel trattare la questione, onde schivare confusioni terminologiche e interpretative, già in ragione dell’etimo stesso di imago, che rimanda direttamente a imitare, la cui radice è [yem], col significato di doppio prodotto, frutto doppio, doppio – implicante, peraltro, una teoria della mimesi e dei rispecchiamento di una supposta realtà obiettiva, percettivamente almeno sospetta, che andrebbe analizzata, storicizzata e discussa, anche per la contemporaneità, al fine di evitare ingenuità.

In ogni caso, una prospettiva di indagine sul rapporto tra parola e immagine che non voglia esser miope nei rispetti dei propri fondamenti è esposta al confronto con un parco di artefatti grafici estremamente variegato e variabile, per intenzioni autoriali e morfologie espressive, significati sociali e forme tecniche, modi di produzione e caratteri di ricezione. In quest’alveo amplissimo si può riconoscere un progressivo distanziarsi nei grafismi – senza mai completamente distaccarsi – delle complementari polarità di scrittura e pittura, attività che invece il γράφω greco racchiude ancora in uno. Γράφω – da cui deriva il nostro grafica – significa infatti (tra varie complementari accezioni) tanto scrivere che dipingere. In rapporto al configurarsi della parola in un alcunché di visibile, a proposito del farsi traccia del suono, con il catastrofico passaggio alla storia, tramite le scritture, del mondo dell’oralità primaria, c’è chi ha scritto del dividersi il mondo tra i popoli pittori delle ideografie e i popoli cantori degli alfabeti, in primis i greci, inventori delle vocali e perciò del nostro sistema di rappresentazione dei suoni della lingua: le lettere alfabetiche.

“La scrittura è fatta di lettere, e sia. Ma di che cosa sono fatte le lettere? – si interrogava problematicamente Roland Barthes, nel Commentaire alla riedizione de La Lettre et L’Image di Robert Massin, Paris 1993 – [...] Si può cercare una risposta storica – sconosciuta per quanto concerne il nostro alfabeto –; ma ci si può anche servire di questa domanda per spostare il problema dell’origine, per portare una concettualizzazione progressiva dell’entre-deux, del rapporto fluttuante, di cui noi stabiliamo l’ancoraggio sempre in maniera abusiva. In Oriente, civiltà ideografica, è ciò che sta fra la pittura e la scrittura che è tracciato, senza che si possa trasferire l’uno all’altro; ciò permette di eludere questa nostra legge scellerata di filiazione, legge paterna, civile, mentale, scientifica: legge discriminante in virtù della quale collochiamo da una parte i grafici, dall’altra i pittori; da una parte i romanzieri e dall’altra i poeti. Ma la scrittura è una e il ‘discontinuo’, che la instaura dovunque, fa di tutto ciò che scriviamo, dipingiamo, tracciamo, un unico testo”.

English abstract

In the history of hominization, the tracing of graphisms (first abstract, rhythmic-geometric, then depictive) is a highly specific aptitude, and can be dated to some tens of thousands of years before Christ. In other words, the marking of graphic, visible signs characterized the diffusion of man on earth and still marks human presence. Indeed, the anthropization of the planet corresponds to an ever wider and more pervasive artificialization through the invention, both rare and intermittent, of technical individuals, and the progressive construction and specialization of artifacts families, both prosthetically-utilitarian and communicative-symbolic. It would be advisable to give up the term image (far from being inappropriate for graphisms but too easily applicable to any visible matter), in order to avoid terminological and interpretative confusion Image – because of its relationship to the etymon of imago, which directly refers to imitation, and whose root is [yem], with the meaning of double product, double fruit – implies a theory of mimesis and the reflection of a supposed objective reality, at least perceptually suspect, that would be analyzed, historicized and discussed, even for contemporaneity, to avoid ingenuousness. An investigative perspective on the relationship between word and image that aims not to be short-sighted with regard to its own fundamentals, must be exposed to comparison with highly varied and variable graphical artifacts. In this very broad field, one can recognize a progressive distancing (not even separating) of the complementary polarities of writing and painting, which, instead, the Greek γράφω still encompasses in one. Γράφω - from which we derive our graphic - in fact means (between various complementary meanings) to write and to paint.

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