"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

150 | ottobre 2017

9788894840261

titolo

L'aria della città rende liberi

Marco Romano

English abstract

Il giorno dopo, mentre quelli erano in cammino e si avvicinavano alla città, Pietro, verso mezzogiorno, salì sulla terrazza a pregare. Gli venne fame e voleva prendere cibo. Mentre glielo preparavano, fu rapito in estasi: vide il cielo aperto e un oggetto che scendeva, simile a una grande tovaglia, calata a terra per i quattro capi. In essa c'era ogni sorta di quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo. Allora risuonò una voce che gli diceva: “Coraggio, Pietro, uccidi e mangia!”. Ma Pietro rispose: “Non sia mai, Signore, perché io non ho mai mangiato nulla di profano o di impuro”. E la voce di nuovo a lui: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano”. Questo accadde per tre volte; poi d'un tratto quell'oggetto fu risollevato nel cielo.

Questo quasi rimosso paragrafo degli Atti degli Apostoli sarà il fondamento sotteso della nostra civiltà europea, quando intorno all’anno Mille il declino del mondo carolingio incoraggerà gli abitanti dei villaggi e delle modeste città a diventare persone appartenenti a una civitas immaginata come un soggetto olistico retto dai due principi di unitas et aequalitas. Ma se la consapevole appartenenza alla civitas assicura tuttora la radice della nostra identità individuale, consentendoci di rispondere all’essenziale domanda “chi sono io?” mettendo la testa fuori di casa e constatando ogni giorno d’essere cittadino di Venezia piuttosto che di Edimburgo non per la nascita ma per nostra libera scelta – che potremmo mutare ogni giorno trasferendoci in un’altra città e diventandone cittadini – resta poi che il sentimento della nostra identità prende corpo nel confronto con gli altri cittadini di quella medesima città. 

E qui ricorre in Europa il principio esaltato dalla visione di Pietro, il principio della legittimità di ogni nostro desiderio in quanto fondato su una natura creata tutta intera dal Signore perché noi ne facessimo uso per la nostra felicità mondana senza per questo mettere in forse quella eterna, non soltanto nel campo alimentare ma implicitamente in tutto quanto la terra ci offre, compresi gli altri uomini e le altre donne. Nel Nuovo Testamento non troviamo menzione dei dieci comandamenti ma soltanto di amare il Signore e il tuo prossimo come te stesso: e Gesù legittimerà persino l’adultera e il ladrone pentito.

Guardiamo in filigrana l’Ebraismo e l’Islam, dove l’appartenenza è quella della fede, dell’ethnos o della umma, non esito di una scelta quotidiana ma acquisita dalla nascita, dove le norme dietetiche o la lapidazione di un’adultera sono lì a dirci che la sfera dei nostri comportamenti è per principio un dominio di Dio – che come ha proibito il maiale potrebbe ridurre l’uomo a un regime dietetico vegano – e il confine del libero arbitrio è Dio stesso a stabilirlo, assegnando a ogni fedele un ruolo e un comportamento. La sconfinata sfera aperta dalla visione di Pietro comporterà una vera rivoluzione psicologica, perché ora per tutti i cittadini sarà aperta la strada di un illimitato desiderio delle medesime cose, e se non tutti potranno averle davvero nessuno sarà nella condizione sociale di non poterle per principio desiderarle, e la condivisione del medesimo desiderio creerà quei gruppi la cui appartenenza articola la nostra identità nella pluralità della cittadinanza.

Questa rivoluzione psicologica avrà una conseguenza clamorosa perché il medesimo legittimo oggetto del desiderio assumerà in ogni gruppo forme accessibili alle diverse disponibilità economiche di una popolazione per principio egualitaria, tutta insieme chiamata a difendere con le armi la propria città ma anche suggerendo ai mercanti e agli artigiani di offrire una vasta gamma di varianti del medesimo prodotto, in linea di principio accessibile ad ogni ceto sociale. Così sul mercato alimentare compariranno tutti i prodotti disponibili e tutte le donne potranno scegliere quanto più consono ai loro desideri e alle loro risorse, mentre a loro volta i contadini – che nei loro villaggi appartengono alla medesima sfera dei desideri – faranno di tutto per migliorare le tradizionali modalità della produzione agricola. La libertà del desiderio suggerirà poi a tutte le donne un vestito alla moda corredato da qualche ornamento, e se quelle più doviziose avranno panni molto lavorati e gioielli costosi anche le popolane potranno avere un abito colorato e una collana di qualche lieve pregio, e prospereranno mercanti e artigiani corrispondenti a ogni ceto sociale.

Su una domanda così vasta e articolata artigiani e mercanti faranno quanto più possibile per ampliare le loro offerte, i mercanti aggirandosi in tutta Europa per fare incetta di nuovi prodotti ricorrendo alla partita doppia e alle lettere di credito, gli artigiani pretendendo la diffusione capillare dei mulini e migliorando i telai tessili, i contadini adottando l’aratura profonda e il giogo dei bovini. La libertà e la legittimità del desiderio di tutti i cittadini sarà alla radice dello spettacoloso progresso tecnico europeo, una forma di preghiera e di ringraziamento alla disposizione del Signore di ricorrere alla natura intera con ogni artificio per rendere più felice la nostra transitoria vita mondana.

Ma se ora ciascuno di noi può rispondere alla domanda “chi sono io?” nella consapevolezza di essere cittadino di una civitas, come riconosciamo che quella stessa civitas sia un soggetto olistico con una propria volontà di ordine superiore aquella dei singoli cittadini che la costituiscono? Come possiamo immaginare di essere tale nel momento della guerra con un altro comune o con un signore residuo del dominio feudale se non lo siamo prima di tutto nel momento della pace?

All’avvicinarsi del terzo anno che seguì l’anno Mille, si vedono ricostruire su quasi tutta la terra, ma sopratutto in Italia e in Gallia, gli edifici delle chiese. Sebbene la maggior parte, molto ben costruite, non ne avessero alcun bisogno, un vero spirito di emulazione spingeva ogni comunità cristiana ad averne una più sontuosa di quella dei vicini. Sembrava che il mondo stesso si scuotesse per spogliarsi delle sue vetustà e per rivestirsi da ogni parte di un bianco mantello di chiese. Allora, quasi tutte le chiese delle sedi episcopali, quelle dei monasteri consacrati ad ogni genere di santi, e anche le piccole cappelle dei villaggi, furono ricostruite più belle dai fedeli.

Doveva essere il 1030 quando Raul Glaber, uno stimato monaco borgognone cui il duca aveva affidato il compito di raccontare le vicende della propria dinastia, riconosce nello spazio di questo solo paragrafo il sorgere e l’affermarsi delle nuove civitates nella costruzione e nella ricostruzione delle loro chiese, con l’intenzione – come sottolinea il cronista – di renderle più belle: perché, se la loro dimensione corrisponde all’immagine che ciascuna ha del proprio rilievo nel paesaggio europeo, la loro bellezza rispecchia, in una società fondata sul desiderio, il desiderio nel quale la civitas intera riconosce se stessa.

Del tempio di Salomone sappiamo poco, ma le moschee e le mederse sappiamo essere l’esito della generosità di un califfo o di un emiro o di un vizir prudente per riconoscere i meriti di una qualche città, i cui abitanti peraltro non ritenevano di costituire tutti insieme una civitas, il sentimento di appartenenza limitato al quartiere, spesso circondato da un muro le cui porte chiudevano al sera, e magari a una strada, soddisfatti della nuova moschea o di un mirabile minareto ma senza riconoscervi la manifestazione del proprio desiderio di bellezza. Di fatto a sottolineare la quibla, le direzione della Mecca cui orientare la preghiera, era nei villaggi sufficiente una nicchia, il mihrab, sullo sfondo di un piazzale, affiancata talvolta da un nudo muro per assicurarla a tutti gli abitanti, e soltanto nelle grandi città – a Dyarbakir, a Damasco, al Cairo, a Kairouan, a Cordoba – verranno costruite grandi sale ipostile circondate da un semplice muro, decorata con qualche versetto coranico in rilievo solo la porta maggiore.

Che città e villaggi fossero comunità di cittadini riconoscibili come civitas per aver voluto la protezione simbolica della Chiesa contrapposta a quella declinante dell’Impero, e per averla consapevolmente esaltata con la loro chiesa, ci consente oggi di parlare consapevolmente di un’Europa fatta di città, ma anche poi che tutte queste centomila città, dalle capitali ai villaggi, siano dominate dalla consapevole idea della bellezza, siano opere d’arte. La condizione essenziale per essere cittadino di una città era poi quella di avere il possesso di una casa, quella medesima giurisdizione territoriale che costituiva il dominio di Carlomagno, e se la civitas riconosceva il proprio carattere dominante nell’intenzione estetica impressa nella chiesa, allora tutte quelle case che costituivano la manifestazione materiale della cittadinanza dovranno manifestare quel medesimo desiderio del decoro e della bellezza nel loro aspetto esteriore.

Ora siamo in grado di leggere quel celebre affresco del Buongoverno nel Palazzo dei Priori di Siena, dove il desiderio della bellezza è riconoscibile in tutte le case e in tutti i palazzi, dove è anche rispecchiato come contribuiscano alla bellezza della città non soltanto i palazzi dei maggiorenti con le loro ricche bifore ma anche le case dei meno abbienti che contribuiscono alla bellezza della città con una medesima intenzione estetica: tanto che proprio al centro dell’affresco Ambrogio Lorenzetti non ha raffigurato il palazzo più ricco con le sue costose bifore ma la casa più umile dove la sola decorazione delle finestre è di averle riquadrate con un archetto del muro.

Ma l’intero affresco celebra il trionfo del desiderio: all’interno delle mura il trionfo del libero mercato alimentare è vivacemente rappresentato, sul lato destro, da tuttiquei prosperi contadini che vi affluiscono con i loro prodotti, mentre sul lato sinistro il corteo nuziale di una giovane donna mostra il trionfo del desiderio femminile degli abiti più raffinati. Questo idilliaco quadro non rappresenta tuttavia la città vera, perché la libertà del desiderio che ne costituisce l’anima verrà nei secoli contestata proprio fino ai nostri giorni. La libertà di costruire liberamente quella casa il cui possesso ci rende cittadini verrà per secoli limitata con il semplice espediente di far mancare i terreni edificabili dentro le mura, costringendo i nuovi venuti a costruirsela nei sobborghi, e oggi adottando la prescrizione di impedire agli immigrati – come otto secoli fa – di costruirsi una casa alla loro portata.

La libertà sessuale – a credere alle testimonianze – era meno conclamata di oggi, ma quando Bernardino predicava in quella stessa piazza di Siena davanti al Palazzo dei Signori, una rete divideva gli uomini dalle donne, accusate di venire alla predica per mostrare i loro abiti e tentare il vicino: d’altra parte la perdurante e serpeggiante avversione per gli anticoncezionali e per gli aborti dura anche oggi da allora. La libertà alimentare era rigidamente marcata dalle prescrizioni della Chiesa, del magro il venerdì e dal digiuno quaresimale, finché Martin Bucer trascinerà Strasburgo nella Riforma imbandendo una pubblica tavolata di salsicce un Venerdì Santo: e se con Calvino le norme saranno meno puntuali, tutti verranno costretti a una parca morigeratezza: proprio come del resto oggi i critici del consumismo vorrebbero interdire la libertà delle scelte alimentari.

Alle soglie di ciò che chiamiamo globalizzazione e forse non sappiamo bene in che cosa consista, se ci domandiamo quali siano i caratteri specifici dell’Europa in questa prospettiva, diremo che l’Europa delle città è soprattutto la terra della libertà del desiderio, ma anche la terra dove questa libertà è perennemente messa in forse: forse i caratteri di una cultura non sono tanto quelli riassumibili in un fatto positivo come quelli di un insetto ma soprattutto nelle sue endemiche e specifiche contraddizioni.

English abstract

Our Europe is the Europe of cities Cities have taken the liberty of every desire in the food sphere and in the clothing industry, giving shape to that vigorous technical progress at the root of their rule over the world. The citizens of cities share the conviction that their bond is made of beauty, the beauty of their city’s monumental buildings, but also of their homes, thus making the whole city a work of art.

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