"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

150 | ottobre 2017

9788894840261

titolo

La figura della città nuova. Il Piano per Tokyo 1960 Tange Lab

(Kenzo Tange con Koji Kamiya, Arata Isozaki, Sadao Watanabe, Kisho Kurokawa, Heiki Koh)

Aldo Aymonino

English abstract

Nel 1957 viene presentato il Tokyo Regional Plan che proponeva, per decomprimere la pressione sul centro della capitale, cresciuta dai 3 milioni e mezzo del 1945 ai quasi 10 milioni del 1960 – triplicando il numero degli abitanti in 15 anni – la creazione di una serie di città satelliti a corona dell’agglomerato urbano.

Dieci progetti alternativi vengono proposti nei successivi quattro anni da figure disparate, che vanno da alti burocrati statali e dirigenti d’impresa ad affermati professionisti e giovani promesse dell’architettura giapponese. Tutte queste soluzioni concentrano, al contrario del progetto ufficiale, lo sviluppo futuro della conurbazione verso le acque della baia che fronteggia la città.

Di gran lunga il più noto e il più interessante, per le ricadute che avrà nel dibattito epistemologico e disciplinare degli anni successivi, è la seconda proposta presentata da Kenzo Tange e il suo gruppo di collaboratori, formato da giovanissimi architetti che diventeranno, da lì a breve, alcune delle figure preminenti del movimento metabolista. E lo stesso Kisho Kurokawa, mentre lavora all’interno del gruppo di progettazione, disegna un progetto radicalmente alternativo di espansione urbana nella baia impostato su moduli elicoidali galleggianti, visione atomizzata a sviluppo organico, in forte contrasto col progetto formalmente unitario sviluppato all’interno del Tange Lab.

Tange elabora anche un altro progetto per l'espansione nella baia, di pochi mesi precedente a quello qui esaminato, chiamato New Tokyo Plan, in cui gli elementi principali (asse civico, abitazioni poste ai lati di quest'ultimo, connessione primaria con la città esistente e con Kisarazu) sono già messi a fuoco con sufficiente precisione. Le grandi differenze tra le due soluzioni consistono nella cintura ferroviaria che circonda la baia (non presente nella soluzione successiva), la dislocazione del nuovo aeroporto per i voli nazionali e soprattutto la precisione nell'approfondimento dell'immagine architettonica.

Vero prodotto dello Zeitgeist, il progetto è fatto per confrontarsi con lo scenario dell’epoca, che vedeva per la prima volta nella storia dell’umanità alcune città come Tokyo, New York, Parigi, Londra, Mosca e Shanghai superare i dieci milioni di abitanti.

Per sottolineare la scala ‘geografica’ dell’intervento, la presentazione al pubblico venne fatta su un grande fotopiano territoriale costruito con un collage di centinaia di foto aeree zenitali che mimavano una visione satellitare del progetto dallo spazio. Il progetto ha uno sviluppo lineare (come cinque anni più tardi proporrà il piano per Pampus a Amsterdam) opposto allo sviluppo radiocentrico della città tradizionale.

“Crediamo che l’unica strada per salvare Tokyo sia cambiare la sua struttura di base”, affermava Tange nella presentazione per giustificare la sua scelta di riportare Tokyo verso la baia, aggiungendo che lo sviluppo sull’acqua, a fronte di un ovvio maggior costo di costruzione, avrebbe però molto limitato le spinte speculative sulle aree edificabili, arrivate ormai nella capitale a cifre insostenibili, visto che nel 1960 Tokyo assorbiva il 25°/. degli investimenti edilizi del Giappone.

L’impianto progettuale è quello di una città ponte, che si espande sull’acqua per anelli successivi dal centro della città antica sino a scavalcare tutta la baia, raggiungendo Kisarazu nella prefettura di Chiba, sulla costa prospicente. Tokyo 60 prende il sistema anulare concentrico della città antica e lo trasforma nel modello lineare degli anelli oblunghi che formano la spina dorsale del disegno complessivo: l’Asse Civico.

Tutto l’impianto progettuale si sviluppa infatti da quella sorta di Gorgone senza volto che è la forma dell’area centrale della città, un nodo gordiano di linee di traffico pubblico e privato che circondano il recinto del Palazzo Imperiale, centro immobile del tifone (urbano…), e di cui il disegno del progetto di Tange non è altro che il tentativo di mettere in ordine le radiali infrastrutturali che da lì si innervano nel tessuto metropolitano.

Nella sua configurazione finale il piano Tokyo 60 prevede un’espansione di 5.000.000 di abitanti e l’allocazione di 2.500.000 posti di lavoro in venti anni, da realizzarsi in quattro fasi di cinque anni ognuna.

Tange accompagna i disegni con meticolosi conti economici, una sorta di macro computo estimativo, che configura la sua proposta come “un piano che crei aree di valore”.

La megastruttura lineare sviluppata sull'acqua, viene mitigata dalla disposizione ortogonale, quasi fitoforme (quindi, con una lettura benevola, organica......) del sistema residenziale, mentre la crescita per anelli “conseguenti” – o successivi – dello sviluppo a “vertebre” della spina centrale diventerà una delle icone ispiratrici di tutto il linguaggio metabolista.

La spina centrale contiene l’asse civico, lungo circa 18 km (mentre il sistema completo di 11 anelli, da Ikebykuro a Kisarazu, copre una distanza di quasi 35 km), e tutti gli assi infrastrutturali primari – metropolitane, monorotaia e autostrade a scorrimento veloce (che corrono tutti su una serie di ponti sospesi a 50 metri sul livello dell’acqua, lunghi ognuno un chilometro, come il Washington Bridge sull’Hudson….), mentre le abitazioni si innestano ortogonalmente all’asse principale, con una possibilità di crescita teoricamente infinita.

Gli anelli principali, lunghi 3 km contengono al loro interno tre spazi di 1km quadrato che Tange definisce “l’unità più piccola della scala operativa”, mentre “il sistema di trasporto è la base fisica fondamentale per il funzionale e corretto sviluppo della città”. Decisivo infatti, per la connotazione formale della proposta, è il disegno della circolazione su tre livelli ad anelli “incatenati” e sovrapposti che determinano la geometria principale dell’intervento e la modellazione di una sorta di bassorilievo infrastrutturale con al livello superiore un’autostrada a scorrimento veloce (200.000 veicoli all’ora a 120 km orari) e gli altri due, via via di calibro minore e più vicini all’acqua, con velocità di 90 e 60 km ora e che servono un sistema di parcheggi dimensionato per ospitare 920.000 veicoli.

"Bisogna creare nuovi prototipi", afferma Tange e nel progetto per Tokyo tutte le destinazioni d’uso principali sono perfettamente riconoscibili, grazie a un livello di dettaglio dei disegni e del grande plastico che quasi contraddicono la macro scala territoriale della proposta progettuale. Le tipologie funzionali infatti hanno tutte una loro peculiarità volumetrica molto precisata che le fa agire spesso a contrasto nella composizione, e che le fanno diventare un vero e proprio laboratorio sperimentale e fonte d’ispirazione linguistica dei progetti successivi dell’architetto giapponese – di cui diventeranno gli unici frammenti costruiti – come ad esempio il piano di Tsukiji, il centro delle comunicazioni di Kofu o l’ambasciata del Kuwait.

Il dettaglio architettonico è impressionante per un progetto di queste dimensioni – “la nuova dimensione operativa”, come la descrive Giorgio Grassi nel suo saggio di presentazione del progetto su Casabella nel 1961: il prospetto degli edifici direzionali è formato da una trave parete strutturale, molto rifinita formalmente, gettata tra i piloni di appoggio che contengono le risalite verticali e i servizi con passo strutturale di 200 metri e un’altezza di 250 metri circa, mentre l’altezza delle abitazioni “a pagoda” è tra gli 80 e i 140 metri: esse sono servite da strade interne che conducono a garage pertinenziali che distribuiscono a nuclei verticali di risalita, chiamati “midolli”, che portano ai piani residenziali.

Prodromo dell’architettura abitativa del piano di Tokyo è stato il progetto di Unità Residenziale per 25.000 persone sviluppato da Tange nel corso del suo anno d’insegnamento all’MIT di Boston nel 1959, a sua volta derivante dal progetto di concorso per la sede dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di Ginevra.

Il progetto di Boston fissa la strategia dell’espansione urbana sull’acqua servita da fasci infrastrutturali anulari, quello di Ginevra mette a punto la forma ‘a tenda’ – o a pagoda – degli edifici residenziali, mentre il sistema a terrazzamenti sorretto da elementi strutturali macroscalari a cavalletto si ritrova in entrambe le proposte.

Il progetto di Tange – visto come una megastruttura per parti formalmente compiute ed epitome totemica della cosiddetta ”Internazionale dell’Utopia” sempre “in un’ansiosa ricerca di nuove scale d'intervento, di nuove organizzazioni territoriali, di nuove dimensioni spaziali" – ha un'accoglienza molto positiva anche da quella parte della critica altamente politicizzata (Tafuri, Grassi etc.) che vi legge, oltre la naivité di un autografico desiderio di ordine e di uno sviluppo capitalistico marcato ma non feroce (governato dalla mano pubblica e non dalla speculazione privata), anche lo strumento scientifico e progettuale per affrontare le nuove dimensioni del problema urbano e l'elegante riaffermazione del ruolo sociale e morale dell'architetto agli albori della società postmoderna.

I progetti del 1960 lasciano l’impronta di immagini eloquenti ma irripetibili. Sia Tange che Kurokawa, nel 1986 e nel 1987, presenteranno un nuovo piano per la Baia di Tokyo ma entrambi i progetti risulteranno fiacchi e contraddittori con le proposte, sia pure diversissime tra loro, elaborate dai due architetti quasi trent’anni prima.

Riferimenti bibliografici
English abstract

In 1957, the Tokyo Regional Plan proposed to decompress the pressure on the centre of the capital, the population of which had risen from 3 million and a half in 1945 to almost 10 million in the 1960s – tripling the number of inhabitants in 15 years – by creating a series of satellite cities around the edge of the urban sprawl. Ten alternative projects were proposed over the next four years by various interested parties ranging from high state bureaucrats and business executives to well-established professionals and young up-and-coming Japanese architects. All these solutions, contrary to the official project, focus future development of the conurbation on the bay facing the city. By far the best-known and the most interesting, for the repercussions it will have on epistemological and disciplinary debate in years to come, is the second proposal presented by Kenzo Tange and his group of collaborators, formed by young architects who will soon become some of the preeminent figures of Metabolism.

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