"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

155 | aprile 2018

9788894840339

titolo

Venezia prima di Venezia

Migranti da Troia: un ‘racconto di nascita’ della città

Monica Centanni

English abstract

Ritorno in Piazza, l’acqua e le pietre, 2016. (fotografia di Anna Zemella, 2016)

Premessa

I Veneziani, che fin da ragazzi frequentano in barca la Laguna, sono assuefatti alla meraviglia, ma sono allenati, soprattutto, a passare attraverso la rarefazione – architettonica e ora anche anagrafica – del paesaggio lagunare, fatto di vuoti, di pieni e di elementi ibridi, costellato qua e là da qualche preziosa emergenza come la Chiesa di San Donato a Murano, Santa Fosca e la Cattedrale di Torcello. I Veneziani sanno che la loro città ha conquistato terreno all'acqua metro per metro, che la sua materia è melma, acqua e terra impastate insieme, che per il sostegno dei suoi edifici ha inventato puntelli lignei di appoggio infilati nel fondale limaccioso, che di quella che sarebbe stata una palude ha fatto una selva di pali – fondamenta.

A Venezia si è indurita così una forma urbis eminentemente artificiale, che ha trovato però una sua area di definizione che pare disegnata ‘per natura’ e invece è fatta a dispetto della meraviglia naturale su cui si impone. Perciò i Veneziani, abituati a questo artificio che pare natura, non capiscono come ogni città non abbia un contorno netto, ma le città si diluiscano a poco a poco in periferia, diradandosi in edifici sempre più sporadici, confondendosi poco a poco nella ‘campagna’; ovvero nella natura. 

La polis, che ha un cuore vuoto, che intorno al vuoto costruisce il suo profilo, coincide però, fin dalle sue origini, con la forma del suo contorno. Nel caso di Venezia, il contorno è il limite artificiale del costruito e, intorno, il paesaggio della laguna – immerso in una dimensione d’acqua e, per lo più di rovine delle isole abbandonate. i Veneziani conoscono istintivamente questo gioco del vuoto e del pieno, perché questo è il loro primo bordo d’orizzonte, il limite su cui imparano, fin da bambini, a misurare le distanze.

Ma la peculiarità di Venezia non è soltanto geo-metrica e geo-grafica; è anche storica o, per meglio dire, storiografica. La città che ha questa singolare geo-metria, è anche la stessa città che si vorrebbe libera dal ricatto del Passato: infatti, diversamente da tutte le Romae alterae, Venezia si vuole ‘nuova’ rispetto a Roma, e nuova anche rispetto alla prima tra le ‘Rome seconde’ – Bisanzio. Di Bisanzio, però, Venezia ricorda continuamente le origini, le fa sue, le rifonda; da Bisanzio ha imparato l'oro e la forma delle cupole, e le riplasma e le fa sue.

E proprio perché Venezia si vuole salva dal Passato, la leggenda maggiore delle sue origini – gli eroici cives Romani che sfuggono all'avanzare dei barbari, ritirandosi a Rivoaltus – non è che uno dei molti ‘racconti di nascita’ della città. Un’altra di queste storie ha a che fare con il viaggio dei migranti che fuggono dalla loro patria dopo la distruzione di Troia. Alle origini di Venezia c’è anche questa storia.

Migranti da Troia

XIII secolo a.C.: Troia è caduta, dopo dieci anni di assedio. Gli Achei incendiano la città, massacrano gli ultimi difensori e i figli di Priamo che erano scampati alla morte in battaglia nei numerosi scontri dell’annosa guerra; e poi fanno schiave Andromaca, Ecuba, Cassandra e tutte le donne e le figlie dei Troiani che erano state risparmiate nell’eccidio. Pochissimi saranno i superstiti. Uno di essi, Enea, si carica sulle spalle il peso del suo passato – i Penati, il vecchio padre Anchise – e fugge da Troia in fiamme perché, secondo la versione di Virgilio, il fato vuole che il figlio di Venere vada in Occidente e fondi un’altra città, e da suo figlio Iulo, discenda la stirpe di coloro che, molti secoli dopo, fonderanno l’impero di Roma.

Ma anche altri Troiani riescono a fuggire e a portare altrove le radici di Troia: a rifondare, in Occidente, altre città. Secondo la leggenda uno di essi Antenore, il saggio consigliere dei Troiani, avendo manifestato amicizia verso Ulisse e Menelao, sarebbe stato graziato dagli Achei. Dopo l’incendio di Troia, Antenore e i suoi sarebbero giunti in Libia, al seguito di Menealeo e di Elena. Colà gli Antenoridi si insediarono su una collina tra Cirene e il mare che ancora in epoca storica portava il nome di λόφος Άντενορίδων “altura degli Antenoridi”. La presenza di una colonia troiana in Libia è confermata ancora nella tradizione letteraria e storica del V secolo: Pindaro, nel celebrare la vittoria con la quadriga di Arcesilao IV re di Cirene ai giochi Pitici del 462 a.C., ricorda come protettori della grande città africana “i Troiani Antenoridi che vennero con Elena, dopo che videro in guerra la loro patria in fumo” (Pitica V, 83-85). Lo stesso Erodoto riporta notizia di una popolazione libica che aveva la strana usanza di radere soltanto metà testa e di tingere il corpo con il minio: questo popolo – i “Massi” – vantano origini troiane (IV, 191, 1).

Ma dalla costa libica (dove recenti studi archeologici hanno confermato l’esistenza di insediamenti di età micenea) l’inquieto Antenore riparte: forse, come suggerisce la leggenda perché non voleva più convivere con i distruttori della sua patria. Alla testa di una flotta e di un esercito di Frigi “Enetici”, il vecchio troiano penetra nel sinus Adriae e risale il mare Adriatico, fino ad approdare, in un punto dove verrà fondato un porto che sarà chiamato “Nuova Troia” (Livio I,1). Dal punto di approdo Antenore risalirà all’interno e, secondo la leggenda, diverrà il fondatore di Padova. Ma ciò che qui a noi interessa è la tradizione della provenienza orientale di quelli che diverrano i “Venetici”, e la notizia della fondazione (o della denominazione) della Nuova Troia, come pure gli elementi per una sua possibile localizzazione. Ancora in età bizantina è attestata traccia del fatto che “c'è anche una Troia presso Adria della Venezia” (ἔστι καὶ Τροία προς τῷ Αδρίᾳ τῆς Βενετίας (Stefano di Bisanzio, Ethn. s.v. Troia).

Circa mille anni dopo, nell’anno 302 a. C., secondo Livio, un esercito di greci e di mercenari, capeggiati dallo spartano Cleonimo, approda su un’isola davanti alle foci del fiume Medoaco, ovvero del Brenta, da cui muoveranno alla volta di Padova (Livio X, 2). Questo, di Cleonimo è, secondo Lorenzo Braccesi, il primo sguardo di cui abbiamo memoria storica su una “Venezia ancora non nata”. E Cleonimo è “il primo condottiero che avvisti le acque di Venezia al di là di un esile cordone sabbioso (l’arenile del Lido?), e che trovi sicuro ormeggio per la flotta nel porto fluviale di Medoakos (l’approdo di Malamocco?)”. Questo sguardo di Cleonimo, registrato nel testo liviano, sarebbe dunque “la prima fotografia della laguna di Venezia” (Braccesi 20172).

Come suggerisce Braccesi, Livio interessato soprattutto ad arrivare al momento della battaglia fluviale tra gli Spartani e i Patavini (e a celebrare il valore dei suoi conterranei) dà una versione frettolosa e non molto credibile dei motivi che avrebbero condotto il principe spartano, alla testa del suo esercito di mercenari, nell’area dell’Adriatico settentrionale: lungo l’Adriatico, Livio ricostruisce l’itinerario di un esercito allo sbando, preoccupato di sfuggire ai pirati dalmati da una parte e agli importuosa Italiae litora dall’altra. La realtà verosimilmente era ben diversa. Cleonimo punta all’alto Adriatico perché in quella zona, e in particolare nella laguna veneta, erano già consolidati da tempo insediamenti prima micenei, poi troiani, e infine greci. Con tutta probabilità, Cleonimo arrivò in Laguna, a nord di Adria, perché già dall’epoca protostorica esisteva, proprio in quella zona un porto sicuro: Medoakos, ovvero, probabilmente quella stessa “Troia Venetica”, fondata da Antenore.

Ma lasciamo per un attimo da parte la leggenda troiana e il testo di Livio, per cercare nel mito e nell’archeologia, altre conferme di presenze nell’area padana e in particolare nella laguna veneta, in età protostorica.

La presenza greca in area padana lascia tracce consistenti nel mito. Un mito famoso è quello di Fetonte, figlio di Febo, il Sole, e della ninfa Climene, che ha attestazioni iconografiche e letterarie molto antiche, e che viene così ripreso e raccontato da Ovidio, (Met. I, 746 ss., II, 1-366).

Il giovinetto Fetonte, provocato dal coetaneo Epafo, vuole dimostrare la verità della sua discendenza divina. Implora quindi Febo di lasciargli guidare per un giorno il carro del sole che quotidianamente il padre conduce nel cielo. Il padre è riluttante poiché si tratta di un privilegio pericoloso: “Neppure il grande Giove potrebbe guidare quel carro”. Anche Febo trema, quando da lassù guarda il mare e la terra; anche Febo ha paura, lui che ogni giorno conduce il cammino del carro in senso contrario alla rotazione del cielo, che lo guida con mano salda, senza lasciarsi vincere dalla forza del cielo che tutto trascina, “opponendosi al moto veloce del mondo”. Come potrà il giovane figlio, un mortale, tenere quella traiettoria? Come potrà evitare il Toro, il Leone, lo Scorpione che come fiere in agguato minacciano l’auriga e il suo carro? Qualsiasi cosa darebbe Febo a suo figlio, piuttosto che questo dono tremendo. Ma Fetonte insiste e Febo gli cede, per un giorno la guida impossibile del carro. Fetonte si rende conto della sua follia, ma è troppo tardi: la corsa del carro è già lanciata nel cielo. Quel carro però non è governabile da nessuno, solo Febo può reggerne le briglie e tenere la rotta: il ragazzo non sa opporre resistenza al moto veloce del cosmo, non sa difendersi dalle terrificanti fiere celesti. Alla fine, la vista dell’immane Scorpione, grande come due intere costellazioni, la vista della bestia “che, madida, trasuda nero veleno”, lo atterrisce. Fetonte in preda al gelo della paura, abbandona le briglie: sulla terra è l’incendio e il disastro. Interviene Giove, allora, e per evitare la distruzione totale del cosmo, colpisce con un fulmine il giovanetto. L’infelice auriga precipita dal cielo e il racconto mitico indica precisamente il luogo della sua caduta: presso il fiume Eridano, sulle rive del Po. Il corpo bruciato di Fetonte viene raccolto dalle Naiadi Esperidi e poi sepolto e compianto dalle sorelle, le Eliadi. Ma il pianto delle sorelle di Fetonte trasforma la loro natura: e Fetusa, Lampezia e le altre si tramutano in alberi di pioppo. E dalla corteccia dei pioppi sulle rive del Po continuano a stillare le loro lacrime che il sole rapprende in gocce d’ambra che cadono nelle acque e vengono accolte e trasportate dal fiume.

La poesia del racconto mitico risente, come spesso accade, di una precisa realtà storica. I reperti archeologici testimoniano che in età protostorica esisteva in area padana un grosso mercato di smistamento delle ambre provenienti dal nord, da lì diffuse in tutta l’area mediterranea. D’altronde un sempre più consistente numero di reperti di età micenea prova che, già prima dell’arrivo dei coloni troiani, i micenei avevano basi sicure nell’Adriatico settentrionale, e in particolare anche nel cuore della laguna veneziana. Con tutta probabiltà proprio il commercio e lo scambio della nordica ambra, da una parte e dei manufatti micenei dall’altra, fu la ragione economica degli insediamenti micenei e “troiani” nell’Adriatico: ragione che rintracciamo, trasfigurata nella traduzione mitica, eziologica o celebrativa, nelle fonti letterarie, storiche e mitografiche antiche. Con tutta probabilità gli “Antenoridi” fondarono un loro porto a nord di Adria e di Spina, per avere un punto di controllo più riparato e al sicuro come sede di smistamento dei preziosi.

I numerosi e disseminati ritrovamenti di reperti micenei in area lagunare veneziana comprovano che non si trattava di insediamenti occasionali e precari, ma di centri commerciali importanti, in cui transitavano, anche in direzione sud-nord, oggetti di notevole valore. In particolare il rinvenimento sulla battigia di Torcello di alcuni cocci micenei, provenienti da vasi pregiati, probabilmente di fabbricazione metropolitana, non sono che l’ennesima riprova che l’alto Adriatico era già molto trafficato in età protostorica e che i dati del mito, della storia e dell'archeologia concorrono sempre più a confortare l’ipotesi che si trattasse di scambi commerciali di oggetti di pregio, condotti sistematicamente e su vasta scala.

Le origini dei “Veneti”, e la prima storia di una “Venezia ancora non nata” e della sua Laguna, risalgono all’età micenea: l’eta leggendaria cantata da Omero. Se in laguna troviamo infatti tracce dei commercianti che lavoravano per Nestore e per Agamennone, nelle fonti storiche e letterarie troviamo notizie concordi sugli esuli che, da Troia in fiamme, salparono verso Occidente. Così il mito ci racconta la vicenda di una traiettoria che va contro la direzione della storia dei vincitori e che riscatta i vinti di Troia: e la vicenda tremenda di una patria distrutta, ma anche degli esuli che portano sulle spalle il peso della loro tradizione e si spostano verso Occidente per rifondarla. Così Enea porta il suo popolo, le sue tradizioni, i suoi Penati sulle coste del Lazio e porta a Lavinio il seme della “nuova Troia”, che sarà Roma. Ma contemporaneamente, anche Antenore – dopo la sosta libica che ricalca la tappa cartaginese di Enea – approda sul versante orientale della Penisola, in una zona che da sempre aveva subito l’influenza commerciale e culturale delle metropoli egee. E qui, il troiano fonda la “nuova Troia presso Adria” – che sarà Venezia. Enea e Antenore, sulla sponda occidentale e su quella orientale della penisola, reinventano Troia nelle città che saranno Roma e Venezia.

I Tetrarchi, una storia troiana

L’onda lunga della tradizione di un tema troiano alle origini di Venezia, arriva fino a un ultimo, intrigante, cortocircuito imaginale e iconografico. Nel 1590 Cesare Vecellio nel suo Degli habiti antichi e moderni di diverse parti del mondo, introduce così, fra le “cose notabili” da vedere in città, la descrizione e la storia del gruppo di Tetrarchi:

Quelli, che sono venuti a Venetia, se pur haveranno havuto qualche diletto di veder cose notabili, non haveranno lasciato à dietro di considerare quelle quattro figure di porfido di rilevo pieno, armate, le quali sono dinanzi alla porta del Palazzo di San Marco; e furono portate insieme con altre statue, sculture e cose preciose di Grecia, e dalle parti più lontane quà à Venetia, quando questa potentissima Republica andava allargando i termini del suo Imperio con lieto grido del nome suo, e con felice corso delle sue imprese.

Com’è noto il gruppo di prezioso porfido, che presenta l’abbraccio tra i due Cesari e i due Augusti, è con tutta probabilità un pezzo di pregio del bottino predato dai Veneziani a Costantinopoli nel 1204, a seguito della IV Crociata, e poi esibito sullo spigolo sinistro accanto alla Porta della Carta, l’accesso principale di Palazzo Ducale, come uno dei segnacoli più eloquenti della translatio imperii (sull’iconografia dei Tetrarchi, sulla loro collocazione originaria, cfr. Concina 2013, Lazzarini 2013; Effenberger 2013; per una ricapitolazione rimando a Centanni 2017). Secondo la versione di Vecellio, invece, il gruppo dei Tetrarchi sarebbe approdato a Venezia in un’epoca in cui la Serenissima “andava allargando i termini del suo Imperio con lieto grido del nome suo, e con felice corso delle sue imprese” e la pregiata scultura raffigurerebbe un gruppo di quattro “figliuoli de’ Re di Grecia”, giovani principi ai quali, in quanto cadetti, non spettava l'eredità dei regni paterni, e che quindi si erano mossi dalle loro terre per cercar fortuna e conquistare per sé un nuovo regno.

Dicesi, e forse favolosamente, che queste quattro figure rappresentassero le persone de’ quattro Prencipi figliuoli de’ Re della Grecia, et altre nationi, i quali non potendo succedere ne’ regni paterni; che per leggi pervenivano alli primogeniti, dopo haver fatto bottino del migliore de gli errarij, e Thesori paterni unitamente si imbarcassero in una nave per procacciarsi un nuovo paese, e regno: e per fortuna dicesi pervenissero nel fine del golfo Adriatico nelle lagune di Venetia, dove volendo pigliar qualche ristoro, e rinfrescamento, è fama, facessero tra loro consulto, con due de’ detti Prencipi venissero à pigliar rinfrescamento qua à Venetia, e due ne restassero in nave; e che per ambitione di goder due di loro soli tutto il Thesoro, che portavano, quelli che vennero per li rinfrescamenti, attossicassero le vivande; e quelli due altri, che restorno in barca, si risolvessero alla venuta, che quelli due facevano in nave, di ucciderli, sì confecero; e poi si messero à mangiar le vivande attossicate di modo, che due dal veleno, e gli altri dal ferro restorno morti.

Dunque, nella strana fiaba riportata da Vecellio, i quattro principi – divisisi in due fazioni, due contro due – avrebbero tramato, una coppia contro l‘altra, reciprocamente di uccidersi e di avvelenarsi, e entrambe le coppie sarebbero riuscite nel loro intento assassino. Morti i quattro “principi greci” i Veneziani avrebbero abbordato e saccheggiato la loro nave, trovando a bordo, tra altri tesori il gruppo di porfido con le quattro figure:

Per il che gli habitatori di Venetia di quei tempi pigliassero detta nave, e vi trovassero un gran thesoro insieme con queste quattro figure di porfido; che dicevano significare il consiglio, che fu fatto da quei Prencipi Greci nella presa di Troia. Questo ho voluto dire, acciò si sappia, che questo Habito è antichissimo, e propriamente usato da’ Troiani, e poi da’ Romani antichi. Si vede poi il sopraposto Habito, che i Troiani; e poi gli antichi Romani andavano armati di corazza, e di cortella, ò storta e sono coperti da un paludamento, il quale fu poi posta uso dalli Consoli Romani: le loro scarpe erano simili a quelle, che si portavano al tempo di Alessandro Magno; si come attestano molte medaglie fatte, e battute in quei tempi: la berretta, che gli copriva la testa è tonda à guisa di quelle, che al presente usano gli Clarissimi Senatori Venetiani (Cesare Vecellio, De gli Habiti Antichi, et Moderni di Diversi Parti del Mondo, Venezia 1590, ff. 15r-15v).

Ricapitolando: Cesare Vecellio data l’arrivo dei Tetrarchi a Venezia in un tempo indistinto del passato medievale di Venezia, ma i Veneziani del tempo, morti i quattro “principi greci” arrivati nel “golfo Adriatico nelle lagune di Venetia”, avrebbero equivocato sull'identificazione della scultura trovata a bordo della loro nave e, anziché vedervi un ‘ritratto di gruppo’ dei quattro cadetti partiti. in cerca di fortuna, avrebbero interpretato l’immagine come il “consiglio, che fu fatto da quei Prencipi Greci nella presa di Troia”.

Da segnalare che nelle maglie della rete di questo complicato e astruso racconto, l’“habito” delle figure ritratte nei porfido è proprio dei “prencipi greci” ma è altresì “antichissimo, e propriamente usato da’ Troiani, e poi da’ Romani antichi”. Ecco che i Veneziani sono giustificati nel loro fraintendimento e nella datazione del reperto, perché l’abito delle figure scolpite corrisponde sia a quello dei “principi greci e romani”, sia a quello degli “antichissimi Troiani”. E così a chiusura del cortocircuito di immagini e di significati, nella sfilata di habiti antichi e moderni che Cesare Vecellio propone, l’habitus – costume e posa – dei Tetrarchi diventa tout court l’abito da “Troiano antichissimo”. 

   

Secondo Vecellio, di quello stesso costume da cui era derivata la veste dei principi ellenistici e degli imperatori romani, rimane memoria anche in alcuni accessori degli habiti dei moderni – ad esempio nel copricapo tipico dei Senatori veneziani.

Conclusioni

Le fonti letterarie e archeologiche testimoniano che la Laguna di Venezia è da sempre seno fertile di incontri tra culture, di scambi e di traffici: in Laguna le tracce degli esuli di Troia si incrociano con quelle, preesistenti, dei micenei vincitori. Ma anche nelle leggende e nei dettagli folklorici, reiterati di fonte in fonte fino alle soglie della modernità, si trovano tracce di un retaggio troiano nel ‘racconto di nascita’ della città. Di fatto, sono i vinti di Troia a vincere la sfida della storia: portando altrove le proprie radici e dando altri nomi ai propri deî, i Troiani esuli dalla loro patria reinventano Troia nelle città che saranno Roma e Venezia.

Riferimenti bibliografici
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