"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

155 | aprile 2018

9788894840339

titolo

Il documento Venezia

L’arcipelago delle chiese chiuse e il pieno/vuoto in architettura

Sara Marini

English abstract

1 | Chiesa di Santi Cosma e Damiano, Venezia, fotografia di Andrea Pertoldeo (©Andrea Pertoldeo 2018)

Venezia, continuamente ridisegnata e ripensata, è un documento utile per sconfessare l’inutilità del progetto. La città lagunare espone l’immutabile e nasconde il cambiamento, questo è il ruolo delle sue architetture, anche di quelle vuote, inutilizzate come alcune sue chiese, la cui porta spesso appare, attraversando una calle, una fondamenta o un campo, semplicemente chiusa.

Venezia per continuare a confermare la sua immagine è continuamente ripensata, aggiornata, curata, e questa permanente necessità di pensieri e azioni rimette continuamente in gioco gli strumenti del progetto a tutte le scale, da quella che investe la sfera urbana a quella che interessa le tecniche costruttive. Nella città lagunare le nozioni di ‘vuoto’ e di ‘pieno’ impongono un ripensamento dei parametri classici del progetto. Saldando senza dubbi l’azione del tempo sullo spazio, Venezia sollecita misurazioni e letture della densità abitativa in diversi archi temporali che presuppongono di ampliare la nozione di cittadinanza anche a chi l’attraversa. La città presenta un’evidente densità variabile a cui corrispondono altri due parametri: la frequenza e l’intensità dei fenomeni. A fronte di un vuoto palese, dettato dall’assenza di cittadini stabili, le frequenze d’uso degli spazi interni e aperti mutano molto velocemente così come le loro intensità: tutto questo incide sull’idea di pieno nelle architetture e sulle possibili proposte di progetto per luoghi oggi in disuso. Venezia quindi propone problemi classici come il recupero, la gestione e il progetto del patrimonio ma al tempo stesso mette in discussione la certezza dell’uso di uno spazio, la capacità che un determinato luogo riesca a costruire assemblee e non solo ad accogliere masse. La città fa ondeggiare valori canonici del progetto, come ad esempio il nesso certo tra forma e funzione, perché in determinati momenti sembra essere uno spazio di passaggio. Di nuovo altri parametri oscillano, come il valore e la necessità degli spazi, e si torna così a dovere riflettere sulle storie dell’heritage, sulla necessità di nuovi archivi e manuali per “progettare” Venezia (Marini, Roselli, Santangelo 2016).

Detto in altri termini, rimandando al pensiero e alle parole di Manfredo Tafuri, Venezia ci propone metafore piene e metafore vuote; la città cambia e chiede di cambiare con lei o almeno di calibrare continuamente gli strumenti con i quali la si interpreta. Tafuri nella sua lezione inaugurale dell’anno accademico 1992-1993 all’Istituto di Architettura di Venezia, intitolata Le forme del tempo: Venezia e la modernità, insiste sull’unicità temporale della città che, come Venere, nasce dall’acqua e, miracolosa e unica, tramuta l’impossibilità in realtà. Tafuri ribadisce anche l’unicità spaziale di Venezia mettendo in luce le piazze qui custodite nelle case. Facendo riferimento ai palazzi che si affacciano sul Canal Grande, ricorda la condizione “pubblica” del salone passante, cuore del sistema tricellulare veneziano, luogo dal quale si accede alle altre stanze che deve essere visibile attraverso le polifore. Si tratta di una metafora architettonica pienissima: la presenza di uno spazio esposto al pubblico in un’architettura privata. Prosegue poi dicendo che Venezia non ha una sua lingua ma parla la lingua di Babele. Facendo riferimento a Simmel e alla sua idea di maschera veneziana, precisa che la città può assumere tutte le lingue perché nasconde quella intima, quella che va preservata, ovvero la sua struttura. Ragionando sull’idea di progetto ai tempi della Serenissima lo storico romano evidenzia che la forza del luogo e del governo era allora incarnata nella plasticità spaziale e temporale atta ad accogliere il caso. La lezione prosegue insistendo sul rifiuto della città lagunare ad accogliere la modernità novecentesca, caratterizzata da paradigmi quali la grandezza e la velocità, anche se in un appunto, accentuato da un dubbio, rimanda a una affermazione di Vittorio Gregotti sulla modernità assoluta di Venezia (Tafuri 1994).

Ragionando su questa città unica, sulle sue architetture e sul ruolo che il progetto assume quando agisce sulle stesse non si può prescindere dal dichiarare in primis una precisa posizione verso la modernità che si vuole perseguire, combattere, mettere in crisi (Marini 2016). In questo ragionamento e negli studi portati avanti in questi anni sulle chiese chiuse di questa realtà particolare, Venezia è assunta come un documento capace di parlare del futuro (Marini, Bertagna 2014 e 2017). Quel che accade qui, in una città eccezionale, si ripete poi altrove, forse dopo molto tempo, con meno intensità e frequenza. Si pensi ad esempio alla ‘venezianizzazione’ che sta prendendo corpo, molto celermente in questi anni, nella città di Matera, che si sta preparando ad assumere il ruolo di capitale della cultura europea nel 2019. Pur trattandosi di un’altra realtà unica, dai caratteri e dalle conformazioni non paragonabili a quelli veneziani, si stanno attivando dinamiche e fenomeni simili a quelli conosciuti da tempo in laguna. La comune vocazione al turismo potrebbe rendere assimilabili i due contesti, ma chiaramente il turismo prende corpo, prima di esternarsi in forme di gestione, in strutture economiche, in condizioni spaziali, da una serie di posizioni culturali. Le stesse posizioni sono la chiave di lettura che si adotta verso il patrimonio per costruire a partire da qui un’idea di città. Per questo è necessario ripartire da Venezia, dal suo destino scritto in posizioni verso la modernità, per leggere le sue chiese allora erette quali elementi di fondazione e, domani, possibili spazi di una rifondazione urbana.

L’arcipelago delle chiese chiuse

L’aggettivo ‘chiuse’ è qui utilizzato per assimilare manufatti dall’impianto, la storia, la proprietà, la condizione difforme, ma non più utilizzati per il culto e la cui porta è prevalentemente chiusa. L’arcipelago, formato da trenta chiese uniformemente distribuite nei sestieri veneziani, è stato letto in un percorso di ricerca incentrato su Venezia, sulle sue forme di trasformazione e di progetto in base a tre parole chiave: ‘eredità’, ‘uso’, ‘racconto’.

La nozione di ‘patrimonio” è oggi in evidente espansione, attestata da norme e regole che riconoscono quest’etichetta a dati immateriali e cose concrete, sistemi ambientali e strutture urbane (Marini, Roversi Monaco 2016). Tutto è patrimonio: con accezioni diverse si considerano eredità da consegnare al futuro manufatti molto differenti l’uno dall’altro, come ad esempio la chiesa di San Lorenzo a Venezia, che fino a pochi mesi fa versava in condizioni di abbandono, e un qualsiasi capannone industriale in disuso nella città diffusa veneta. In base ai valori urbani della città novecentesca la seconda tipologia architettonica sembra più semplice da rimettere in uso, per questioni spaziali, normative, economiche e per la sua più agevole accessibilità; paradossalmente, monitorate per alcuni anni le vicende che hanno interessato alcuni casi appartenenti alle due categorie, appaiono più stagnanti le prospettive di riutilizzo che interessano gli spazi della recente produzione industriale. Le stesse strategie sono spesso limitate dalla necessità di ingenti opere di bonifica dei terreni e dei manufatti, dalla poca qualità degli elementi di costruzione, dalla difficoltà di modificare l’immaginario di architetture etichettate come avamposti dello sfruttamento del territorio. In questi stessi anni di ricerca sul riuso dei capannoni di ultima generazione, la chiesa di San Lorenzo è stata concessa in comodato d’uso oneroso dal Comune di Venezia alla Fondazione Thyssen-Bornemisza che sta affrontando l’onere del restauro dell’immobile in cambio della sua gestione. La chiesa verrà utilizzata per ospitare una collezione d’arte privata. Il tutto può sembrare molto eccezionale ma appunto Venezia è una città dove l’impossibile diventa realtà: le diverse mappature, redatte in merito all’uso di questi manufatti dalla porta prevalentemente chiusa, registrano mutamenti che altri sistemi non restituiscono, a testimonianza della concentrazione di fondi e investimenti in precise realtà e dell’abbandono persistente della cosiddetta “città ordinaria”.

Mentre la nozione di ‘patrimonio’ si espande (culturalmente, normativamente e nei fatti), l’uso dello spazio urbano e territoriale si contrae. Questo movimento di riduzione incide sulla dilatazione dei compiti del progetto, chiamato in primis a ipotizzare una nuova destinazione dei manufatti, scontrandosi con regole che salvaguardano la loro continuità funzionale, e poi a delineare gli spazi in cui prenderà corpo. Spesso poi l’uso diventa flebile, non sparisce, non disegna vuoti ma persiste in latenza, in attesa di cittadini. Va precisato a questo proposito che lo svuotamento delle chiese non è un fenomeno che interessa solo il centro storico di Venezia ma caratterizza tutto il territorio nazionale ed europeo. Il caso lagunare è rilevante per il numero di manufatti in rapporto alla sua estensione, quindi per densità, ma anche per il rilievo della scena in cui si è fatto spazio questo “vuoto”.

Negli ultimi decenni l’architettura ha rinunciato al proprio ruolo ‘narrativo’, come testimoniano i molti capannoni che punteggiano il territorio veneto e altri manufatti semplicemente predisposti per ospitare funzioni che difficilmente conoscono un secondo ciclo di vita. Al contrario le architetture che hanno un messaggio, una storia più o meno secolare scritta sulla loro pelle, sono riconosciute dalle comunità e a volte recuperate e riutilizzate su iniziativa delle popolazioni come raccontato ad esempio nel Padiglione italiano della Biennale di Architettura di Venezia del 2016. La naturale vocazione delle chiese veneziane non più utilizzate per il culto, per questioni anche normative, è quella di accogliere e promuovere cultura, quindi spazi espositivi, luoghi in cui eseguire concerti, come già accade in alcuni casi in città (Marini, Roversi Monaco 2017). Non sempre però questa seconda vita è stata conciliabile con quella precedente, come appunto testimonia il caso del Padiglione Islandese insediato durante la Biennale d’Arte del 2015 nella chiesa, non sconsacrata, di Santa Maria della Misericordia a Cannaregio, allestita a mo’ di moschea e usata come tale.

L’insieme di questi manufatti chiusi al culto è stato denominato ‘arcipelago’ perché, come nel sistema geografico, le singole isole hanno differenti proprietà (alcune chiese sono di proprietà del Comune e di privati, altre della Chiesa veneziana, altre dell’ULSS, altre dell’IRE) e presentano diverse condizioni (sono sconsacrate o ancora consacrate, sono in evidente degrado, abbandonate da anni o recentemente restaurate). Le trenta chiese, pur essendo disomogenee, sono accumunate da un uso difforme da quello per il quale sono state a suo tempo realizzate e da un utilizzo spesso flebile; a volte sono semplicemente chiuse. Con “arcipelago” si vuole però sottolineare anche un’intenzione di progetto, un voler vedere appunto in modo sistemico elementi difformi. Il numero dei manufatti coinvolti in questa indagine sull’uso, la loro collocazione nel tessuto urbano, la loro natura architettonica sono condizioni che permettono di ipotizzare una rifondazione della città a partire di nuovo da questi elementi.

Queste chiese, in base alla loro valorizzazione come beni culturali, nel loro insieme potrebbero rappresentare il terzo o quarto polo espositivo di Venezia dopo il “Sistema Biennale”, il complesso dei Musei Civici Veneziani e l’insieme delle strutture espositive private. Si arriverebbe così alla quasi totale coincidenza di Venezia con una sola funzione, ribadendo in questo caso uno degli assunti della modernità novecentesca che vedeva il sistema urbano suddiviso in aree monofunzionali, con tutte le problematiche che ne conseguono e che sono già in atto in città.

Il rilievo delle chiese chiuse è stato condotto con diversi strumenti. Sono state prodotte una serie di mappe, nel 2015 e nel 2017, che registrano i casi inaccessibili, quelli che versano in condizioni di grave abbandono, quelli su cui c’è un progetto di recupero non ancora iniziato, quelli nei quali si svolgono nuove funzioni saltuarie, quelli nei quali si sono insediate nuove funzioni che non permettono più l’accesso. Sono stati poi fotografati i fronti delle chiese dove è presente l’ingresso principale. Queste fotografie ritraggono il fronte principale delle chiese e raccontano silenziose assenze: gli spazi antistanti non sono frequentati, la condizione dell’interno non è visibile. Le architetture sono state anche ordinate in base alla loro dimensione, dalla maggiore alla minore cubatura, per mettere in evidenza che il fenomeno interessa solo quel che resta di imponenti sistemi conventuali e monastici già recuperati e riutilizzati nel tempo. Per ciascuno di questi manufatti è stata redatta una scheda che ne sintetizza dati, dimensioni, condizioni attuali.

Alcune di queste chiese, prese a campione, permettono di chiarire differenze e potenzialità del singolo manufatto ma anche di tutto l’insieme. La Chiesa di Sant’Anna, nel sestiere di Castello, è di proprietà del Comune, è sconsacrata da così tanto tempo che Don Gianmatteo Caputo non la inserisce nemmeno nel suo libro dedicato appunto a Le chiese di Venezia (Caputo 2002). Segnata da un solaio che divide l’aula in due piani, si trova alla fine di Via Garibaldi in direzione cimitero, quindi tra l’Arsenale e i Giardini della Biennale. Le sue finestre sono rotte da tempo, la condizione dell’immobile è di evidente degrado. La Chiesa di Santa Teresa, nel sestiere di Dorsoduro, è di proprietà del Comune; consacrata, è in gestione alla Diocesi; i suoi elementi decorativi sono stati rimossi e accatastati sul pavimento in occasione di una serie di lavori iniziati ipotizzando il coinvolgimento di questo spazio nella trasformazione di tutto il complesso conventuale a sede universitaria. Gli stessi lavori interrotti e il degrado all’interno dell’immobile non sono denunciati dalla facciata principale, che si presenta in buone condizioni. La Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, in Giudecca, è di proprietà del Comune; sconsacrata e recuperata, ospita al suo interno un’architettura predisposta per alloggiare un incubatore di imprese. Oggi ha qui sede una sola azienda, l’incubatore sta chiudendo, il manufatto sta per cambiare di nuovo funzione. La Chiesa di Sant’Andrea della Zirada, nel sestriere di Santa Croce, è di proprietà della Chiesa di Venezia; consacrata, restaurata pochi anni fa, è stata adibita a mostre temporanee ma questo uso si è dimostrato troppo saltuario, dovrà quindi di nuovo mutare. Infine la Chiesa di San Lorenzo, nel sestiere di Castello, già citata, è oggi interessata da lavori di restauro, la sua porta è quindi ancora chiusa.

Il pieno/vuoto in architettura

La Chiesa di San Lorenzo è già da tempo nella storia della progettazione architettonica nazionale e internazionale grazie all’arca, un’architettura effimera che Renzo Piano realizza nel 1984 al suo interno. L’arca viene immaginata per l’esecuzione de Il prometeo di Luigi Nono, un’opera corale che vede coinvolti molti autori: Piano costruisce lo “spazio musicale”, Massimo Cacciari cura il libretto della tragedia di Nono, Emilio Vedova progetta le luci, Claudio Abbado dirige l’esecuzione dell’opera musicale, Hans-Peter Haller è il regista del suono. L’architettura temporanea è stata appoggiata al pavimento della Chiesa poco prima che questa venisse interessata da scavi archeologici, poi interrotti, che hanno lasciato due grandi voragini nel pavimento. La struttura effimera è stata insediata marcando distanze dai muri secolari, trattando le pareti interne della chiesa come quinte urbane. Chiaramente Piano non solo ha dovuto progettare le strutture, gli elementi concreti di questa architettura, ma ha dovuto anche controllare l’immateriale, ovvero il suono, la luce, l’umidità. I musicisti erano collocati nelle pareti dell’arca mentre gli ascoltatori potevano seguirne i movimenti ruotando le sedie, in pratica la direzionalità imposta dal disegno della Chiesa era negato da questi movimenti anti-scenografici, anti-mitologici, di stampo urbano.

Questo progetto che sanciva delle differenze tra la lingua dell’architettura trovata e quella del manufatto immesso, nel massimo rispetto del vuoto trovato, ha fatto da riferimento per le ipotesi progettuali sviluppate per alcune delle chiese dell’arcipelago delineato. Alcuni di questi esercizi sono stati redatti in collaborazione con Philippe Rahm, autore interessato all’architettura come macchina tecnologica capace di definire atmosfere metereologiche. Le prefigurazioni progettuali sono state impostate prefigurando l’insediamento di nuove presenze architettoniche, necessarie per rendere abitabili questi spazi a tempo determinato, caratterizzate da un linguaggio tecnico e impiantistico che non si limita al proprio ruolo di efficienza ma che pretende di farsi estetica, presenza removibile in opposizione ai muri secolari trovati. Si è così verificata la possibilità di insediare attività produttive, immateriali o poco invasive dentro le chiese e al contempo di riaprire le loro porte ai cittadini: un doppio uso verificato anche sul piano normativo. Queste prospettive sono state disegnate presupponendo che un’azienda prenda in comodato d’uso oneroso per qualche anno l’immobile, lo restauri, si insedi al suo interno con un’architettura removibile e che lasci la porta della chiesa aperta. In sostanza i progetti prevedono un’evidente differenza di linguaggio tra una realtà di passaggio e l’esistente che chiede di persistere, tra un’attrezzatura che si offre come luogo fruibile per il tempo necessario e il vuoto interno che si riafferma come parte viva della città.

Ritornando sulle questioni linguistiche, è evidente che oggi il compito dell’architettura quando si approccia a questi manufatti non è fondare di nuovo ma trovare i modi di costruire nuove coesistenze, non è distruggere ma preservare i vuoti rendendoli abitabili. Si tratta di ricostruire: prima restaurando e poi trovando modalità di insediamento all’interno dei manufatti esistenti. Il progetto si adopera per disegnare modalità di convivenza tra lingue differenti, lavorando molto con il tempo, quello lungo dei secoli scritti sui muri e quello fugace di attività e usi, oltre che con lo spazio. L’architettura, nell’agire su queste “nuove terre”, non cerca di annullare quanto trovato, ma di sostarvi definendo paesaggi urbani; non afferma un’unica lingua ma la coesistenza di più lingue, come quella di Babele di cui parlava Tafuri.

Bibliografia
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    S. Marini, M. Roversi Monaco (a cura di), Patrimoni. Il futuro della memoria, Milano-Venezia 2016.
  • Marini, Bertagna, 2014
    S. Marini, A. Bertagna, Venice. A Document, Venezia 2014.
  • Tafuri, 1994
    M. Tafuri, La dignità dell’attimo, Venezia 1994.
English abstract

Continually redesigned and rethought, Venice is a useful document to disavow the uselessness of the project. The lagoon city exposes the immutable and hides the change: this is the role of its architectures, even those empty and unused like some of its churches, whose door often appears simply closed. To confirm its image, Venice is constantly redesigned, updated, curated, and this permanent need for thoughts and actions brings into play the tools of the project at all scales, from the one that invests the urban sphere to the one that affects construction techniques. In the lagoon city the notions of "empty" and "full" impose a rethinking of the classical parameters of the project. For this reason it is necessary to start from Venice, from its destiny written in a positions towards modernity and its churches; they were erected as foundation elements and today they are possible spaces for an urban re-foundation. The adjective "closed" is used here to assimilate artefacts from the plant, the history, the property, the condition that is different, but no longer used for worship. The archipelago of these artefacts is read based on three key words: "Heritage", "use", "tale". By acting on these "new lands", architecture does not try to cancel what has been found, but to support them by defining urban landscapes, it does not affirm a single language but the possible coexistence of several stories.

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