"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

154 | marzo 2018

9788894840322

titolo

Scienza e magia: Keplero, il figlio della strega

Recensione a: Ulinka Rublack, L’astronomo e la strega. La battaglia di Keplero per salvare sua madre dal rogo, Milano, Hoepli 2017

Paolo Garbolino

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I fatti erano noti: la madre di Johannes Kepler, uno dei padri della scienza moderna, aveva subito un processo per stregoneria, ma la vicenda aveva ispirato solamente versioni romanzesche e stereotipate, come quella di Arthur Koestler (I sonnambuli, storia delle concezioni dell’universo, Milano 2010), o era stata trascurata; nell’ultima edizione delle Opere Complete di Keplero, solamente la memoria difensiva finale scritta dallo scienziato per il processo è stata pubblicata. Ulinka Rublack, storica dell’Età Moderna che insegna a Cambridge, ha dedicato alla vicenda un’indagine ben documentata e svolta con lavoro archivistico di prima mano (The Astronomer and the Witch: Johannes Kepler’s Fight for His Mother, Oxford University Press, 2015; trad. it., L’astronomo e la strega. La battaglia di Keplero per salvare sua madre dal rogo, Hoepli Editore, Milano, 2017), con l’obiettivo di costruire una ‘micro-storia’ capace di gettare luce sulla vita e sui modi di pensare di singoli individui e di un’intera comunità in un particolare periodo storico, sul modello del celebre lavoro di Carlo Ginzburg a proposito del processo per eresia del mugnaio friulano Menocchio (Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ’500, Einaudi 1976).

l libro ci mostra la vita quotidiana di un borgo tedesco alla vigilia della Guerra dei Trent’anni, Leonberg nel ducato del Württemberg, e illustra con dovizia di particolari come i piccoli drammi personali che si recitano su quel palcoscenico, le inimicizie, le gelosie e le invidie sociali, all’interno di una comunità rurale dove la vita è difficile, possano arrivare, nell’atmosfera culturale del periodo, al grande dramma di un’accusa di stregoneria rivolta a un’anziana vedova. L’autrice ha avuto a disposizione una documentazione straordinaria per farlo, dal momento che quello di Katharina Keplero è uno dei processi per stregoneria meglio documentati della storia tedesca, restandoci di esso tutte le carte del lungo procedimento e tutti i verbali degli interrogatori dei testimoni. Come ci dice la stessa Rublack, molte delle sventurate accusate di stregoneria non ebbero la fortuna di avere un regolare processo. Katherina Keplero venne accusata nel 1615, arrestata nel 1620 e il processo si concluse, con la sua assoluzione, nel 1621: negli stessi anni, nel distretto di Leonberg, furono eseguite nove condanne a morte per stregoneria, di cui sette solo nel biennio 1615-17, tutti processi istruiti in maniera sommaria e condotti senza previa consultazione con la cancelleria ducale, come era invece previsto dai codici del Sacro Romano Impero.

Ma non pensiamo che, nel caso di Katharina, lo scrupoloso adempimento della procedura legale sia stato dovuto a una forma di rispetto per l’illustre figlio. Come mostra bene il libro, affatto comoda, e anzi piuttosto dura, era la vita di un matematico, astronomo e ‘filosofo naturale’ di quell’epoca, per quanto già famoso fosse: Keplero non poteva avere una cattedra all’Università di Tubinga, dove aveva studiato, perché si era rifiutato di firmare la professione di fede luterana e perciò sospettato di essere un calvinista; e nulla importava, a Leonberg, che fosse stato ‘matematico imperiale’ alla corte di Rodolfo II a Praga. Intanto, Rodolfo, l’imperatore alchimista, era morto nel 1612 e Keplero aveva dovuto arrangiarsi a trovare un posto di insegnante di matematica e di topografo regionale in una piccola scuola luterana a Linz. Del resto, anche quella di ‘matematico imperiale’ era una figura di cortigiano poco importante, il cui compito principale era fare oroscopi, stilare almanacchi astrologici, organizzare osservazioni degli astri che dovevano essere delle occasioni mondane e di diletto per la corte. Le accademie scientifiche seicentesche cominceranno in seguito a cambiare la condizione del ‘filosofo naturale’, ma Keplero, come anche Galileo, appartengono ancora alla generazione precedente, e dipendono da padroni dalla vita spesso turbolenta. Però Keplero ha buone conoscenze a Tubinga e nella cancelleria ducale e, soprattutto, sa come muoversi e come argomentare e costruire un’argomentazione giuridica: assumendo la difesa della madre in prima persona, è lui a chiedere e pretendere, non senza fatica, il rigoroso rispetto delle procedure, perché in tal modo potrà avere a disposizione tutte le dichiarazioni dei testimoni d’accusa, potrà analizzarle, scoprire e mettere nero su bianco contraddizioni, incongruenze temporali e palesi assurdità, usarle per costruire le sue contro-argomentazioni.

Questa è una parte molto interessante del libro, dove Rublack ci fa vedere come le capacità argomentative e di persuasione retorica, che Keplero mette a frutto nel costruire le controdeduzioni agli argomenti probatori dell’accusa, siano le stesse che egli ha sviluppato come uomo di ‘scienza’ dell’epoca: il saper costruire un buon argomento probatorio, la capacità di vagliare le possibili obiezioni alla propria tesi, la capacità di costruire contro-argomentazioni a quelle stesse obiezioni, per poter giungere a una conclusione che escluda plausibilmente spiegazioni alternative. In un’epoca in cui l’osservazione a occhio nudo, i testi degli antichi e la Sacra Scrittura facevano parte della ‘cassetta degli attrezzi’ della scientia, la capacità di costruire buone argomentazioni era fondamentale perché, pur “tralasciando l’inquietante domanda di come l’astronomia si potrebbe conciliare con le Scritture, anche i suoi risultati più eccitanti si scontrarono con un significativo scetticismo su cosa costituisse una prova sufficiente, soprattutto perché molti filosofi naturali erano in forte disaccordo tra loro o prestavano scarsa attenzione al lavoro dei loro colleghi. Un ampio pubblico di professionisti interessati con una formazione accademica, specialmente medici e pastori, esprimeva energicamente le proprie opinioni sulla natura. Gli insulti si sprecavano.” (Rublack [2015] 2017, 110-1). Mutatis mutandis, potremmo osservare come le stesse capacità si richiedano agli uomini di scienza dell’inizio del XXI secolo, per dibattere pubblicamente di temi sui quali un ampio pubblico di non professionisti, democraticamente interessato e privo di formazione accademica, suole esprimere energicamente le proprie opinioni.

Keplero indicava tre possibili cause per spiegare le accuse alla madre: l’invidia sociale per la sua posizione di vedova con un piccolo patrimonio, il pregiudizio culturale contro le donne anziane, un nuovo governatore troppo zelante. Spiegazioni di buon senso, diremmo oggi, e spiegazioni che riducono, modernamente, il fenomeno della stregoneria alle sue radici culturali e sociali.

Keplero vince la causa, indubbiamente aiutato da un contesto culturale favorevole, a livello più elevato, poiché all’università di Tubinga si sostenevano idee più moderate sulla stregoneria che in altre parti della Germania: per l’opinione prevalente fra i dottori di Tubinga le streghe non posseggono poteri sulla natura, solo Dio comanda la natura; Egli causa malattie, catastrofi naturali, carestie per punire l’umanità dei suoi peccati, ma il Diavolo, nella sua furbizia, ne prevede i comandi e ordina ai suoi seguaci di praticare le arti magiche nell’imminenza degli eventi, illudendoli così di avere un potere che in realtà essi non hanno. Le streghe vanno comunque perseguitate per le loro intenzioni, e non perché abbiano veramente potuto causare i malefizi, ma sarà Dio a punirle come meritano nel Giorno del Giudizio. Nel Württemberg i processi furono relativamente pochi: fra il 1560 e il 1750 furono processate 600 persone e ‘soltanto’ 197 furono giustiziate, confrontate con le 3200 streghe giustiziate nel Sud-Ovest della Germania fra il 1561 e il 1670.

Il libro di Rublack non è solo un buon esempio di ‘micro-storia’ che ci mostra la cultura materiale di quel lembo di Germania dell’inizio del Seicento, nella quale può prendere corpo la caccia alle streghe, è anche un affascinante intreccio di ‘micro-storia’ e ‘macro-storia’, che ci illustra l’ambiente intellettuale e di corte del ducato del Württemberg, in un momento cruciale della vita politica e intellettuale della Germania e dell’Europa, un nodo studiato da un grande classico della storia del pensiero del secolo scorso: L’illuminismo dei Rosacroce di Frances Yates.

Il Württemberg è un ducato luterano che fa parte della lega militare dell’Unione Protestante, insieme al Palatinato, il cui principe elettore Federico nel 1613 sposa Elisabetta Stuart, figlia di Giacomo d’Inghilterra. Il matrimonio solleverà grandi speranze nel partito protestante e antiasburgico, che avranno però vita breve, perché Federico verrà sconfitto dagli Imperiali nella battaglia della Montagna Bianca a Praga nel 1620, che segnerà l’inizio della Guerra dei Trent’anni. A queste speranze politiche si accompagnò un movimento di rinnovamento intellettuale e morale, basato sul pensiero ermetico, sulla magia e l’alchimia, che trovò nei manifesti Rosacrociani studiati da Yates la sua espressione più conosciuta.

Proprio nel Württemberg viveva il pastore luterano Johann Valentin Andreae, autore di uno di questi testi, le Nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, pubblicato nel 1616, una allegoria della rinascita spirituale attraverso la sapienza ermetica e alchemica, nonché autore di una utopia esplicitamente politica, la Reipublicae Christianopolitanae Descriptio, una repubblica cristiana senza denaro, senza gerarchie sociali e senza nobili. Sua madre, Maria Andreae, venne assunta come farmacista di corte dalla duchessa vedova Sibilla, appassionata di occultismo, alchimia, medicina e botanica come lo era stato il marito Federico di Württemberg. Dopo la sua morte, Sibilla si stabilirà nel 1608 proprio nel castello di Leonberg.

A Leonberg queste due vedove polverizzavano, mescolavano e distillavano ingredienti da minerali, piante, animali e umani, che andavano dai meli cotogni e dai loro limoni coltivati in giardino ai cuori di uomo, dal miele al balsamo di lupo, al balsamo di cane al balsamo di uomo (grasso raccolto dai corpi giustiziati), dallo ‘zucchero finissimo importato dall’Inghilterra’ ai bottoni d’oro e a ‘sette piccoli pezzi da un cranio’ (Rublack [2015] 2017, 68).

Era un’epoca in cui contadine e duchesse potevano essere accumunate nella passione per la preparazione di decotti e pozioni dagli ingredienti discutibili ma, certamente, nessuno avrebbe potuto pensare di usare quelle pratiche per gettare sospetti sulla duchessa e la sua alchimista di fiducia. Fra le accuse più pericolose fatte a Katherina vi era proprio quella di aver chiesto al becchino del paese il cranio del padre. Nella sua difesa, Johannes spiegò come ella avesse visto in case insospettabili delle coppe fatte con crani umani e come pensasse di servirsene per meditare sulla finitezza della vita. Era un’epoca in cui, evidentemente, era concepibile che il Memento mori potesse guardarti non solo dalle orbite vuote di un oggetto dipinto ma anche da quelle dell’oggetto reale.

Katharina morì un anno dopo la fine del processo, fisicamente provata dalla carcerazione: aveva avuto un figlio che aveva imparato come muoversi da protagonista in quel precario equilibrio fra un mondo, non ancora morto, abitato da forze occulte e poteri astrali, e un mondo, non ancora nato, regolato da impersonali moti meccanici, un figlio passato alla storia per aver scoperto le prime leggi dei moti planetari e autore di un racconto fantastico di un viaggio sulla Luna: Il sogno, ovvero astronomia lunare. Nel racconto, il narratore ha studiato con Tycho Brahe, colui che aveva chiamato Johannes a Praga, ed è figlio di una strega: con lei condivide le sue conoscenze astronomiche e, in cambio, lei evoca uno spirito che li trasporta sulla Luna, per vedere con i loro occhi le alte montagne e le profonde vallate che Galileo aveva visto con il suo telescopio.

Science or magic: Keplero, the son of the witch. Review of The Astronomer and the Witch: Johannes Kepler’s Fight for His Mother, Oxford University Press, 2015

Katharina, the mother of Johannes Kepler, one of the fathers of modern science, had undergone a witchcraft trial. The story had inspired only stereotypical versions or had been neglected. Now Ulinka Rublack, a scholar who teaches at Cambridge, has published a fascinating interweaving of ‘micro-history’ and ‘macro-history’ of one of the best documented witchcraft trials in German history. Paolo Garbolino, with just as much skill, traces the story of Katharina and the role of the famous son in the process, also giving us back the context of Germany in the early Seventeenth century.

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