"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

155 | aprile 2018

9788894840339

titolo

Tre vuoti veneziani

Le chiese dell‘Abbazia della Misericordia, di Santa Maria della Presentazione e di San Lorenzo

Elisa Monaci

English abstract

 

Mappatura delle tre chiese nel tessuto veneziano, da L'arcipelago delle chiese chiuse di Venezia, 2017

All'interno del tessuto veneziano sono presenti più di trenta casi di chiese-non-più-chiese che vanno a occupare più di centoventimila metri quadrati di suolo sulle isole. Il lavoro di mappatura e di schedatura, già portato avanti a partire dal 2014 all'interno della ricerca “Chiese chiuse di Venezia dell'Università Iuav, è stato mirato alla precisazione dei dati sui singoli casi e in particolare sulla proprietà e sulla gestione di questi immobili, non sempre di facile reperimento. Nonostante la grande staticità e ieraticità dei manufatti in questione, che farebbe pensare a tempistiche molto lente di cambio di gestione e di trasformazione d'uso, la città è stata interessata da interventi a breve termine d'esecuzione, che hanno fatto sì che, in pochi anni, la geografia e l'assetto dei casi di indagine variasse significativamente, tanto da imporre un costante monitoraggio e una continua revisione. Quindi la schedatura effettuata nel 2017 è la fotografia di un preciso momento di questi luoghi, che potrebbe non ritenersi più valida a distanza di poco tempo. L'analisi ha evidenziato l'intricato sistema di relazioni e di passaggi di mano presente all'interno della storia di questi edifici, elemento che concorre in maniera significativa al loro abbandono e in alcuni casi alla loro amnesia. Infatti alcune di queste chiese sono oggi trasformate in luoghi espositivi o sale da concerto, tramite contratti di comodato d'uso, altre sono in fase di restauro, prevedendo progetti a medio e lungo termine, altre ancora sono ormai inglobate in sistemi urbani più complessi.

Il rinvenimento di dati sui passaggi di proprietà e di gestione delle chiese, oggi principalmente in mano al Patriarcato di Venezia, al Comune di Venezia, all'Ente IRE, ULSS e privati, ha permesso di registrare i cambi d'uso che hanno interessato negli anni queste architetture, permettendo l'apertura di alcune di queste porte per effettuare i rilievi fotografici e toccare con mano il fenomeno. Nella maggior parte dei casi l'inutilizzo del manufatto architettonico e la chiusura hanno portato a un conseguente abbandono anche degli spazi limitrofi quali il campo, la calle o il canale, elemento che contribuisce alla svalutazione del complesso edilizio e che ne determina in parte una perdita di memoria collettiva: le vicende, la loro assenza o la loro violenza, definiscono l'intensità urbana e compongono il disegno dei luoghi, sia gli spazi liberamente fruibili sia quelli inacessibili o più fortemente connotati quali, appunto, le chiese. La vicenda definisce quindi periodicamente le scene fisse della città e può accendere luoghi inconsueti o inabitati, determinandone l'appropriazione come invece spegnere alcuni spazi che avrebbero un potenziale molto elevato, trovandosi in gravitazione molto limitrofa ai luoghi pulsanti della città.

Per quanto riguarda l'effettivo cambio di destinazione d'uso di questi manufatti, essi sono vittima delle proprie caratteristiche architettoniche e spaziali che diventano difficoltà oggettive nel momento della loro riconversione: le norme igienico-sanitarie, di sicurezza e tecniche non sono di facile applicazione quando si tratta di grandi cubature spesso non sopraelevabili, dei notevoli spessori dei muri e delle grandi superfici vetrate, della mancanza di impianti e della scarsa flessibilità dell'edificio. Questo aspetto è determinato dal fatto che le chiese siano vincolate in termini normativi oltre che paesaggistici, da cui derivano una serie di limitazioni di progetto e un allungamento dei tempi burocratici di permessi e di tutela (Marini, Roversi Monaco 2017).

Sissi Cesira Roselli, Chiesa della Misericordia, Chiesa di Santa Maria della Presentazione, Chiesa di San Lorenzo, progetto fotografico Chiese Chiuse, Venezia 2014

All'interno dei trenta casi di chiese-non-più-chiese della città di Venezia sono presi in analisi tre manufatti che permettono la definizione di tre scenari urbani appartenenti a luoghi antitetici e che compongono, allo stesso tempo, il medesimo intricato sistema spaziale della città di Venezia.

La Chiesa di Santa Maria della Misericordia è stata catalogata tra i casi, insieme ad altri sei dei trenta analizzati, di cambio di destinazione d'uso del manufatto con utilizzo saltuario quindi molto discontinuo nel tempo; è una delle cinque chiese rilevate all'interno del sestiere di Cannaregio, nella zona nord di Venezia. La Misericordia fu costruita nel X secolo, subendo poi numerose ricostruzione e ristrutturazioni, nel 1969 fu chiusa al culto e sconsacrata per diventare poi di proprietà privata dal 1973, assieme agli spazi conventuali annessi alla chiesa. Inserendo il manufatto all'interno della ristrutturazione che ha interessato tutti i luoghi che le gravitano attorno è stata evitata la sua totale alienazione. Negli spazi limitrofi si ha il vero centro pulsante del complesso, in cui sono installati uffici privati, sale riunioni e un club notturno nella sacrestia, mentre la chiesa è stata riconvertita in luogo per eventi e mostre temporanee, capovolgendo l'originaria gerarchia del complesso e riducendo la chiesa a spazio annesso con un'intensità d'uso molto variabile nel tempo e comunque legata all'utilizzo più costante e pregnante degli altri luoghi. Ciò che ne ha permesso il passaggio dalla condizione di chiusura a una riconversione con utilizzo saltuario è stata proprio la sua concezione all'interno di un sistema più ampio, che quindi ne ha evitato la completa amnesia.

La Chiesa si presenta come un edificio spoglio di riferimento a luogo di preghiera e si offre come contenitore vuoto: l'impianto è a navata unica, con una copertura a grandi capriate in legno e uno sviluppo principalmente in larghezza, caratteristica che determina un ampliamento ottico dello spazio architettonico, accentuato dal grande altare fuori scala posto nella parte terminale a separazione del coro retrostante. Il nuovo pavimento in cemento gettato, le pareti in mattoni a vista, qualche canalina per l'elettricità e alcuni cartelli di uscita di sicurezza prendono ora il posto delle decorazioni parietali. L'altare, spoglio anch'esso dei propri ornamenti e ottima separazione tra la quinta e la scena, definisce di fatto la presenza un magazzino nel retro e una completa libertà d'uso nell'invaso della chiesa. Tramite un ingresso con tendaggi rossi, si accede alla sacrestia, oggi principalmente adibita a locale notturno per piccole feste, il suo nuovo utilizzo è segnalato da qualche elemento di arredo e dal bancone qui trapiantato, mancando però completamente di progettualità dello spazio in termini architettonici.

In città sono molti i casi di riconversione e riuso degli spazi limitrofi e connessi alle chiese, conventi e parrocchie, più facili da abitare sia a livello normativo sia a livello progettuale. La maggior parte di essi non prevede però il restauro o un progetto futuro per la chiesa. In questa ottica il caso della Misericordia è quindi rilevante perché definisce un unicum nella città. Questa unicità la fa rientrare in un diffuso fenomeno che interessa Venezia, quello della sua museificazione e della conversione di molteplici brani della città in musei e luoghi d'arte. Tuttavia la sua riconversione coinvolge solamente un'operazione di innesto di alcune opere d'arte e non comprende un discorso di reinvenzione architettonica del manufatto: esso resta di fatto un vuoto all'interno del sistema urbano, incapace di parlare la sua lingua di origine e di esprimersi tramite la nuova.

La Chiesa della Misericordia ha conosciuto una rinnovata notorietà nel 2015 in occasione della 56. Mostra Internazionale d'Arte Contemporanea, che ne ha visto l'allestimento in moschea, sotto la direzione dell'artista Cristoph Büchel per il padiglione islandese. La sovrapposizione di immaginari e il cortocircuito di significati e di iconografie, ha posto la chiesa sotto i riflettori di molte luci, sia dal punto di vista architettonico ma soprattutto burocratico e religioso. L'iniziativa, che nel complesso non ha avuto riscontri positivi ed è stata interrotta prima del tempo per problemi connessi alla mancanza di permessi, ha consentito di evidenziare un tema centrale nella riconversione degli spazi ecclesiastici: quali siano gli usi, e quindi le vicende, da considerare in accordo con il precedente liturgico e quali invece mettano in cattiva luce i manufatti e vadano incontro allo sfavore della Curia e in certi casi anche degli enti pubblici. L'operazione, che aveva come intento l'innesto di un'opera d'arte all'interno della chiesa attraverso il suo carattere divulgativo e di sensibilizzazione e intrattenimento, permetteva la commistione di due comunità religiose all'interno dello stesso spazio: la prima, quella cattolica che sopravviveva tramite l'impianto della chiesa e il suo carattere architettonico, la seconda musulmana, messa in scena tramite pochi elementi ma dal forte carattere simbolico.

La Chiesa di Santa Maria della Presentazione (anche detta de Le Zitelle) offre un caso diametralmente opposto a quello appena citato, rientrando però nella stessa catalogazione di casi di riutilizzo saltuario con nuovo uso differente da quello liturgico. All'estremo sud del sistema insulare, la chiesa trova collocazione sull'isola della Giudecca, dove sono già presenti altri due casi di ‘chiese chiuse, ma si presenta in una situazione più felice delle tre, inforza del posizionamento, situandosi nella parte più visibile all'inizio del canale omonimo, prospiciente il Bacino di San Marco e la sua Basilica. Fa parlare di sé la presunta paternità come progettista di Andrea Palladio e l'asse che crea con la chiesa del Santissimo Redentore e di San Giorgio. La Chiesa presentava delle condizioni iniziali molto simili al caso della Misericordia: fa da centro a un sistema conventuale in un'area perimetrale e periferica del sistema turistico di Venezia. Al momento della riconversione del convento in grand hotel di lusso, la chiesa non fu inserita all'interno del progetto e rimane oggi una 'macchia' in un sistema che parla una diversa lingua e si propone a un pubblico diverso da quello originario. Il suo mancato inserimento all'interno del nuovo sistema è stato in parte causa dell'abbandono della chiesa, interessata solo in alcuni periodi dell'anno da mostre temporanee satelliti alla Mostra Internazionale d'Arte Contemporanea.

La Chiesa presenta una pianta centrale ottagonale ed è caratterizzata dalla diffusa presenza di luce naturale, che pervade ogni angolo interno e ne assicura un'ottima illuminazione. Questi aspetti la rendono privilegiata rispetto ad altri manufatti architettonici, per la facilità di riconversione dovuta alla grande disponibilità di luce naturale e a un invaso ampio in termini volumetrici, ma allo stesso tempo raccolto e a piccola scala. La chiesa infatti definisce un'architettura monumentale all'interno di uno spazio di piccole dimensioni, accentuando la verticalità verso la cupola di copertura. Il biancore dell'intonaco delle pareti e il buono stato di conservazione di tutte le decorazioni e dei dipinti, permettono di smarcare l'effettivo inutilizzo della chiesa e la sua rara apertura, che solitamente danneggia la costruzione e ne deteriora gli arredi e le simbologie interne. L'ambivalenza della sua architettura, tra il carattere manierista, che ne sottolinea accenti sontuosi e monumentali, e il carattere raccolto che la fanno somigliare alla chiesa di un piccolo borgo nella periferia dell'isola, sono elementi di forza per il suo ridisegno. L'ambiguità di scala e di tono della chiesa sono un carattere progettante del luogo, materia principale per la costruzione di nuove architetture interne, sia in termini di spazio, sia di tempo.

Per un breve periodo la Chiesa delle Zitelle è stata utilizzata dai frati Cappuccini del Redentore come luogo di preghiera, preferendone appunto le dimensioni più ridotte e raccolte rispetto alla celebre chiesa palladiana, ma nel tempo questa abitudine è andata affievolendosi e diradandosi a causa soprattutto di un cambio di personaggi in campo e quindi di differenti usi e abitudini. L'edificio registra, tramite il suo uso ma soprattutto il suo inutilizzo, il flusso dell'intera città di Venezia: per molti mesi disabitata e, per un breve periodo di tempo, attraversata da un grande numero di visitatori. La sua apertura è fortemente legata a fattori di regolazione della città stessa e dai nodi normativi e burocratici, legando in maniera indissolubile il progetto architettonico all'aspetto giuridico dello stesso. Ogni riconversione è quindi dipendente dalla possibilità di contemplare l'apparato di norme che regola gli edifici ecclesiastici per farne strumento di progetto e per includerle all'interno dello spazio architettonico senza rimanerne vittima.

Il caso della Chiesa delle Zitelle evidenzia la necessità di un progetto corale, che metta in scena differenti vicende e utilizzi all'interno dell'arco della giornata e della settimana. L'univocità d'uso, sia esso a fini espositivi o di fruizione turistica dell'immobile, ingabbia nuovamente il manufatto alle dipendenze dell'andamento dell'uso scelto. Una rosa di destinazioni progettate per durare solo il tempo effettivamente necessario e disegnate per poter convivere all'interno di edifici, che sono pronti a farlo in termini di spazialità e quote, permetterebbe loro di accogliere un più largo numero di cittadini e di residenti temporanei (Marini, Roversi Monaco 2017).

La Chiesa di San Lorenzo, una delle più antiche della città, fu al centro di molti cambiamenti e riconversioni di tutta la zona che le gravita attorno, divenendo poi, con il suo lungo campo e i due canali che la perimetrano, un punto di riferimento nel sestiere di Castello, in cui sono presenti sette casi di chiese-non-più-chiese. Per decenni è stata abbandonata, a seguito della sua sconsacrazione e del suo conseguente inutilizzo a fini liturgici, compromettendone il suo stato di conservazione. Con i suoi ventuno metri di altezza e la grande aula suddivisa in due dall'imponente altare centrale, San Lorenzo è una delle chiese più grandi e altisonanti della laguna. Il suo pavimento rimane oggi ferito da alcuni crateri dovuti agli scavi archeologici degli anni Ottanta che danno la misura del precario livello di sicurezza dell'immobile e della profondità della sua storia in termini di vicende e sovrapposizioni narrative.

L'ultimo evento pubblico che ne ha visto la riapertura è stato nel 1984 quando la chiesa ospitò la rappresentazione del Prometeo di Luigi Nono all'interno di un progetto corale che vide la realizzazione di un'arca, nuovo spazio sonoro e architettonico, su ideazione dell'architetto Renzo Piano. Il carattere effimero e anti-monumentale del progetto era potenziato (e contrapposto allo stesso tempo) dall'aura sacra ed eterna del contenitore ospitante, da cui traeva immaginari e concettualizzazioni sonore e spaziali proprio nello stesso momento in cui ne prendeva le distanze.

Durante la 13. Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia del 2012 il Padiglione Messicano si installò per qualche mese all'interno della chiesa, lavorando sul tema del cantiere come architettura da abitare, mettendo al centro la messa in sicurezza dei luoghi della città, come tema entro cui addentrarsi e costruire nuovi equilibri e nuove staticità. Il progetto si protraeva in una struttura esterna alla chiesa definendo una sorta di basamento variopinto, determinato dai suoi caratteri estremamente provvisori e di linguaggio cantieristico. L'esposizione dei progetti all'interno del ponteggio esterno avrebbe dovuto avere un'eco con l'effettivo cantiere all'interno della chiesa, che ne avrebbe quindi permesso il restauro e che sarebbe stato visitabile come parte integrante del padiglione. Il progetto proponeva quindi l'accostamento della realtà, messa in opera tramite l'effettivo restauro della chiesa, e l'immaginario: la messa in scena che permetteva ad ogni ospite di calarsi nel ruolo dell'operaio e di entrare negli spazi di un cantiere. Il potenziamento dell'uso dei materiali era dato inoltre dalla presenza di calcinacci, transenne e da elmetti da cantiere, in parte necessari e in parte elementi della scenografia del padiglione. Il progetto di allestimento così concepito, metteva in campo una riflessione sul ruolo culturale (se vogliamo anche didattico) dell'architettura, determinando la riconfigurazione delle gerarchie e della scala di valori delle proprie fasi: perfino il backstage, quello che è la preparazione all'architettura, può essere nobilitato e soprattutto abitato, mettendo in campo nuove appropriazioni dello spazio. Lo spettro vasto del progetto di allestimento permetteva quindi varie configurazioni dello spazio interno e antistante a una delle chiese più antiche della città e quindi apparentemente uno dei manufatti più immobili e intraducibili. Il padiglione messicano si presentava quindi come in continua costruzione e in continua revisione della sua posizione statica, portando con sé in questa operazione la chiesa stessa, che veniva rivista in una sua nuova fase di 'cantierizzazione' e trasformazione.

La Fondazione Thyssen-Bornemisza sta intraprendendo i lavori di restauro che trasformeranno la chiesa in spazio espositivo per mostre ed eventi della fondazione, per questo motivo è stata catalogata tra le chiese la cui porta è effettivamente chiusa a causa di lavori di restauro e di cambio di utilizzo. La breve durata del contratto di comodato d'uso con il Comune di Venezia, che ne detiene oggi la proprietà, è inversamente proporzionale al grande costo dell'opera di restauro del manufatto e alla sua successiva conversione al nuovo utilizzo. Nonostante le difficoltà e i presupposti non completamente vantaggiosi essa è oggi l'unico caso in atto di riconversione di una chiesa. La forte caratterizzazione spaziale di San Lorenzo è stata il motore che ha portato a prediligere questo manufatto rispetto ad altri più appetibili e pronto-uso nel tessuto urbano. In questo caso è stato quantificato il suo spazio fisico e la sua occupazione nel tempo: questi elementi tangibili e materici hanno però beneficiato (e sono stati avvalorati) non solo dalla forma architettonica in sé, ma soprattutto dalla loro immagine (Marini, Bertagna 2017). San Lorenzo, oltre a evidenziare il fatto che l'immaginario di uno spazio è preponderante rispetto ai problemi di restauro e di economia, mette in luce la forza dell'uso temporaneo di questi luoghi, che permettono di riaccendere l'interesse e il ricordo e creano onde di attrazione ed echi di richiamo con tempi di ritorno, a colte, molto lunghi. San Lorenzo mostra la possibilità che un evento temporaneo e un'appropriazione rispettosa dei vuoti lasciati da queste chiese possa innescare il loro reinserimento sulla scena della città e quindi portare a una loro seconda vita.

Le tre chiese raccontano di tre sistemi di matrioske composti di storie che si intrecciano tra questioni normative e problematiche legate alla progettualità della città stessa. L'architettura delle chiese definisce e regola le relazioni con gli spazi limitrofi, mettendo in dialogo e in tensione non solo i luoghi ma anche coloro che li fruiscono e li abitano. La chiusura trasforma una chiesa in un sistema rigido e isolato, non più in grado di creare scambi, determinandone così l'aumento di entropia della materia architettonica e di quella concettuale e mnemonica: il cattivo stato di conservazione aumenta esponenzialmente all'aumentare dell'inutilizzo e della chiusura della propria porta. In molti casi le chiese chiuse si trasformano in spazi non più leggibili all'interno del proprio contesto urbano di riferimento, non soltanto in termini architettonici ma anche di decifrabilità della propria identità e del proprio utilizzo concreto.

Per Venezia è la profanazione l'atto determinante le sorti dei suoi luoghi più caratteristici, non il loro statuto o la loro valenza simbolica e storica di per sé. La profanazione di uno spazio sacro è l'atto del toccare e quindi l'utilizzo da parte dell'uomo di ciò che originariamente non gli spetterebbe, perché appartenente alla sfera degli dei (Agamben 2005). All'interno delle chiese si tengono saldi, tramite la religione, la presenza del mito, che racconta la storia, e del rito, che la ripropone periodicamente e ne permette la messa in scena; nelle chiese chiuse ciò che viene meno è la riproducibilità del rito, che non può più essere professato e riconfermato in mancanza di fedeli e quindi della possibilità di aprire la porta. Esso è impossibilitato a far parlare le scene del mito sacro, che continua invece ad aleggiare all'interno di questi luoghi ed è la causa allo stesso tempo del loro declino e della loro tutela. Rinsaldare insieme i due aspetti, i due punti di forza, trasportandoli nella contemporaneità, permette nuove appropriazioni dello spazio, la resignificazione del contenitore e una revisione del loro ruolo architettonico e urbano.

Bibliografia
  • Agamben 2012
    G. Agamben, Profanazioni, Roma 2012.
  • Bassi 1997
    E. Bassi, Tracce di chiese veneziane distrutte. Ricostruzione dai disegni di Antonio Visentin, Venezia, 1997.
  • Cacciari 1997
    M. Cacciari, L'arcipelago, Milano 1997.
  • Franzoi 1976
    U. Franzoi, D. Di Stefano, Le chiese di Venezia, Venezia 1976.
  • Marini, Bertagna 2017
    S. Marini, A. Bertagna, Venice. 2nd Document, Venezia 2017.
  • Marini, Roversi Monaco 2017
    S. Marini, M. Roversi Monaco, Le chiese chiuse di Venezia. Mappatura, progetti e criteri di riuso di una costellazione di edifici a fondamento di una nuova idea di città, "IN_BO. Ricerche e progetti per il territorio, la città e l'architettura", 2017 pp. 358-369.
English abstract

Inside the Venetian city there are more than one hundred and ten churches, conventuals, monastic and parishes, thirty of which are closed. The use and its intensity defines the future of the buildings from time to time and it is often the significant reason for the architectural degradation and for the change of design and project of the city. On this occasion, three Venetian cases of closed churches are analysed, who narrate three different stories and allow the definition of three urban scenarios of the city of Venice. The Church of Santa Maria della Misericordia in Cannaregio, integrated within a private system, the Church of Santa Maria della Presentazione in Giudecca, opened occasionally for exhibitions and events and finally the Church of San Lorenzo in Castello, currently under restoration. The analysis of these three cases allows the definition of new scenarios of design and project for Venice and for the future of its architectures.

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