"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

156 | maggio/giugno 2018

9788894840346

titolo

G comme ‘gauche’

Gilles Deleuze

Nota di presentazione, a cura di Anna Fressola

L’Abécédaire di Gilles Deleuze è un film-intervista a cura di Claire Parnet, per la regia di Pierre-André Boutang, girato tra il 1988 e il 1989: 453 minuti di conversazione articolata per concetti, dalla A di animal alla Z di zigzag, per un totale di 25 lemmi. A partire dalle interrogazioni che gli rivolge l’amica ed ex allieva Parnet, Deleuze avvia lo svolgimento di un pensiero che si sviluppa per concatenamenti e rizomi, che si spinge ai bordi e scivola sulle superfici, a illuminare pensiero e vita, attraverso gli snodi di un’esistenza tutta tesa alla filosofia. L’Abecedario, in Italia edito da DeriveApprodi nel 2005, è l’unica intervista con una troupe televisiva a cui Deleuze consentì: il patto era che fosse trasmessa e pubblicata solo dopo la sua morte. In seguito, nel 1995, Parnet convinse l’amico-maestro ad autorizzare la trasmissione del film, per episodi, nel programma televisivo Metropolis curato dallo stesso regista Boutang per l’emittente Arte.

Pubblichiamo qui la trascrizione e traduzione della conversazione che risponde alla lettera G di gauche: assieme all’articolo Mai 68 n’a pas eu lieu scritto a quattro mani con Félix Guattari nel 1984 (pubblicato in questo numero di Engramma), si tratta di una delle rare dichiarazioni in cui il filosofo esplicita la sua posizione rispetto all’evento 68, e rispetto all’idea stessa di “sinistra”. Come sentiamo dalla voce di Deleuze, il 68 “è apertura del campo del possibile in cui il reale irrompe”; è lo stesso divenire rivoluzionario dei soggetti tra loro interrelati, in cui le “differenze minime si propagano anziché annullarsi”. Sinistra che allora – come oggi – non può avere come obiettivo la presa di potere, pena la smentita della sua stessa ragion d'essere: essere “di sinistra” infatti, ci insegna Deleuze, significa spostarsi dall’asse centrale di una postura di maggioranza, che presuppone e stabilisce unità di misura e profilazioni dell'identità (‘uomo’, ‘adulto', ‘maschio’, ‘cittadino urbanizzato’), per interrogare, invece, il limite, per “premere sui bordi”, impegnandosi nei “processi di divenire minoritari”. Essere di sinistra, dice Deleuze, è “sapere che tutti sono minoranza”: in gioco, in palio, non è il governo ma una “questione di percezione”.

E riguardo al tempo del 68, al suo passato e al suo futuro – tema a cui è dedicato Il 68 che verrà, saggio corale di questo numero di Engramma – così leggiamo nella preziosa intervista di Deleuze:

“Poi ci vengono a dire: ‘Ah vedrete quando avranno trionfato, se la rivoluzione riuscirà andrà a finir male’. Ma non saremo assolutamente nello stesso genere di problemi. Ci sarà una nuova rivoluzione, si attiveranno dei nuovi divenire rivoluzionari. Gli uomini, nelle situazioni di tirannia, di oppressione, non hanno altra scelta se non diventare rivoluzionari. Quando poi si dice: ‘È andata male’, non si parla della stessa cosa. È come se si parlassero due lingue assolutamente diverse. L’avvenire della storia e il divenire attuale della gente non sono la stessa cosa”.

G comme ‘gauche’

Claire Parnet | Parliamo di una cosa piuttosto seria – la tua appartenenza alla 'gauche', alla sinistra. [...] Sembra farti ridere e sono contentissima. Dunque, come abbiamo visto, tu vieni da una famiglia borghese di destra, e dopo la liberazione diventi, come si suol dire, uno di sinistra. Dunque, andando per gradi, innanzitutto alla liberazione molti tuoi amici, molti giovani a te vicini, studenti di filosofia, sono legati o entrano nel Partito Comunista.

Gilles Deleuze | Sì, ci sono passati tutti, eccetto me, almeno credo – non ne sono sicuro – ma ci sono passati tutti.

CP | Allora, tu perché no?

GD | Non è così difficile. Tutti i miei amici passavano al PC. Allora cosa me l’ha impedito? Ero uno che lavorava molto e non mi piacevano le riunioni. Non mi sono mai piaciute le riunioni, dove si parla in continuazione, non l’ho mai sopportato. Stare nel PC in quel periodo voleva dire continue riunioni di sezione. Era il periodo – ho un punto di riferimento – dell’appello di Stoccolma. Sebbene fossero molto capaci, passavano la giornata a far firmare l’appello: al prete, a chiunque. Andavano in giro con l’appello, non so più neanche che cosa fosse l’appello di Stoccolma, ma teneva occupata un’intera generazione di comunisti. Era un problema perché, tra gli storici, conoscevo molti storici comunisti, pieni di talento, e mi dicevo che per dio, se avessero fatto le loro ricerche, sarebbe stato molto più importante per il Partito Comunista che almeno avrebbe avuto del lavoro da utilizzare, piuttosto che impegnarli per far firmare l’appello di Stoccolma, uno stupido appello non so… sulla pace. Non avevo nessuna voglia perché non ero tanto comunicativo... Non parlavo, quindi… E far firmare l’appello di Stoccolma mi avrebbe gettato in uno stato di timidezza e di panico. Non ho mai fatto firmare niente a nessuno. Bisognava poi vendere "L’Humanité". Per ragioni un po’ basse, quindi, mi sono detto che non faceva per me. Non avevo alcuna voglia di entrare nel Partito.

CP | Ma ti sentivi vicino al loro impegno?

GD | Al Partito no, non mi ha mai interessato. È anche questo che mi ha salvato. Le discussioni su Stalin, tutte queste cose… Quello che si è scoperto dopo, gli orrori di Stalin, tutti l’hanno sempre saputo. Che le rivoluzioni vanno a finir male… Fa ridere. Ma chi prendiamo in giro?

Quando i nouveaux philosophes hanno scoperto che le rivoluzioni finiscono male… Bisogna essere veramente ottusi! L’hanno scoperto con Stalin, poi la strada era spianata, l’hanno scoperto tutti. Per esempio, recentemente, a proposito della rivoluzione algerina: “Vedi, è finita male perché hanno sparato sugli studenti”. Ma insomma, chi ha mai creduto che una rivoluzione potesse finire bene? Chi? Si dice che gli inglesi almeno evitano di fare le rivoluzioni, ed è assolutamente falso. Ma oggi viviamo in una tale mistificazione… Gli inglesi hanno fatto una rivoluzione, hanno ucciso il loro re. E cosa hanno ottenuto? Cromwell. E cos’è il Romanticismo inglese? È una lunga meditazione sul fallimento della rivoluzione. Non hanno dovuto aspettare Glucksmann per riflettere sul fallimento della rivoluzione staliniana. L’avevano già. E gli americani, non si parla mai degli americani che hanno fallito nella loro rivoluzione, e molto più dei bolscevichi. Non prendiamoci in giro. Gli americani perfino prima della Guerra d’Indipendenza – attenzione, di indipendenza – si presentano meglio di una nuova nazione. Hanno superato la nazione, esattamente come dirà Marx del proletariato. Superata la nazione – basta con la nazione – realizzano il nuovo popolo, fanno la vera rivoluzione, esattamente come i marxisti scommetteranno sulla proletarizzazione universale, gli americani scommettono sull’emigrazione universale. Sono le due facce della lotta di classe. È assolutamente rivoluzionario. È l’America di Jefferson, di Thoreau, di Melville: un’America completamente rivoluzionaria che annuncia l’'uomo nuovo', esattamente come lo annunciava la rivoluzione bolscevica. Ebbene, ha fallito, tutte le rivoluzioni falliscono, lo sanno tutti. Si fa finta di riscoprirlo adesso, ma bisogna essere ottusi! Oggi si rifugiano tutti nel revisionismo. Furet scopre che la Rivoluzione Francese non andava poi così bene: benissimo, d’accordo, è fallita anche quella, ma lo sanno tutti. La rivoluzione francese ha partorito Napoleone… Si scoprono cose che certo non impressionano per la novità. La rivoluzione inglese ha partorito Cromwell, la rivoluzione americana cosa ha dato… ancora peggio. Ha partorito non so… Reagan. Non mi sembra poi tanto meglio.

Insomma siamo in un tale stato di confusione. Che le rivoluzioni falliscano, che finiscano male, non ha mai fermato la gente, non ha mai impedito che la gente diventasse rivoluzionaria. Si mischiano cose del tutto diverse. Le situazioni in cui l’unica via d’uscita per l’uomo è diventare rivoluzionario… Anche qui, ne stiamo parlando dall’inizio, è la confusione tra il divenire e la storia. Se la gente diviene rivoluzionaria …

Sì, è la confusione degli storici. Gli storici ci parlano dell’avvenire della rivoluzione, delle rivoluzioni, ma non è questo il problema. Allora possono sempre risalire indietro per mostrare che se l’avvenire è così fosco è perché il fosco c’era già fin dall’inizio. Ma il problema concreto è perché e come le persone divengano rivoluzionarie. E fortunatamente non saranno gli storici a impedirlo. È evidente che i sudafricani si trovano in un divenire rivoluzionario, i palestinesi si trovano in un divenire rivoluzionario. Poi ci vengono a dire: “Ah vedrete quando avranno trionfato, se la rivoluzione riuscirà andrà a finir male”. Ma non saremo assolutamente nello stesso genere di problemi. Ci sarà una nuova rivoluzione, si attiveranno dei nuovi divenire rivoluzionari. Gli uomini, nelle situazioni di tirannia, di oppressione, non hanno altra scelta se non diventare rivoluzionari. Quando poi si dice: “È andata male”, non si parla della stessa cosa. È come se si parlassero due lingue assolutamente diverse. L’avvenire della storia e il divenire attuale della gente non sono la stessa cosa.

CP | E questo rispetto dei diritti umani, che è così alla moda oggi. Non è il divenire rivoluzionario, è piuttosto il contrario?

GD | Il rispetto dei diritti umani… Verrebbe voglia di fare discorsi odiosi. Fa così parte del pensiero debole, del periodo povero di cui parlavamo prima. È astrazione pura. Cosa vuol dire 'diritto dell’uomo'? È pura astrazione, è vuoto. È ciò che dicevamo prima per il desiderio, quanto cercavo di dire sul desiderio. Il desiderio non consiste nell’erigere un oggetto, nel dire “desidero questo”. Non si desidera per esempio la libertà, per niente. Si desidera… ci si trova in situazioni… Faccio l’esempio recentissimo dell’Armenia. Quale è la situazione, se ho ben capito, in caso mi si corregga. C’è questa enclave in una Repubblica sovietica, c’è l’enclave armena. C’è una Repubblica armena e un’enclave. Bene, questa è una situazione… E c’è il massacro, fatto dai turchi, almeno sembra, una specie di turchi. Per quanto ne sappiamo ora, massacro degli armeni nell’enclave. Gli armeni si rifugiano nella loro repubblica, correggimi se sbaglio, e arriva un terremoto. Sembra di essere nel Marchese de Sade. Dei poveracci hanno affrontato le peggiori prove causate dall’uomo e appena arrivano al riparo, interviene la natura. E si parla di diritti dell’uomo! Sono discorsi per intellettuali. E per intellettuali odiosi, senza idee. Tanto per cominciare queste dichiarazioni dei diritti dell’uomo non sono mai fatte in funzione e insieme alle persone interessate. Le società di armeni, le comunità di armeni… per loro il problema non sono i diritti dell’uomo. Quale è il problema? Ecco un concatenamento. Quando dicevo: il desiderio scorre sempre in concatenamenti. Ecco un concatenamento. Cosa si può fare per sopprimere o per rendere vivibile questa enclave… Cos’è questa enclave? Ecco una questione di territorio e non di diritti dell’uomo. È un’organizzazione del territorio. Suppongo che Gorbaciov cerchi di uscire da questa situazione, cosa farà per evitare che l’enclave armena resti in balia dei turchi che la minacciano?

Non è una questione di diritti dell’uomo, non è una questione di giustizia. È una questione di giurisprudenza. Tutti gli abomini che l’uomo subisce sono dei 'casi'. Non sono la negoziazione di diritti astratti. Sono casi abominevoli. Si potrà dire che i casi si somigliano, ma sono situazioni di giurisprudenza. Il problema armeno è tipicamente un problema di giurisprudenza straordinariamente complesso: cosa fare per proteggere gli armeni e perché gli armeni si salvino dalla situazione folle in cui si trovano. In più ci si mette il terremoto! Terremoto, che pure ha le sue ragioni, le costruzioni che non andavano bene, che non erano fatte come si doveva. Sono casi di giurisprudenza.

Agire per la libertà, divenire rivoluzionario, vuol dire agire nella giurisprudenza. Quando si invoca la giustizia, la giustizia non esiste. I diritti dell’uomo non esistono. Conta la giurisprudenza, questa è l’invenzione del diritto. Allora, quelli che si contentano di ricordare i diritti dell’uomo, di recitarli, sono ottusi. Non si tratta di far applicare i diritti dell’uomo. Si tratta di inventare delle giurisprudenze in cui, per ogni singolo caso, non sarà più possibile una cosa simile. È molto diverso. Se ci pensi, prendo un esempio che mi piace molto, perché è il solo mezzo di far capire cos’è la giurisprudenza. Le persone non capiscono. Non tutti comprendono bene. Mi ricordo il periodo in cui si è proibito di fumare nei taxi, mentre prima si fumava. C’è stato un periodo in cui non si aveva più il diritto di fumare nei taxi. I primi tassisti che hanno vietato di fumare… Ha fatto discutere, c’erano molti fumatori. Hanno brontolato. E ce n’era uno, che era un avvocato… Mi ha sempre appassionato la giurisprudenza, il diritto. Se non avessi fatto filosofia avrei fatto diritto, ma appunto non diritti dell’uomo. Avrei fatto della giurisprudenza, perché è la vita. Non ci sono diritti dell’uomo, ma c’è la vita, ci sono dei diritti della vita. Solo che la vita è un’insieme di casi. Ecco allora i taxi. C’è qualcuno che non accetta il divieto di fumare e fa un processo al tassista – me ne ricordo benissimo perché mi ero procurato le motivazioni della sentenza. Il tassista è stato condannato. Impossibile oggi, se ci fosse lo stesso processo, il tassista non sarebbe condannato, lo sarebbe il cliente. Ma inizialmente il tassista è stato condannato. Con quali motivazioni? Quando qualcuno prendeva un taxi era considerato 'inquilino'. Quindi il cliente del taxi è assimilato all’inquilino e l’inquilino ha il diritto di fumare in casa propria. Ha il diritto di usarne e abusarne. È come se fosse in affitto. Come se la proprietaria mi dicesse: “No, non puoi fumare in casa tua”. Sì, se sono l’inquilino posso fumare in casa mia. Dunque il taxi è assimilato a un appartamento mobile, il cui cliente è l’inquilino. Dieci anni dopo si è universalizzato, non c’è più alcun taxi su cui si possa fumare. Perché? Il taxi non è più assimilato a un appartamento ma a un servizio pubblico: in un servizio pubblico si ha il diritto di vietare il fumo. Ecco cos’è la giurisprudenza.

Non è diritto di questo o di quello. È questione di una situazione, e una situazione che si evolve. Lottare per la libertà è veramente fare della giurisprudenza. Quindi l’esempio dell’Armenia mi sembra tipico. I diritti dell’uomo: si invocano i diritti dell’uomo e cosa significa? Significa dire ai turchi che non hanno il diritto di massacrare gli Armeni. D’accordo, non hanno il diritto, e allora? E allora siamo veramente andati avanti così? Sono veramente degli ottusi. Sono così ipocriti, questi teorici dei diritti dell’uomo, e filosoficamente sono il nulla. E la creazione del diritto non è fare dichiarazioni su diritti umani: è la creazione della giurisprudenza. Solo questo esiste. Quindi, lottare per la giurisprudenza.

CP | Arriviamo a due argomenti che sono del resto legati…

GD | Questo è essere di sinistra, creare diritto.

CP | Riprendiamo la questione. Parlavamo di questa filosofia dei diritti dell’uomo e del rispetto universale dei diritti umani. Ora è come un rinnegare il maggio 68… Rinnegare il maggio 68 e rinnegare il marxismo. Ma tu non hai dovuto rinnegare Marx perché non sei stato comunista. Puoi ancora usarlo, è un riferimento valido per te. E il maggio 68, sei ancora una delle poche persone in giro a evocare il 68 e a non dire che è stato un fallimento, uno schiamazzo, e che tutti sono cambiati. Vorrei che mi dicessi qualcosa di più sul 68…

GD | No, ma sei troppo severa a dire che sono uno dei pochi. Ce ne sono molti, non solo vicini a noi e ai nostri amici. Non ci sono solo rinnegati.

CP | Ma sono nostri amici.

GD | Sì, ma ce ne sono comunque che non hanno rinnegato. Ma la risposta è semplice, il 68 è l’irruzione del divenire. Lo si è visto come il regno dell’immaginario, ma non è assolutamente l’immaginario: è una ventata di reale allo stato puro. È il reale, improvvisamente, il reale che arriva. Allora la gente non capisce, non lo riconosce, si chiede: “Ma che cos’è?”. Finalmente la gente reale. Le persone nella loro realtà – era prodigioso. Che cos’erano le persone nella loro realtà? Ecco, erano il divenire. E poteva esserci un cattivo divenire. È naturale che gli storici non abbiano capito, perché mi sembra così grande la differenza fra la storia e il divenire. Era un divenire rivoluzionario senza un avvenire di rivoluzione. Allora si può sempre desiderare, si deride quando ormai è passato. Erano fenomeni di puro divenire che si sono impossessati delle persone. Anche di divenire animale se vuoi, anche divenire bambino, divenire donna di un uomo, divenire uomo di una donna, tutto questo. È quel dominio così specifico intorno a cui stiamo girando fin dall’inizio: che cos’è esattamene un divenire? Comunque il 68 è l’irruzione del divenire.

CP | E tu hai avuto un divenire rivoluzionario in quel periodo? Così come si ha un’idea?

GD | Divenire rivoluzionario… basta il tuo sorriso a far pensare che c’è dell’ironia. Ma dimmi allora cosa vuol dire essere di sinistra? È ben più discreto che divenire rivoluzionario…

CP | No, appunto, fammi porre diversamente la domanda. Come te la cavi fra il tuo senso civico, di persona di sinistra, che vota… e il tuo divenire rivoluzionario? E cos’è per te essere di sinistra?

GD | Sì. Guarda penso che non esista un governo di sinistra. Anche qui non ci si deve meravigliare. Il nostro governo che dovrebbe essere di sinistra non lo è. Non è che i governi siano tutti uguali. Quello che si può sperare, nel migliore dei casi, è un governo favorevole a certe esigenze o istanze della sinistra. Ma un governo di sinistra non esiste, perché la sinistra non è questione di governo. Se mi si chiede come definire la sinistra, essere di sinistra, direi due cose. Ci sono due modi. E anche qui è innanzitutto una questione di percezione. C’è una questione di percezione: cosa vuol dire non essere di sinistra? È un po’ come un indirizzo postale. Partire da sé, la via dove ci si trova, la città, lo Stato, gli altri Stati e sempre più lontano. Si comincia da sé nella misura in cui si è privilegiati, vivendo in paesi ricchi, ci si chiede: come fare perché la situazione tenga?

È chiaro che ci sono dei pericoli, che tutto questo non può durare, che è demenziale. Bene, ma come fare perché duri? Si dice: “I cinesi sono lontani, ma come fare perché l’Europa duri ancora”. Essere di sinistra è il contrario. È percepire… Si dice che i giapponesi percepiscano così. Non percepiscono come noi, ma percepiscono prima di tutto il perimetro. Dunque direbbero: il mondo, il continente, l’Europa, la Francia, la rue Bizerte… io. È un fenomeno di percezione. Si percepisce innanzi tutto l’orizzonte, si percepisce all’orizzonte.

CP | Non è che siano così a sinistra i giapponesi…

GD | Non per generosità, quest’obiezione non è un motivo. Su questo sono a sinistra: in questo senso dell’'indirizzo', dell’indirizzo postale, sono a sinistra. Vedi prima di tutto all’orizzonte, e sai che non può durare. È impossibile che questi miliardi di persone che crepano di fame… Può durare ancora cento anni, non so, ma non si deve esagerare, è l’ingiustizia assoluta. Non è tanto in nome della morale. È in nome della percezione stessa. Se si comincia dal limite, ecco, si è di sinistra. E in un certo modo si aspira… si capisce che sono quelli i problemi da risolvere. E non significa semplicemente che 'bisogna diminuire le nascite', è un modo di conservare il privilegio dell’Europa, niente di più. Bisogna veramente trovare le soluzioni, i concatenamenti mondiali… Essere di sinistra è sapere che i problemi del terzo mondo sono più vicini a noi dei problemi del nostro quartiere. È veramente una questione di percezione, non di anime belle, no. Prima di tutto è questo per me, essere di sinistra. E in secondo luogo significa essere di natura… o piuttosto divenire, è un problema di divenire. Non smettere mai di divenire minoritari. La sinistra in quanto tale non può mai essere maggioritaria. E per un motivo semplice, la maggioranza presuppone, anche quando si vota… non è solo una maggioranza che vota per una cosa. La maggioranza presuppone un’unità di misura. In Occidente questa misura che ogni maggioranza presuppone, è 'uomo', 'adulto', 'maschio', 'cittadino urbanizzato'. Ezra Pound, Joyce hanno detto cose simili. Precisamente. È l’unità di misura. Ora chi possiede la maggioranza, per natura, è chi in un dato momento… o l’insieme che in quel dato momento realizzerà l’unità di misura. Cioè l’immagine presupposta dell’adulto, maschio, cittadino urbanizzato. A limite si può dire che la maggioranza non sia mai nessuno. Non è mai nessuno, è un’unità di misura vuota. Semplicemente diverse persone, un massimo di persone si riconoscono in un’unità di misura vuota. Ma in sé la misura è vuota, l’uomo maschio… E le donne contano o intervengono in questa maggioranza, oppure in minoranze secondarie, in rapporto a questa misura. Ma cosa c’è d’altro… Tutti i divenire sono dei divenire minoritari. Anche le donne non sono un dato di fatto. Non sono donne per natura. A loro spetta un divenire donna. Le donne devono divenire donna come agli uomini spetta un divenire donna. Parlavamo prima del divenire animale. Ai bambini spetta un divenire bambini, non sono bambini per natura. Tutti questi divenire sono divenire minoritari.

CP | Solo gli uomini non hanno un divenire uomini, è dura.

GD | Ah no, perché sono una misura maggioritaria.

CP | È vuota.

GD | L’uomo-maschio-adulto non ha alcun divenire. Può divenire donna ma allora si impegna in processi minoritari. La sinistra è l’insieme dei processi di divenire minoritario. Per definizione nessuno è maggioranza, tutti sono minoranza. Questo è essere di sinistra, sapere che tutti sono minoranza. Ed è qui che si danno i fenomeni del divenire. Per questo non c’è pensatore a non aver dubbi sulla democrazia, su ciò che chiamano elezioni. Sono cose risapute…

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