"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

156 | maggio/giugno 2018

9788894840346

titolo

Un movimento anti-autoritario a dimensione internazionale

Presentazione del volume Il lungo ’68 in Italia e nel mondo, Brescia 2018

Marco Boato

Né mitologia, né “demonizzazione”: il contesto storico

Dopo mezzo secolo, è necessario riflettere sul movimento del ’68, su quanto l’ha preceduto e quanto l’ha seguito, con un atteggiamento critico e distaccato, senza mitologie, ma anche senza ridicole “demonizzazioni”. Del resto, il movimento del ’68 non fu un fenomeno solo italiano, ma europeo e mondiale, che ha lasciato un segno profondo in tutte le società in cui si è sviluppato, al punto da diventare, anche sul piano storiografico, una data “periodizzante”. Per quanto riguarda l’Italia, è necessario collocare l’analisi del movimento del ’68 nel contesto storico-politico, socio-economico, culturale e anche ecclesiale a partire dai primi anni ’60 [1], che può essere così sinteticamente delineato, anche in alcuni suoi aspetti internazionali:

– L’enorme trasformazione della società italiana con le migrazioni di massa dal Sud al Nord, il boom economico prodotto dal tumultuoso processo di industrializzazione di quello che all’epoca veniva definito “neo-capitalismo”, e le prime lotte operaie degli anni ’60;
– Il pontificato innovatore di Giovanni XXIII (1958-1963) con l’enciclica Pacem in terris dell’aprile 1963 e il Concilio ecumenico Vaticano II (1962-1965) [2];
– La nascita del primo centro-sinistra dopo la crisi tambroniana del giugno-luglio 1960, ma in un sistema politico “bloccato” dalla conventio ad excludendum nei confronti del PCI, a causa della “guerra fredda” e della spartizione del mondo in “blocchi” contrapposti;
– Negli USA l’esperienza kennedyana della “nuova frontiera” dal 1960 fino al suo assassinio a Dallas nel 1963, la prima rivolta studentesca a Berkeley (1964-65), i movimenti per i diritti civili, il Black Power, l’assassinio di Martin Luther King e di Bob Kennedy nel 1968;
– In URSS le conseguenze del XX Congresso del PCUS con il “Rapporto segreto” su Stalin e lo stalinismo (1956), l’invasione sovietica dell’Ungheria (ottobre-novembre 1956), gli aspetti controversi della “destalinizzazione” e del cosiddetto “disgelo” nella fase storica di Kruscev/Chruščëv fino alla sua destituzione nel 1964;
– Sul piano modiale, i processi di decolonizzazione nel Terzo Mondo, la guerra americana nel Vietnam che provocò grandi mobilitazioni studentesche sul piano internazionale, la “grande rivoluzione culturale proletaria” in Cina a partire dal 1966, promossa da Mao Tse-tung (Mao Zedong, come si scrive oggi), e conclusasi nel 1969 con effetti devastanti.

Il Maggio francese e il ’68 in Italia

A differenza dal Maggio parigino e francese, che ebbe una rilevanza enorme sul piano internazionale ma si concluse in poche settimane anche a causa della forte reazione gollista, in Italia il movimento del ’68 non fu frutto di una “esplosione” improvvisa e subitanea, ma fu un "lungo '68" che - come vedremo - arrivò oltre gli anni '70, e va pertanto analizzato tenendo conto di una serie di fattori:

– Il passaggio, pur graduale e parziale, dall’Università di élite all’Università di massa, e l’introduzione (1963) della Scuola media unificata;
– Le difficoltà del primo centro-sinistra a metà degli anni ’60 con la regressione determinata da un lato dalle manovre para-golpiste del “Piano Solo” (De Lorenzo-Segni, nel 1964), e dall'altro dai primi segni di crisi economica (la cosiddetta “congiuntura”) e di ripresa dell’inflazione, debellata nel dopoguerra;
– Le enormi trasformazioni socio-culturali e ideologiche dovute al processo di “modernizzazione” che investì tutti i settori della società italiana;
– La grande rilevanza dei processi all’interno del mondo cattolico, con l’inizio della crisi della “unità politica dei cattolici” e del “collateralismo democristiano”, e con i nuovi fenomeni del “dissenso cattolico” e della “contestazione ecclesiale”, durante il pontificato di Paolo VI (1963-1978) [3];
– Lo scontro politico e ideologico nella sinistra storica (PCI, PSI e PSIUP) e la nascita di una nuova sinistra “eterodossa”, a cominciare dai Quaderni rossi di Raniero Panzieri e dai primi “gruppi minoritari” della nascente sinistra extra-parlamentare [4];
– Il contesto della crisi internazionale dopo l’esperienza di Kennedy e Kruscev, con il pieno ritorno della “guerra fredda”, la guerra nel Vietnam, la guerra arabo-israeliana (1967) e le crisi in America Latina dopo la sconfitta e morte di Ernesto “Che” Guevara nell’ottobre 1967, l’isolamento di Cuba e le dittature militari, fino all’invasione sovietica della Cecoslovacchia nell’agosto 1968 per stroncare il “socialismo dal volto umano” di Dubček e la “Primavera di Praga”;
– L’emergere sulla scena sociale, culturale e politica, italiana e mondiale, delle prime generazioni giovanili che non avevano conosciuto l’esperienza della guerra, dopo le due guerre mondiali che avevano segnato tutte le generazioni precedenti.

L’anno del Vietnam, l’anno degli studenti, l’anno degli operai

Non è un caso che si possa parlare di un “lungo ’68” italiano, il quale per certi aspetti trovò origine all’inizio degli anni ’60 e si sarebbe prolungato fino agli anni ’70 con la “nuova sinistra” e il movimento del ’77, ma i tre anni fondamentali si possono riassumere in una prima schematica periodizzazione:

– Il 1967 come “l’anno del Vietnam” e della dimensione antimperialista, ma anche delle mobilitazioni studentesche contro il disegno di legge 2314 di riforma universitaria (“Piano Gui”);
– Il 1968 vero e proprio come “l’anno degli studenti” (così recitò da subito il titolo di un libro di Rossana Rossanda [5]) e della originaria dimensione del movimento basata sull’anti-autoritarismo;
– Il 1969 come “l’anno degli operai” e della difficile saldatura tra movimento studentesco e movimento operaio all’insegna dello slogan “studenti e operai uniti nella lotta”.

L’anti-autoritarismo

Il movimento del ’68 sviluppò una forte dimensione “anti-autoritaria”, mettendo in discussione, via via, tutti gli ambiti sociali e istituzionali: la scuola e l’università, l’organizzazione produttiva nelle fabbriche e quella territoriale nei quartieri, la struttura tradizionale della famiglia, i rapporti generazionali e i rapporti sessuali, le “istituzioni totali”[6] come le carceri, le caserme e gli ospedali psichiatrici, ma anche le forme della politica e della rappresentanza, fino a incidere pure nell’ambito religioso ed ecclesiastico, con i già citati fenomeni post-conciliari del “dissenso cattolico” e della “contestazione ecclesiale”. I movimenti del ’68 e del ’69 furono davvero espressione di un forte processo di modernizzazione e di una sorta di “anticipazione del futuro”. Soprattutto il ’68 si potrebbe quasi definire un primissimo fenomeno di “globalizzazione” politica e culturale, ben prima della più recente globalizzazione economica e finanziaria.

Tra riforme e rivoluzione, tra spinte democratiche e terrorismo

Ma anche i successivi anni ’70 furono caratterizzati da una sorta di “onda lunga” di quei movimenti, che proiettò la spinta anti-autoritaria lungo tutto il decennio, quasi come una singolare “lunga marcia attraverso le istituzioni”. Gli anni Sessanta e Settanta sono stati due decenni polarizzati tra riforme e rivoluzione, ma anche tra antifascismo e rigurgiti neo-fascisti, tra le crescenti spinte democratiche (anche sul piano elettorale, come nel 1968 e nel biennio 1975-76) e la tragica strategia della tensione e delle stragi, tra il forte ampliamento dei diritti civili – sotto il tumultuoso impatto dei movimenti collettivi e degli eventi referendari – e la prevalenza finale delle leggi di emergenza, come riflesso condizionato dell’attacco terroristico nei conclusivi “anni di piombo”. Quei decenni hanno determinato la più straordinaria stagione di riforme e di conquista di nuovi diritti civili di tutto il secondo dopoguerra, cioè di tutta la storia repubblicana, e sebbene oggi c’è chi tenta di rimettere in discussione quelle conquiste democratiche, resta una stagione fino a oggi insuperata.

Il nuovo biennio rosso ’68-’69

Il movimento (prevalentemente studentesco, ma non solo) del ’68 si era subito saldato, sia pure con tensioni e difficoltà, con il movimento (prevalentemente operaio, ma non solo) del ’69, all’epoca dei rinnovi contrattuali del cosiddetto “autunno caldo”, dando vita così a una sorta di “nuovo biennio rosso ’68-’69”, che riecheggiava la memoria storica del “biennio rosso 1919-20”. Il primo “biennio rosso” venne stroncato dalla nascita del fascismo e dalla restaurazione autoritaria prima e totalitaria poi, che segnò la perdita totale della democrazia per vent’anni in Italia. Il secondo ebbe la sua conclusione tragica e traumatica nella strage di piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969 [7], che segnò per un’intera generazione giovanile la “perdita dell’innocenza”, il passaggio dal sogno di una rivoluzione antiautoritaria al fare i conti con la destabilizzazione istituzionale e con la reazione fascista, che però non riuscirono a prevalere. Ma l’emergenza, prima, del terrorismo di destra e delle sue complicità istituzionali e, poi, del non meno feroce terrorismo di sinistra condizionarono pesantemente un’intera generazione, che vide spegnere i propri sogni dapprima nel sangue indiscriminato delle stragi e quindi negli omicidi mirati e sistematici degli “anni di piombo”. Nel primo decennale del ’68, ci fu il tragico epilogo del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta a opera delle Brigate Rosse, che segnò una svolta traumatica nella storia italiana.

Dallo “stato nascente” alla involuzione ideologica, ma anche la “lunga marcia attraverso le istituzioni”

Se dunque i movimenti del ’68 e del ’69 furono espressione di un forte processo di modernizzazione e di una sorta di “anticipazione del futuro”, non altrettanto si può dire, in alcuni casi, del loro linguaggio ideologico, che, superata la fase embrionale dello “stato nascente” (come la definì efficacemente il sociologo Francesco Alberoni in un suo libro [8]), spesso si arenò nelle secche delle vecchie diatribe ideologiche della sinistra storica, ortodossa ed eterodossa, italiana e internazionale. Basti pensare al Movimento studentesco della Statale di Milano, che giunse a ripubblicare, come proprio riferimento ideologico, le opere di Stalin, con una scelta aberrante, però totalmente rigettata dai movimenti di molte altre università italiane come quella di Trento. E basti anche ricordare l’acritica assunzione ideologica del “maoismo” e del “marxismo-leninismo” più dogmatico, che caratterizzò una parte, pur minoritaria, dei movimenti di allora. Tuttavia, gli anni ’70 furono poi caratterizzati da una sorta di “onda lunga” di quei movimenti del ’68-69, che proiettò la spinta anti-autoritaria lungo tutto il decennio. Non a caso ho utilizzato l’espressione “lunga marcia attraverso le istituzioni”, che nella Repubblica federale di Germania aveva già teorizzato il leader studentesco Rudi Dutschke alla Freie Universität di Berlino-Ovest [9], prima di essere colpito da un attentato – l’11 aprile 1968, un venerdì santo – esito della campagna denigratoria nei confronti del movimento tedesco e del suo leader da parte degli organi di stampa dell’editore Springer, a cominciare dalla testata scandalistica Bild, stigmatizzata poi anche dal grande scrittore Heinrich Böll.

Le conquiste civili degli anni ’70

Le conquiste civili furono determinanti: oltre alla sentenze 126 e 127 nel dicembre 1968 della Corte Costituzionale sulla illegittimità delle norme sull’adulterio femminile, basti pensare alla introduzione dello Statuto dei diritti dei lavoratori nel 1970 – la cui elaborazione parlamentare era cominciata proprio nel 1968, alla legge Fortuna-Baslini sul divorzio e alla legge istitutiva dei referendum (istituto previsto in Costituzione, ma fino ad allora mai attuato), come del resto l’istituto delle Regioni a statuto ordinario, avviate per la prima volta proprio nel 1970. Nel 1972 venne riconosciuto il diritto di voto per i diciottenni (prima si esercitava solo dai 21 anni), con la conseguente riduzione della maggiore età. Nel dicembre 1972 fu finalmente legittimato il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare allora obbligatorio, con conseguente nascita del servizio civile. In precedenza, l’obiezione di coscienza era costata il carcere militare a molti obiettori religiosi e laici, e l'elogio dell'obiezione nel libro L’obbedienza non è più una virtù coinvolse in un processo penale don Lorenzo Milani, il quale, con la sua Scuola di Barbiana, produsse nel 1967, alle soglie della morte, quella Lettera ad una professoressa, che ebbe un grande impatto nel ’68 italiano [10].

Dal referendum del 1974 al ruolo dei movimenti femministi

Il 1974 è davvero l’anno “epico” della vittoria referendaria sul divorzio, che fece emergere un aspetto nuovo della società italiana al di là delle divisioni confessionali, e contribuì a determinare anche una drastica svolta successiva sul piano elettorale (i primi anni ’70 avevano visto una forte crescita delle destre), fino alle elezioni regionali e amministrative del 15 giugno 1975 e alle elezioni politiche del 20 giugno 1976. Nel 1974 furono anche approvati i cosiddetti “decreti delegati” sulla Scuola, che aprirono una nuova stagione di partecipazione democratica negli istituti superiori. Nel 1975 venne varata la riforma dell’ordinamento penitenziario dopo una stagione di drammatiche rivolte nelle carceri, e introdotto il nuovo diritto di famiglia, che chiuse per sempre – almeno sul piano legislativo – la stagione “patriarcale” nei rapporti familiari. E questo avvenne anche sotto l’imponente spinta dei movimenti femministi [11] originatisi essi stessi soprattutto dal 1968 in poi, che portò inoltre alla legge sulla parità di genere nel lavoro nel 1977 e alla legge sulla interruzione volontaria della gravidanza nel 1978, mentre in precedenza, nel 1975, era stata approvata anche la legge quadro sui consultori familiari. Nello stesso 1978 venne approvata la “legge 180 (Basaglia)” per l’abolizione degli ospedali psichiatrici e quella che istituì il Servizio sanitario nazionale.

L’abolizione del “delitto d’onore” e la nascita del sindacato di Polizia

Alla fine del decennio, nel 1980, venne abolita la figura penale del “delitto d’onore” e per la prima volta venne anche approvata la legge che consente la possibilità di cambiare sesso. Dal 1977, dapprima addirittura in modo “clandestino”, si era sviluppato il movimento per la smilitarizzazione e si formò il sindacato interno alla Polizia, che portò alla riforma della Polizia di Stato nel 1981, mentre venne introdotto il riconoscimento dei diritti di rappresentanza nelle Forze armate. Gli anni ’60 e ’70 – che tanto sono costati in termini di lotte politiche e sociali, di scontri di piazza, di risposta dura ai neo-fascisti e di resistenza democratica alla strategia stragista, di risposta politica e sociale ai terrorismi degli “anni di piombo”, e che hanno visto svilupparsi tanti movimenti collettivi democratici in tutti gli ambiti sociali – sono stati anche due decenni caratterizzati da uno straordinario processo riformatore sul piano istituzionale, purtroppo offuscato negli ultimi anni dalla sequela della legislazione d’emergenza (dalla legge sulle armi alla legge Reale fino al decreto Cossiga), come unica risposta statale al terrorismo e alla violenza politica.

Gli “anni di piombo” e il “riflusso”

Il terrorismo politico conseguì paradossalmente l’obiettivo che non aveva ottenuto la strategia stragista: soffocare la partecipazione democratica, ricacciare i cittadini spaventati nelle proprie case, far prevalere la logica della repressione e della paura. Gli “anni di piombo” dunque segnarono la fine di quella stagione – originatasi dai movimenti del ’68 e del ’69 – che poi regredì nel cosiddetto “riflusso” degli anni ’80 [12]. Ma, nonostante tutto, sotto la cortina soporifera del “riflusso” cominciarono a svilupparsi anche nuovi movimenti, molto più “post-ideologici”, meno totalizzanti e più legati a obiettivi specifici, sia pure di grande rilevanza: i movimenti antinucleari, pacifisti, ambientalisti, ecologisti, dei consumatori e della nuova stagione dei diritti civili di “terza generazione”. Non a caso, a questa profonda trasformazione di valori nelle nuove generazioni, un importante sociologo statunitense, Ronald Inglehart, dedicò già nel 1977 un libro intitolato The Silent Revolution, tradotto nel 1983 in Italia come La rivoluzione silenziosa [13]. Dunque, gli anni ’60 e ’70 non erano passati invano, anche se una stagione era definitivamente finita. E di questa stagione è bene che rimanga viva la memoria storica: non per nostalgia del passato, ma per capire lungo quali percorsi si sono poi aperti i nuovi scenari del futuro, che tanti problemi e tante questioni irrisolte ci hanno comunque consegnato, ancora fino a oggi. Ma, senza le conquiste degli anni ‘60 e ’70, anche attraverso molte contraddizioni ed errori, saremmo comunque tutti culturalmente e politicamente più poveri e meno consapevoli dei nostri diritti, dei nostri doveri e delle nostre responsabilità di fronte ai problemi epocali del mondo contemporaneo.

Note

[1] Per una analisi storico-politica, cfr. con diverse impostazioni culturali: Francesco Barbagallo, L’Italia repubblicana. Dallo sviluppo alle riforme mancate (1945-2008), Carocci, Roma 2009; Giuseppe Bedeschi, La prima Repubblica. Storia di una democrazia difficile, Rubbettino, Soveria Mannelli 2013; Guido Crainz, Il Paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta, Donzelli, Roma 2003; Id., Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi, Donzelli, Roma 2016; Andrea Di Michele, Storia dell’Italia repubblicana (1948-2008), Garzanti, Milano 2008; Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 1989; Agostino Giovagnoli, La Repubblica degli italiani. 1946-2016, Laterza, Roma-Bari 2016; Silvio Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana dal dopoguerra agli anni Novanta, Marsilio, Venezia 1992; Giuseppe Mammarella, L’Italia contemporanea. 1943-2007, il Mulino, Bologna 2007; Paolo Soddu, La via italiana alla democrazia. Storia della Repubblica 1946-2013, Laterza, Roma-Bari 2017.

[2] Cfr. Marco Roncalli, Giovanni XXIII. Angelo Giuseppe Roncalli. Una vita nella Storia, Mondadori, Milano 2006; Giancarlo Zizola, L’utopia di Giovanni XXIII, Cittadella, Assisi 2000; Id, Giovanni XXIII. La fede e la politica, Laterza, Roma-Bari 2000; Ernesto Balducci, Papa Giovanni, Vallecchi, Firenze 1965; Peter Hebblethwaite, Giovanni XXIII. Il Papa del Concilio, trad. it. a cura di Marco Roncalli, Castelvecchi, Roma 2013.

[3] Cfr. Silvia Inaudi - Marta Margotti (eds.), La rivoluzione del Concilio. La contestazione cattolica negli anni Sessanta e Settanta, Studium, Roma 2017.

[4] Cfr. Danilo Breschi, Sognando la rivoluzione. La sinistra italiana e le origini del ’68, Mauro Pagliai Editore, Firenze 2008. Sotto un profilo completamente diverso, segnalo qui un libro estremamente critico del linguaggio politico-culturale “stereotipato” degli anni ’50-inizio anni ’60: Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale, Feltrinelli, Milano 1957, nuova edizione ampliata nel 1964 (ripubblicato nel 2013).

[5] Cfr. Rossana Rossanda, L’anno degli studenti, De Donato, Bari 1968.

[6] Cfr. Erving Goffman, Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, traduzione di Franca Ongaro Basaglia, Einaudi, Torino, ultima edizione 2003 (ma pubblicato per la prima volta in inglese nel 1961).

[7] Cfr. Giorgio Boatti, Piazza Fontana. 12 dicembre 1969. Il giorno dell’innocenza perduta, Einaudi, Torino 1993, nuova edizione aggiornata 2009.

[8] Cfr. Francesco Alberoni, Statu Nascenti, il Mulino, Bologna 1968.

[9] Cfr. Rudi Dutschke, Le contraddizioni del tardo capitalismo, gli studenti antiautoritari e il loro rapporto col Terzo Mondo, in Uwe Bergmann - Rudi Dutschke - Wolfgang Lefèvre - Bernd Rabehl, La ribellione degli studenti ovvero la nuova opposizione, trad. it., Feltrinelli, Milano 1968; Dutschke a Praga, trad. it., De Donato, Bari 1968 (raccolta di articoli e interviste).

[10] Cfr. Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Libreria editrice fiorentina, Firenze 1967; Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina, Firenze 1967.

[11] Cfr., tra le molte altre, Luisa Abbà - Gabriella Ferri, Piergiorgio Lazzaretto, Elena Medi, Silvia Motta, La coscienza di sfruttata, Mazzotta, Milano 1972; Gabriella Parca, L’avventurosa storia del femminismo, Mondadori, Milano 1981

[12] Cfr. Paolo Morando, Dancing Days 1978-1979. I due anni che hanno cambiatol’Italia, Laterza, Roma-Bari 2009; Id., ’80. L’inizio della barbarie, Laterza, Roma-Bari 2016; Stefano Di Michele, I magnifici anni del riflusso. Come eravamo negli anni ’80, Marsilio, Venezia 2003.

[13] Cfr. Ronald Inglehart, La rivoluzione silenziosa, trad. it., Rizzoli, Milano 1983.

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