"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

156 | maggio/giugno 2018

9788894840346

titolo

Iuav 68. Labirinto politico

Un saggio per immagini

Michela Maguolo e Roberto Masiero, con la collaborazione di Maddalena Bassani, Monica Centanni, Fernanda De Maio, Anna Fressola, Anna Ghiraldini, Alessandra Pedersoli, Nicolò Zanatta

A. Come occupare l‘Aula magna

“L’occupazione è l’unico e attuale strumento di lotta e di ricerca”: la frase che campeggia sulla parete di fondo dell’Aula magna condensa il senso del 68 (iniziato nel 1967) allo Iuav. Il primo percorso tematico della tavola ruota intorno al luogo più significativo della Facoltà, dove si tenevano inaugurazioni, lectiones magistrales, conferenze, mostre, ma anche le assemblee degli studenti che hanno dato avvio a proteste e occupazioni. Uno spazio fortemente caratterizzato dall’imponente lavabo, memoria del refettorio cenobitico, presenza ingombrante che nel tempo è stata usata come sfondo (A01), nascosta (A02), ignorata (A04), aggirata (A08), assunta come fulcro visivo (A06).

La frase contenuta nello striscione (A01) corrisponde alla solennità dello spazio ed è resa potente dall’ordine e dal senso di sospensione che l’immagine trasmette. Una solennità che in seguito verrà negata: Carlo Scarpa nel 1975 frantuma lo spazio con i pannelli sospesi e le grandi tele rosse inclinate che nascondono, ma non del tutto, la complessità dell'architettura, visivamente sostituita dal collage bianco e nero di Emilio Vedova (A02).

Quella solennità, di cui gli studenti del ’67 erano consapevoli e di cui volevano condividere la responsabilità, non viene recuperata nel ripristino filologico del 2011-2013, successivo alla rimozione dell’allestimento scarpiano: un ritorno all’ordine che sembra adeguamento a esigenze di efficienza e flessibilità decorosa ma neutrale (A06). È tuttavia possibile aggirare la gerarchia visiva imposta dal monumentale lavabo, e quindi gli incerti ripieghi cui questo costringe: dandogli le spalle, e proiettando sulla parete opposta, come è stato fatto nel 2015, le immagini di Palmyra martoriata dall'Isis (A08).

Diversi sono i modi di occupare, riempire lo spazio da parte delle persone: la movimentata assemblea del 1977 (A07); quella affollatissima del 1990 (A05), con gli studenti che occupano l’Aula magna fino a saturarla; il composto, ordinato pubblico di un convegno del 2016 (A06). Si occupa fisicamente, con le immagini, con le parole. Queste possono essere scritte o dette. Allo striscione del ’67 fa da contrappunto nel 1975 la frase di Gramsci – “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza” – inserita fra i dipinti di Basaglia, Pizzinato, De Luigi – ma nella versione variata di fine anni ’70, dove a “intelligenza” è sostituito “mira” (A07): sostituzione ironica – giocosi murales riempivano le pareti dell’Aula magna (A10) – ma di un’ironia pericolosa e inquietante, visto l’epilogo tragico di quel periodo. Scanzonato era lo spirito del gioco dell'Iuav dove con leggera ironia si dileggiavano i docenti (A13).

L’occupazione parlata è quella degli slogan, dei titoli, dei documenti copiosi e corposi con cui gli studenti spiegano, chiariscono le loro posizioni, le loro richieste (A11). E delle dichiarazioni in assemblea, dove per la prima volta ad ognuno è data la parola (A05): non solo agli studenti, ma anche agli operai, in uno storico incontro nel giugno del 1968, nell'Aula magna dello Iuav (A12). 

Parole dette, sussurrate, gridate riempiono l’Aula, svuotata, nell’installazione di Bruce Nauman del 2009: Days (A03). Sette voci recitano, da altoparlanti posti in punti diversi, i giorni della settimana, in ordine sparso: una riflessione sullo spazio e sul tempo.

Provocatoriamente accostiamo a questa immagine e alle occupazioni studentesche la schermata dell’app Easyroom che recita: “Occupazione giornaliera spazi d’ateneo” (A09). È questa la prima voce che compare nei motori di ricerca digitando ‘iuav’ + ‘occupazione’: gli spazi occupati o prenotabili sono rappresentati da piccoli templi e, nella schermata successiva, un calendario indica i giorni e le ore in cui è possibile occupare un’aula Iuav.

B. La porta: come entrare allo Iuav

Ancora giorni, ancora un calendario: quello dell’occupazione del 1967 esposto all’ingresso dei Tolentini (B01). Sessantadue foglietti ordinatamente allineati su cinque file a scandire la lunghissima occupazione, conclusa con l’irruzione della polizia e lo sgombero forzato della sede universitaria.

La staccionata sul fondo del campazzo dei Tolentini riporta alla mente il fatto che l’ingresso dello Iuav non è sempre stato come lo vediamo oggi (B01, B05). Altre immagini delle proteste del 1967 ci ricordano che l’ingresso non è sempre stato lì: durante i (lunghi) lavori di adattamento dell’ex-convento – poi caserma e rifugio per profughi – a sede della scuola di architettura, l’entrata ufficiale era in Calle Amai (B08). Il secondo percorso della tavola si incentra quindi sul tema della porta, del suo ruolo di confine – fra dentro e fuori, uguale e diverso, che unisce e divide – e di forma con cui un luogo si mostra, si racconta.

Si entrava allo Iuav attraverso il precario recinto del cantiere e l’ingresso secondario del monastero. Entrambi, sottili diaframmi di secolare solidità (B09) o di pluriennale provvisorietà (B10), sono porte anonime che assumono identità durante l’occupazione. I cartelli, le scritte non solo annunciano la protesta ma rivestono di significato il confine e il luogo che esso racchiude (B01, B18). Staccionata e muro diventano grandi dazebao, mentre intorno al cancello si concentrano le azioni di protesta. Gli studenti chiusi dentro, che dialogano con chi sta all’esterno (B08, B15); e chiusi fuori, dopo l’intervento della polizia (B12). Davanti al cancello sbarrato si consumano gli scontri per impedire che i cartelli (B11) – indicatori di identità di luogo e di tempo – siano strappati, e poi, si presidia l’ingresso. I poliziotti devono impedire agli studenti di rientrare; gli studenti, in un sit-it che occupa l’intera calle, vogliono impedire il ritorno alla ‘normalità’ (B12). Infine, il cancello viene aperto e l’istituzione, rappresentata dal direttore Samonà, a fatica, lo oltrepassa (B16).

La Porta Scarpa sostituisce, nel 1984, al segno labile e informe della staccionata, una forma potentemente definita nella sua complessità, e di voluta discontinuità rispetto al contesto (B05). Ma l’elaborato profilo, il sofisticato meccanismo, i caratteri dorati della scritta ‘IUAV’ non impediscono di sovrapporre alla istituzionalità dell'acronimo altri significati (in un gioco paraenigmistico le lettere richiamano anche il vichiano ‘Verum Ipsum Factum’), altri messaggi da parte degli studenti (B03) e della città (B04): il contrafforte interno si lascia usare anche come rampa da skateboard (B07); issati sul bordo superiore, i ragazzini prendono possesso della porta, allo stesso modo in cui nel ’67, gli occupanti prendevano possesso dei Tolentini, salendo sul tetto, ultimo limite dal quale confrontarsi con la città (B13, B14).

Ancora una volta gli studenti, nelle loro proteste, agiscono sui luoghi trasfigurandoli senza danneggiarli. Come lo striscione nell’Aula magna del ’67, il drappo nero del 1990 (B03), appeso alla pensilina della porta, afferma la finalità dell’occupazione: far funzionare la facoltà, anche assumendosi la responsabilità di dare un senso all’università di cui il grande punto interrogativo al posto della A di ‘Architettura’ denuncia lo smarrimento (B19). Ancora interrogativi per gli occupanti di oggi, ma in un ruolo che appare diverso: sullo striscione del 2013 all’ingresso del Cotonificio, si legge: “Lo Iuav per gli studenti” (B17). Anche in questo caso, la protesta, l’occupazione invoca una migliore qualità della formazione, solo che, ridotti al ruolo di ‘utenti’ (per non dire di clienti), gli studenti non si sentono parte di Iuav, ma da Iuav, come fosse un'entità astratta e superiore, chiedono risposte.

Canto e controcanto. Lettura incrociata di alcune immagini di Iuav 68

canto di Michela Maguolo | controcanto di Roberto Masiero

Utilizzazione degli spazi nell’Istituto Universitario di Architettura – Venezia – a cura degli studenti occupanti l’IUAV – luglio 1967.

Gli schemi sintetizzano l’analisi, eseguita dagli studenti nel corso dell’occupazione del 1967, degli spazi a disposizione dello studio e della ricerca allo Iuav. Così recita il documento:

“Nel quadro della contestazione e degli obiettivi dell’occupazione dell’IUAV, il problema degli strumenti a disposizione degli studenti appare fondamentale in quanto essi possono favorire o comprimere la possibilità di espressione e il diritto a studiare”.

Mentre i docenti dispongono di circa 40 mq ciascuno, a ogni studente è assegnato un solo metro quadrato; mentre gli studi dei docenti sono attrezzati, le ‘sale da disegno’ – corridoi suddivisi in box da pannelli – spesso mancano di tavoli, sedie, illuminazione. Occupare l’università significa anche riflettere sui suoi luoghi, sulle gerarchie spaziali che diventano gerarchie fra persone, sulle relazioni fra ambienti e funzioni.

Il Sessantotto voleva l’immaginazione al potere, ma voleva anche una diversa idea del possedere: possedere il proprio corpo, le istituzioni e i beni pubblici. Tutto quanto è possibile possedere e quindi la stessa libertà. Occupare significava anche ripensare il possesso e le funzioni stesse degli spazi.

Aula magna 1967, dopo l’occupazione dei “100 giorni”.

Nella foto, presa dopo lo sgombero, nel giugno del 1967, scarsi per non dire nulli i segni di danneggiamento dopo due mesi d’occupazione. Le proteste studentesche in Italia erano iniziate l’anno precedente al fatidico 68, in due sedi universitarie in particolare: lo Iuav e Sociologia a Trento. A Venezia, la contestazione fu straordinariamente lunga, per il rifiuto da parte del Direttore Iuav Samonà di chiedere l’intervento della magistratura.

Nella ricognizione eseguita per verificare i danni, tutto appare in ordine, le pareti bianche, intonse. Si avverte un grande rispetto per il luogo – non tanto il refettorio teatino, quanto l’Aula magna, il fulcro della vita universitaria. È con questo che il grande striscione interagisce, sapientemente disposto sulla parete di fondo, teso fra tre scale a pioli: un’installazione in cui la frase virgolettata assume un tono assertivo, quasi assiomatico: “L’occupazione è l’unico e attuale strumento di lotta e di ricerca”. Iuav era, fra le facoltà di architettura, la più aperta al dialogo docenti-studenti, un’esemplare ‘isola felice’. Ma dopo seminari introduttivi e teoriche cogestioni, occupare – negare uno stato di cose, un sistema la cui sopravvivenza dipende e si identifica con il luogo e con le attività che vi si svolgono – restava l’unica strada percorribile, la più attuale, quella calata nel proprio tempo, la più concreta.

Unica e attuale strada percorribile – significa irrinunciabile, determinante, cogente per una presa d’atto del e per il proprio tempo. Significa rendere palesi le contraddizioni sociali in atto; ‘strumento’ allude alla operatività e alla necessità del fare; ‘lotta’ è il verbo politico che unito alla parola ‘ricerca’ prova a rimettere in gioco le ragioni stesse e il ruolo dell’istituzione universitaria.

L’ingresso dei Tolentini, occupazione dei “100 giorni”, giugno 1967.

Dopo lo sgombero, il gruppo neofascista che, con la sua denuncia aveva spinto la magistratura a intervenire, cerca di cancellare le tracce dell'occupazione, strappando le scritte che gli studenti avevano affisso “alla loro facoltà”, come si legge nel cartello subito apposto alla staccionata. La facoltà è degli studenti, che la riconoscono come propria, ne rivendicano il possesso, assumendosene la responsabilità.

L’ingresso dei Tolentini, occupazione dei “100 giorni”, aprile 1967.

Una staccionata con al centro un uscio è stato l’ingresso allo Iuav sul campazzo dei Tolentini, fino al 1985, quando il progetto di Carlo Scarpa per la nuova porta è stato realizzato da Sergio Los. La scritta “La facoltà è occupata” è applicata sopra strati di manifesti, cancellati da vernice scura: sembra quasi che l’evento ‘occupazione’ obliteri ogni altro comunicato, ogni altra attività.

Al centro dell’immagine, come dell’occupazione, sta l’assemblea, luogo e dispositivo di discussione e decisione, che modifica il modo di fare politica, superando gli organismi di rappresentanza, la dicotomia base/vertice.

L’assemblea generale diventa pertanto il luogo in cui si costruisce dall’interno la volontà politica di tutti gli studenti, attraverso il contributo di ognuno. E questa forma di presa di coscienza, da parte dei singoli soggetti, e di elaborazione collettiva degli obiettivi diventerà prassi anche nelle lotte operaie, dove si chiederà, per esempio, di sostituire il referendum con l’assemblea. Per Rossana Rossanda, l’assemblea è una delle invenzioni del 68, “di quelle scoperte che la società assorbe per sempre”.

Si discute del piano Gui, il disegno di riforma universitaria completamente svuotato di senso nei vari passaggi istituzionali, e quindi di autonomia dell’università, di libertà d’insegnamento, di diritto allo studio, di coinvolgimento degli studenti nella definizione degli obiettivi generali e della ricerca, svincolata da interessi privati. Il piano sarà sospeso e si concederà, anche grazie alla lunga occupazione dello Iuav, una “cauta sperimentazione” dei nuovi piani di studio. Ma si discute anche di Vietnam, come il manifesto che si intravede nella foto testimonia, intrecciando i temi del rapporto fra università e potere politico con quelli del pacifismo e dell’anti-imperialismo.

Ciò che poteva e doveva emergere era un’altra razionalità delle cose e quindi una diversa ragione: era urgente nel contempo ciò che accadeva lontano (il Vietnam) e ciò che era vicino (l’urgenza di una riforma universitaria). Tutto era nel contempo lontano e vicino: il mercato come i conflitti geopolitici, il dettaglio della riforma universitaria come i programmi dei piani di studio. Allora si pensava, nei movimenti – studentesco od operaio – che il capitalismo avesse raggiunto la sua fase estrema, che l’imperialismo avesse, come nelle previsioni di Lenin, raggiunto il suo compimento – si trattava di spingerlo, ovunque, a morire.

Tetto dei Tolentini, occupazione dei “100 giorni”, aprile 1967.

“Radio Iuav”. Dal tetto dei Tolentini, gli studenti diffondono con il megafono il bollettino giornaliero dell’occupazione: il procedere delle trattative con i docenti, il confronto con le istituzioni locali, i rapporti con la stampa che seguiva attenta gli sviluppi della protesta nella facoltà più libera d’Italia. L’abbigliamento degli occupanti – chi in maglione, chi in camicia a scacchi, chi in giacca e cravatta – racconta di un mix sociale che solo l’università poteva produrre e accogliere. E che si sarebbe ampliato con il libero accesso.

Tetto dei Tolentini, occupazione dei “100 giorni”, aprile 1967.

Andare all’università, e a occupare l’università, in giacca e cravatta è anche conferma del rispetto per il luogo, per l’istituzione, osservato più sopra; e credere nel proprio personale impegno per modificarne gli assetti, ovvero per cambiare la società.

Nei rizomi della storia ci sono momenti nei quali i nodi vengono al pettine: la Democrazia Cristiana fondava la propria legittimità sull’interclassismo, e questo, anche grazie alle lotte del ‘popolo’ di sinistra, la spingeva ad accettare che l’università fosse aperta anche ai figli degli operai in modo che potessero diventare a loro volta classe dirigente. È uno degli esiti che sta nelle contraddizioni del Sessantotto. Poco prima, Benetton decide di aprire i suoi negozi di magliette vicino alle sedi universitarie. I negozi non hanno più vetrine, né banchi per mostrare la merce né tanto meno magazzini: le maglie vengono colorate via via secondo le indicazioni di mercato. I giovani scelgono: vogliono essere tutti uguali per riconoscersi e tutti diversi per sentirsi liberi. Le madri perdono così uno delle loro prerogative: vestire i loro figli, le loro figlie.

La domanda provocatoria era ed è ancora: chi governa i processi? La politica o l’economia? Poco dopo, le dinamiche politiche hanno fatto sì che la selezione della classe dirigente non avvenisse può sulla base dei saperi – ad esempio quelli che l’università poteva offrire – ma per altri processi di cooptazione, spesso imperscrutabili.

L’ingresso dei Tolentini, vista dall’alto, 1966.

Due erano – e ancora oggi sono, ma con ruoli rovesciati – gli ingressi allo Iuav: sul campo e in Calle Amai. Visti dall’alto, appaiono come varchi ritagliati in sottili linee di confine, in grado, nonostante l’esilità, di demarcare la separazione fra interno ed esterno.

Lo steccato, rimasto provvisorio per circa vent’anni, racchiudeva l’area – temporaneamente ceduta dal Comune allo Iuav durante i lavori di adattamento a sede universitaria – dove venivano accumulati i detriti e dove l’arco dell’antico portale (ritrovato nel corso dei lavori) era adagiato, in attesa di un adeguato riutilizzo. Era quindi una recinzione priva di connotazioni relative al luogo e alla sua funzione. Si entrava allo Iuav attraverso un anonimo cantiere. Ma la precarietà di questa porta ha simboleggiato per anni la struttura fluida di una istituzione, in continuo mutamento, permeabile alla città.

La fotografia, di Italo Zannier, è tratta dal piccolo volume che Sergio Los dedicò nel 1967 a Carlo Scarpa, del quale tutte le copie furono distrutte, come lo stesso Los ricorda, in quell’anno durante le proteste studentesche (v., in Engramma, il saggio di S. Los, Architettura dell'engramma). L’anno precedente Scarpa aveva iniziato ad abbozzare un nuovo ingresso per la scuola: una vera porta, spessa, solida, rappresentativa, diversamente definita all’esterno e all’interno, perché diverso doveva essere l'entrare e l'uscire, il mostrarsi alla città e il sentirsi parte della scuola.

L’ingresso da Calle Amai, occupazione dei “100 giorni”, vista dall’alto, aprile 1967.

L’ingresso ufficiale era quindi quello su Calle Amai, in attesa del completamento dei lavori. Ma la protesta degli studenti si concentra in questo punto, e non solo in nome dell’ufficialità anagrafica, lasciando la recinzione sul campo a fungere da megafono, da grande dazebao. La presenza del cancello svolge infatti un importante ruolo di comunicazione e scambio. Gli occupanti in piccoli o folti gruppi presidiano l’ingresso e spiegano a chi sta all’esterno la loro protesta.

Dentro e fuori, l’università e la città. Il rifiuto delle regole dell’istituzione e i sogni di una società diversa diventano visibili tra il fuori e il dentro e tra il dentro e il fuori. Lì avviene l’osmosi tra i conflitti di una istituzione pubblica e quelli di una città; lì, nel limite fisico, nell’evocazione carceraria, nel confine che segna le distanze, i due mondi, forse, possono trovare per sé delle parole comuni. L’università prova a non essere più l’orto chiuso per una élite presente (i docenti) e futura (gli studenti) ma un corpo vivo – con le sue contraddizioni e pulsioni – nella società e per la società. Solo da allora l’università viene percepita da tutti come bene pubblico.

Ma non era solo l’università a diventare una “Istituzione negata” (così si intitolava il libro di Franco Basaglia sugli ospedali psichiatrici pubblicato nel 1968 da Einaudi, quel Franco Basaglia che allora si schierò dalla parte degli studenti): la negazione avveniva appunto anche in luoghi dolorosi della segregazione sociale come gli ospedali psichiatrici, nei quali emergeva drammaticamente il conflitto tra normalità e diversità – anche lì nelle soglie, nei confini, nei limiti dove il concetto di ‘normalità’ mostrava tutta la sua scientifica ipocrisia.

L’ingresso da Calle Amai, occupazione dei “100 giorni”, maggio 1967.

Grandi cartelli annunciano l’occupazione e il suo procedere nel tempo, sintetizzano le posizioni, le accuse, le richieste. Il cancello separa, fa da confine fra dentro e fuori, fra ‘noi’ e ‘loro’ – divide. Ma nel contempo, nella sua parziale trasparenza, unisce: lo scambio visivo e verbale è continuo con gli studenti rimasti fuori, i docenti, i passanti. Si richiede anche, in un piccolo cartello, un contributo per gli studenti occupanti. La permeabilità del cancello ha risvolti politici: induce al coinvolgimento, alla presa di coscienza.

Monetizzazione del conflitto significava socializzare la contraddizione, cooptare l’‘altro’ utilizzando provocatoriamente il denaro, la moneta, l’oggetto primo di uno scambio che solo apparentemente rende tutti uguali, mentre di fatto alimenta proprio l’ineguaglianza. Gesto dada, ironico, provocatorio, che gioca nell’estetica del dissenso con i paradossi dell’avanguardia politica e il suo sguardo dissonante.

L’ingresso da Calle Amai, occupazione dei “100 giorni”, giugno 1967, sit-in.

Dopo lo sgombero forzato, l’occupazione si trasferisce nella città, invade gli spazi urbani, diventa pubblica. Il cancello chiuso e presidiato dalla polizia, è diventato una barriera che amplifica la separatezza di un luogo che è però svuotato non solo degli occupanti, ma di senso. L’azione si è quindi spostata all’esterno dove si verifica una singolare mescolanza fra studenti, poliziotti, gente comune. La protesta è portata al di fuori dell’università, facendola diventare una lotta sociale, non di un’élite di privilegiati. Fra gli studenti seduti a terra, si notano alcune - poche – ragazze. L’emancipazione femminile passa anche attraverso l’occupazione: mescolandosi ai compagni maschi, si combatte contro la discriminazione, i pregiudizi, per l’autodeterminazione. La minigonna, le braccia nude sono segnali di liberazione, non di seduzione. Una delle cifre del cielo del 68 è l'erotismo diffuso, che non è mai pornografia.

L’ammiccamento erotico voleva affermare radicalmente che “il corpo è mio”, la libertà è mia, l’eros è mio: persino la differenza di genere è mia. L’emergere virale e potente della femminilità rompe tabù, differenze, confini.

Tendenza. Bollettino di politica universitaria, n.4, maggio 1967.

La protesta ha diverse anime: il gruppo ‘Tendenza’ introduce nel dibattito la necessità di smascherare il rapporto fra università e potere politico ed economico. E lo fa a partire dallo Iuav e dai rapporti fra docenti e strutture economiche pubbliche e private. La sequenza fotografica è eloquente: toghe e tuniche vs studenti al lavoro e, al centro, il confronto fra occupanti e docenti.

La retorica (esplicita o meno – è inessenziale) che reggeva ogni argomentazione politica si può così sintetizzare: il capitalismo dopo la sua contrazione monopolistica, dopo la sua inevitabile, inarrestabile e drammatica espansione, mostra ora tutte le sue contraddizioni interne ed esterne. Da una parte, nelle società avanzate, nel conflitto capitale-lavoro e nella crisi delle sue istituzioni sia rappresentative che repressive; dall’altra, nei sommovimenti del Terzo mondo e soprattutto nelle dinamiche della Rivoluzione cinese sintetizzate nel Libretto rosso di Mao. Ovunque il popolo viene percepito come il soggetto politico. La domanda era allora: chi può e deve guidare questo soggetto politico, quale classe, partito, leader?

Manifesto del Convegno nazionale studenti-operai, 8-9 giugno 1968.

Dalla contestazione del piano Gui alla lotta contro il piano del capitale, fino all’idea di una confluenza dei movimenti operaio e studentesco, il passo è piuttosto breve, anche se, forse, non immediatamente prevedibile e non ovunque così evidente come lo fu a Venezia. Qui, le lotte operaie, ricominciate nel 1965 a Porto Marghera, determinano un precoce avvicinamento degli studenti agli operai. Matura in quest’ambito la convinzione che gli studenti, non essendo forza sociale in sé e non configurandosi come classe, potessero portare avanti le loro battaglie solo confluendo nella lotta della classe operaia, per evitare ogni deriva riformista e il rischio sempre in agguato dell’integrazione.

Allo Iuav e poi nelle scuole veneziane e venete si tenterà l’identificazione fra le lotte studentesche e quelle operaie, accomunate dal rifiuto verso il piano del capitale, lo sfruttamento del lavoro, intellettuale e materiale. E sempre a Venezia, nel convegno studenti-operai dell’8-9 giugno 1968, emergerà la duplice opzione fra lotta autonoma, al di fuori del sistema partitico, e la lotta appoggiata e guidata dal Partito comunista.

Aula Magna 2009, Days, installazione di Bruce Naumann.

Nel 2001, lo Iuav da Istituto universitario si trasforma in università con tre distinte facoltà. Iuav diventa il nome proprio del nuovo ateneo e immagine del nuovo logo nel 2003. L’Aula magna si svuota, perde il ruolo di catalizzatore, di perno attorno al quale la vita universitaria ruotava.

L’installazione di Bruce Nauman, realizzata nel 2009 in occasione delle celebrazioni dell’artista americano vincitore del Leone d’oro alla Biennale di Venezia, sembra evocare la nuova condizione dell’Aula magna. Vuota, con il solo lavabo monumentale a richiamarne l’identità, le voci che ossessivamente ripetono i giorni della settimana, a testimoniare l’inesorabile trascorrere del tempo e a riempire lo spazio. Non più, quindi, dissacranti – nella loro banalità – scritte al neon a riconfigurare lo spazio, ma il suono come unico residuo dell’attività umana.

Aula Magna 2016, presentazione del W.A.VE workshop.

Dalla tabula rasa di Nauman, ciò che riemerge è una potente istituzionalizzazione dell’Aula magna, trasformata in efficiente sala per conferenze, convegni, mostre. Un recupero filologico ha riportato al loro posto le lampade di Albini, ma la grande attenzione ai caratteri storici dello spazio ha sacrificato le esigenze presenti: lo schermo relegato a destra del grande lavabo, pone in secondo piano, rispetto al monumento e ai relatori allineati alla sua base, le immagini che accompagnano le parole. 

L’ingresso dei Tolentini, porta Scarpa, 2016, poster dell’evento “L’Italia è di moda”.

La porta dello Iuav è divenuta meta di pellegrinaggi, tappa di tour scarpiani che attirano da tutto il mondo innamorati dell’inattualità del Maestro. Non introduce più alla scuola di architettura, ormai da anni spostata al Cotonificio. L’ex monastero accoglie la grande Biblioteca specialistica e la sede del Rettorato; ospita eventi organizzati dai numerosi corsi di laurea.

Anche lo Iuav, come l’Italia, è di moda?

Aula Magna 1990, occupazione della “Pantera”.

Vent’otto anni fa gli studenti della Pantera – l’ultimo grande movimento di protesta studentesca – chiedeva cosa ne fosse dell’architettura allo Iuav. Protestavano, come vent’anni prima, contro una riforma che avrebbe ampliato l’autonomia universitaria, ma aprendo ai privati. Chiedevano che l’università fosse libera e autonoma, la ricerca indipendente. Collocarono, sulla pensilina della Porta Scarpa, un architetto di latta, professionista senz’anima.

Oggi, che Iuav non è più un acronimo, ma un logo, un’immagine, non ci si interroga più su quella “A” – su cosa sia l’architettura.

Bisognerebbe però chiedersi cos’è, oggi, l’Università Iuav, e l’università in generale, se ha davvero come compito – così si legge nell’Enciclopedia Treccani online, che contribuisce all’audience del sito studenti.it – "di rilasciare titoli accademici e professionali giuridicamente riconosciuti a chi ha fruito dell’insegnamento impartito al suo interno".

È opportuno chiederselo ora che si sente affermare che le aule scolastiche non sono la sede della democrazia, che le assemblee devono essere limitate; ora che si sente ripetere che occupazione e autogestione servono solo a non studiare. Deresponsabilizzati, demotivati, gli studenti-fruitori-utenti dovrebbero quindi limitarsi a ricevere una “offerta formativa” e dei “servizi”? Chiudiamo su questo punto di domanda.

Didascalie delle immagini*
A. Come occupare l'Aula magna

A01 | Aula magna 1967, dopo l’occupazione dei “100 giorni”.
A02 | Aula magna 1975, allestimento di C. Scarpa.
A03 | Aula magna 2009, Days, installazione di Bruce Nauman.
A04 | Aula magna, 2011, allestimento transitorio.
A05 | Aula magna 1990, occupazione della “Pantera”.
A06 | Aula magna 2016, presentazione del W.A.Ve workshop.
A07 | Aula magna 1977, assemblea durante l’occupazione.
A08 | Aula magna 2015, “Omaggio di Venezia a Palmyra”.
A09 | Iuav 2018 schermata “Occupazione giornaliera spazi di ateneo”.
A10 | Aula magna 1977, dopo l’occupazione.
A11 | “Tendenza”, bollettino di politica universitaria, n. 4, maggio 1967.
A12 | Manifesto del Convegno nazionale Studenti-Operai, 8-9 giugno 1968.
A13 | “Il gioco del voto”, Iuav (fine anni ’60).
A14 | Utilizzazione degli spazi nello Iuav, a cura degli studenti occupanti (luglio 1967).

B. La porta: come entrare allo Iuav

B01 | Ingresso dei Tolentini 1967, occupazione dei “100 giorni” (giugno 1967).
B02 | Ingresso dei Tolentini 1990, Porta Scarpa, occupazione della “Pantera”.
B03 | Ingresso dei Tolentini 1990, Porta Scarpa, occupazione della “Pantera”.
B04 | Ingresso dei Tolentini 2010, Porta Scarpa, graffiti.
B05 | Ingresso dei Tolentini 2016, Porta Scarpa, 2016, poster dell’evento “L’Italia è di moda”.
B06 | Ingresso dei Tolentini 1990, Porta Scarpa, occupazione della Pantera, dettaglio (L’uomo di latta).
B07 | Ingresso dei Tolentini 2011, Porta Scarpa, skateboarders.
B08 | Ingresso da Calle Amai 1967, occupazione dei “100 giorni” (aprile 1967).
B09 | Ingresso da Calle Amai 1967, occupazione dei “100 giorni”, vista dall’alto (aprile 1967).
B10 | Ingresso dei Tolentini 1966, vista dall’alto.
B11 | Ingresso da Calle Amai 1967, occupazione dei “100 giorni”, scontri studenti-polizia (giugno 1967).
B12 | Ingresso da Calle Amai 1967, occupazione dei “100 giorni”, sit-in (giugno 1967).
B13 | Tetto dei Tolentini 1967, occupazione dei “100 giorni” (aprile 1967).
B14 | Tetto dei Tolentini 1967, occupazione dei “100 giorni” (aprile 1967).
B15 | Ingresso da Calle Amai 1967, occupazione dei “100 giorni” (maggio 1967).
B16 | Ingresso da Calle Amai 1967, occupazione dei “100 giorni”, dopo lo sgombero (giugno 1967).
B17 | Cotonificio 2013, occupazione degli studenti.
B18 | Calle Amai 1967 (giugno 1967).
B19 | Aula magna 1990, occupazione della “Pantera”.


*Tutte le immagini storiche provengono dall'Archivio Progetti, dall'Archivio storico dello Iuav, dall'Archivio dell'Iveser. La fotografia di Italo Zannier è ricavata da S. Los, Carlo Scarpa architetto poeta, Cluva, Venezia 1967. Le immagini recenti sono state tratte dalla rete.

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