"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

156 | maggio/giugno 2018

9788894840346

titolo

A est del 68. Rivoluzione antiautoritaria a ritmo di città

Fernanda De Maio

Be kind to your self, it is only one and perishable of many on the planet [...]
Be kind to yourself, because the bliss of your own kindness will flood the police tomorrow, [...]
Be kind to this place, which is your present habitation [...]
Be kind to the universe of Self that trembles and shudders and thrills in XX Century, [...]
And be kind to the poor soul that cries in a crack of the pavement because he
has no body

Sii gentile con te stesso, non altro che uno fra i molti e mortali del pianeta [...]
Sii gentile con te stesso, perché la beatitudine della tua gentilezza inonderà la polizia domani [...]
Sii gentile con questo luogo, che è la tua presente abitazione [...]
Sii gentile con l'universo del Sé che trema e rabbrividisce e freme nel ventesimo secolo [...]
E sii gentile con la povera anima che piange in uno spacco del marciapiede perché
non ha corpo
Allen Ginsberg, Whom be Kind to, 1965

 Pagine dalla rivista “Pianeta Fresco” (1968).

Molti baricentri e nessuna periferia, sono quelli che la rivoluzione dei giovani di cinquant’anni fa ha costruito. Baricentri reali come le città e i luoghi in cui gli eventi si sono svolti, i quali disegnano una geografia complessa; baricentri di condivisione come l’occupazione delle aule universitarie o le fanzine in cui la politica si attua attraverso il dibattito orale, la musica, l’arte e la ricerca di nuovi metodi per aggiornare l’ordinamento universitario e scolastico; baricentri di pensiero come quello francese, tedesco, americano ma anche italiano e così via, in cui il marxismo cessa di essere dogmatico e si frastaglia in un panorama eterogeneo, grazie ai variegati interessi dei migliori intellettuali; baricentri di azione ora pacifista, ora violenta come nelle manifestazioni, negli happening, nelle esperienze di vita comune e di fuga – fuga non solo dalla vita, ma anche dalla stessa rivoluzione del 68 nelle droghe o nella lotta armata. E sebbene molte ombre delineino i contorni dell’affresco che ciascuno può comporre del lungo 68, tuttavia è innegabile che almeno il dialogo tra le generazioni, che oggi pratichiamo senza troppi interrogativi, ha avuto origine da quella rivolta anti-autoritaria.

Pagine da “Pianeta Fresco”, n. 1 (dicembre 1967) e n. 2-3 (equinozio invernale 1968).

Quell’anno fu solo la punta dell’iceberg della manifestazione di una volontà di cambiamento molto più dilatata nel tempo e nello spazio di quello che quella cifra-data, diventata di per sé un simbolo, può sintetizzare, sia prima che dopo. Per questo oggi è urgente parlarne, scriverne e fornirne una interpretazione anche per chi quegli eventi cristallizzati in un numero a due cifre non li ha vissuti direttamente. Un approccio per certi versi particolare fu allora quello fornito dal dibattito che si accese in uno degli atenei del nord est italiano, il giovane e vivace Istituto Universitario di Architettura di Venezia guidato da Giuseppe Samonà. Le occupazioni e i confronti che si svolsero allo Iuav hanno avuto un peso nel modo in cui poi l’ateneo è divenuto, negli anni immediatamente successivi, un faro riconoscibile non solo in Italia ma nel resto del mondo accademico riferibile all’architettura. La scelta di accogliere uno dei docenti cacciati dal Politecnico di Milano, Aldo Rossi, o il giovane studioso romano Manfredo Tafuri, solo per fare degli esempi, hanno indubbiamente segnato una svolta per il dibattito culturale e gli studi teorici che qui si sono svolti. La fondazione della Cluva non meno che delle collane della Marsilio, sono un altro sintomo del cambiamento positivo generato dal lungo 68. Eppure, oltre il debito storico innegabile, è ancora difficile sottrarre questa rivoluzione al puntiglioso ricordo personale e alla celebrazione che ne fanno i testimoni viventi, come se la cronaca di allora contasse di più di quello che oggi noi siamo. Non è così, quella cronaca conta perché oggi da una città ancora più a est di quel 68, Shanghai, i giovani studenti di architettura dello Iuav del nord est italiano, giunti qui per un breve periodo di studio, esplorano questa città, così centrale nell’odierno panorama della cultura globale, con occhi nuovi, anche grazie agli studi urbani, alle instabili visioni di paradisi perduti mescolati a macrostrutture più o meno ludiche prodotte in quella stagione dalla generazione dei sessantottini. Perché in fondo sebbene molte cose siano accadute, la spinta radicale alla ricerca delle corrispondenze tra le proprie aspirazioni e la comprensione delle condizioni reali non è mutata, anzi si è accresciuta con una consapevolezza che molto deve appunto a ciò che ebbe le sue radici in quella rivoluzione. Così le strade che amano percorrere i giovani dello Iuav a cinquant’anni di distanza non sono solo quelle del centro storico, circondate dai palazzi con le eleganti boutique ma innanzitutto i temibili svincoli a farfalla di autostrade sovrapposte che sovrastano un parco urbano, la cui forma, percepibile solo dalla piccola finestra al ventesimo piano di un palazzo residenziale decadente, rivela che lo spazio anonimo delle sopraelevate narrate nei road movie/book di quegli anni ha ormai completamente avvinghiato nei suoi tentacoli la vibrante fun city che va in scena ogni sera, a tutte le latitudini, tra le 19.00 e le 23.00.

Shanghai, incrocio di sopraelevate tra Chongqing middle road e Yan'an east road, primavera 2018.

A ritmo di città

Poteva esistere il suono inaudito della musica elettrica degli anni rivoluzionari, senza la città e i suoi ritmi? Poteva “l’uomo in preda al possibile”, il “romantico rivoluzionario” di lefebvriana concezione, nel corso del suo lungo 68 produrre quelle armonie distante dai ritmi quotidiani della vita urbana?

In uno spazio di Parigi la cui origine molto deve al maggio del 68 e alle utopie architettoniche disegnate, come il Fun Palace di Cedric Price o la Plug-in City degli Archigram precedenti di pochi anni, il filosofo del diritto di cittadinanza mette alla prova la scientificità della sua teoria ritmoanalitica per sentire il respiro della città che egli vive. Così in un giorno della fine degli anni Novanta del secolo scorso, Henry Lefebvre si affaccia alla finestra e si mette in ascolto della sua città di adozione.

C. Price, Fun Palace, 1964.

“[…] From the window opening onto rue R. facing the famous P. Centre, there is no need to lean much to see into the distance. To the right, the palace-centre P., the Forum, up as far as the (central) Bank of France. To the left up as far as the Archives. Perpendicular to this direction, the Hotel de Ville and, on the other side, the Arts et Métiers. Tue whole of Paris, ancient and modem, traditional and creative, active and lazy.

He who walks down the street, over there, is immersed in the multiplicity of noises, murmurs, rhythms (including those of the body, but does be pay attention, except at the moment of crossing the street, when he has to calculate roughly the number of bis steps?). By contrast, from the window, the noises distinguish themselves, the flows separate out, rhythms respond to one another. Towards the right, below, a traffic light. On red, cars at a standstill, the pedestrians cross, feeble murmurings, footsteps, confused voices. One does not chatter while crossing a dangerous junction under the threat of wild cats and elephants ready to charge forward, taxis, buses, lorries, various cars. Hence the relative silence in this crowd. A kind of soft murmuring, some­times a cry, a call. Therefore the people produce completely different noises when the cars stop: feet and words. From right to left and back again. And on the pavements along the perpendicular street. At the green light, steps and words stop. A second of silence and then it's the rush, the starting up of tens of cars, the rhythms of the old bangers speeding up as quickly as possible. At some risk: passers­by to the left, buses cutting across, other vehicles. Whereby a slowing down and restart (stage one: starting up - stage two: slowing down for the turn - stage three: brutal restart, foot down, top speed, excluding traffìc jams ... ). The harmony between what one sees and what one hears (from the window) is remarkable”.

Avrebbe potuto il filosofo usare altri luoghi di Parigi o di altre città per esemplificare la musica inaudita che da queste si diffonde? Ha scelto di affacciarsi dal balcone di Rue Rambuteau perché casualmente vi abita o la rivoluzione culturale, che ha avuto uno dei suoi apici nel 68 e in lui uno dei tanti riferimenti, ha sedimentato con i suoi suoni anche qualcosa nel modo in cui la città non solo si mostra ma si fa ascoltare?

Archigram, Plug-in city, 1964.

Sebbene sia solo la versione inglese di un brano di Elements of Rhythmanalysis (in originale Éléments de rythmanalyse) quella di cui si può disporre, precisamente tratta dal 3° capitolo, intitolato “From the window”, l’eco del 68 appare nella prosa dell’autore a distanza di oltre vent’anni, fatto di una sostanza analoga ai ritmi musicali che permeano la rivoluzione più intrigante ed espansiva del ventesimo secolo e sembra indicare che quel momento non può essere messo nella valigia dei ricordi come se si trattasse di una parentesi nel fluire della storia, poiché si è trasferito altrove, appartiene di diritto alle città del mondo globale e come una macchina motrice conduce le altre rivoluzioni – affidate spesso ma non solo ai social dell’era digitale. Forse anche per questo i passi avanti/indietro/giravolta delle rivoluzioni odierne rivelano approcci non meno naives e ambigui di quelli con cui i giovani del 68 hanno comunicato il bisogno di costruire dialoghi con parole, voci, suoni, e luoghi diversi e mescolati ma sopratutto alternativi a quelli con cui l’autorità indiscussa di pochi riduceva all’assuefazione i molti soccombenti.

R. Piano, R. Rogers, Centre Pompidou, prospetto, 1971 e seguenti.

Chi non salta architetto è

E’ la massa urbana che produce i suoni inauditi oggetto dell’indagine di H. Lefebvre; pur tuttavia l’anonimato a cui allude il concetto di massa fa orrore all’occidente capitalista, anche tra i più fedeli intellettuali alle teorie marxiste, i quali in fondo sono sempre un pò eterodossi e individualisti. A esorcizzare questa paura ci pensano, tra gli altri, alcuni giovani studenti di architettura del 68 per i quali l’anonimato conduce direttamente a quella che loro chiamano “architettura non figurativa”, la quale rivela i contorni di una precisa scelta di campo: quello della ricerca intorno al ruolo della disciplina nella nuova società, al di là del linguaggio. Un aspetto, quest’ultimo, con il quale sempre si deve fare i conti nel momento in cui si usano gli strumenti e i concetti noti del progetto e da cui emerge la questione dell’autorialità del segno, della sua pregnanza estetica, dei suoi caratteri più e meno innovativi ecc. Allora perché non fare tesoro de “L’alienazione, la perdita di identità, la standardizzazione della società di massa?” gli Archizoom a Firenze per un verso (quello del progetto) e M. Tafuri per un altro (quello della critica storica) si sono detti: “perché no? Perché si deve continuare a difendere tutti questi valori…che non hanno mai prodotto nulla?” Per gli Archizoom è meglio allora fare “tabula rasa, si microclimatizza e ognuno poi fa quel cavolo che gli pare. Un progetto, un’ipotesi, di grande liberazione”. La proposta di architettura non figurativa che prende sostanza da alcuni ormai mitici disegni eseguiti con la macchina da scrivere è ciò che aiuterebbe a costruire “un’ipotesi di città totalmente non progettata, una città dove l’architettura c’è ma che, come dire… sarebbe meglio non ci fosse”.

 Archizoom, Non stop city, 1970.

Esserci in un modo relazionale, non demiurgico, implica adottare gli strumenti che negli stessi anni l’arte usa per trasformarsi in atto di partecipazione e interazione con il pubblico. E’ il salto nel vuoto cui accenna Andrea Branzi quando insieme ai suoi compagni di Archizoom progetta prima il teatro dell’impossibile pubblicato nelle pagine di Pianeta Fresco di Fernanda Pivano e Ettore Sottsass e poi nel 1970 la Non-stop city astratta e diagrammatica cui deve la sua fama il gruppo.

Il teatro dell'impossibile, pagine da “Pianeta fresco” 2-3 (equinozio invernale 1968).

Se l’arte contemporanea performativa produce partecipazione e interazione al progetto e così pratica il salto nel vuoto per liberarsi dalla mercificazione in cui la stringono i mercanti e i collezionisti, un’analogo gesto per liberarsi dalle imposizione della pratica professionale all’architettura non è dato di compiere fino in fondo. Il professionismo vince sulla ricerca, il nemico è nella natura stessa del fare architettonico! E nemmeno coloro che più volevano allontanarsi da questa condizione di architetti riusciranno a liberarsi di questa aporia la quale presto si rivelerà in tutte le sue contraddizioni, ma intanto essere contro l’autorità autoriale, vedere l’architettura come un servizio e introdurre la banalità della vita quotidiana come metro per definire la logica di una idea di città – un bagno ogni 100 mq allora, un computer ogni 10 mq oggi – implica la costruzione di un pensiero continuo intorno alla trasformazione dell’essenza dell’architettura e ai valori cui ha dato cittadinanza con alterne vicende. Senza perdere la vis polemica dei loro anni giovanili quegli architetti sono da lungo tempo autori di successo per le utopie e il messaggio di cinquant’anni fa. Prigionieri essi stessi di quelle utopie sono assurti al ruolo di messia laici di una idea di città che rende più intrigante per il giovane studente di architettura di oggi cercare, al calare del sole il più maestoso svincolo di Shanghai, piuttosto che il tempio del Buddha di Giada.

Nulla poteva essere più come prima: dentro le scuole di architettura italiane

Gli studenti con cui viaggio, in questa primavera del 2018, alla scoperta della metropoli orientale di Shanghai, sono eredi del 68 forse più di me, perché le rivoluzioni, tanto più quando sono rivoluzioni culturali depositano sempre degli esiti e, nel bene e nel male, le odierne scuole di architettura sono anche il frutto degli scontri ideologici degli anni in cui docenti e studenti presero atto che nulla, nelle università, poteva più essere come prima. Solo che il tempo della sedimentazione è stato lungo e riconoscerne gli effetti è un fatto che solo di recente si riesce a soppesare. Ora che tutto sembra insabbiarsi nei meandri della più ossessiva, panoptica burocratizzazione che la formazione accademica abbia mai subito, in Italia, è possibile ricominciare a parlare del 68 in termini più onesti. Così, benché il glossario sessantottino sia esteso, alcuni termini più di altri accompagnano, anche nelle facoltà di architettura italiane, un cambio di rotta concettuale che ancora oggi è riscontrabile e ci aiuta a misurare la distanza tra ciò che è stato e ciò che è lo studio dell’architettura: contestazione (della società capitalista), occupazione (delle università e delle fabbriche), sperimentazione (di nuovi metodi di studio e di lavoro), autonomia (disciplinare prima, universitaria poi). A riconoscere l’autonomia dello studio dell’architettura rispetto agli studi superiori d’ingegneria e alla formazione artistica impartita dalle accademie di belle arti fu la legge Nava che istituì nel 1915 le scuole superiori di architettura. A seguito di questa legge, dapprima a Roma (1919-1920) e poi a Firenze, Napoli, Venezia, Torino e Milano presero corpo le prime sei facoltà di architettura italiane. Sorte in pieno clima culturale fascista, queste sei scuole trovarono un loro primo assetto riconoscibile nell’organico e nei piani di studio a partire dal 1928. È dal secondo dopoguerra, però, che serpeggia in queste scuole un disagio dalle plurime sfaccettature, a cui i docenti più attenti provano a dare risposta in termini di assetto e metodo didattico, di selezione dei nuovi docenti, di temi di studio e ricerca, in definitiva di politica culturale. Tutti aspetti che aiuteranno a connotare, tra alterne vicende e scambi reciproci, le identità delle prime sei scuole di architettura italiane, a cui si affiancano nel 1944 Palermo, nel 1963 Genova, nel 1969 Reggio Calabria, nel 1970 Pescara e poi tutte le altre, fino all’implosione dei settanta corsi di laurea in architettura distribuiti su trentacinque università all’alba della cosiddetta “legge Gelmini” entrata in vigore nel 2010. Se l’autonomia disciplinare e poi universitaria ha generato l’aumento paradossale dei corsi di laurea in architettura, la contestazione studentesca culminata nel 68 ha fornito nuove chiavi per interpretare la sinergia tra didattica e ricerca, e attraverso la sperimentazione nelle facoltà occupate ha dato vita all’istituzione dei dipartimenti interdisciplinari, ai laboratori integrati e a un modo estremamente creativo d’intendere il rapporto tra teoria e progetto. E se non è tanto importante capire dove i primi fermenti si fecero sentire, comprendere che anche in Italia non è stata questa rivoluzione a produrre delle periferie culturali, significa cominciare a definire una geografia, meglio una mappa, delle occasioni che produssero le accelerazioni di malcontento poi deflagrate nella rivolta sessantottina e nella battaglia di Valle Giulia.

A innescare la contestazione degli studenti a Napoli già a partire dal 1958, anche con l’appoggio esterno di Bruno Zevi, è la critica feroce che viene fatta ai lavori presentati in occasione del trentennale della facoltà, nella mostra dedicata “all’attività professionale dei laureati della facoltà di architettura di Napoli”. La facoltà di architettura fu accusata di connivenze con il potere del sindaco armatore Achille Lauro, poiché molti dei progetti presentati erano illegali e rappresentavano il sacco di Napoli denunciato, cinque anni dopo, dal film di Francesco Rosi Le mani sulla città. La prima contestazione napoletana, frutto di un malcontento endogeno, si risolse nell’organizzazione di un corteo, a cui parteciparono tremila studenti.

Anche a Roma il pretesto per accendere la contestazione è tutto interno e riguarda il rifiuto degli studenti, avallato da gran parte del consiglio di facoltà, di seguire il metodo didattico, giudicato storicista e slegato dalla realtà, imposto da Saverio Muratori nel suo corso di composizione architettonica. La contestazione si esplicitò in una mostra organizzata dagli studenti sui lavori del corso, nel maggio 1960, dove vennero invitati per il dibattito critico alcuni docenti esterni legati al movimento di Comunità di Adrano Olivetti: Bruno Zevi (dallo Iuav), Edoardo Vittoria (da Napoli) e Ludovico Quaroni (da Firenze). Dalla mostra all’assemblea presso il cinema Roxy, nel novembre 1963, per chiedere una revisione dei piani di studio e una partecipazione degli studenti al governo dell’università fino alla prima occupazione della facoltà di Valle Giulia del marzo 1963 il passo è breve. Questo è anche l’anno in cui si trasferiscono a Roma, da Venezia, Zevi per l’insegnamento di storia e Luigi Piccinato per coprire l’insegnamento di urbanistica, mentre da Firenze rientra a Roma Quaroni, il quale però opta per la cattedra di composizione. In questo clima caldo di rinnovamento un giovane Paolo Portoghesi insegna letteratura artistica, seguito da un gran numero di studenti, tra cui Renato Nicolini e alcuni di quelli che diedero vita al gruppo degli ‘uccelli’ all’alba del Sessantotto, facendo il loro nido sulla sommità di Sant’Ivo alla Sapienza, con la complicità dello stesso Portoghesi, che prima di indicare loro la strada nel febbraio di quell’anno cruciale, aveva, con le sue lezioni e con il suo libro su Roma Barocca del 1964, fatto scoprire a quegli studenti il genio di Francesco Borromini.

Nel quadro delle facoltà di architettura italiane degli anni a cavallo del 68, i trasferimenti dei docenti ubbidiscono alla duplice logica di rinnovare in alcune sedi il corpo docente per evitare il collasso definitivo sotto la pressione delle contestazioni studentesche, coprendo al contempo i ruoli lasciati scoperti dai docenti della generazione dei fondatori e di immettere, nel frattempo, attraverso i nuovi concorsi per le cattedre vacanti, alcuni dei più brillanti architetti della nuova generazione, come accade a Venezia, dove subentrano nella scuola di Giuseppe Samonà, Carlo Aymonino e Manfredo Tafuri (nel 1968), e a Milano, dove arriva come docente di storia dell’architettura da Roma Portoghesi (nel 1967), mentre da Venezia si trasferisce Franco Albini, che insieme a Carlo De Carli e a Ernesto Nathan Rogers, nel duplice ruolo di direttore di “Casabella” e di docente della facoltà, saranno fin dall’inizio i docenti più vicini e più sensibili alle richieste del movimento studentesco.

A Venezia l’Istituto Universitario di Architettura diretto da Samonà a fronte di un’accorta politica di selezione del corpo docente, che annovera i migliori architetti provenienti da ogni parte d’Italia, registra un notevole ritardo nella ricerca di una soluzione per migliorare le condizioni di vivibilità della facoltà stessa, ormai stabilmente insediata nel complesso dei Tolentini. All’aumento della popolazione studentesca le soluzioni che arrivano dal direttore dell’istituto e ancor prima dal Ministero della Pubblica Istruzione sono inadeguate sia per ciò che concerne l’edilizia per la residenzialità degli studenti, sia per gli spazi universitari veri e propri. A innescare le prime contestazioni fu la richiesta di una tassa, fatta da Samonà agli studenti, per finanziare tanto l’edilizia universitaria quanto il lavoro degli assistenti universitari; tuttavia nel braccio di ferro tra stato e università che seguì, con gli sgomberi della polizia dell’istituto occupato, Samonà e tutto il consiglio di facoltà si schierarono a fianco degli studenti e parteciparono ai sit-in di protesta.

Ma è nella facoltà di architettura di Milano che si registrano fin dalla prima occupazione del 1963 le più eclatanti prese di posizione di alcuni docenti a favore degli studenti e del loro movimento di contestazione dell’autoritarismo e della scarsa dialettica imposta dal sistema universitario baronale. Questa vicinanza etica di alcuni docenti porterà Rogers a scrivere più volte in quegli anni dalle pagine di “Casabella” appelli in favore delle istanze dei giovani del movimento studentesco. Istanze che riguardano la necessità di porre al centro del progetto la città e le sue dinamiche di trasformazione sociale e morfologica. Su questo punto il nuovo preside De Carli autorizzò le sperimentazioni seminariali e condivise l’occupazione con i suoi studenti. Per questo gli venne inflitta, dal Ministero della Pubblica Istruzione, la revoca da preside e per difendersi dalle mistificazioni mediatiche scrisse un pamphlet dal significativo titolo La finzione, la verità. A lui seguì come preside Portoghesi, che dopo diverse proposte per fare diventare la facoltà una scuola di avanguardia venne al fine sospeso con otto docenti del consiglio di facoltà, tra cui Aldo Rossi, Franco Albini, Ludovico Barbiano di Belgiojoso, Piero Bottoni, Guido Canella, Carlo De Carli, Vittoriano Viganò. Il ministro della Pubblica Istruzione, Riccardo Misasi, inviò una commissione per ripristinare l’ordine presieduta dal napoletano Corrado Beguinot, il quale tuttavia nel 1973 si dimise. Gli otto docenti sospesi vennero reintegrati nel 1974. Tra le iniziative dell’occupazione studentesca milanese oltre la mostra sulla città resta, a testimoniare la creatività del momento, l’omaggio a Picasso, deceduto nel 1973, con il murales che rifà Guernica, attualmente visibile negli spazi della biblioteca del Politecnico. Ma la massima creatività espressa dagli studenti delle facoltà di architettura in quegli anni cruciali per rivendicare il ruolo sociale e politico dell’università come laboratorio di idee ha a Firenze il suo epicentro. Qui gli allievi ed ex assistenti di Giovanni Michelucci, Leonardo Ricci e Leonardo Savioli, nei loro corsi a partire dal 1965 sperimentarono le ricerche di gruppo; il primo proponendo un corso sul visual design, poi uno sull’urbanistica teorica e infine uno sull’intuizione operativa sul tema della macrostruttura intesa come fatto gestuale, attingendo a coeve ricerche d’oltreoceano e mescolandole con un’attenzione all’habitat del territorio toscano. Savioli, invece, nel 1966-1967 organizzò una ricerca sui pipers, sull’onda del Piper di Roma fondato nel 1965, intesi come nuove tipologie architettoniche di spazi destinati agli svaghi e agli spettacoli. La componente ludico-situazionista di queste sperimentazioni diede vita nei migliori gruppi di studenti (Archizoom, Superstudio etc.) a quella corrente di progetti che più tardi Germano Celant ha definito dell’architettura radicale. Questo movimento, dalla vita intensa quanto effimera, trova spazio prima ancora che sulle pagine della “Casabella” di Alessandro Mendini nella fanzine “Pianeta Fresco”, nel primo dei due numeri unici del 1967/68. L’esperienza dell’architettura radicale, con i suoi progetti e suoi bellissimi disegni utopici e surreali allo stesso tempo, è l’ultima versione gioiosa da opporre alle cupe foto d’epoca delle facoltà occupate dagli studenti e presidiate dalla polizia in assetto antisommossa.

L’evento che rappresentò lo spartiacque tra gli anni sessanta con le prime occupazioni delle facoltà e i cosiddetti anni di piombo ha un luogo e una data: si tratta della battaglia di Valle Giulia del primo marzo del 1968. La più intensa immagine di una fiducia della rivoluzione del movimento studentesco la offre una foto di pochi giorni prima di quel fatale scontro; sono sei giovani che si tengono sottobraccio in corteo, al centro sono immortalati due studenti di architettura di Roma che in modo diverso hanno lasciato un segno negli anni successivi dell’architettura italiana, dentro e fuori le facoltà: Sergio Petruccioli e Massimiliano Fuksas. Nella battaglia di Valle Giulia il movimento studentesco perse la sua innocenza e a svelare le ambiguità striscianti che lo attraversavano fu il più eretico degli intellettuali di sinistra, Pier Paolo Pasolini, mentre Bernardo Bertolucci, che per caso seguì il corteo cantato da Paolo Pietrangeli, testimoniò al proprio rientro a Parigi la rivoluzione degli studenti italiani. Dopo venne il maggio parigino. Almeno così dicono le cronache dei testimoni.

Corteo a Valle Giulia, 24 febbraio 1968. Da sinistra Roberto Perris, Oreste Scalzone, Paolo Flores d'Arcais, Sergio Petruccioli, Massimiliano Fuksas, Franco Russo.

Riferimenti Bibliografici*
  • Aureli 2015
    P. V. Aureli, Il progetto dell’autonomia, Macerata 2015.
  • Biraghi 2015
    M. Biraghi, Manfredo Tafuri: storia e sviluppo capitalistico, “Gizmo”, 16 marzo 2015, risorsa digitale disponibile presso <http://www.gizmoweb.org>.
  • Carraro, Maguolo 2011
    M. Carraro, M. Maguolo (a cura di), Cronache dai Tolentini. Studenti, docenti, luoghi 1964-1975, “Giornale IUAV” 110, Venezia 2011.
  • De Maio 2014
    F. De Maio, Il sessantotto è cominciato a Valle Giulia, in Comunità Italia. Architettura / Città / Paesaggio 1945-2000, catalogo della mostra a cura di M. Biraghi, A. Ferlenga, Milano 2014.
  • Finetti, Palombella 2009
    L. Finetti, C. Palombella, L’insegnamento dell’architettura in Italia dal dopoguerra alla contestazione studentesca, tesi di laurea, Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura e società, Corso di Laurea Specialistica in Architettura, relatore Maria Grazia Sandri, correlatore Tommaso Zampagni, a.a. 2008-2009.
  • Lefebvre 2004
    H. Lefebvre, Rhythmanalysis. Space, Time and Everyday Life, London 2004.
  • Mambelli 2008
    R. Mambelli, In cima al campanile di Sant’Ivo quel febbraio in cui scoppiò il ’68, intervista a Paolo Portoghesi, “la Repubblica”, 3 marzo 2008.
  • Scarponi 2010
    A. Scarponi, Non-stop thinking, intervista ad Andrea Branzi, “Abitare”, gennaio 2010.
  • Vanini 2009
    F. Vanini (a cura di), La rivoluzione culturale. La Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano 1963-1974, Milano 2009.

*Esiste un articolato e vasto panorama di studi e ricerche intorno alle scuole di architettura, frutto per lo più di tesi di dottorato o di scritti celebrativi delle facoltà nelle diverse sedi, i cui esiti arricchiscono la bibliografia dei testi presi in considerazione insieme a fonti di giornali e riviste dell’epoca, per delineare le brevi righe di questo scritto. A questi si rimanda pertanto per una bibliografia esaustiva.

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