"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

156 | maggio/giugno 2018

9788894840346

titolo

Il futuro del Sessantotto

“Cours camarade que le vieux monde est derriére toi”

Antonio Benci

Inizio – Ce n’est que le debut ….

"Esperienza e aspettativa sono due categorie atte a tematizzare il tempo storico, in quanto intrecciano tra loro il passato e il futuro. Queste categorie servono a rintracciare il tempo storico anche nella sfera della ricerca empirica, perché, arricchite di contenuti adeguati, guidano i gruppi che agiscono concretamente nella realizzazione del movimento sociale o politico” (Koselleck [1979] 2007, 303).

È complesso individuare una sintesi tra esperienze e aspettative ponendosi il problema di come il ’68, avvenimento storico (e rivoluzionario per definizione nell’analisi di Pierre Nora) può essere interpretato non già come lettura critica della propria esperienza ma come riflesso del proprio orizzonte di aspettativa (Nora 1979, 151-153). In questo andirivieni tra percezioni e aspettative è utile seguire Reinhart Koselleck che ha squarciato il cielo della critica storica con l’idea rivoluzionaria di Futuro passato: un ossimoro quanto mai appropriato per un periodo storico talmente denso di attese contraddittorie.

L’idea/metafora è quella di un palleggio tra l’immaginario del tempo e la sua ricollocazione, successiva alla revisione delle aspettative di gruppi, testimoni, militanti da un lato e all’interno del discorso pubblico per cui il ’68 ha vissuto e vive vite ulteriori e contraddittorie, dall’altro.

A mezzo secolo di distanza le percezioni sembrerebbero incrociarsi e avvilupparsi dando una duplice lettura: da un lato l’esperienza che condiziona l’aspettativa (sia essa di singoli gruppi o movimenti), dall’altro la riflessione meno evidente che vede lo spazio di aspettativa come “propedeutico” alla rilettura della propria esperienza. In tutto questo le polemiche strumentali sul tradimento degli ideali, sui sessantottini al potere, sulla crisi dell’impegno a fronte di un nuovo individualismo “di massa”, in una parola sul “riflusso”, appaiono figlie di un tempo storico lontano eppure mai così attuale.

Tragitti – L’imagination au pouvoir

"La storia ha questa caratteristica, che nel corso del tempo la previsione umana, i progetti umani e le loro attuazioni divergono sempre" (Koselleck [1979] 2007, 233).

Vari studiosi del movimento del ’68 (e mi riferisco in particolare all’esperienza italiana) si sono divisi e si dividono tra chi lo giudica un agente di modernizzazione pur non avendo scalfito in profondità la dimensione individualistica della società italiana (Ginsborg 1989, 462-469] e chi lo vede come invece un momento di profonda rottura sociale ("l'aggregazione non basata sul sangue rispondeva alla esigenza di nuovi legami, proponendo una netta alternativa alle forme associative imposte dalla modernizzazione", Passerini 2010, 379]). L’eterno dilemma tra continuità e discontinuità – a maggior ragione per un momento storico inframezzato di avvenimenti - che alimenta il dibattito e che ci fa riflettere su un aspetto che sfugge ai più: sono tutte letture che sono condizionate dallo spazio di esperienza degli anni successivi e da una globale revisione di speranze e previsioni che – a rendere più complesso il tutto – ha contribuito a creare per il ’68 italiano quel "clima di processo” che ne ha fatto il “capro espiatorio dei diversi mali attuali su cui si concentra l'attenzione” (Tolomelli 2008, 124-125). In questo il ’68 rimane un caso di scuola di come possa essere utilizzato politicamente un accadimento storico da un lato e di come questo progressivo condizionamento esteriore finisca per compromettere perfino ricordi ed esperienze individuali.

Niente dimostra il capovolgimento delle proprie aspettative quanto il rifiuto o il disinteresse di raccontare la propria memoria:

“Rifiuti (‘non c’è più niente da dire’, ‘non è così interessante’), ritardi, appuntamenti mancati. Così una storica, Isabelle Sommier, descrive gli ostacoli frapposti da ex militanti della sinistra extraparlamentare italiana e francese alla sua richiesta di intervistarli” (Bravo 2008, 19).

Un’esperienza che ho riscontrato personalmente con risposte che il più delle volte suonavano piuttosto paternaliste (colmo di paradosso per un “movimento senza padri” che ha tuttavia ben presto virato per una rassicurante impronta leninista importata da leader e leaderini che si erano formati nei partiti della “vecchia sinistra” (Fofi 1998, 6-8).

In tutto questo si allunga la parola riflusso che esprime uno stato d’animo, quasi uno spleen generazionale, ben riassunto da Crainz:

“Vi è un più radicale mutare del rapporto tra presente e passato: la fiducia nel futuro e il baldanzoso rifiuto di un passato prossimo arretrato e buio hanno ormai lasciato il posto a spaesamenti diffusi, a paure sia del presente, sia del futuro” Crainz 2003, 559).

In una parola a uno scetticismo prodromo di future conversioni frutto di una revisione generale delle aspettative. Annotava Guido Viale a pochi anni di distanza dall’“anno dei miracoli”:

"Dieci anni dopo il Maggio francese, per usare un riferimento decisivo, insieme alla rabbia e alla disperazione, prevale una corrente di scetticismo che arresta coloro stessi che hanno cercato di farne la base e il punto di partenza della loro scalata al potere” (Viale [1978] 2008, 12).

Su quella stessa sponda (francese) Guy Hocquenghem rivolgeva una dura requisitoria verso chi si era “integrato” nel sistema con un libro il cui titolo dice già tutto Lettre ouverte à ceux qui sont passés du col Mao au Rotary. Un accorato lamento contro l’estraneità a una sorta di passato/esperienza comune: "Cosa sono diventati i miei amici, dunque?”.

Un’indignazione che porta a riconsiderare il proprio passato alla luce di un presente indecifrabile. Lo spaesamento per un periodo di condivisione ideale con una distanza fatale determinata dalle scelte della vita. Ancora in una parola il riflusso. Sentimento che nella prosa di Hocquenghem disvela solo un interesse di comodo: rinnegare la propria esperienza per un’aspettativa di arricchimento. Un doppio tradimento. Non solo verso sé stessi ma soprattutto verso la propria storia in buona parte impiegata a combattere quel nemico (la società capitalista) con cui si è scesi a patti.

Un evidente scarto interpretativo cui non si può esimere la contrapposizione leader/militanti. Figure che hanno realizzato idee diverse di futuro rispetto alle loro aspettative del passato, ma che nella grande narrazione – approssimativa e a tratti avvilente – del ’68 ricoprono due idealtipi ben distinti: l’integrato e il disadattato. Ignorando le mille sfumature di chi si è riscoperto coerente nell’incoerenza e viceversa.

In termini meno perentori stiamo continuando a parlare di quel riflusso che può situarsi tra i due estremi di opportunismo e saggezza e in cui l’esperienza di Vittorio raccontata ad Andrea Papuzzi, è piuttosto indicativa di percorsi, delusioni e aspettative. È una storia di vita a cavallo degli anni ‘60 attraverso le pagine di una agenda, l’unico strumento di comunicazione con la moglie. Operai entrambi, per poter accudire le figlie, si fanno assegnare due turni diversi per riuscire a mandare avanti la famiglia. Se lui lavora dalle 6 alle 14 la moglie si fa assegnare quello dalle 14 alle 22 e viceversa; perciò l’unico strumento di comunicazione tra i due durante la settimana sono le righe che ognuno scrive all’altro al termine del ‘turno’ tra le mura domestiche e prima di affrontare quello in fabbrica. Ne emerge uno spaccato che comporta più di qualche domanda. Emblematico, in tal senso, un breve scritto lasciato su questo unico strumento di dialogo tra i due:

“Mi ha telefonato il segretario di zona per dirmi che sabato c’è una riunione per tutta la giornata: l’ho mandato a quel paese. Sabato lo voglio passare con te. A sabato!” (Papuzzi 2007, 54).

E qui si intravedono le scelte successive di Vittorio, delegato della FIOM, reduce dagli scontri di Parigi del Maggio, che dopo anni di picchetti e scioperi si allontana infine dalla stessa vita di fabbrica un po’ per le delusioni, un po’ perché “questa non è vita”.

Ma allora cosa rimane della propria esperienza? La scelta di prenderne le distanze è specchio solo di una trasformazione delle proprie aspettative che ti fanno riconsiderare persino il tuo passato disconoscendolo, ridimensionandolo o addirittura dileggiandolo (non è importante) o invece nasce da un sentimento più sfaccettato adattato anche a scansioni generazionali, esigenze contingenti, le piccole e grandi delusioni e soddisfazioni insite in ogni percorso di crescita interiore?

Mi conforta nel preferire questa seconda opzione un libro sconosciuto ai più Che cosa rimane. Racconti dopo il ’68: una fotografia retrospettiva di una piccola comunità (o avanguardia) lombarda, Samarate, alle prese con l’onda lunga del ’68 e che ha vissuto nel corso degli anni ’70 esperienze, attese e percorsi di vita che possono divergere, ma in cui c’è sempre posto per un ricordo e uno spunto che deriva da una militanza comune:

"Con Luigi o con te non ci vediamo quasi mai, ma potremmo vederci domani e avere tra noi una lealtà e una franchezza che poche persone possono vantare” (Ceriani 2001, 226].

Il ribaltamento della prospettiva di Honnecquem in chiave di serena accettazione delle differenze, di percorsi di vita che a un certo punto si sono separati, ma che sono pronti a convergere seppure per poco tempo. Nostalgia o senso della memoria? Emblematico in tal senso il movimento d’opinione per la liberazione di Adriano Sofri portato avanti da una multiforme compagine di “ex” che in comune potevano avere solo la memoria di un passato avvertito più o meno lontano.

Sullo sfondo metto - in questo viaggio attraverso esperienze e attese - quel fenomeno delicato, complicato, in una parola scivoloso che è rappresentato dai suicidi del ’68. Il tutto con una doverosa premessa: se si può essere a grandi linee d’accordo con il fatto che togliersi la vita sia la negazione stessa dell’idea di futuro, non è tuttavia possibile racchiudere in un unico contenitore, memorie, speranze, attese di vite così diverse, seppure accumunate da esperienze simili se non comuni. In questo è sacrosanto ribadire come si stia parlando di un “atto [che] appartenga a loro” (Hamon, Rotman 1988, 656).

Appartiene a Michel Recanati, uno dei leader del Maggio, l’essersi gettato sotto un treno una fredda mattina di marzo del 1978. Recanati, dopo le giornate totalizzanti del 1968 interpreta la sua militanza anch’essa totalizzante come responsabile della CTS (Commission très special), servizio d’ordine della Ligue Communiste e non regge alla sconfessione dei compagni dopo una manifestazione degenerata in scontri con la polizia nel giugno 1973. Scriverà poco tempo dopo:

“Un giorno la corazza s’è rotta. È stato l’indomani del 21 giugno 1973. Dopo due mesi di clandestinità, l’esilio, la prigione mi sono trovato in libertà, ho avuto voglia ripartire da zero, di riscoprire tutto, la mia famiglia, i miei amici, me stesso” (Hamon, Rotman 1988, 656).

Soggettiva e intensa, proprio per il dolore del sotterramento “sotto le pietre” dell'impegno politico, è la scelta di Alex Langer di abbreviare il proprio percorso terreno a Campo dei Giullari nel luglio 1995 anticipando in una lettera a un sacerdote:

“È un tempo, questo, in cui non passa giorno senza che si getti qualche pietra sull’impegno pubblico, specie politico” (Levi 2007, 222).

Una decisione personale su cui pesa che il futuro immaginato in passato è irrimediabilmente strappato dal presente e da un’idea di futuro che non può che essere deludente ovvero non esistere del tutto.

Rivoluzioni – Revolution essentielle

“Rivoluzione è un termine che indica sia il rovesciamento violento o la guerra civile, sia trasformazioni a lunga scadenza, dunque eventi e strutture che penetrano profondamente nella nostra vita quotidiana” (Koselleck [1979] 2007, 55).

“Rivoluzione? Ma chi ha mai parlato di rivoluzione? Il '68 è stato una rivolta”. Così retrospettivamente annotava Daniel Cohn Bendit che ha costruito una carriera politica tutto sommato soddisfacente sul suo ruolo piuttosto sovrastimato durante il Maggio francese. È lui uno dei primi a mandare in soffitta il termine ‘rivoluzione’, centrale nelle aspettative del movimento del ’68 e contraddetto dai più a posteriori. Prontamente seguito, in questo, da rievocazioni che dimostrano il seppellimento del termine (o il suo passaggio alla pubblicità delle innovazioni tecnologiche e addirittura bancarie) o peggio il suo dileggio. Nelle rivisitazioni ex post è tutto un fiorire di anatemi verso una "protesta che non è riuscita a farsi progetto” (Ferrarotti 2008, 13], spesso motivato da innocue e passeggere infatuazioni giovanili. Come se tutto fosse stato un gioco infarcito di slogan inconsistenti che sono stati rivalutati solo dal marketing deprivandoli proprio per questo delle loro componenti eretiche originarie.

Rimane un dubbio di fondo: e cioè se nel 1968 la parola ‘rivoluzione’ fosse intesa come sorta di ansia di cambiamento oppure come introiezione di un immaginario. Va certamente sottolineato il suo ruolo di “esperienza del passato” e cardine di un’aspettativa insieme, ma anche quello di una interconnessione tra memoria individuale e collettiva in cui il potere dei segni indica un passaggio nel corridoio della storia, come "epitaffi degli avvenimenti d’altri tempi” (Halbwachs [1950] 1967, 65). Di esempi ce ne sono numerosi: è stato sottolineato come gli insorti del Maggio si fossero spinti ad "adottare lo stile, le tattiche di strada, la terminologia stessa dei comunardi” (Ortoleva [1988] 1998, 69).

E quindi l’esperienza immaginaria di una rivoluzione ci introduce l’aspettativa della Rivoluzione. Sorta di nostalgismo traslato di una storia non vissuta, ma percepita come propria. Ancora Koselleck ci ricorda come "nella propria esperienza è sempre contenuta e conservata anche un’esperienza altrui, mediata da generazioni o istituzioni" (Koselleck [1979] 2007, 304]). L’idea di serbatoio di identità su cui appoggiare non solo la visione del presente ma anche l’immagine del proprio e altrui futuro. Una proiezione in cui l’io narrante abbraccia una coorte di “compagni di viaggio”, spesso identificati nel termine omnicomprensivo di generazione e in cui fondamentale è la narrazione del gruppo, dei miti e detriti di un’esperienza partecipata.

Funzionale alla parola le parole. Gli slogan che rimandano a concetti e sono intrisi di mito, speranza, quindi aspettative. Non solo per i noti ‘Immaginazione al potere’, ‘Non è che l’inizio’, ‘Corri compagno … il vecchio mondo è dietro a te’, ma anche (e forse soprattutto) per il più impegnativo: ‘Vogliamo tutto’. Non a caso la stessa Passerini lo indica come la parola d’ordine per eccellenza: totalizzante, sprovvista di mediazioni e compromessi. Una posizione “estrema, nega le differenze, pretende di cambiare subito i rapporti di forza, la vita, il lavoro” [Passerini 1998, 277]. In questo senso rivoluzione equivale a fine di qualcosa: di un periodo, di una morale, di una società.

Perniola in un recente pamphlet indica nel ’68 la costante ricerca della fine di qualcosa: la scuola, la famiglia, il lavoro, la cultura nel senso più ampio (e provocatoriamente indica in Berlusconi la persona che ha in questo senso realizzato il ’68: Perniola 2011, 11-29). In questo ancora Perniola argutamente sottolinea come in Italia siano scomparsi semanticamente non solo i “rivoluzionari” ma anche gli stessi “conservatori”. Il mondo presente per lui è contraddistinto dalla proliferazione incontrollata dei riformisti. Tutti si accreditano per fare e volere delle riforme (Perniola 2011, 51). Anche la parola ‘rivoluzione’ ne risulta normalizzata in favore delle conquiste graduali, delle mediazioni pragmatiche. Sparisce del tutto dall’immaginario oltre che dal lessico ogni accenno a cambi radicali, strappi in grado di portare al tutto e subito, la stessa attesa messianica ben definita da Luigi Bobbio:

“L’idea che a un certo punto c’è una palingenesi, c’è l’uomo nuovo, il messia, che in questo caso è un messia collettivo ed è la classe operaia” (Niccolai 1998, 147).

In sintesi viene meno il mito del sol dell’avvenire (sessantottescamente tradotto nel ‘Siamo realisti. Chiediamo l’impossibile’). Le proprie aspettative arretrano in nome di un marxismo che “non apre[ndo] più la strada a un domani radioso, al paradiso del proletariato” (Gluksmann 2008, 112), lascia spazio a un diffuso senso di smarrimento: “Un tempo la rabbia era più forte della paura. Adesso la paura sembra più forte della rabbia”. Così, sobriamente, un operaio della FIAT a pochi giorni dalla marcia dei quarantamila del 1980 indicava così il rovesciamento dell’orizzonte di aspettativa (Sangiovanni 2006, 288).

In questo scenario “postmoderno” (degli anni ’80) siamo in presenza di un clima di sfiducia in un “futuro progressivo” (Berman 2008, 189] in cui ci si può solo orientare verso un progresso possibile:

“Svanita nel nulla l’illusione, frutto del dogmatismo, che il Progresso fosse iscritto nella necessità della storia, ci troviamo nuovamente a poter sperare soltanto del Progresso possibile” (Salvadori 2006, 150).

Fabrizio Fiume in un bel libro di pochi anni fa significativamente intitolato Verso un futuro assoluto riprende le riflessioni dell’epoca di Karl Mannheim a proposito di Ideologia e Utopia e sottolinea: “Nella società in piena rivoluzione elettronica e mediatica è proprio la proiezione di Utopia nel futuro a renderla ormai un bene invendibile” (Fiume 2007, 107). Anche utopia è divenuta una parola ‘normale’?

La definizione che ne fa Galleano come di qualcosa che seppure irrealizzabile ci spinge a camminare a e seguire percorsi vari e diversi oltre a essere in linea con la barzelletta su Krusheev e la linea dell’orizzonte che appare vicina e irraggiungibile al tempo stesso (Koselleck [1979] 2007, 306) ci permette di scandagliare un altro aspetto della narrazione differita del ’68 e del suo essere in bilico tra esperienza e aspettativa. Quella che Koselleck chiama “dilatazione utopica”. O più semplicemente il paradosso dell’utopia condannata a riprodursi.

Normalizzazione – Retour à la normale

“… che il futuro non solo cambi la società, ma anche la migliori (e sempre più rapidamente) è una caratteristica dell’orizzonte di aspettativa delineato dal tardo illuminismo” (Koselleck [1979] 2007, 300).

In questo senso anche per la ‘normalizzazione’ della rivoluzione che è stato l’orizzonte di aspettativa media del militante del ’68 vale il principio che la revisione dell’aspettativa ha fatto retrospettivamente trionfare valori, percezioni, perfino ricordi altri. Ecco il mito della felicità pubblica, della generazione che sognava (con conseguente furente condanna dei “pentiti” [Capanna 2008, 20-26]), della liberazione sessuale: tutti temi che esistevano ma che hanno subito un plusvalore di rappresentatività determinato dalla revisione di altri soffocati dalle aspettative ormai mutate di protagonisti e comprimari di quella stagione.

E adesso? Mi chiedo se il punto di contatto, forzatamente immaginario, tra esperienza e aspettativa per il ’68 non possa sintetizzarsi nella parola ‘eredità’. In un clima di generale ridiscussione e di progressivo scetticismo anche verso le esperienze di un passato sempre più remoto e sempre meno in grado di condizionare le aspettative di un futuro prossimo, non si può non riflettere sul fatto che le nuove avanguardie in questo debutto di III° millennio dimostrano un forte segno di discontinuità “immaginaria” con il ’68. Prendendo il più recente degli Indignados non paiono esserci segni di permeabilità al tempo, anche se il nemico rimane sempre quello: il capitalismo o meglio la società dei consumi o meglio ancora la società dello spettacolo che alcuni nel ’68 si aspettavano essere un avversario invincibile. Come indica Anna Bravo, “si è gonfiata a tal punto che il primo termine tende a dissolversi, il secondo a debordare ovunque” (Bravo 2008, 22). Non sorprende che tutto questo dia un assist al “post-situazionista” Perniola a alla sua intemerata su Berlusconi e il ’68 realizzato.

In un lavoro di pochi anni fa Beppe De Sario introduceva un ulteriore livello di analisi: attraverso una serie di interviste raccolte per lo più a Genova nel 2001 egli sosteneva infatti che il movimento alterglobale ha trasformato le diverse forme di attivismo e di lotta da “epiloghi dei movimenti precedenti a esordio, momento originario, luogo di fondazione della propria genealogia politica” (Betta e Capussotti [1988] 1998, 300-301). Quali sono questi ambiti? Le esperienze di informatica sociale come possono essere ad esempio gli hacker e i siti di informazione indipendente per non dimenticare poi tutte le forme di contestazione nate dal mouse di internet; il mondo del terzo settore che va dalla cooperazione internazionale al commercio equo e solidale, dai gas alle banche del tempo esprimendo critiche anche dure verso il modello di sviluppo che è tornato quello della crescita tout court; dai centri sociali che vedono meno Lenin e più Hip-hop.

Sull’impostazione di De Sario mantengo alcune riserve, eppure una consolazione rimane ed è quella di poter finalmente studiare quel “passato che non passa” – per utilizzare le parole di De Luna – che prende il nome di ’68. Spazio di esperienza e orizzonte di aspettativa ci inducono a leggere il ’68 con accenti e toni non distanti dal geniale incipit di un capolavoro:

“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio” (Garcia Marquez [1967] 1968, 9).

Forse il più bel libro uscito in Italia proprio nel 1968 Cent’anni di solitudine ci introduce in una magistrale narrazione di un gruppo-mondo (ancora) come quello di Macondo, villaggio immaginario che racchiude la saga di una famiglia attraverso le generazioni parte da un episodio che ci fa intuire la morte (ma quando?) del protagonista, morte attesa invano per tutte le 426 pagine del libro. Ennesima aspettativa tradita che nella nostra immaginazione – non essendoci una prova contraria – ci fa sperare che la condanna a morte di Aureliano Buendia non si compia, venga rinviata sine die o non sia mai stata pronunciata.

Analogamente i termini che ho utilizzato fin qui (rivoluzione, utopia, avanguardie) se da un lato sono parte integrante dell’esperienza storica del movimento del ’68, dall’altro sembrerebbero essere spariti dall’orizzonte di aspettativa comune. Ma rimane sempre il fantasma del Colonnello Buendia e della sua retrospettiva scoperta del ghiaccio che ci indica come il palleggio infinito tra esperienza e aspettativa sia un altro termine dell’eterno scontro tra realtà e sogno.

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