"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

160 | novembre 2018

97888948401

titolo

Feste fallite: un’altra faccia del Rinascimento fra Italia e Francia[*]

Giovanni Ricci

English abstract

Bal des ardents: Miniatura attribuita Philippe de Mazerolles, dal ms. Harley 4380, c. 1 (Chroniques di Jean Froissart), British Library, c. 1470.

1.

Un ideale catalogo di feste finite malamente non può che culminare nel torneo parigino del 30 giugno 1559 in cui re Enrico II trovò la morte. Si festeggiavano le nozze della figlia del re, Elisabetta, con Filippo II di Spagna a suggello della pace di Cateau-Cambrésis. Alla fine della giostra, il re volle spezzare un’ultima lancia in onore delle dame. Nello scontro il capitano della guardia scozzese, Gabriel de Lorges conte di Montgomery, ferì gravemente il re alla testa. Seguirono fasi concitate: l’arrivo da Bruxelles del medico personale di Filippo II, il grande Andrea Vesalio; la morte del re il 1° luglio; la fuga in Inghilterra dell’involontario colpevole, terrorizzato malgrado il perdono reale (Cloulas 1985, 588-594; Saint-Martin et al. 2011, 29-45). Prevista da una immancabile quartina di Nostradamus e nel 1556 dall’astrologo Luca Gaurico (ma lo si seppe a cose fatte); caricata di significati profetici e astrologici (per il fronte asburgico era la punizione per l’alleanza ottomana della Francia, cfr. De Benedictis 2016, 525-547; Ricci 2018, 109-122), la disgrazia contribuì ad accelerare lo scoppio delle guerre di religione in Francia (Crouzet 1990, I, 131-135, 174-182).

Era andata meglio a Federico da Montefeltro duca d’Urbino, che in circostanze simili nel 1451 si era limitato a perdere l’occhio destro e ad avere il naso mutilato – quel naso che Piero della Francesca renderà celebre (Tönnesmann, Roeck [2005] 2009, 4-8). E comunque non era la prima volta che la monarchia Cristianissima incappava in feste sfortunate. Nel 1521 Francesco I, padre di Enrico II, fu ferito al viso durante una battaglia a palle di neve per la conquista di un finto castello. Si era a Romorantin e i combattenti, a corto di munizioni lecite, presero a lanciarsi tizzoni ardenti che ustionarono il re. Secondo una versione tarda, influenzata forse dai fatti del 1559, sarebbe stato il conte Jacques de Lorges, padre del futuro regicida, a ferire Francesco I. Comunque fossero andati i fatti, dall’incidente derivarono strane conseguenze. Per nascondere la cicatrice il re si fece crescere la barba, dando inizio alla moda dell’uomo barbuto rispetto all’uomo glabro sin lì vigente. Facendo di necessità virtù, questa barba fu presentata come un voto di crociata ed Enrico VIII d’Inghilterra aderì all’idea rifiutando di radersi anche lui (Denisart 1805, 155; Smith 1988, in part. 214; Le Gall 2011, 30-31).

Tralasciando infortuni minori, un altro episodio saliente è il cosiddetto “Bal des Ardents”, legato anch’esso a festeggiamenti nuziali. Il 28 febbraio 1393 re Carlo VI di Valois, che già dava segni dello squilibrio mentale che gli meriterà l’epiteto di Carlo il Folle, pensò di divertire gli invitati travestendosi da selvaggio insieme con altre cinque persone. Le mascherature in pelle erano fissate con pece infiammabile. Il duca d’Orléans, fratello cadetto del re, avvicinò troppo una torcia e quattro selvaggi arsero vivi, mentre Carlo VI si salvò a stento. Le critiche all’indecoroso charivari regale si accompagnarono ai sospetti a carico dell’Orléans: era stata imprudenza o dolo? (Collard 2009, 291-294).

Altre solenni celebrazioni nella Francia dell’assolutismo furono funestate. Le feste di nozze del 1770 fra il delfino e futuro Luigi XVI e Maria Antonietta d’Austria costarono la vita a 132 spettatori schiacciati dalla calca. Sommandosi ai sentimenti popolari di distacco dalla monarchia, si diffusero foschi presagi sul destino della coppia – peraltro, come sappiamo, tristemente confermati durante la Rivoluzione francese (Farge 1976, 82). Col senno di poi, possiamo dire che in situazioni di assolutismo in crisi, i segni nefasti si avveravano più facilmente. Sarà il caso della Russia prerivoluzionaria, attraversata da voci incontrollate d’ogni tipo. A margine dell’incoronazione di Nicola II, nel 1896, un assembramento di popolo accorso a ricevere piccoli doni produsse un’ecatombe: 1389 morti. Sui muri di Mosca furono affissi di notte manifesti che annunciavano il malaugurio, non mancando di ricordare che qualcosa di simile, meno grave ma nello stesso luogo, era accaduto nel 1856 all’incoronazione di Alessandro II, il quale era poi morto in un attentato nel 1881 (Crocq 2013, 168-170). Quanto a Nicola II, ultimo zar, il suo destino è noto.

Tornando al torneo parigino del 1559, uno dei tenants di Enrico II era il giovane Alfonso d’Este, figlio del duca di Ferrara Ercole II e di Renata di Valois. Fra i primi a soccorrere il re, la sera stessa Alfonso scrisse al padre, accludendo anche un disegno della scheggia più lunga estratta dall’occhio del re (Le Fur 2009, 503-512). Alla corte di Francia Alfonso soggiornava spesso in quanto nipote di Luigi XII. Lì trovava espresso al massimo livello l’accostamento di usi cavallereschi di origine medievale feudale, come i tornei (cfr. il bilancio storiografico in Aliverti 2016, 51-67), con apparati decorativi ormai classicheggianti: due gusti e due tipi di pratiche sociali che si saldavano pur provenendo da tempi e da culture diverse. Tre anni prima del torneo parigino, nel 1556, Alfonso era stato vittima a sua volta di un incidente durante un torneo a Blois. Il cavallo del duca di Guisa lo aveva colpito, secondo un diplomatico toscano, causandogli “l’inabilità di procreare per esser rimasto offeso […] nella virtù genitiva” (In Agnelli 1895, 296-7; cfr. Solerti 1900, XXII; Chiappini 2001, 321-2; Ricci 2007, 133-134). Da questo fatale torneo deriverà la devoluzione di Ferrara nel 1598 per mancanza di eredi legittimi di Alfonso.

2.

Reduce da così gravi incidenti, Alfonso d’Este tornò a Ferrara nel novembre del 1559 a causa della morte del padre Ercole. Le cerimonie della successione si svolsero con inusitata pompa. Ma ci si mise il maltempo a raffreddare gli entusiasmi e a far adombrare cattivi auspici: “la pioggia ci assassinava”, dichiarò il gentiluomo Alessio Visdomini (Visdomini 1856, 22; cfr. Ricci 1998, 43). Meteorologia a parte, a Ferrara le feste fallite non erano certo una novità. Proviamo dunque a farne un elenco ragionato.

I lanci giocosi che ustionarono Francesco I a Romorantin conoscevano una sorta di equivalente ferrarese. Dal 1409 si commemorava un successo militare ottenuto nel Reggiano dal marchese Niccolò III d’Este. Per l’occasione, schiere di fanciulli si contendevano davanti a cittadelle posticce lanciandosi gusci di melone. Da qui, come è facile intuire, la festa spesso degenerava e anziché i frutti volavano le pietre. Se una palla di neve si tramutava in tizzone ardente a corte, come stupirsi di meloni diventati sassi sulla pubblica via? Ma gli eccessi dei fanciulli indussero nel 1567 Alfonso II a vietare un gioco troppo prossimo alla violenza. Se altrove, a Venezia, le battaglie giocose sui ponti durarono sino al 1705, a Ferrara il principe intervenne prima, forse perché personalmente memore dei possibili danni (Cronica imperfetta, c. 259r-v; cfr. Provasi 2011, 197-200).

Fin qui abbiamo incontrato comportamenti tollerati se non legali, capaci facilmente di trascendere. Lo stesso accadeva alle cosiddette violenze rituali che per tradizione si scatenavano in occasione di solenni entrate o dell’insediamento di un nuovo signore. Lì compagnie di giovani lottavano per impadronirsi di vari simboli del potere; il baldacchino, gli stendardi, la cavalcatura, i finimenti. I significati simbolici erano molteplici, dalla rivendicazione di frammenti di sovranità al culto della reliquia politica (il corpo sacro del sovrano: Micrologus 2014). Ma l’equilibrio fra il lecito e l’illecito era fragile. Così Ercole II d’Este durante la festa del suo insediamento nel 1534, dovette sguainare la spada per difendersi dai giovani che lo stringevano per sottrargli le rituali spoglie. “Comenciò a menare, e si dice che ne furno feriti da dui o tri”, precisa il testimone Alessio Visdomini (Visdomini 1856, 13; cfr. Ricci 1998, 83; Ricci 2007, 24). Nel parapiglia, per poco non ci scappò il morto. Anche durante il viaggio di papa Giulio II verso la conquistata Bologna nel 1506, le violenze rituali a Gubbio e a Forlì superarono largamente il livello di guardia (Visceglia 2008, 98-100).

Il disordine controllato apriva spazi a disordini incontrollati. Nel febbraio del 1502 si festeggiava Lucrezia Borgia, la figlia di papa Alessandro VI giunta sposa al futuro duca Alfonso I. Un ladro ardì penetrare nel palazzo di Schifanoia e derubare “tutta la foresteria”, cioè gli invitati ufficiali. Umiliato in un frangente così solenne, il duca Ercole I punì crudelmente il colpevole – o supposto tale, dal momento che la refurtiva non fu mai ritrovata – per mostrare agli ospiti “che siano securi e che non siano danneggiati”. Parola del cronista Bernardino Zambotti (Zambotti 1934-1937, 315).

Invece la confusione che regnava durante l’interregno del 1534, fra la morte di Alfonso I e il turbolento insediamento di Ercole II a cui abbiamo accennato, si tradusse addirittura in un omicidio. Fu compiuto sul percorso del funerale di Alfonso, e non ci si stupisca se inseriamo un appuntamento funerario nella nostra serie, ma la somiglianza formale con le feste è molto forte. Ecco la voce del cronista Paolo da Lignago:

Essendo portato el corpo, fu morto un giovane da un altro con una stoccata nel petto drieto alla cappella della Madonna dei Frati di San Francesco fatta nuovamente, dove fu fatto gran tumulto d’arme (Cronica Estense, c. 237v; cfr. Ricci 1998, 83; Ricci 2007, 22, 25).

La scomparsa degli archivi criminali ferraresi impedisce di cogliere altri dettagli dell’episodio svoltosi accanto alla fabbrica disegnata da Biagio Rossetti. Anche quando giunse a Ferrara papa Paolo III, nel 1543, qualcuno approfittò della confusione per regolare un conto privato. Il giovane Flaminio Ariosto, parente di Ludovico, fu pugnalato a morte nel corso dei festeggiamenti. Il movente non lo conosciamo. Flaminio faceva l’attore e si accingeva a recitare nella tragedia Altile di Giovanbattista Giraldi Cinzio, che era programmata in onore del pontefice (Giraldi, De obitu; cfr. Ricci 2013, 388-389). Come durante il funerale di Alfonso I, un omicidio interferì con una celebrazione.

Vengono poi gli incidenti dovuti principalmente a leggerezza. La politica estense di intrattenimento richiedeva un tributo di vite e menomazioni. Vari feriti si ebbero nel 1548, per il crollo del palco dove si rappresentava il dramma Antivalomeni dedicato dal Cinzio ad Anna d’Este, la figlia di Ercole II che andava sposa in Francia a Francesco di Guisa. Nel 1559 morirono in quattro, arsi dai mortaretti sparati per celebrare l’elezione di Pio IV, e dodici furono gli “stroppiati”. Nel 1569 annegarono quattro gentiluomini, nel corso del “bagordo navale” L’isola beata indetto in onore dell’arciduca Carlo d’Asburgo. Nel 1582 la giostra di Carnevale costò un mezzo morto e un azzoppato (Giraldi, Dialoghi, 38-39; di Massa 2004, 101, 109-110; Agostini, Bentini 2002, 56-57; Solerti 1900, CLI, CLXXX-CLXXXII). Neanche in presenza di vittime d’alto bordo lo spettacolo fu mai sospeso.

C’era da ringraziare la sorte se le cose non finivano male più spesso. È il caso di una burla narrata dal letterato ferrarese Annibale Romei. Un giorno del 1584 gli ospiti della delizia estense della Mesola si imbarcarono per assistere a una battuta di pesca. All’improvviso, da terra partirono tiri d’artiglieria a indicare l’avvistamento di corsari. Scoppiato il panico, un gentiluomo organizzò il contrattacco e i corsari furono condotti a terra incatenati. E qui si capì che sotto gli abiti turcheschi si celavano alcuni “principali cavalieri” del duca Alfonso II, che aveva ideato personalmente la burla. Di sicuro si era corso il rischio di reazioni violente, visto che erano state avvisate solo la duchessa e le signore “sospette di gravidanza”; qualcuno si lagnò anche del “ricevuto spavento” (In Solerti 1900, 35-37). Scherzi pesanti a corte.

3.

Più si festeggiava, più si rischiava. Se ne ebbe una conferma nel 1598, quando cessò il potere estense e il ducato di Ferrara fu devoluto alla Chiesa. Fra gioiose entrate e festeggiamenti d’ogni altro tipo, non mancarono gli incidenti.

L’8 maggio il papa prese possesso del castello di Ferrara. La mula bianca su cui viaggiava gli fu sottratta secondo il costume dei saccheggi rituali. Ma una quarantina d’anni più tardi lo storiografo Agostino Faustini aggiunse un dettaglio impagabile:

Mentre il pontefice levò il piede sinistro di staffa per ismontar da cavallo, il conte Ercole Romei, giovine di ventitré anni incirca, dalla parte opposta pose il piè destro nella medesima staffa, e sì prestamente s’alzò che con la gamba sinistra leggermente percosse il pontefice nella mano destra, ch’essendo ferita di chiragra, se li voltò.

Dunque, nella sua fretta di inforcare la mula, il Romei diede un calcio alla mano del papa. Era una mano affetta da chiragra, una malattia prodotta da una alimentazione troppo grassa. I prelati ne erano spesso affetti e il maligno Faustini, nostalgico degli Este, lo rileva prontamente. La reazione del papa, dolorante alla mano, fu abile ed elegante insieme: “ve la do volentieri, figliolo, et lo benedì” (Faustini 1646, 167; cfr. Ricci 2013b, 349-364).

Se la pedata al papa non rovinò la festa, lo fece un grave incidente la sera dopo, secondo la testimonianza autoptica del cronista Filippo Rodi. Una “girandola” pirotecnica lanciata dal castello appiccò il fuoco a una torre. Accorsero gli spegnitori d’incendi, ma l’edificio crollò uccidendo ventitré di loro, “oltre agli altri molti che restorno storpiati e mal acconci”. Intanto il papa era fuggito dal castello, “angustiato per la tema del fuoco et insospettito di qualche tradimento”. Tornata la calma, le famiglie delle vittime ricevettero un donativo “abbondante” (Rodi 2000, 152-153).

Spettatore diretto in gioventù, il nostro Faustini riesaminò anche questo episodio. Secondo lui, i vigili del fuoco ferraresi furono chiusi dentro la torre da gente romana comandata da un ecclesiastico, monsignor Carlo de’ Conti. Equivoco, timore di congiura, malvagio scherzo? Piuttosto che morire arso, uno dei vigili “si gettò dalla torre nella fossa ove morì annegato”. E quando il tetto crollò, “sotto restorno morti e infranti tutti coloro che colà dentro empiamente erano stati racchiusi”. Anche sul risarcimento alle vedove Faustini ha qualcosa da dire:

Quasi da tutte fu ricevuto, trattone una che giovine e sposa lo ricusò, dicendo che l’anima del suo marito non doveva aver altro ristoro che nelle sue orationi, né altro refrigerio che nell’acqua del suo pianto (Faustini 1646, 172).

L’insubordinazione della giovane conclude questa festa sfortunata. Nei casi estremi, erano le donne del popolo, nell’Europa moderna, a compiere gli atti di disobbedienza politica. Anche a Ferrara nel 1598 il diritto di resistenza viene esercitato da una donna, da una vedova; e le vedove erano una componente femminile fra le più combattive (Cohn 1996; Cavallo, Warner 1999; De Benedictis 2004, 133-134). La partita si svolge sul terreno simbolico del dono e controdono. Rifiutando il dono risarcitorio, la donna impedisce al debitore di sdebitarsi (Mauss [1923] 2002, 117) – fosse pur il Vicario di Cristo.

Dopo aver reso omaggio alla donna, Faustini commenta: “non mancaron quelli che vedendo di mal occhio la corte di Roma in Ferrara, mormorassero di lei cose enormi”. Sta di fatto che il giorno in cui si festeggiò la fondazione della fortezza papale di Ferrara, si scatenò un temporale così “torbido” che alcuni manovali “restorno su l’opra morti”. Per tutto il Rinascimento, i fulmini sulle chiese e sui prelati avevano alimentato un anticlericalismo popolare ansioso di decifrare i messaggi divini (Niccoli 2005, 51-52). A questa antica cultura, moralistica ed egualitaria, si rifaceva il letterato nostalgico degli Este. Ma non ignorava che nei nuovi tempi, clericali e gerarchici, anche l’inquietudine della natura trovava i suoi limiti. Infatti, dal temporale uscirono “salvi li due cardinali che quivi erano presenti” (Faustini 1646, 182; cfr. Ferrara 1990). Il conto della festa fallita lo pagarono solo i manovali.

Nel primo secolo pontificio il calendario festivo si alleggerì rispetto al memorabile anno 1598, e anche rispetto ai tempi precedenti, quando in città si esibiva la dinastia estense. Meno feste significa anche meno feste rovinate. Eppure nel 1686, festeggiandosi a Ferrara la cacciata dei Turchi da Buda, i fuochi artificiali sfuggirono di nuovo al controllo. Fu incendiato il capanno del pesce accanto al castello: le ferite subite da alcuni spettatori e il pericolo corso da tutti non guastarono l’allegria (Ricci 2002, 104-105).

4.

Volendo ricercare i colpevoli dei fallimenti, il primo pensiero va alla fatalità. Innegabile in linea di principio, la fatalità assoluta opera raramente perché gli uomini esercitano comunque un ruolo. Le avversità meteorologiche si avvicinano al concetto di fatalità, ma subito sopravvengono le interpretazioni umane: il malcontento divino per la condotta del potere papale a Ferrara, nel caso del temporale sulla fortezza; e i foschi presagi, nel caso della pioggia che flagellò l’avvento del duca Alfonso II destinato a essere l’ultimo della sua dinastia.

Depotenziata la fatalità, l’ostentazione senza freni resta la prima indiziata. L’Europa della prima Età moderna è definibile come una classica “civiltà di vergogna” dominata da valori esteriorizzati di orgoglio e onore; altra cosa sono le “civiltà di colpa”, capaci di distinguere fra disonore sociale e peccato morale (Ricci 1996, 89-108). All’interno della “civiltà di vergogna”, la mascolinità aggressiva impera. Alla corte dei Valois essa si esprime in particolare con il linguaggio della fisicità equestre (Nye 1998, 15-30; Roche 2005, 590-600), di cui gli incidenti di Parigi e Blois furono le conseguenze.

Nel microcosmo ferrarese si aggiungevano circostanze ulteriori. L’ultimo duca, Alfonso II, manifestava passione per comportamenti chiassosi, muscolari, guerreschi – maschili – a scapito delle dimensioni private, e silenziose – femminili (Papalas 2002, 315-21; Arcangeli 2004, 58-62, 112-4). La pericolosa burla dei falsi corsari rientra in questi orientamenti, così come le gare o i tornei organizzati di frequente. Tecnicamente si ravvisa qui un’espressione di “ansia maschile”, mentre l’incapacità generativa del duca dovuta all’incidente di Blois non è più occultabile e minaccia la continuità dello Stato: la genealogia in crisi produce una peculiare psicologia (Gundersheimer 1986). Il calendario festivo estense rispondeva inoltre all’esigenza di magnificare il potere e saldare i legami fra il principe e il popolo. Al riguardo si è parlato di “dispotismo rinascimentale”, come variante aggiornata e minore dell’evergetismo antico (Gundersheimer [1973] 1988, 107-112; Rosenberg 1980, in part. 25-33, 521-535).

In realtà, per mascherare la carenza di risorse, si procedeva come si poteva, magari riutilizzando le stesse macchine sceniche. Gli ambasciatori della rivale dinastia medicea, povera di sangue blu ma ricca di sostanze, giravano il coltello nella piaga. A sentir loro, Alfonso II si dedica a “dar spasso a suoi sudditi con far feste, giostre, tornei, mascherate et infiniti altri giuochi”; “amplificazioni e iperboli” da riderne “fuora del decoro”, visto che “se si misura dalla potenza et dallo stato suo, non è se non principe mediocre” (In Agnelli 1895, 273, 293, 299, 301; Solerti 1900, CLXXVIII-CLXXIX). In tale quadro, l’attenzione alla sicurezza non poteva che passare in subordine.

5.

Non si pensi che questa fosse una peculiarità della non ricchissima corte estense. A Firenze, all’opposto, i problemi potevano derivare proprio dalla ricchezza. Durante il carnevale del 1513 finanziato dai Medici, sfilò su un carro “un fanciullo tutto nudo e dorato il quale rappresentava l’Età dell’oro resurgente”. L’aveva ideato il Pontormo ma, scrive il Vasari “il putto dorato [...] per lo disagio che patì per guadagnare dieci scudi, poco appresso si morì” (Vasari 1568, 479; cfr. Levin 1969, 39-40; Ruffini 1987, in part. 143-144): avvelenato o soffocato dalla doratura, antesignano di una scena di Goldfinger di Ian Fleming.

Spostandoci a Bologna, nel 1515 si era temuto il crollo di un pavimento, a causa della folla accorsa per assistere all’incontro tra Francesco I e Leone X. In quei giorni il giovane re di Francia, euforico per il trionfo di Marignano, aveva già rischiato parecchio durante gazzarre e giochi: a Vigevano violente partite di pallone; a Reggio, addirittura, lanci di torce accese (Rubello 2011, 32-33, 118 ). Un brutto vizio dei cortigiani, questi lanci, di cui il re stesso, più tardi a Romorantin, sarebbe rimasto vittima. Sempre a Bologna, la solenne incoronazione di Carlo V da parte di Clemente VII nel 1530 costò tre vite per il cedimento di un ponte di legno in piazza Maggiore su cui l’imperatore era appena transitato (Righi 2002, in part. 493-495). D’altronde, la stirpe asburgica non ignorava la maledizione delle feste. La nonna di Carlo, Maria di Borgogna, era morta nel 1482 cadendo da cavallo durante una festosa caccia col falcone presso Bruges; e sembrò quasi una beffa del destino rispetto ai ritratti ufficiali della duchessa con un falcone sulla mano, in quella corte satura di cavalleria (Karaskova 2014, 200-216; Marchandisse, Masson 2018). E il padre di Maria, Carlo il Temerario, aveva visto la sua gioiosa entrata a Gand nel 1467 trasformarsi in una sommossa di matrice fiscale che aveva messo in pericolo la sua stessa persona (Lecuppre-Desjardins 2005, 294-302). D’altronde le entrate, lungi dall’essere gioiose, potevano catalizzare tensioni latenti, come verificarono a proprie spese i duchi di Savoia in più di un’occasione fra XV e XVI secolo (Brero 2017, 305-313). Come si vede, il nostro tema offrirebbe una casistica sterminata.

La cultura del gioco e della festa era dotata di una forza da noi difficilmente immaginabile – prima che il disciplinamento tridentino stabilisse divieti e limiti, innalzando le soglie di tolleranza (Burke 2000, 99-118). Il rituale, a sua volta, possedeva un peso poco scalfibile da principi di realtà o criteri di convenienza. Il resto lo faceva lo spirito di insubordinazione di popolazioni sempre pronte a infiammarsi quando giudicassero lese le loro prerogative. Il disordine regolato della festa degenerava facilmente in rivolte, vendette, omicidi, furti, semplici gesti sbagliati; i labili confini della disciplina sociale e del corretto funzionamento tecnico venivano facilmente travolti dall’allentamento dei freni interiori ed esteriori (Bercé [1976] 1985). A Ferrara accade durante le solenni entrate o l’insediamento dei principi, altrove può essere legato ad altre ricorrenze. L’Europa del tempo esibisce un repertorio di tragiche complicazioni di feste rituali: dal carnevale di Udine nel 1511 e di Romans del 1580 alla rivolta napoletana del 1647, innescata dal viraggio aggressivo del gioco della Madonna del Carmine (Bianco 1995; Muir 1998; Le Roy Ladurie 1981; Burke 1988, 237-258). Ma è chiaro che un potere fragile come quello estense, e impegnato in un calendario festivo necessario politicamente, offriva ancor più il fianco ai rischi.

6.

Con questo contributo non abbiamo voluto rovinare la festa a nessuno; e neppure rivaleggiare con i tour operator che offrono viaggi in siti colpiti da catastrofi (vedi l’inglese DisasterTourism). Ci interessava solo giungere a una più realistica rappresentazione delle feste rinascimentali, la cui perfezione è stata troppo celebrata (ad es. da Mitchell 1979, 28-34; Mitchell 1986, 53-54, 121-122; Ghirardo 2008, 43-73). Si sa che la storia della parola ‘Rinascimento’ è complicata e piena di ambiguità (Woolfson 2005). Fra il XX e il XXI secolo la parola è stata talora negata, con varietà di argomenti e di soluzioni lessicali: Controrinascimento, Antirinascimento, Pseudo-Rinascimento…(Haydn [1950] 1967; Battisti [1962] 1989; Zeri 1983, 546-572); talora, più appropriatamente, è stata specificata e circoscritta in chiave eterodossa: Rinascimento inquieto, Rinascimento in controluce, Rinascimento al femminile, Rinascimento anticlericale… (Raimondi [1965] 1994; Padoan 1994; Niccoli 1991; Niccoli 2005). In un modo o nell’altro, il Rinascimento continua a furoreggiare sul mercato delle idee e dei libri, con picchi di amore tormentato da parte degli storici americani che hanno codificato il mito della variante fiorentina (Fantoni 2000; Calvi 2001). Ma intanto le parti ombrose, conflittuali, insicure, sono emerse e non sono più occultabili: la luminosità apollinea non è più l’unica cifra del Rinascimento italiano. Se il potere ha sempre una faccia oscura, in compenso il suo percorso è lastricato di insuccessi e imprevisti (Cantarella, Santi 1996; Décor 2007), come conferma il dossier rinascimentale che abbiamo qui raccolto.

Bibliografia
Fonti
Bibliografia critica
Nota
English abstract

The history of court parties, which are often referred to as the paradigm of Renaissance splendor, is marked by a series of fatal events that the same chronicles have handed down to us. This article traces the alternative story to the better known one of the great festivities, retracing the dramatic events that have struck the audience as well as the protagonists of jousting, theatrical performances, solemn processions or bad jokes, to the point of causing fatal accidents. From the Parisian tournament of 1559, which cost the life of King Henry II, the collapse of stages or stands, to the violence of the crowd during the processions, this list accompanies us to the discovery of the darker and lesser-known side of the history of the European Renaissance.

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