"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

161 | dicembre 2018

97888982603

titolo

Lacan e Deleuze lettori di Alice

La conquista della superficie, tra sintomo e splendore dell‘evento

testi di Jacques Lacan e Gilles Deleuze. Presentazione e traduzione di Andrea Tisano

English abstract

Riproponiamo, in nuova traduzione italiana, due testi all’apparenza molto distanti – lontani tra loro nel tempo, lontane le occasioni di pubblicazione – pensati e scritti in linguaggi diversi, quello psicanalitico e quello logico-filosofico. Eppure, riletti uno accanto all’altro, i due scritti rivelano una coappartenenza: se fatti collidere, l’effetto di superficie è esplosivo, si fa produttore di senso.

Il testo di Jacques Lacan è la trascrizione di una conferenza inedita, prodotta il 31 dicembre 1966 per l’emittente radiofonica “France-Culture”. L’omaggio di Lacan a Lewis Carroll è in forma di critica letteraria: una critica che, pur valendosi degli strumenti della psicanalisi, non si sofferma sulla biografia dell’autore – biografia che pure sembra prestare il fianco a uno sguardo morboso e all’analisi di turbe profonde quanto nessuna mai – ma sull’opera in sé.

Il testo di Deleuze, invece, è un capitolo tratto da Critica e clinica, pubblicato in edizione originale nel 1993. La genesi dell’estratto, tuttavia, va collocata nella seconda serie di Logica del senso, opera del 1969 in cui l’influsso dell’insegnamento lacaniano è evidente ed esplicito. Serie di cui il capitolo di Critica e clinica è una sorta di riassunto.

Di entrambi i testi si può trovare una prima traduzione italiana: l’omaggio a Carroll di Lacan è stato presentato da Antonio Di Ciaccia (A. Di Ciaccia, Il Lewis Carroll di Lacan, “La Psicoanalisi” 37 (2005), 7-10), mentre quello di Deleuze è incluso nell’edizione italiana di Critica e clinica (Milano 1996), in cui però non si fa menzione del rapporto con Logica del senso, che assume l’opera di Carroll a emblema di un “senso” inteso come “puro divenire”. I due scritti vengono qui per la prima volta accostati l’uno all’altro, e posti in dialogo.

La loro radice è comune: nati negli anni in cui esplode il fenomeno strutturalista, della “struttura” fanno una chiave di lettura dell’universo carrolliano. Entrambi i filosofi rintracciano in una forma triadica la genesi della trilogia composta dalle due avventure di Alice e di Sylvie e Bruno. Ma genesi e struttura sono solo un punto di partenza destinato a essere superato: dal sinthomo in Lacan, dall’evento in Deleuze. Entrambi “effetti di superficie”, portatori della (non) verità dell’uomo Lewis Carroll, in cui la falsa profondità biografica cede il passo allo splendore dell’opera meravigliosa.

I. Jacques Lacan, Omaggio a Lewis Carroll [1966]

Jacques Lacan, Hommage à Lewis Carroll, “France-Culture”, 31 dicembre 1966 (audio).
in Appendice, la trascrizione del testo originale.

Di ogni sorta di verità Lewis Carroll con la sua opera fornisce l’illustrazione, e anche la prova. Verità che sono certe benché non evidenti. Vi scopriamo che senza alcun turbamento si può produrre il disagio, ma che da questo disagio sgorga una gioia singolare.

Porto l’accento su questo punto prima di tutto, per allontanare la confusione che incombe se mi spingo a dire che è la psicanalisi a poter render meglio conto dell’effetto di quest’opera. Anche perché non è questa la psicanalisi che s’incontra per strada. Solo la psicanalisi chiarisce la portata di oggetto assoluto che la bambina, Alice, può assumere. Perché lei incarna un’entità negativa, che porta un nome che qui non posso pronunciare, se non voglio spingere gli ascoltatori ai fraintendimenti più comuni.

Della bambina, Lewis Carroll s’è fatto il servo, lei è l’oggetto che disegna, lei è l’orecchio che vuole raggiungere, tra tutti noi è lei quella a cui lui davvero si rivolge. Come quest’opera ci raggiunga comunque tutti, nonostante ciò, non può essere ben compreso se non da quella determinata teoria su ciò che dobbiamo chiamare “il soggetto”, che è la psicoanalisi. Com’è giunto Carroll a questo punto? La curiosità resterà a bocca asciutta poiché la biografia di quest’uomo, nonostante lo scrupoloso diario che tenne, resta inafferrabile. La storia, certo, è importante nella ricerca psicoanalitica della verità, ma non è la sola dimensione: la struttura è dominante. Si fanno critiche letterarie migliori laddove si è consapevoli di questo.

Fare della critica sarà qui l’azione appropriata di fronte all’importanza dell’opera che – bisogna ricordarlo – ha conquistato il mondo. Fatto dinnanzi al quale il pedagogo ha ben da disquisire se è proprio questo ciò che dobbiamo far leggere ai nostri figli. Bisogna dire che il colmo del ridicolo a questo punto è rappresentato da uno psicanalista, che, per quanto esperto – diciamo il suo nome, Schidler –, denuncia in quest’opera l’incitazione all’aggressività e l’inclinazione al rifiuto della realtà. Non si potrebbe andare più lontano nel fraintendimento degli effetti psicologici dell’opera d’arte.

Dunque, bisognerebbe interrogare ciò che potremmo chiamare di primo acchito “romanzo mitico”, un termine vago che andrebbe a mettere radici in ogni direzione, e molto lontano. Bisognerebbe tornare indietro velocemente a questo prezioso punto di riferimento: che giustamente il Paese delle meraviglie, l’oltre lo specchio, la coppia angosciante di Sylvie e Bruno scappati dal paese d’altrove, non sono né dei miti né del mito, e l’immaginario deve esserne distinto. Né il testo né la trama fanno appello ad alcuna risonanza di significazioni che chiameremmo profonde. Non si evocano né genesi né tragedia né destino. Allora, come mai quest’opera fa tanta presa? Proprio qui sta il segreto, che tocca i nessi più puri della nostra condizione d’essere: il simbolico, l’immaginario e il reale. I tre registri coi quali ho introdotto un insegnamento che non pretende di innovare, ma di ristabilire un po’ di rigore nell’esperienza della psicanalisi, eccoli che entrano in gioco allo stato puro nel loro rapporto più semplice.

Delle immagini, si fa un puro gioco di combinazioni, ma quali effetti di vertigine se ne ottengono allora? Delle combinazioni, si istituisce il piano con ogni sorta di dimensioni virtuali, ma si tratta di quelle che liberano l’accesso alla realtà in fin dei conti più certa, quella dell’impossibile diventato tutto a un tratto familiare. Ci si dilungherà a piacimento sul potere del gioco di parole: quanta precisione è necessaria, qui, ancora! E innanzitutto non crediamo che si tratti di una pretesa articolazione infantile, o primitiva. Non ne darò altra prova se non quella di trovarvi lo stile migliore nella bocca dello spiritoso che prende in giro un’oca pedante parlandole di sillogistica stupideria (silligisme), che lei si beve senza rendersi conto che porterà ovunque, con questa parola, la propria identità di piccola stupida (silly)? Malizia, meschinità? Piuttosto qualcosa di sano, in linea con il fatto che i giochi di parole, in Carroll, sono sempre senza ambiguità.

Ne risulta un esercizio senza pedanteria, che in fin dei conti mi sembra preparare Alice Liddell, per evocare ogni lettrice in carne e ossa che per prima è scivolata in questo cuore della terra, che non ospita alcuna caverna, a incontrare dei problemi tanto precisi quanto questo: che non si varca mai una porta che non sia della propria taglia; e che non si prende, con il frettoloso coniglio, nient’altro che la misura dell’assoluta alterità della preoccupazione del passante. Questa Alice, dico, avrà qualche esigenza di rigore. Non sarà, a dirla tutta, molto pronta ad accettare che le si annunci l’aritmetica dicendole che non si sommano strofinacci con fazzoletti, pere con porri – confine ben tracciato per bloccare i bambini alla più semplice gestione di tutti i problemi rispetto ai quali in seguito si mette alla prova la loro intelligenza.

Questa è una transizione – perché dopo tutto non ho tempo, se non per spingere delle porte senza neanche entrare là dove esse si aprono – per venire all’autore stesso cui oggi rendiamo omaggio, e non gli faremo giustizia, a lui come a chiunque altro, se non partiamo dall’idea che le pretese discordanze della personalità non hanno altra portata che quella di riconoscervi la necessità verso cui si dirigono.

C’è anche, come ci dicono, il Lewis Carroll sognatore, poeta, l’innamorato, se vogliamo, e il Lewis Carroll logico, il professore di matematica. Lewis Carroll è ben diviso, se vi va, ma i due sono entrambi necessari alla realizzazione dell’opera.

La genialità di Lewis Carroll non risiede certamente nel suo debole verso la bambina. Noialtri psicanalisti non abbiamo bisogno dei nostri clienti per sapere dove questa storia va a finire: in un parco pubblico. Il suo insegnamento di professore non ha più nulla che esca dagli schemi: in piena epoca di rinascita della logica e dell’inaugurazione della forma matematica che da allora ha fatto presa, Lewis Carroll, per divertenti che siano i suoi esercizi, rimane sul solco di Aristotele. Ma è proprio la congiura delle due posizioni la fonte da cui zampilla questo oggetto meraviglioso, ancora indecifrato, e per sempre abbagliante: la sua opera.

È noto come è stata e ancora è usata dai surrealisti. Questo mi dà l’occasione per estendere la mia esigenza di metodo, non dispiaccia agli spiriti partigiani. Lewis Carroll, lo ricordo, era religioso, religioso della fede più ingenuamente, più strettamente parrocchiale che ci sia, dovesse pur questo termine, a cui dovete dare il suo colore più crudo, ispirarvi repulsione. Ci sono lettere in cui arriva quasi a rompere con un amico, un collega di tutto rispetto, perché ci sono degli argomenti che non bisogna sollevare, quelli che possono far sorgere il dubbio, o darne l’apparenza, sulla verità radicale dell’esistenza di Dio, della sua benevolenza verso l’uomo, dell’insegnamento che ne è più razionalmente trasmesso. Dico che questo ha la sua parte nell’unicità, nell’equilibrio che realizza l’opera. Questa sorta di felicità che essa raggiunge dipende da questa mescolanza, dall’aggiunta supplementare ai nostri due Lewis Carroll, se voi l’intendete così, di ciò che noi chiameremo con il nome con cui è benedetto all’ascolto di una storia, la storia ancora in corso, un povero di spirito.

Vorrei dire ancora quella che mi sembra la correlazione più efficace per situare Lewis Carroll: è l’epica dell’era scientifica. Non è un caso che Alice sia apparsa nello stesso periodo de L’origine delle specie di cui è, se possiamo dire, l’opposto. Registro epico, dunque, che senza dubbio si esprime come idillio nell’ideologia. La correlazione dei disegni cui Lewis Carroll prestava tanta attenzione preannuncia i fumetti, le storie a fumetti. Rapidamente, per concludere, osservo che, in fin dei conti, la tecnica qui assicura la prevalenza di una dialettica materializzata – e spero che chi è in grado, capisca ciò che intendo dire.

Illustrazione e prova, ho detto: è così, senza emozione, che avrò parlato di quest’opera, e mi sembra in accordo con l’ordine autentico del suo fremito. Per uno psicanalista, quest’opera è il luogo più indicato a dimostrare la vera natura della sublimazione nell’opera d’arte. Ho parlato del recupero di un certo oggetto, in un’altra nota recente su Marguerite Duras, che, in qualità di romanziera, mi sarebbe piaciuto sentir parlare a sua volta di quest’opera.

È sempre alla pratica che la teoria, alla fine, deve cedere il passo.

I. Gilles Deleuze, Lewis Carroll [1993]

Gilles Deleuze, Lewis Carroll, in Critique et clinique, Paris 1993, 34-35.

In Lewis Carroll tutto ha inizio con un’orrenda battaglia. È la battaglia delle profondità: le cose scoppiano o ci fanno scoppiare, le scatole sono troppo piccole per il loro contenuto, i cibi sono tossici o velenosi, le budella si allungano, i mostri ci afferrano. Un fratellino si serve del suo fratellino per esca. I corpi si mescolano, tutto si mescola in una sorta di cannibalismo che unisce l’alimento e l’escremento. Perfino le parole si mangiano. È il dominio dell’azione e della passione dei corpi: cose e parole si disperdono in tutti i sensi, o al contrario si saldano in blocchi non più scomponibili. Tutto è orrendo in profondità, tutto è nonsenso. Alice nel Paese delle Meraviglie si sarebbe dovuto chiamare in origine Le avventure sotterranee di Alice.

Ma perché Carroll non conserva questo titolo? Il fatto è che Alice conquista progressivamente le superfici. Sale o risale in superficie. Crea delle superfici. I movimenti di sprofondamento e d’infossamento fanno posto a dei leggeri movimenti laterali di scivolamento; gli animali delle profondità diventano figure di carte senza spessore. A maggior ragione, Attraverso lo specchio investe la superficie di uno specchio, istituisce quella di una scacchiera. Puri eventi sfuggono al loro stato di cose. Non ci si immerge più in profondità, ma è a forza di scivolare che si passa dall’altra parte, facendo come il mancino e invertendo la direzione. La borsa di Fortunatus descritta da Carroll è il nastro di Moebius in cui una stessa linea percorre le due facce. La matematica è buona perché crea delle superfici, e rappacifica un mondo in cui le mescolanze in profondità sarebbero terribili: Carroll matematico, oppure Carroll fotografo. Ma il mondo delle profondità tuona ancora sotto la superficie e minaccia di bucarla: anche stesi e dispiegati, i mostri ci tormentano.

Il terzo grande romanzo di Carroll, Sylvie e Bruno, opera un ulteriore progresso. Si potrebbe dire che qui l’antica profondità si è a sua volta appianata, è diventata una superficie a fianco di un’altra superficie. Coesistono dunque due superfici, sulle quali sono scritte due storie contigue, l’una maggiore e l’altra minore; l’una in chiave maggiore, l’altra in minore. Non una storia in un’altra, ma l’una a fianco dell’altra. Sylvie e Bruno è senza dubbio il primo libro che racconta due storie alla volta, non una all’interno dell’altra, ma due storie contigue, con dei passaggi che continuamente portano dall’una all’altra, grazie a un brandello di frase comune alle due, o grazie alle strofe di una meravigliosa canzone. Le strofe distribuiscono gli eventi di ciascuna storia, nello stesso momento in cui sono determinate dagli eventi stessi: la canzone del giardiniere pazzo. Carroll domanda: è la canzone che determina gli eventi, o gli eventi determinano la canzone? Con Sylvie e Bruno, Carroll crea un libro-rotolo, alla maniera dei rotoli dipinti giapponesi (nel rotolo dipinto, Eisenstein vedeva il vero precursore del montaggio cinematografico, e lo descriveva così: “Il nastro del rotolo si arrotola formando un rettangolo! Non è più il supporto che si arrotola su se stesso; è ciò che è rappresentato che si arrotola sulla sua superficie”). Le due storie simultanee di Sylvie e Bruno formano l’ultimo elemento della trilogia di Carroll, capolavoro al pari degli altri.

Non è che la superficie abbia meno nonsenso della profondità. Ma non è lo stesso nonsenso. Quello della superficie è come lo “splendore” degli eventi puri, entità che non finiscono mai di giungere né di ritirarsi. Gli eventi puri e non mescolati brillano al di sopra dei corpi mescolati, al di sopra delle loro azioni e delle loro passioni confuse. Come un vapore dalla terra, gli eventi liberano sulla superficie un incorporeo, un puro “espresso” delle profondità: non la spada, ma il fulgore della spada, il fulgore senza spada come il sorriso senza gatto. È proprio di Carroll il non aver fatto passare nulla attraverso il senso, ma d’aver giocato tutto sul nonsenso, poiché la diversità dei nonsensi è sufficiente a render conto dell’universo intero, dei suoi terrori e delle sue glorie: la profondità, la superficie, il volume o la superficie arrotolata.

Appendice

Jacques Lacan, Hommage à Lewis Carroll

Jacques Lacan, Hommage à Lewis Carroll, “France-Culture”, 31 Dècembre 1966 (audio)

De toutes sortes de vérités Lewis Carroll par son œuvre donne l’illustration, et même la preuve, de vérités qui sont certaines bien que non évidentes. On y discerne que sans user d’aucun trouble on peut produire le malaise, mais que de ce malaise il découle une joie singulière. Je porte l’accent là-dessus, d’abord pour écarter la confusion qui menace, si j’avance, que c’est la psychanalyse qui peut rendre compte le mieux de l’effet de cette œuvre, c’est qu’aussi bien ce n’est pas cette psychanalyse qui court les rues.

Seule la psychanalyse éclaire la portée d’objet absolu que peut prendre la petite-fille. C’est parce qu’elle incarne une entité négative qui porte un nom que je n’ai pas à prononcer ici, si je ne veux pas embarquer mes auditeurs dans les confusions ordinaires.

De la petite fille, Lewis Carroll s’est fait le servant; elle est l’objet qu’il dessine, elle est l’oreille qu’il veut atteindre, elle est celle à qui il s’adresse véritablement entre nous tous. Comment cette œuvre nous atteint-elle tous après cela, ne se conçoit bien qu’à une théorie déterminée de ce qu’il faut appeler le sujet, celle que la psychanalyse permet.

Là-dessus la curiosité s’enquiert de savoir comment Lewis Carroll en est-il venu là. La curiosité restera sur sa faim car la biographie de cet homme qui tint un scrupuleux journal ne nous en échappe pas moins.

L’histoire certes est dominante dans le traitement psychanalytique de la vérité mais ce n’est pas la seule dimension, la structure la domine. On fait de meilleurs critiques littéraires là où on sait cela. Faire de la critique, ici, serait l’action appropriée à l’éminence de l’œuvre dont il faut rappeler qu’elle a conquis le monde.

Fait auprès de quoi, le pédagogue a bonne mine à chipoter si c’est bien là ce qu’il faut donner à lire à nos enfants. Il faut dire que le comble du ridicule là-dessus est représenté par un psychanalyste, pourtant averti – disons son nom, Schilder – qui dénonce dans cette œuvre l’incitation à l’agressivité et la pente offerte au refus de la réalité. On ne va pas plus loin dans le contresens sur les effets psychologiques de l’œuvre d’art.

Donc, il faudrait interroger ce qu’on pourrait appeler d’abord le roman mythique d’un terme vague qui irait prendre ses racines dans tous les sens et bien loin.

Il faudrait vite en revenir avec ce repère précieux que justement “ le pays des merveilles ”, “ l’au delà du miroir ”, le couple angoissant de Sylvie et Bruno échappé du pays d’ailleurs ne sont ni des mythes, ni du mythe et que l’imaginaire est à en distinguer.

Le texte ni l’intrigue ne font appel à aucune résonance de signification qu’on appelle profonde. On n’y évoque ni genèse, ni tragédie, ni destin ; alors, comment cette œuvre a-t-elle tant de prise ? C’est bien là le secret, et qui touche au réseau le plus pur de notre condition d’être.

Le symbolique, l’imaginaire et le réel ; les trois registres par lesquels j’ai introduit un enseignement qui ne prétend pas innover mais rétablir quelque rigueur dans l’expérience de la psychanalyse, les voilà, jouant à l’état pur dans leur rapport le plus simple. Des images, on fait pur jeu de combinaisons mais quels effets de vertige alors n’en obtient-on pas ! des combinaisons, on dresse le plan de toutes sortes de dimensions virtuelles mais ce sont celles qui livrent accès à la réalité en fin de compte la plus assurée, celle de l’impossible devenu tout à coup familier. On s’étendra à son aise sur le pouvoir du jeu de mots, là encore que de précisions à donner, mais d’abord qu’on n’aille pas croire qu’il s’agisse d’une prétendue articulation enfantine voire primitive. Je n’en donnerai pour preuve que d’en trouver le meilleur style dans la bouche du railleur qui bafoue une oie pédante, lui parlant de silligisme, ce qu’elle gobe sans s’apercevoir qu’elle ira porter partout de ce mot, son identité de pauvre toquée : silly. Méchanceté là-dedans ? salubrité, et parente du trait à relever que le jeu de mots dans Carroll est toujours sans équivoque.

Il en résulte un exercice sans pédantisme qui en fin de compte me paraît préparer Alice Liddell, pour évoquer toute vivante lectrice par la première à avoir glissé dans ce coeur de la terre qui n’abrite nulle caverne, pour y rencontrer des problèmes aussi précis que celui-ci : qu’on ne franchit jamais qu’une porte à sa taille et prendre avec le lapin pressé bien la mesure de l’absolue altérité de la préoccupation du passant ; que cette Alice dis-je aura quelque exigence de rigueur ; pour tout dire, qu’elle ne sera pas toute prête à accepter qu’on lui annonce l’arithmétique en lui disant qu’on n’additionne pas des torchons avec des serviettes, des poires et des poireaux, bourdes bien faites pour boucher les enfants au plus simple maniement de tous les problèmes dont ensuite on va mettre leur intelligence à la question.

Ceci est transition, puisqu’après tout je n’ai pas le temps mais seulement de pousser des portes sans même entrer où elles ouvrent pour en venir à l’auteur lui-même en ce moment d’hommage qu’on ne lui fait justice – à lui comme à aucun autre – si l’on ne part pas de l’idée que les prétendues discordances de la personnalité n’ont de portée qu’à y reconnaître la nécessité où elles vont. Il y a bien – comme on nous le dit – Lewis Carroll le rêveur, le poète, l’amoureux si l’on veut et, Lewis Carroll le logicien, le professeur de mathématiques.

Lewis Carroll est bien divisé – si cela vous chante – mais les deux sont nécessaires à la réalisation de l’œuvre.

Le penchant de Lewis Carroll pour la petite fille impubère, ce n’est pas là son génie, nous autres psychanalystes n’avons pas besoin de nos clients pour savoir où cela échoue à la fin dans un jardin public. Son enseignement de professeur n’a rien non plus qui casse les manivelles en pleine époque de renaissance de la logique et d’inauguration de la forme mathématique, depuis l’apprise.

Lewis Carroll quelqu’amusants que soient ses exercices reste à la traîne d’Aristote. Mais c’est bien la conjuration des deux positions d’où jaillit cet objet merveilleux indéchiffré encore et pour toujours éblouissant : son œuvre. On sait le cas qu’en ont fait et en font toujours les surréalistes.

Ce m’est l’occasion d’étendre mon exigence de méthode. N’en déplaise à aucun esprit partisan, Lewis Carroll je le rappelle était religieux, religieux de la foi la plus naïvement étroitement paroissiale qui soit ; d’où ce terme auquel il faut que vous donniez sa couleur la plus crue : « vous inspirez de la répulsion ». Il y a des lettres où il rompt quasiment avec un ami, un collègue honorable parce qu’il y a des sujets qu’il n’y a même pas lieu de soulever, ceux qui peuvent faire lever le doute, fusse en donner le semblant sur la vérité radicale de l’existence de Dieu, de son bienfait pour l’homme, de l’enseignement qui en est le plus rationnellement transmis. Je dis que ceci a sa part, dans l’unicité de l’équilibre que réalise l’œuvre ; cette sorte de bonheur auquel elle atteint tient à cette gouache.

L’adjonction de surcroît à nos deux Lewis Carroll – si vous les entendez ainsi – de ce que nous appellerons du nom dont il est béni à l’oreille d’une histoire, histoire encore en cours, un pauvre d’esprit.

Je voudrais dire ce qui m’apparaît la corrélation la plus efficace à situer Lewis Carroll, c’est l’épique de l’ère scientifique. Il n’est pas vain qu’Alice apparaisse en même temps que L’origine des espèces dont elle est – si l’on peut dire – l’opposition ; registre épique donc, qui sans doute s’exprime comme idylle dans l’idéologie. La corrélation des dessins, dont Lewis Carroll était si soucieux, nous annonce les bandes – j’entends les bandes dessinées – je vais vite pour dire qu’en fin de compte la technique y assure la prévalence d’une dialectique matérialisée – que m’entendent au passage ceux qui le peuvent – illustration est preuve ai-je dit, c’est ainsi sans émotion que j’aurais parlé de cette œuvre et il me semble en accord avec l’ordre authentique de son frémissement.

Pour un psychanalyste, elle est cette œuvre un lieu élu à démontrer la véritable nature de la sublimation dans l’œuvre d’art, récupération d’un certain objet ai-je dit dans une autre note que j’ai faite récemment sur Marguerite Duras, dont j’aurais bien aimé l’entendre aussi parler de l’œuvre en romancière. C’est toujours à la pratique que la théorie enfin a à passer la main.

English abstract

We propose, in a new Italian translation, the texts on Carroll by two French thinkers. The first one is a text by Jacques Lacan – a tribute to Lewis Carroll – that is the transcription of an unpublished lecture, produced on December 31, 1966 for the "France-Culture" radio. The text by Deleuze is a chapter from Critique et clinique, published in the original edition in 1993.
The two works have a common root: both philosophers trace in triadic form the genesis of the trilogy composed of the two adventures of Alice and Sylvie and Bruno. But genesis and structure are only a starting point destined to be overcome: by the “sinthome” by Lacan, by the “event” by Deleuze. They both are "surface effects" in which the depth gives way to the splendour of a marvelous work.

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