"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

164 | aprile 2019

9788894840599

titolo

Peter Behrens educatore e Gestalter del XX secolo

Editoriale di Engramma 164

Giacomo Calandra di Roccolino e Christian Toson

Il numero 164 di Engramma prende spunto da due giornate di studio internazionali su Peter Behrens, organizzate da Hartmut Frank e dal suo gruppo di ricerca – attivo ormai da più di dieci anni – già promotore del convegno svoltosi in Italia nel 2010, (di cui alcuni contributi sono stati pubblicati nel numero 81 di Engramma). Le giornate di studio si sono svolte al Warburg-Haus di Amburgo rispettivamente nel maggio 2015 e nell’aprile del 2018 in collaborazione con la Hamburgische Architektenkammer (Ordine degli architetti di Amburgo), e avevano l’obiettivo di mettere in luce il ruolo svolto dal Maestro amburghese nell’evoluzione del linguaggio dell’architettura e del design.

Il primo incontro era stato organizzato in concomitanza con l’uscita del volume Zeitloses und Zeitbewegtes. Zur wechselnden Wahrnehmung und Wirkung des Werkes von Peter Behrens (Dölling und Galitz, München 2015) curato da Hartmut Frank e Karin Lelonek, che raccoglie i testi più importanti pubblicati da Peter Behrens tra il 1900 e il 1938; il colloquio si era concentrato sulla ricezione critica e sull’influenza del pensiero e dell’opera di Behrens in Germania e nel mondo. Il secondo incontro era invece in occasione dei festeggiamenti per il 150esimo anniversario dalla nascita dell’architetto, e si è focalizzato sul suo ruolo di educatore e maestro, ovvero sulla sua importanza per la generazione di architetti nati a cavallo tra Ottocento e Novecento che furono suoi allievi, collaboratori ed epigoni.

Il contributo di Hartmut Frank, Behrens als Erzieher è il saggio-guida di questo numero: parlando di “Behrens come educatore” Frank non si riferisce solo alla sua attività di docente, quanto piuttosto, in senso nietzscheano, al suo ruolo di promotore di una riforma della società finalizzata alla creazione di un mondo nuovo. Nell’insegnamento Behrens portò avanti un rinnovamento nelle scuole di arti e mestieri e nelle Accademie di cui fu docente e direttore, e fu il modello per moltissimi architetti e designer che sarebbero diventati a loro volta protagonisti della architettura moderna. Frank ripercorre i passaggi chiave della carriera di Behrens, descrivendo con cura l’ambiente culturale nel quale si muoveva e ricordando la sua evoluzione artistica: da pittore a grafico, poi progettista di mobili e interni, fino ad approdare all’architettura e all’urbanistica. Per tutto il corso della sua carriera Behrens si impegnò a propagandare le sue idee attraverso i suoi scritti, le conferenze in tutto il mondo, e le numerosissime mostre cui prese parte o che organizzò lui stesso. Come co-fondatore del Werkbund fu in contatto con i più importanti artisti e industriali illuminati del suo tempo e divenne ben presto una figura chiave di quella influente organizzazione. A Behrens si deve infine il merito di aver appianato le distanze tra l’arte pura e le cosiddette ‘arti minori’, promuovendole al rango di arte in senso pieno, e di aver capito l’importanza della comunicazione pubblicitaria, applicandola su scale diverse, dalla grafica, al design all’architettura. 

Pierre-Alain Croset nell’incipit del suo saggio pone una domanda: “Perché ancora oggi, a 150 anni dalla sua nascita, ci interessiamo alla sua figura di artista e di intellettuale, e non solo alle sue opere? Cosa possiamo imparare da Behrens, oggi?”. La figura di Behrens come intellettuale capace di influenzare radicalmente gli architetti venuti dopo di lui è interessante tanto quanto lo studio delle sue opere. Secondo Croset infatti, se oggi probabilmente non servono più ‘artisti totali’, capaci di esercitare da soli un’attività multiforme, la lezione di Behrens sulla necessità di un approccio multidisciplinare e aperto al “dare forma”, rimane attuale e più che mai utile. L’architetto non è più autore individuale, bensì motore di un lavoro di gruppo e di un’azione necessariamente collettiva.

Marco De Michelis con il suo saggio sul Theater des Lebens, posiziona l’opera di Behrens, in particolare quella relativa al suo periodo a Darmstadt, all’interno di un movimento che ha le sue radici culturali nel Romanticismo e nell’idea wagneriana di Gesamkunstwerk, e pone il suo contesto iniziale nel Festspielhaus di Bayreuth per il granduca Ludovico II.

Come accennato, Behrens fu anche un riformatore delle scuole di arti applicate e di architettura. Giacomo Calandra di Roccolino nel suo contributo compone un ‘mosaico’ di collaboratori, studenti ed epigoni, ricostruendone le relazioni con Behrens e sottolineando l’importanza che ebbero nella diffusione postuma del suo insegnamento pervasivo e multiforme. L’autore mette in luce come anche l’atelier di Behrens a Neubabelsberg sia stato una sorta di scuola per gli architetti che vi lavorarono. Il saggio fornisce informazioni inedite sul metodo di lavoro nello studio di Berlino, grazie alla testimonianza di Gregor Rosenbauer, per anni Atelierchef del Maestro.

Oltre che gli illustri Gropius, Mies Van de Rohe, Le Corbusier, esistono decine di architetti, a volte dimenticati, che presero Behrens a modello e che occuparono in seguito ruoli importanti nel panorama architettonico e del design europeo. Uno di questi è Karl Schneider di cui si occupa il saggio di Monika Isler Binz, uno dei due contributi selezionati ex novo specificamente per questo numero, che non erano stati presentati nelle giornate di Amburgo: Isler Binz racconta le circostanze in cui Schneider e Behrens lavorarono fianco a fianco, e descrive il rapporto fra discepolo e maestro, mettendo in luce come quell’esperienza lasciò un segno nel suo approccio alla composizione architettonica. La collaborazione fra Schneider e la Sears, Roebuck & Co., che ebbe un ruolo pionieristico nella moderna cultura del consumo, stimola un confronto con quella celeberrima fra Behrens e la AEG.

I saggi di Silvia Malcovati e di Herman von Bergejik toccano alcuni punti di una mappa ideale dei luoghi che influenzarono e furono a loro volta influenzati da Behrens – una mappa che va da Berlino a Milano, da Rotterdam o a Riga. Non solo in Germania quindi, ma anche in Austria, Italia, Paesi Bassi, Unione Sovietica e, attraverso i suoi collaboratori, allievi ed epigoni, fino agli Stati Uniti d’America.

La rete di relazioni che Behrens aveva con artisti, architetti e intellettuali, a partire dalla prima fase della sua attività, a Monaco e alla Colonia di Darmstadt e fino alla maturità, è straordinariamente vasta: di quest’ultimo periodo si occupa Silvia Malcovati, concentrandosi in particolare sulla V Triennale di Milano del 1933 e sugli eventi ad essa connessi, nei quali Behrens partecipa da protagonista: da questo saggio emerge una figura molto attiva nel mondo architettonico internazionale ed estremamente concentrata sui dibattiti attuali. Un quadro confermato da Herman von Bergeijk, che analizza con il supporto di molti documenti l’influenza che il maestro tedesco ha avuto sui vicini olandesi, con un progetto irrealizzato, la corrispondenza con Oud e le conferenze tenute ad Amsterdam e Rotterdam.

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