"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

169 | novembre 2019

97888948401

titolo

Da Agip a Eni

Prove tecniche di convivenza nel XX secolo

Fernanda De Maio

English abstract

Giuseppe Vaccaro, colonia marina di Cesenatico (1936-38, foto di Giuseppe Vaccaro).

L’esordio dell’Agip nel mondo dell’architettura è, fin dai primi anni della sua creazione nel corso del ventennio fascista, segnato da edifici di altissima qualità. Alla fine degli anni Trenta l’Agip commissiona all’architetto Giuseppe Vaccaro (Bologna 1896 - Roma 1970) dapprima la colonia estiva a Cesenatico “Sandro Mussolini” (1937), opera costruita assurta a simbolo del razionalismo italiano, e poi un progetto che rimarrà solo sulla carta: la sede dell’Azienda a Roma (1939). Entrambi gli incarichi sono frutto di commesse dirette effettuate dall’allora presidente dell’Agip Umberto Puppini (Bologna 1884-1947) – già sindaco e poi preside della facoltà di Ingegneria di Bologna, la cui sede è pure opera di Vaccaro, forse parente dello stesso architetto (la madre di Vaccaro si chiama Carolina Puppini) – all’ormai apprezzato e noto architetto bolognese. 

Fin da subito, dunque, la prima società pubblica italiana legata all’olio nero manifesta due delle tre direttrici in cui convoglierà i propri sforzi per fare dell’architettura uno degli strumenti attraverso cui comunicare la propria identità e il proprio carattere di azienda che ha a cuore e incentiva il benessere degli italiani nel segno dell’innovazione e del progresso: le architetture per il lavoro e le architetture per il turismo e la vacanza. In queste due opere ascrivibili al periodo del predominio della linea orizzontale nell’opera di Vaccaro (Pitzalis, 1996) si trovano declinati in chiave autarchica alcuni concetti che trapasseranno poi anche nel nuovo corso impresso all’azienda, all’indomani del secondo conflitto mondiale, dal nuovo presidente visionario, l’ingegnere chimico di origine marchigiana, Enrico Mattei (Matelica 1906- Bascapè 1962): la ricerca nel progetto architettonico del massimo comfort ambientale e sensoriale dell’individuo in quanto parte di una comunità in cui si riconosce, e la monumentalizzazione del lavoro e del tempo libero della massa di individui che contribuiscono alla grandezza dell’impero industriale, quest’ultima ottenuta sia attraverso l’opera architettonica in se stessa che attraverso il suo inserimento in contesti paesaggistici eccezionali e pregiati. 

Nella colonia di Cesenatico questi aspetti si trovano declinati alla massima potenza espressiva, non solo alla vista diretta ma anche nei fiumi di inchiostro di innumerevoli saggi e nei lavori fotografici di illustri fotografi contemporanei (Gabriele Basilico solo per citare uno dei più noti), che documentano l’eccezionalità dell’opera di Vaccaro, improntata alla massima chiarezza organizzativa e distributiva degli interni e ad un algido e metafisico contrappunto dell’architettura con il piatto paesaggio marino – su cui l’edificio dei dormitori sembra galleggiare staccato da terra dal fronte vetrato del piano al di sotto della lunga pensilina – ad un raffinato e poetico rigore razionalista attraverso il quale l’architetto promette agli ospiti della colonia, ad ogni passaggio interno, di catturare pezzi di panorama. 

Giuseppe Vaccaro, colonia marina di Cesenatico (1936-38, foto di Gabriele Basilico). 

L’Agip, tuttavia, nel trapasso violento dal regime monarchico e fascista al regime repubblicano democratico e partigiano, rischia di vedere affossata questa sua neonata tradizione architettonica alla ricerca di una nitida bellezza condivisibile da tutti i ceti, e solo grazie all’affidamento dell’incarico di liquidatore ad Enrico Mattei, partigiano di sicura fede cattolica, passa dalla prospettiva di azienda di stato fascista in liquidazione ad azienda di stato democratico, traino dell’economia della nuova nazione italiana, risorta dalle ceneri della guerra grazie al Piano Marshall.

L’appartenenza ad una comunità laboriosa, colta, all’avanguardia nella ricerca delle fonti energetiche, diventa quindi il sentimento che negli anni Cinquanta del secolo scorso definisce uno degli aspetti della politica di Mattei, per motivare, diremmo oggi, i giovani con estrazioni e formazioni specialistiche appropriate, che egli assume per l’Agip e poi per l’Eni e le loro famiglie nel corso di una vita spesso difficile e avventurosa nonché lontana dai luoghi natii. Questo sentimento è in parte la traduzione di quei valori ottocenteschi di paternalismo industriale che avevano dato prima vita al modello delle company town e poi, nel ventennio fascista, è legato alla diffusa politica delle piccole città di fondazione da Sabaudia a Fertilia, da Latina a Carbonia ecc., in chiave anti-urbana, per favorire lo sviluppo economico e sociale del settore agricolo o industriale, ed evitare le crisi d’identità in cui si riteneva incorressero le folle di inurbati divenuti operai salariati. Tale sentimento è anche in parte frutto dei modelli neocapitalisti importati dal piano Marshall, che non fu solo appoggio economico-finanziario alla ricostruzione ma anche occasione per conoscere un nuovo stile di vita. Così l’Eni, Ente nazionale idrocarburi, nato dalla costola dell’Agip, diventa una di quelle “realtà produttive con forte vocazione Internazionale […] che sviluppano una strategia industriale in cui la progettazione è integrata alla costruzione e alla fornitura di impianti industriali complessi, sovente seguita dalla gestione individuata come fase finale della progettazione” (Barazzetta, 2014) e la gestione in Italia, come nei paesi africani e mediorientali in cui l’Eni approda, significa stabilire degli avamposti di urbanità. Che si tratti di accampamenti temporanei nei deserti africani o di uffici presso le città capitali, sono tutte vere e proprie architetture aziendali, ossia di “strutture […] emblemi delle aziende fin dalla loro nascita” (Savorra, 2014).

Giuseppe Vaccaro, colonia marina di Cesenatico (1936-38, foto di Gabriele Basilico), dettaglio della facciata.

Dentro l'Eni – e la costellazione di società che controlla – le architetture aziendali compongono, quindi, un catalogo vastissimo di interventi nei territori intercettati dalla nascente industria globalizzata che vanno dalle città di fondazione industriale (Metanopoli e Gela in Italia, El Borma e Abu Rudeis in Nord Africa), ai villaggi turistici di montagna e di mare (Villaggio Eni di Borca di Cadore, sulle Dolomiti e Pugnochiuso lungo le coste del Gargano), dalle architetture al servizio dell’autostrada e dei nuovi turisti che frequentano queste arterie (stazioni di servizio e motel con annessi punti ristoro), fino ai padiglioni per le fiere campionarie (a Milano come a Casablanca), ma anche nuove chiese (santa Barbara a Metanopoli o la Chiesa di Borca di Carlo Scarpa con Gellner), e scuole (per esempio quella di formazione a Metanopoli, per i quadri dirigenti e gli operai dei paesi del 'terzo' mondo partner di Eni), arrivando fino al recupero di edifici del razionalismo come nel caso appunto della colonia di Cesenatico. 

Nelle città di produzione come nei villaggi turistici la struttura urbana mira a favorire la mescolanza delle relazioni umane tra i vari quadri di lavoratori. Il dirigente e l’ingegnere esploratore, l’operaio e il ragioniere con le loro famiglie, il docente con l’operaio in formazione, hanno la possibilità di incontrarsi e socializzare in tutti i momenti della giornata. Gli architetti dell’Eni, da Bacigalupo e Ratti, a Nizzoli, Gardella, Bacciocchi, Gellner, ma poi anche i successivi tentativi più o meno rimasti sulla carta di Dardi e Ridolfi fino a quelli più recenti che evidenziano altri approcci al tema delle architetture d’azienda, propongono una grande varietà dei modi di risiedere (appartamenti, villette, campeggi, alberghi) perché l’auto è il nuovo mezzo di spostamento e la benzina Agip il suo nutrimento. 

Giuseppe Vaccaro, progetto per la nuova sede dell’Agip a Roma, 1939. Prima versione e versione definitiva.

“Aggiornati, e adeguatamente qualificati, la maggior parte degli architetti coinvolti possiede dialetticamente cultura artistica à la page e conoscenza delle prassi dell’advertising americano” (Savorra 2014) ed esprime questa sapienza aggiornata in tutti i campi della progettazione. Si consolida in questa stagione (coincidente con la fase di ricostruzione che sfocerà poi nel boom economico italiano) l’esperienza dell’ufficio tecnico dell’Eni, che, affiancando gli architetti e gli ingegneri consulenti, arriverà ad impadronirsi di quella koinè e giungerà a definire un vero e proprio modo di costruire e infrastrutturare i territori, abbastanza variato nelle forme architettoniche e urbane, che si diffonderà al di là del Mediterraneo sotto il vessillo del cane/drago a sei zampe, quello che su queste pagine abbiamo ribattezzato EniWay.

Riferimenti bibliografici

Si segnalano di seguito solo i testi citati in questo breve saggio. 

  • Pitzalis 1996
    E. Pitzalis, Opere dal 1935 al 1942, “Edilizia popolare” 243 (1996), numero monografico dedicato a Giuseppe Vaccaro.
  • Barazzetta 2015
    G. Barazzetta, Imprese e paese, in A. Ferlenga, M. Biraghi, Comunità Italia. Architettura/Città/Paesaggio 1945 – 2000, Cinisello Balsamo 2015.
  • Savorra 2015
    M. Savorra, Architetture aziendali, in A. Ferlenga, M. Biraghi, Comunità Italia. Architettura/Città/Paesaggio 1945 – 2000, Cinisello Balsamo 2015.
  • Ferlenga, Biraghi 2015
    A. Ferlenga, M. Biraghi, Comunità Italia. Architettura/Città/Paesaggio 1945 – 2000, Cinisello Balsamo 2015.
English abstract

Architecture and community, it is not only the slogan that describes the experiment of Ivrea made by the architects involved by Adriano Olivetti in his utopia, but a real feeling shared by many Italian managers, in that particular period of time soon after the second WW. Amongst them, Enrico Mattei and the industrial empire he wanted to build, looking for the Italian way to energy. Some architecture and new towns are emblematic to understand this attitude of welfare interlaced with the business pride. This Eni story-telling starts with the Agip children’s holiday center by Giuseppe Vaccaro.

key words | Agip; Enrico Mattei; Giuseppe Vaccaro.

La Redazione di Engramma è grata ai colleghi – amici e studiosi – che, seguendo la procedura peer review a doppio cieco, hanno sottoposto a lettura, revisione e giudizio questo saggio.
(v. Albo dei referee di Engramma)

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