Teatri Negati: storie di teatri che chiudono e storie di teatri che aprono. Tre casi – Milano, Palermo, Portopalo di Capopassero – e un censimento
Recensione a Teatri Negati. Censimento dei teatri chiusi in Italia, a cura di Carmelo Guarino e Francesco Giambrone, Milano 2008
Mi ricordo all'improvviso di quando ero bambino
e vedevo, come non posso vedere oggi,
il mattino che sfavillava sulla città.
Essa allora non sfavillava per me,
ma per la vita, perché io allora,
non essendo cosciente, ero la vita.
Fernando Pessoa
1. Milano: Cine-Teatro Imperia e Teatro della Cooperativa
C’è una strada in ogni città dove si affaccia la vita più che altrove, dove pare di potere ritrovare le coordinate quando si sono perse, dove gli sguardi sembrano tutti famigliari.
A Niguarda, quartiere a nord est di Milano, questa strada ha il nome di un filosofo, Luigi Ornato. Su questa via si affacciano alcuni dei locali storici del quartiere, punti cardinali per chi vive nella zona, tappe che scandiscono lo scorrere lento delle giornate dei più anziani, uomini e donne che associano a ogni luogo un tempo e a ogni tempo un luogo: il bar, il panificio, le botteghe, l’osteria.
Via Ornato racconta la storia di due teatri – di un teatro che muore e di uno che nasce.
Protagonisti nel cartellone del Teatro della Cooperativa sono spesso spettacoli che stimolano una riflessione sul reale, spunti per una discussione sui temi che attraversano la città, il quartiere. Tra gli altri, Nome di battaglia Lia che, messo in scena per la prima volta nel 2003, scritto e diretto da Renato Sarti, racconta la storia di Gina Galeotti Bianchi, una delle figure più importanti del Gruppo di Difesa della Donna, parte integrante dei Gruppi Volontari della Libertà e del comitato cittadino del C.L.N., uccisa dai nazisti con una raffica di mitra: un racconto teatrale, questo, che diventa un ritratto tragico e insieme vivace della Niguarda resistente; e ancora, Mai morti, già nel cartellone del 2002 per la regia di Renato Sarti, che affronta i temi del razzismo, del nazionalismo e della xenofobia.
Ancora pochi i cittadini di Niguarda che vanno a teatro, ma sono sempre di più quelli che cercano un dialogo con chi ha dato vita a questo teatro e che vogliono esprimere un’opinione sulle scelte degli spettacoli, sui temi affrontati. A questo proposito, Renato Sarti scrive: "Gestire un teatro in un quartiere di periferia comporta un contatto diretto con le persone: Antonella, Antonio, Mimmo e Beppe i baristi, Alessandro il meccanico, la fiorista, Recep il kebabbaro, la mamma della Marta, i fratelli Vittori elettricisti, Marisa dell’APE (Associazione Proletaria Escursionisti), il pittore, il signor Resnati partigiano di novantacinque anni e il Matto. Ci sono infine i seimila soci di una Cooperativa storica (l’Edificatrice di Niguarda, 1894) che ha creduto nel nostro progetto investendo una parte del bilancio annuale. Non possiamo non tenere conto dell'opinione di queste persone e alcune di loro lo dicono apertamente: 'La vita non è divertente, vediamo e sentiamo tante disgrazie tutto il giorno, almeno la sera fateci ridere un po''. Le nostre prime produzioni Mai morti e I me ciamava per nome: 44.787 erano spettacoli molto duri, estremamente drammatici. Negli ultimi anni, anche grazie al contributo di Bebo Storti, abbiamo fatto ricorso al repertorio comico-dialettale, alla Commedia dell’Arte, al cabaret, all’improvvisazione, alla clownerie. È stata una scelta non facile, sofferta, ma alla fine abbiamo deciso di dare ascolto a quella richiesta e di provare a trattare argomenti estremamente seri (fascismo, migrazione, religione) facendo però della risata l'elemento nodale per la comprensione della realtà".
Anche questo è teatro: capacità di interazione con il pubblico, un pubblico che non viene per ascoltare e andarsene, ma per dire la propria, per proporre e proporsi, perché è della città che si parla e dei suoi cittadini.
“Il teatro, se vuole continuare a essere cultura, ogni giorno deve fare qualcosa per l’uomo e per la società”: le parole di Paolo Grassi suonano come un appello. Proprio questa aderenza alla realtà, al contesto da cui nasce e di cui è manifestazione, deve essere tra i fini primari del teatro. Il teatro deve tornare a essere un luogo in cui poter parlare della cosa pubblica, in cui chiedere ai cittadini un impegno serio all’ascolto e una disponibilità al confronto, un luogo in cui si possa dunque creare un dibattito alto e politico.
Con l’intento di raccontare queste storie e di indagare le ragioni di questo fenomeno, nasce nel 2002 l’Associazione TeatriAperti. Obiettivo dell’Associazione, nelle parole del Presidente Francesco Giambrone, è quello di “Portare avanti una grande battaglia di civiltà, finalizzata a restituire alla fruizione una rete straordinaria di luoghi di teatro che rappresentava (e potrebbe rappresentare ancora) uno dei collanti capaci di tenere insieme il nostro paese”.
Nel marzo del 2007 TeatriAperti ha concluso un censimento i cui risultati sono stati pubblicati nel 2008 nel volume Teatri negati. Censimento dei teatri chiusi in Italia, a cura di Carmelo Guarino e Francesco Giambrone. Se il censimento, già al momento della sua edizione, si presenta come un prodotto ‘datato’, che fotografa cioè la realtà italiana fino a quel momento, esiste invece uno strumento dinamico di cui la stessa Associazione TeatriAperti è ideatrice e promotrice: un sito web che diventa medium per lo studio di una realtà – quella dell’apertura e della chiusura dei teatri in Italia – che è in continua evoluzione e che necessita quindi di un regolare monitoraggio e di un costante aggiornamento.
Oltre il 50% dei teatri ha chiuso a partire dal 1980 e solo 12 teatri hanno cessato la propria attività prima del 1940. Nell’ultimo decennio il record negativo è detenuto dall’anno 2006, durante il quale sono state chiuse 17 strutture.
Rispetto alla recensione del 2002, il censimento del 2007 pubblicato in Teatri Negati aggiunge dati relativi alle condizioni strutturali, agli elementi che ne raccontano la storia, immagini fotografiche attuali e immagini di archivio, eventuali progetti di restauro in corso o programmati: tutte queste informazioni sono confluite in un database che rappresenta uno strumento fondamentale per lo studio di questa realtà e per pianificare e promuovere eventuali interventi di recupero.
Oltre a restituire evidenza del metodo seguito nella realizzazione del censimento – indagine preventiva, compilazione di un questionario da parte degli interlocutori contattati, verifica delle informazioni ricevute – il volume Teatri Negati analizza alcuni casi ‘tipo’ tra i molti censiti: interessante, fra gli altri, quello del Teatro Massimo di Palermo, rimasto chiuso 23 anni per lavori di restauro che si sono rivelati, nella migliore delle interpretazioni, inutili e che, per lo più, hanno invece danneggiato gli interni, pregiudicandone la fruibilità e l’estetica. Il teatro riapre nel 1997: due anni prima, Claudio Abbado aveva sfidato l’allora Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, chiedendogli un intervento efficace che portasse alla riapertura del Teatro Massimo proprio il giorno in cui si sarebbero festeggiati i cento anni dalla sua inaugurazione e cioè il 12 maggio 1997. L’impresa, cha allora sembrava impossibile (si ricorda che un teatro che avrebbe dovuto sospendere la propria attività per solo sei mesi era chiuso da più di vent’anni!), riesce e per la data stabilita il teatro riapre.
C’è un’altra strada, in un'altra città, a migliaia di chilometri di distanza da Milano, e a qualche centinaia da Palermo, in cui l’apertura di un cine-teatro è diventata la scommessa di una comunità. Questa città è Portopalo, in provincia di Siracusa, e la strada è una delle strade principali, via Lucio Tasca, la strada su cui si affaccia la sede del Comune.
Portopalo è una città di frontiera, è un luogo che confina con l’Italia e con l’Africa e che affronta tutti i giorni il problema dell’accoglienza degli immigrati che, periodicamente, dalle coste della Libia giungono in Sicilia. Una comunità che convive con una situazione di emergenza costante, la cui soluzione le viene delegata esplicitamente o implicitamente da un governo centrale che legifera astrattamente (e spesso in deroga al codice culturale condiviso) e si tira poi fuori dai giochi: una comunità che ha bisogno di raccontarsi, di trovare le parole per descrivere la realtà complessa, difficile, di cui è protagonista.
La sensazione che si prova, arrivando a Portopalo, parlando con la gente, visitando i centri di accoglienza e di primo soccorso, è quella di trovarsi di fronte a una comunità che, sì, con dignità affronta una situazione d’emergenza ma che – proprio come i migranti che su barconi di fortuna approdano su quelle coste – sembra sempre sul punto di affogare, perché senza appigli sicuri ai quali aggrapparsi nessuno può restare a galla a lungo. E allora la comunità cerca di raccontarsi, appunto, e si inventa uno spazio per farlo.
