"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

Il nome dei Persiani

Δαναής τε γόνου / τὸ παρωνύμιον γένος ἡμέτερον (Aesch. Pers., 144-146, ed. West)

Monica Centanni

English abstract

Nella parodos dei Persiani di Eschilo, il Coro, composto dai vecchi fedeli rimasti a Susa a custodia della reggia “splendente di tesori”, canta lo spettacolo dell’immensa, magnifica, spedizione partita verso la Grecia da tutte le contrade dell’Asia, al seguito di Serse; il giovane figlio di Dario (Δαρειογενής al v. 6) è presentato come una incarnazione stessa di Ares (v. 86). Ma le parole del Coro e la stessa modulazione metrica del corale sono punteggiati da note di ansia e di inquietudine (sulla studiata stonatura tra il testo pieno di accenti di orgoglio e la scrittura metrica ‘incongrua’, intrisa di note lugubri ho scritto in Centanni 2012). La cupa angoscia del Coro troverà presto una conferma nel sogno della Regina e, subito dopo, nell’annuncio della disfatta portato in scena dal Messaggero.

Nella sezione anapestica che chiude ad anello la parodos, mentre prendono posto “presso questa dimora antica”, i Fedeli si pongono questa domanda:

πῶς ἄρα πράσσει Ξέρξης βασιλεὺς
Δαρειογενής,
τὸ πατρωνύμιον γένος ἁμέτερον;

(Aesch. Pers., vv. 144-146). 

Che ne sarà di Serse, il re / nato da Dario,/ la nostra stirpe patronimica?

Questo il testo tràdito, in modo pressoché univoco dai manoscritti: un testo che presenta un lieve problema linguistico (specificamente su ἁμέτερον), e un grosso problema di senso. Cosa significa la locuzione “la nostra stirpe patronimica” in funzione di complemento predicativo di “Serse, il re nato da Dario”? In altre parole, in che senso Δαρειογενής può essere considerato “la stirpe patronimica nostra”, ovvero di tutti i Persiani?

Lo scolio Σ così recita: κατὰ πατέρα συγγενὴς ἡμῖν, τουτέστιν ὁ ἐκ προγόνου ἰθαγενής. La spiegazione dello scolio che include l’aggettivo ἰθαγενής (che ricorre nella stessa tragedia anche al v. 306 in riferimento al battriano Tenagon), rimanda alla discendenza legittima – e quindi nello specifico al lignaggio ‘purosangue’ di Serse – che unirebbe per ciò il popolo al suo re in una stirpe genealogicamente garantita.

A quanto mi risulta è Christian Gottfried Schütz che avanza per primo, nella sua edizione commentata del 1811, l’ipotesi che ci sia stata una interferenza nel testo dovuta a una glossa interpolata:

Δαρειογενής τὸ πατρωνύμιον γένος ἁμέτερον. Quid hoc est genus nostrum a patre nominatum? Quod etiamsi de Perseo Persarum, ut ferebatur, generis auctore caperemus, tamen incommode dictum esset. Aeschylus mihi scripsisse videtur Δαρειογενής γένος ἁμέτερον Darii filius, idemque (ut Persa) nobis cognatus; sicut notissimumillud τοῦ γὰρ καὶ γένος ἔσμεν significat nos cum eo cognati sumus. Vocabulum vero πατρωνύμιον irrepsit, ut opinor, e nota Grammatici, qui ad marginem vel intra lineas adscripserat πατρωνυμικόν, moniturus nempe adjectivum Δαρειογενής patronimicum esse (Schütz 1811, 31-32).

Wilamowitz nella sua edizione del 1914 pubblicava così il testo:

πῶς ἄρα πράσσει Ξέρξης βασιλεὺς
Δαρειογενής, τὸ πατρωνύμιον
†γένος ἁμέτερον. πότερον τόξου
ῥῦμα κτλ.

E commentava in apparato: “ἡμέτερον vulgo editur anapaestorum usui convenienter […]. Explicatio Σ κατὰ πατέρα συγγενὴς ἡμῖν toleraretur, si Dareus Persarum gentis auctor esset. Itaque corruptela subest” (Wilamowitz 1914, 139). Denunciava così la difficoltà che lo portava a considerare il testo corrotto: l’incongruenza di senso della ‘paternità’ di Dario rispetto alla stirpe persiana che si riflette nell’incongruenza di ἁμέτερον (che sarebbe forse preferibile da emendare in ἡμέτερον, dato che la forma attica meglio si adatta agli anapesti; ma Wilamowitz nel suo testo mantiene ἁμέτερον).

Una ricostruzione ingegnosa che avrebbe il vantaggio di essere risolutiva per tutto il passo è quella avanzata nel 1924 da Robertson il quale, riprendendo il filo del duplice dubbio che aveva indotto Wilamowitz a considerare il passo corrotto, così suggeriva:

I suggest that the reading of our MSS. is due to the mistaken incorporation in the text of a reasonable, though technically not quite accurate, scholium. I would assume that, by the intrusion of a gloss, the true reading Δαρειογενής was first corrupted to Δαρείου γένος: we may compare l. 6 supra, where all MSS. read, Δαρειογενής the superfluous words Δαρείου υἱός or υἱὸς Δαρείου. An intelligent critic wrote in the margin: γρ. Δαρειογενής. τὸ πατρωνυμικόν. γένος ἄμετρον. “Read Δαρειογενής: the patronymic: γένος does not scan”. A copyist took γρ. to refer to the whole note, which he embodied, with the minimum of alteration, in the text: producing a phrase which most critics have accepted as Aeschylus’ composition. The Byzantine alteration of ἁμέτερον to ἡμέτερον would have obliterated the last trace of its true source. The word πατρωνύμιος has no authority, while πατρωνυμικόν is a technical term, though not, in strict terminology, exactly applicable to Δαρειογενής (Robertson 1924, 110).

Ricapitolando, secondo Robertson, nel testo sarebbe da conservare il solo termine Δαρειογενής appositivo del nome di Serse (esattamente come al v. 6), il quale termine sarebbe stato prima corrotto in Δαρείου γένος, poi glossato con la segnalazione dell’incongruenza metrica e a seguire la glossa sarebbe stata interpolata nel testo, con un intervento corruttivo su ἄμετρον trasformato abilmente in ἁμέτερον (ottenendo così un anapesto perfetto): il risultato sarebbe il pasticcio che la tradizione ci ha trasmesso, in cui rimane difficilmente leggibile la traccia sia delle interpolazioni sia della doppia corruttela. Si noti che, accogliendo l’acuta ricostruzione proposta da Robertson secondo cui la glossa conteneva la segnalazione ἄμετρον, si guadagnerebbe anche l’elisione dal quadro del dubbio – morfologico e semantico – su ἁμέτερον e si attribuirebbe alla penna dello scoliasta una indicazione più sensata e coerente.

Tra le ipotesi avanzate per risolvere la spinosa questione, prevale dunque fra gli editori l’idea di una o forse due glosse interpolate nel testo. La prima: τὸ πατρωνύμιον potrebbe derivare da un πατρωνυμικόν, glossa originariamente giustapposta a Δαρειογενής. La seconda: γένος ἁμέτερον, potrebbe essere una seconda glossa (forse anche riferita al seguente τόξου pῦμα, nel senso di “this is our way of fighting”; così Murray nella sua edizione del 1955, parafrasato e discusso da Garvie 2009, 95).

Ma anche ammettendo la doppia glossa interpolata, come nota Garvie, nessun glossatore sarebbe ricorso alla forma ἁμέτερον (che è la lezione di tutti i codici eccetto C); e anche ἡμέτερον è improbabile perché dallo scoliasta ci si aspetterebbe un più esplicito – e oggettivo – Περσικόν o Περσῶν (riassumo così l’esaustiva e convincente nota di Garvie 2009, 95).

In sintesi, nell’ultima, importante, edizione oxoniense del testo eschileo, Alex Garvie riassume così, sconsolatamente, lo status quaestionis:

After Δαρειογενής, all the codd. have (except for minor variations) the words τὸ πατρωνύμιον γένος ἁμέτερον, which are metrically correct, but yield no acceptable sense […]. Many editors have unsuccessfully tried to extract some such meaning from the Greek (Garvie 2009, 94).

Di fatto le soluzioni che gli editori hanno adottato sul nodo critico che il testo presenta sono per lo più due: la prima linea, più blanda, sceglie di minimizzare la questione semantica, ricorrendo a una interpretazione ‘a senso’, e di rimediare il problema linguistico con la normalizzazione della vocale iniziale; la seconda linea, più radicale, si arrende di fronte all’inestricabilità del problema, riconoscendolo evidentemente come prodotto da una qualche seria interferenza sul testo, e decide di atetizzare il passaggio corrotto.

Al primo partito è da ascrivere, ad esempio, Sigdwick che nella sua edizione del 1903 minimizzava il problema e proponeva di risolvere la difficoltà interpretando le parole del Coro “akin to us in respect of the father’s name”, spiegando che “the king is our kin, as the descendant of Perseus, whose name the Persians bear”: Dario sarebbe ‘padre’ in senso proprio di Serse e ‘padre’ “in a conventional sense of the nation called after him” (Sigdwick 1903, 10). Ma la linea più morbida continua a trovare sostenitori anche in altri editori e traduttori. Nel 1921, Paul Mazon pubblicava il testo in questa forma, che interveniva soltanto sulla normalizzazione in attico del possessivo:

Δαρειογενής, τὸ πατρωνύμιον
γένος ἡμέτερον.

E poi traduceva: “Xerxes, fils de Darios, le roi de notre sang qui nous a fourni le nom de ses aïeux”, spiegando in nota: “La nation Perse doit son nom a Persée l’aïeul du Perséide Xerxes” (Mazon [1921] 19632, 67). A seguire, molti altri editori e traduttori scelgono di sottovalutare l’inghippo del γένος mettendo l’accento sul fatto che Serse è insieme figlio di Dario e della stessa stirpe del Coro.

Al secondo partito, si iscrive oggi la maggior parte degli editori e, sulla scia della scelta fatta da Wilamowitz nella sua edizione del testo eschileo e dalla segnalazione del locus desperatus al v. 145 (†γένος ἁμέτερον, che salvava però il precedente τὸ πατρωνύμιον), via via l’intervento di ripulitura del testo si fa più radicale. Per fare soltanto due esempi, nell’edizione oxoniense di Denys Page del 1972, il testo nel passo in questione è così ridotto:

πῶς ἄρα πράσσει Ξέρξης βασιλεὺς
Δαρειογενής;
πότερον τόξου ῥῦμα κτλ.

Nella sua pregevole edizione del 2009, Alex Garvie mostra il suo apprezzamento per la suggestiva ipotesi di Robertson della doppia glossa interpolata che interferisce nel testo:

More attractive is the approach of D S. Robertson, CR 38 (1924) 110, who argued that at some stage Δαρειογενής was glossed by, then corrupted into Δαρείου γένος. A scholiast, noting that this was unmetrical, wrote in his margin γρ Δαρειογενής. τὸ πατρωνυμικόν. γένος ἄμετρον (γένος doesn’t scan). Finally, when the gloss was incorporated in the text ἄμετρον became ἁμέτερον to satisfy the metre.

E, dopo una accurata analisi delle varie ipotesi avanzate dagli editori, l’esito a cui perviene è prudente e, di fatto, negativo e la soluzione migliore gli pare sia “to delete the words as a gloss, or two separate glosses” (Garvie 2009, 94-95). In sostanza, Garvie, sceglie di espungere la porzione di verso che succede a Δαρειογενής proponendo un testo così troncato (che ricalca la stessa soluzione di Page):

πῶς ἄρα πράσσει Ξέρξης βασιλεὺς
Δαρειογενής,
πότερον τόξου ῥῦμα κτλ.
(Garvie 2009, 9).

Ma prima dell’ultima, importante, edizione oxoniense, Martin West nell’edizione Teubner del 19982  aveva prospettato un’altra luce di senso e proponeva un intervento sul testo profondamente innovativo. Ai versi 144-146, nell’edizione West leggiamo:

πῶς ἄρα πράσσει Ξέρξης βασιλεὺς
Δαναής τε γόνου
τὸ παρωνύμιον γένος ἡμέτερον;
(West 19982, 12). 

Si rilegga ora il passo edito da West a fronte del testo tràdito dai manoscritti, in cui si legge:

πῶς ἄρα πράσσει Ξέρξης βασιλεὺς
Δαρειογενής, τὸ πατρωνύμιον
γένος ἁμέτερον.

West interviene emendando il testo tràdito nei due punti critici: su Δαρειογενής e su πατρωνύμιον. Come si vede si tratta di un intervento che cambia radicalmente il senso del passo. E per argomentare il senso della sua ardua, doppia mossa, ricapitola così lo status quaestionis con una acribìa argomentativa che ritengo utile riproporre integralmente:

Δαρειογενής, / τὸ πατρωνύμιον γένος ἁμέτερον. This is the transmitted text, and it does not make sense, despite the efforts of the scholiast (ὁ κατὰ πατέρα συγγενὴς ἡμῖν, τουτέστιν ὁ ἐκ προγόνου ἰθαγενής) and other commentators (Hermann: “Genus a Perseo ductum, unde nos nomen habemus, ideoque nobis cognatum”; Paley: “One of our race which bears the name of its ancestor”; Prickard: “‘Our own blood, as his forefather’s name shows,’ i.e. true-born son of Perseus”; Sidgwick: “Akin to us in respect of the father’s name”). Schütz accepted γένος ἁμέτερον as meaning “our kinsman” […]. Butler went further, deleting also γένος ἁμέτερον and casting suspicion on Δαρειογενής as having been mistakenly added through reminiscence of 5-6 Ξέρξης βασιλεύς Δαρειογενής. Certainly, the repetition of this whole phrase here seems clumsy. Conradt deleted it altogether (West 1990, 78).

In particolare, West ricostruisce il ruolo della posizione di Wilamowitz e prima di Schütz nella espunzione delle supposte glosse interpolate nel testo, ma ricompone un ‘paradigma indiziario’ in cui l’ipotesi del glossatore è minata alla base, per lo stesso contenuto e per la stessa forma delle ipotizzate glosse:

Since Wilamowitz, editors have tended to obelize or to accept the Schütz-Butler deletion of τὸ παρωνύμιον γένος ἁμέτερον. But it remains a problem to account for the insertion of the words. Blomfield objected to Schütz’s explanation that Δαρειογενής is not strictly a patronymic form, and indeed it is difficult to believe that a scholiast would have written πατρωνύμικον rather than e.g. ὁ ἐκ τοῦ Δαρείου γεννηθεὶς ἤτοι τοῦ Δαρεἰου υἱός. D.S. Robertson (CR 38 [1924] 110) suggested that Δαρειογενής had been corrupted into Δαρείου γένος, and that this was corrected by a note reading γρ. Δαρειογενής, τὸ πατρωνύμικον. γένος ἄμετρον (‘γένος is unmetrical’) — highly ingenious, but quite unconvincing as scholiast’s Greek. (The fact that O actually gives ἄμετρον, corrected to ἅμετρον is hardly of any consequence). Murray thought that γένος ἡμετέρον was a gloss on τόξου ῥῦμα, πότερον τόξου ῥῦμα τὸ νικῶν, i.e. ‘is it our side that is winning?’. But again, this is simply not what a scholiast would have put (West 1990, 78).

A questo punto, si smonta la possibilità di un senso per cui il Coro possa identificare la “stirpe di Dario” con “la nostra stirpe”:

I conclude that the deletion cannot be justified, convenient though it would be it the words were not there. They cannot be understood as they are; therefore we should assume them to be corrupt. I do not intend to discuss all the fourteen conjectures recorded by Wecklein and Dawe. But I believe that Blomfield pointed the right way with his τό τε Περσόνομον γένος ἡμετέρον. The Elders do not call Xerxes γένος ἡμετέρον, they ask about the fortunes of Xerxes and ‘our nation’. As Blomfield notes, ‘eodem fere modo regem et exercitum conjungit v. 8. Ἀμφὶ δὲ νόστῳ τῷ βασιλεἰῳ καὶ πολυχρύσου στρατιᾶς ἤδη κτλ. (West 1990, 78).

Ma rispetto all’ipotesi della(e) glossa(e) interpolata(e) e successivamente agenti di corruttela da espungere, resta in campo l’ipotesi di una doppia corruttela che il filologo è chiamato a smascherare al fine di recuperare la lezione originale. E West gioca la carta di un doppio emendamento. La soluzione del primo nodo – il pleonastico (e ripetuto di peso dal v. 6) Δαρειογενής – dipende dalla soluzione del secondo punto critico, τὸ πατρωνύμιον γένος ἡμέτερον, ma qui West concentra l’attenzione non già su γένος ἡμέτερον ma su πατρωνύμιον. Questa la spiegazione dell’emendamento proposto:

πατρωνύμιον applied to the Persian nation, is unintelligible. I presume that Aeschylus intended an allusion to the derivation of their name from their eponym Perseus (cf. Hdt. 7.61.3, 150.2), as in 80 χρυσογόνου γενεᾶς (διὰ τὸ τὸν Περσέα ἀπὸ χρυσοῦ γεγεννῆσθαι schol. The variant χρυσογόνου conveys no clear meaning). We can obtain this sense, introduce the necessary ‘and’, and get rid of the burdensome Δαρειογενής by writing> πῶς ἄρα πράσσει Ξέρξης βασιλεὺς / Δαναής τε γόνου τὸ παρωνύμιον γένος ἡμέτερον;

παρώνυμος – nota West – ricorre in Eum. v. 8 nella stessa accezione di “derivato dal nome”: nel verso di Eumenidi l’aggettivo è riferito al fatto che ‘Febo’ prende il nome dalla Titanide ‘Febe’ che ebbe per terza il trono profetico di Delfi. “The form in -ιος – nota West – will be exactly analogous to ἐπωνύμιος; in Pindar, Ol. 10.78 and Pyth. 1.3”.

Dunque, nel teorema proposto da West la soluzione del secondo nodo comporta lo scioglimento anche del primo:

The corruption of Δαναής τε γόνου to Δαρειογενής is sufficiently accounted for by the influence of the earlier passage in which Ξέρξης βασιλεὺς was followed by the latter. The idea ‘Xerxes son of Darius’ then caused πατρ- to be written for παρ- (West 1990, 78-79).

La soluzione – come tante altre proposte da West nella sua geniale (e anche perciò controversa) edizione del testo eschileo – pur apprezzata per la sua intelligenza, non è recepita senza riserve. Garvie così la riporta e la commenta:

West […] prefers emendation to deletion, and prints Δαναής τε γόνου τὸ παρωνύμιον γένος ἡμέτερον, ‘and how is our nation faring, which derives its name from Danaë’s son [i.e. Perseus; see 73–80 n.]?’ παρωνύμιος does not occur elsewhere in this sense, but cf. παρώνυμος at Eum. 8. The sense is good; for the Chorus’s anxiety about both Xerxes and the army see 8–9 n. But it is hard to believe in the corruption of Δαναής τε γόνου into Δαρειογενής, even under the influence of 6 (Garvie 2009, 94-95).

Rilancia l’obiezione, sulla stessa linea, Enrico Medda, nella sua bella recensione all’edizione di Garvie 2009:

Al v. 145 l’audace proposta dello stesso West Δανάης τε γόνου παρωνύμιον γένος ἡμέτερον non è accolta per la scarsa probabilità della corruzione (Garvie preferisce qui l’espunzione di τὸ πατρωνύμιον γένος ἁμέτερον [Butler] e la spiegazione offerta da Robertson, CR 38, 1924, 110 per l’introduzione della glossa nel testo) (Medda 2010, 270).

Certo, è vero che la soluzione proposta da Martin West è “audace”, e per ciò anche se, come ammette Garvie, “the sense is good”, non passa e non ‘fa testo’. Ma non si può certo dire che sia filologicamente o concettualmente infondata. Di fatto l’editore, anziché abbassare le armi e ripiegare sulle cruces desperationis, riesce a riparare e recuperare un luogo testuale in cui tutti convengono debba essere intervenuto un qualche elemento di disturbo. Torniamo ad analizzare, in dettaglio, il doppio intervento sul testo.

Partiamo dal secondo punto su cui l’editore interviene: παρωνύμιον γένος ἡμέτερον che va a sostituirsi al tràdito τὸ πατρωνύμιον γένος ἁμέτερον. La lezione di West presenta il vantaggio di salvare un luogo che altrimenti è generalmente considerato desperatus, dato che l’idea di un genos ‘patronimico’ che unirebbe in uno il Coro e il Gran Re appare quasi unanimemente indifendibile. West, con un intervento microchirurgico su una sola lettera, ritocca τὸ πατρωνύμιον γένος in τὸ παρωνύμιον γένος introducendo una congettura che ha il profilo della lectio difficilior.

Il secondo intervento trascina il primo, un passo indietro, su un punto apparentemente sano del testo – l’aggettivo Δαρειογενής – sulla scorta dell’idea che la lezione tràdita risenta dell’attrazione della locuzione solenne con cui viene introdotto Serse nei primi versi della parodos. ἄναξ Ξέρξης βασιλεὺς / Δαρειογενὴς: così, infatti, ai vv. 5-6, Serse era stato presentato con la doppia titolazione regale e la menzione, allora sì tutt’affatto a proposito, del ‘patronimico’. L’idea è che il copista avrebbe riprodotto l’aggettivo che gli era rimasto nell’orecchio dalla prima occorrenza, riproducendo nell’epiteto un nesso quasi formulare, che scotomizzerebbe però la preziosa menzione del nome di Danae, madre di Perseo eponimo dei Persiani. Facendo il percorso inverso e leggendo i due emendamenti nella successione in cui li troviamo nel testo: l’eco dei vv. 5-6 che avrebbe prodotto la corruttela da un originale Δανάης τε γόνου nell’aggettivo, già noto, Δαρειογενὴς, si sarebbe poi estesa alla locuzione immediatamente seguente, contagiando e corrompendo anche il successivo τὸ παρωνύμιον γένος che, per cortocircuito con il patronimico ‘della stirpe di Dario’, si sarebbe poi banalizzato nel πατρωνύμιον γένος ἁμέτερον, producendo una – insensata – allusione alla “nostra stirpe patronimica”.

Seguire West, e i lampi della sua geniale divinatio, ci consentirebbe dunque di recuperare un brano di testo dato per perduto, e di restituire nel passo altrimenti illeggibile il termine παρωνύμιον, non certo alieno al lessico eschileo: si tratta infatti di un termine e di un concetto che ha una notevole rilevanza nella sofisticata costruzione drammaturgica del tragediografo.

L’oro dei barbari è certo il segno tangibile – simbolico e materiale – della ricchezza persiana: l’unico verso superstite dei Persiani di Epicarmo ci parla di oro; “aurea” è l’armata dei Medi in un epigramma simonideo (90 B, 88 D). E l’oro dei barbari scintilla fin dalle prime battute della tragedia di Eschilo: d’oro sono le regge persiane (al v. 3); d’oro gli abitanti di Sardi (al v. 45); dorata è Babilonia (al v. 53). Ma l’oro è anche nella stirpe divina da cui discende Serse, così cantato nella sezione lirica della parodos: χρυσογόνου γενεᾶς ἰσόθεος φώς, “che nasce dal seme dell’oro, uomo, eppur pari agli dei” (al v. 80). Lo scolio ad l. conferma che il riferimento è a Perseo, figlio di Danae: διὰ τὸ τὸν Περσέα ἀπὸ χρυσοῦ γεγεννῆσθαι. Ma il richiamo alla “stirpe dell’oro” del mito di Danae in connessione con la stirpe persiana, è anche in Erodoto:

ἐκαλέοντο δὲ πάλαι ὑπὸ μὲν Ἑλλήνων Κηφῆνες, ὑπὸ μέντοι σφέων αὐτῶν καὶ τῶν περιοίκων Ἀρταῖοι. ἐπεὶ δὲ Περσεὺς ὁ Δανάης τε καὶ Διὸς ἀπίκετο παρὰ Κηφέα τὸν Βήλου καὶ ἔσχε αὐτοῦ τὴν θυγατέρα Ἀνδρομέδην, γίνεται αὐτῷ παῖς τῷ οὔνομα ἔθετο Πέρσην, τοῦτον δὲ αὐτοῦ καταλείπει· ἐτύγχανε γὰρ ἄπαις ἐὼν ὁ Κηφεὺς ἔρσενος γόνου. ἐπὶ τούτου δὴ τὴν ἐπωνυμίην ἔσχον (HDT VII, 61).

Un tempo i Greci li chiamavano ‘Cefeni’, e loro stessi si chiamavano ‘Artei’ e così erano chiamati dai popoli confinanti. Ma dopo che Perseo, figlio di Danae e di Zeus, giunse presso Cefeo, figlio di Belos, e prese in sposa sua figlia Andromeda, gli nacque un figlio che chiamò Perses e lo lasciò lì perché Cefeo era privo di figli maschi. Da questo [i Persiani] derivano il loro nome.

Quella che Erodoto propone, è una precisa ricostruzione etno-onomastica, fondata sulla storia di Danae-Perseo-Perses (e opportunamente West richiama il passo erodoteo a conforto della sua congettura).

Questo dunque il testo secondo la restituzione di Martin West:

πῶς ἄρα πράσσει Ξέρξης βασιλεὺς
Δαναής τε γόνου
τὸ παρωνύμιον γένος ἡμέτερον;
(West 1998, 12). 

Che cosa ne sarà del re Serse 
e della nostra gente che dal figlio di Danae
prende il nome?

Per sostenere l’ipotesi di West occorre, sì, operare forse una forzatura rispetto alle norme giustamente severe che disciplinano gli interventi congetturali sui testi, specie quando la congettura è certamente – come questa è – tanto “audace”. Ma è certo che il testo di Pers. 144-145 così come si legge nell’edizione West, non solo makes sense ma risponde a una delle leggi implicite della costruzione drammaturgica eschilea: la ‘paronimia’ Perseo-Perses-Persai – che è un dato proposto come incontrovertibile, perché siglato dal mito, e dalla verità dei nomi che dal mito traggono la loro radice.

Il tema della parentela tra Grecia e Persia: il legame ancestrale – genealogico – tra Greci e Persiani non è soltanto nell’immagine, destinata a incidersi nella memoria, delle ‘sorelle gemelle di sangue’ nel sogno della Regina – Persia e Ellade aggiogate al carro dell’Impero, la prima docile, la seconda ribelle alle briglie che fa cadere Serse e “rompe il carro, a metà”. Prima quella immagine era stata preparata nelle parole del corale, mediante il riferimento alla “stirpe di Serse, nato dall’oro” (v. 80).

Si tratta di un tema importante nella tessitura drammaturgica dei Persiani, ma fa parte di un dispositivo linguistico-concettuale peculiare dell’armamentario del poeta, al quale Eschilo dà espressamente il nome di ‘eponimia’ (o, in alternativa, di ‘paronimia’, quando la matrice onomastica, come qui, non è perfettamente sovrapponibile al calco). In tutte le tragedie si trovano tracce del tema, squisitamente eschileo della eponimia (sull’importanza dell’eponimia nella costruzione drammaturgica eschilea, con un elenco delle occorrenze del dispositivo logico-concettuale che costellano il testo di tutte e sette le tragedie conservate, ho scritto in Centanni 2003, 1211-1215; ma per meglio inquadrare la proposta di West in Persiani, vv. 144-146 all’interno del corpus eschileo, riassumo quella rassegna su eponymia e paronymia qui in Appendice).

È un gioco sui nomi e sugli epiteti di dei e di uomini, chiamati a corrispondere alla ‘verità’ del loro nome; l’obiettivo è la verifica della corrispondenza e la congruenza tra la parola e l’oggetto che la parola è chiamata a rappresentare, sia esso una cosa, una persona, un luogo, un ruolo. E se la verifica fallisce, incombe la deriva della ‘pseudonimia’ e la consegna all’infondatezza del collegamento tra le parole e le cose su cui è incardinato il mondo e la possibilità stessa dell’espressione. In particolare, nei Persiani il legame ‘di sangue’ tra Persia e Grecia viene siglato (ancora prima del sogno e dell’allegoria delle due sorelle) dall’epiteto “seme dell’oro” attribuito a Serse, ma anche dal nome dei Persiani che deriva dal figlio e del nipote di Danae: Perseo-Perses-Persai.

Danae, l’argiva, la greca Danae, è stata il primo ricettacolo del “seme dell’oro” da cui è nato Serse; e, come scriverà Erodoto ma ricorda prima il Coro dei vecchi Persiani, nella versione del testo ricostruita da West – Danae stessa è la matrice della “nostra stirpe, che da lei prende il nome”.

Appendice | eponymia/paronymia: la verità del nome

Spesso sono gli dei che vengono, provocatoriamente, richiamati al ruolo a cui li costringe l’etimo dei loro epiteti: Zeus “Protettore” deve proteggere la sua città (Ζεὺς ἀλεξητήριος / ἐπώνυμος γένοιτο Καδμείων πόλει, Sept., vv. 9-10) e implicitamente Eteocle suggerisce, ricattando Zeus, che, in caso contrario, non merita l’epiteto. Ancora Zeus nelle Supplici viene invocato come “colui che toccò Io” (ἔφαπτορ Ἰοῦς, Suppl. v. 535) e in quanto tale è chiamato a corrispondere a quel suo epiteto ponendo nuovamente la sua mano salvifica sulle fanciulle in fuga dai violenti cugini (con un’intenzione analoga le Danaidi invocano Zeus “dei supplici”, al v. 347 e Artemide “l’indomata”, al v. 149). Il desiderio “va a segno se è davvero un desiderio di Zeus” (Διὸς ἵμερος οὐκ εὐθήρατος ἐτύχθη, Suppl., vv. 86-87): così insinuano le fanciulle sfidando ancora Zeus a manifestarsi. Allo stesso modo Hermes, alla fine del prologo delle Eumenidi è chiamato dal fratello Apollo ad accompagnare Oreste da Delfi ad Atene e a corrispondere così al suo epiteto di “Accompagnatore” (κάρτα δ᾽ ὢν ἐπώνυμος / πομπαῖος ἴσθι, Eum., v. 90). In questa declinazione, in cui l’epiteto/nome dovrebbe corrispondere al ruolo, si inserisce anche la freddura paretimologica Pilade/porta, in cui il compagno di Oreste sembrerebbe autorizzato dal suo stesso nome a presentarsi con l’amico alla ‘porta’ della reggia πύλας / Πυλάδῃ, Cho., v. 561).

L’epiteto apollineo di ‘Febo, è invece soltanto la conferma ‘paronimica’ della genealogia da Febe che la Profetessa di Delfi propone (“Febe da cui Febo ha preso il nome”: τὸ Φοίβης δ᾽ ὄνομ᾽ ἔχει παρώνυμον, Eum., v. 8). In un verso dei Sette, dato nel testo per corrotto anche perché di difficoltosa lettura metrica, Ares viene supplicato dal Coro perché protegga “la città che prende il nome da Cadmo” (σύ τ᾽, Ἄρης, φεῦ, φεῦ, πόλιν ἐπώνυμον / Κάδμου φύλαξον κήδεσαί τ᾽ ἐναργῶς, Sept., v. 138).

Anche Dike è richiamata al rispetto del suo nome, pena essere chiamata una “Giustizia dal falso nome” ovvero “giustizia dal nome non giusto” (ἦ δῆτ᾽ ἂν εἴη πανδίκως ψευδώνυμος Δίκη, ξυνοῦσα φωτὶ παντόλμῳ φρένας, Sept., vv. 670-1). Il nome di Dike è anche al centro del canto di vittoria delle schiave troiane al momento del matricidio in Coefore, ai vv. 935-950: compare nel primo verso del canto (Cho., v. 935) e ritorna poi, in antistrofe, al centro di un gioco di parole in cui si riconosce in ΔΙΚΑ una composizione acronomastica da ΔΙ(ΟΣ) Κ(ΟΡ)Α (Cho., ai vv. 949-950). La proprietà del nome, e nel particolare la genealogia divina che ora si afferma per Giustizia “figlia di Zeus”, si vuole garantita radicalmente negli stessi elementi fonetici che compongono il nome di Dike.

A volte il compimento della verità del nome è tragicamente devastante: Menis, Ira funesta, rivela nella rovina di Troia la sua ‘ortonimia’ (κῆδος ὀρθώνυμον τελεσσίφρων μῆνις ἤλασεν, Ag., vv. 700-701); la notte sullo scudo di Tideo, come annuncia Eteocle ribaltando la potenza del segno contro il nemico, sarà “notte davvero” ovvero “notte di morte” (γένοιτ᾽ ἂν ὀρθῶς ἐνδίκως τ᾽ ἐπώνυμον, Sept., v. 405). La disgrazia di Cassandra è la prova evidente dell’etimo di ‘distruzione’ che la profetessa ravvisa nel nome di Apollo (Ἄπολλον Ἄπολλον / ἀγυιᾶτ᾽, ἀπόλλων ἐμός / ἀπώλεσας, Ag., vv. 1080-1082= 1085-1087). E Atena, alle Erinni che si presentano come Arai/Maledizioni “questo è il nostro nome quando abitiamo nella terra” (Eum., v. 417) commenta che il loro nome è proprio e congruente (γένος μὲν οἶδα κληδόνας τ᾽ ἐπωνύμους, Eum., v. 418).

Il legame eponimico è importante anche per i nomi geografici ed etnografici, dei luoghi e dei popoli: il gioco eponimico se da un lato serve a garantire i luoghi di una loro ‘verità’ mitica, dall’altra garantisce i personaggi del mito della loro ‘realtà’ sensibilmente apprezzabile nelle tracce verbali che lasciano nel mondo. Oceano, per venire a trovare l’amico, lascia “la corrente eponima” (λιπὼν / ἐπώνυμόν τε ῥεῦμα, Prom., v. 302) e Prometeo apprezza il coraggio, perché il dio si è separato dalle acque che portano il suo nome per venire da lui (quasi si chiedesse, che ne è dell’oceano ‘eponimo’, quando Oceano si separa da esso?). Al carattere dell’elemento, e non al rapporto eponimico, fa invece riferimento il nome del fiume Hybriste, nella cui radice si avverte la violenta hybris: “non tradisce il suo nome il violento fiume” (Ὑβριστὴν ποταμὸν οὐ ψευδώνυμον, Prom., v. 717). Per eponimia, promette Prometeo, il Bosforo conserverà il ricordo della traversata della fanciulla-vacca Io (τῆς σῆς πορείας, Βόσπορος δ᾽ ἐπώνυμος / κεκλήσεται, Prom., vv. 733-734), e così il nome dello ‘Ionio’ conserverà il ricordo del passaggio di ‘Io’ (Prom., v. 840). Pelasgo si presenta alle Danaidi come il re della regione da cui “direttamente deriva il nome della stirpe dei Pelasgi” (ἐμοῦ δ᾽ ἄνακτος εὐλόγως ἐπώνυμον, Suppl. vv. 252-3). E, per tornare al passo in esame di Persiani, il legame ‘di sangue’ tra Persia e Grecia viene siglato dalla figura di Perseo e del figlio Perses: “la nostra stirpe – canta il coro – prende nome dal figlio di Danae” (Δαναής τε γόνου, τὸ παρωνύμιον γένος ἡμέτερον, Pers., vv. 145-146, nell’edizione West): la parentela mitica è garantita dalla ‘paronimia’ Perseus-Perses-Persai.

Non direttamente da Ares, ma metonimicamente dall’Ares/guerra con le Amazzoni prende nome invece il “colle di Ares” (Eum., vv. 689-690) e dal luogo, ancora per slittamento metonimico, prenderà nome anche l’istituto dell’Areopago. Il nome di Prometeo dovrebbe significare la preveggenza ma, accusa beffardamente Kratos, “gli dei chiamano ‘Prometeo’ con un nome fasullo” (ψευδωνύμως σε δαίμονες Προμηθέα / καλοῦσιν· αὐτὸν γάρ σε δεῖ προμηθέως, Prom., vv. 85-87); Prometeo a distanza risponderà che sapeva bene tutto quanto gli sarebbe accaduto ma che voleva “fare il suo errore” (Prom., vv. 265-266).

Anche i mortali portano segni incisi nei loro nomi: Epafo innanzitutto, “il Tocco, nato dal tocco di Zeus” (Ζηνὸς ἔφαψιν· ἐπωνυμίᾳ δ᾽ / ἐπεκραίνετο μόρσιμος αἰὼν / εὐλόγως, / Ἔπαφόν τ᾽ ἐγέννασεν: Suppl., vv. 45-47); Prometeo profetizza a Io la nascita di Epafo (ἐπώνυμον δὲ τῶν Διὸς γεννημάτων / τέξεις κελαινὸν Ἔπαφον, ὃς καρπώσεται, Prom., vv. 850-1) e la genealogia miracolosa ha lasciato un segno, una garanzia che, nel nome, il figlio di Io porta la verità del tocco liberatore (Ἔπαφος ἀληθῶς ῥυσίων ἐπώνυμος, Suppl., v. 315).

Sviante e fasullo risulta invece il nome di ‘Partenopeo’ “volto di fanciulla”, schierato alla quinta porta di Tebe, il cui volto appare “crudele, non certo corrispondente all’aspetto di una fanciulla” (Sept., v. 536). Non corrisponde al nome e al “sentimento di madre” Clitemnestra, come accusa amaramente la figlia Elettra (ἐμὴ δὲ μήτηρ, οὐδαμῶς ἐπώνυμον / φρόνημα παισὶ δύσθεον πεπαμένη, Cho., v. 190; δυσμάτωρ era detto il sentimento di Procne in Suppl., v. 66). Ma se la mancata corrispondenza eponimica è rovinosa, altrettanto disastroso può essere un eccesso di congruenza: il nome di Polinice, su cui Anfiarao esercita la sua sapienza di ermeneuta enigmistico leggendovi il significato di “molte contese”, è un nome che, dichiara Eteocle, suona “troppo giusto” (ἐπωνύμῳ δὲ κάρτα, Πολυνείκει λέγω, Sept., v. 658).

La battaglia serrata che Eschilo ingaggia sul senso delle parole e dei nomi ha il suo trionfo nei nomi parlanti dei figli di Edipo e nel nome di Elena. Eteocle e Polinice, nella morte sono finalmente, perfettamente, “eteocli e polinici”, “gloriosi” come richiede il nome di Eteocle, “rissosi” come pretende il nome di Polinice (οἳ δῆτ᾽ ὀρθῶς κατ᾽ ἐπωνυμίαν ἐτεοκλέεις καὶ πολυνεικεῖς: Sept., v. 829, in un verso in cui il testo dei manoscritti è corrotto per l’evidente difficoltà del gioco sui nomi e che è così restituito nell’edizione West). Elena “rovina delle navi, rovina dei guerrieri, rovina della città” (Ἑλέναν; ἐπεὶ πρεπόντως / ἑλέναυς, ἕλανδρος, ἑλέπτολις, Ag. vv. 689-690) cela nel nome, porta scritto dentro la parola più sua, il destino di donna rovinosa e fatale. È questo l’eccesso di paronymia: nell’ipertrofica corrispondenza nome/suono, segno/significato, sta un grumo non sciolto, saturo di sapienza tragica.

Riferimenti bibliografici
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    M. Centanni, Eschilo, Tutte le tragedie (saggio introduttivo, traduzioni e commenti), Milano 2003.
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  • Mazon [1921] 1963
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  • Robertson 1924
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  • Schütz 1811
    Ch.G. Schütz, Aeschyli Tragoediae quae supersunt ac deperditarum Fragmenta. Vol. II Persae, Agamemnon, recensuit et commentario illustravit Ch.G. Schütz. Editio nova auctior et emendatior, Halae 1811.
  • West 1990
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  • West 1998
    M.L. West, Aeschylus. Tragoediae, edidit M.L. West, Stuttgart 1998.
  • Wilamowitz 1914
    U. von Wilamowitz-Moellendorf, Aeschyli Tragoediae, Berolini 1914.
English abstract

All the Aeschylean editors agree that in vv. 144-146 of the Persians where the codes have transmitted the text πῶς ἄρα πράσσει Ξέρξης βασιλεὺς / Δαρειογενής, τὸ πατρωνύμιον γένος ἁμέτερον, a single or a double corruption has intervened. The solution generally adopted is to clean up the corrupt text area and, in fact, consider it a locus desperatus (such is the case up to the last important edition of Garvie 2009). However, Martin West, in his 1990 Teubner edition, proposed an intervention as bold as it was brilliant: assuming the hypothesis of a double corruption, he restored the mention of the “lineage from Danaë” in the indicted text along with the idea of the paronymia Perseus-Perses-Persae: πῶς ἄρα πράσσει Ξέρξης βασιλεὺς / Δαναής τε γόνου / τὸ παρωνύμιον γένος ἡμέτερον;

The essay reconstructs the genesis of the proposal by West, which could constitute a further tile in the mosaic of the Aeschylean drama, and particularly in the topic of the genealogical relationship between Greece and Persia. Danaë, the Greek princess Danaë, was the first receptacle of the “golden seed” from which Perseus was born and from him his son Perses, ancestor of Xerxes. Therefore, the chorus of the old Persians would confirm that Danaë herself is the matrix of “our lineage, which takes its name from her”. The text reconstructed by West would also be a confirmation of the importance of the theme of “eponymy” in the Aeschilean dramaturgical composition: the Appendix provides a review of the occurrences of eponymy / paronymy in the text of all seven preserved Aeschylean tragedies.

keywords | Aeschylus’ Persae; West’s edition; Danaë; Perseus.

La Redazione di Engramma è grata ai colleghi – amici e studiosi – che, seguendo la procedura peer review a doppio cieco, hanno sottoposto a lettura, revisione e giudizio questo saggio.
(v. Albo dei referee di Engramma)

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2020/2021.178.0003